La situazione sociale alla vigilia dello sciopero Renault

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Maggio 1971

All'interno, la situazione è difficile. Difficile anzitutto per gli operai. Per rimettere in piedi l'economia capitalista, lo stato borghese non esita ad impoverire l'insieme della popolazione stampando senza tregua carta moneta. L'inflazione è galoppante e l'aumento del costo della vita supera in media il 10% al mese!

Ovviamente il governo dichiara di svolgere una politica di stabilizzazione coll'istituzione del blocco dei prezzi. In effetti, fin dalla guerra, i contratti che stabilivano i salari minimi sono messi in disparte. E' il governo che fissa direttamente il salario minimo di tutti gli operai, compresi quelli del settore privato.

In quanto ai prezzi, non smettono di aumentare.

Durante la guerra, le derrate erano contingentate e tassate. Man mano che riapparivano sul mercato, si vendevano a prezzi di mercato nero. Il blocco dei prezzi è inesistente, rimane invece quello dei salari.

Tutto questo non può che provocare una certa agitazione operaia. Ma i sindacati condannano e, per qualche tempo, riescono a soffocare questa agitazione. Per dimostrarlo basterà un esempio.

Il primo maggio 1945, a guerra non ancora finita, poiché l'armistizio verrà firmato solo l'8 maggio, i sindacati indicano chiaramente in quale direzione intendono indirizzare l'azione operaia.

Occorre "produrre prima, rivendicare dopo". La sfilata del primo maggio è un gran carnevale : una lunga sfilata di carri mostra operai al lavoro che battono l'incudine alle note della "Marsigliese" in un tripudio di bandiere tricolori. Lo sciopero viene condannato come "l'arma dei trusts".

I dirigenti della CGT affermano che "forte dei suoi cinque milioni di aderenti, la CGT saprà imporre una politica di blocco dei prezzi". I muri della metropolitana sono ricoperti di manifesti: "Rimbocchiamoci le maniche, tutto andrà ancora meglio". Ma i prezzi non smettono di aumentare.

A fine gennaio 1946, i tipografi entrano in sciopero malgrado le consegne sindacali. Vengono calunniati dal PCF. Il loro sciopero è sabotato. Si vedrà L'Humanité (che all'indomani di questo sciopero non risparmia alcuna calunnia per insozzarlo) uscire con un "bianco" : i rotativisti del quotidiano del Partito comunista francese avevano deciso di "censurare" un articolo particolarmente scandaloso.

Il 2 giugno 1946 devono svolgersi le elezioni legislative. Il PCF è cosciente del malcontento operaio, e di fronte all'aumento continuo del costo della vita, rivendica aumenti del 25%.

Nell'agosto del 1946, dopo le elezioni, i prezzi aumentano ancora ma i salari rimangono quasi bloccati. L'unica concessione che il ministro comunista del lavoro Ambroise Croizat ottiene dal governo, con grande soddisfazione dei padroni, è che i lavoratori possono ottenere aumenti dei salari se si oltrepassano i limiti estremi di produzione.

Per ostacolare il sovrasfruttamento del lavoro a cottimo, i lavoratori avevano ottenuto, nel 1936, che i salari legati alla produzione non potessero sorpassare un certo limite.

"Sorpassare i limiti, lavorare di più, ecco ciò che vi permetterà di aumentare i vostri salari", lo chiede adesso agli operai il ministro "comunista" del lavoro. E di fronte all'aumento continuo del costo della vita, i lavoratori sono costretti a rassegnarsi ad intensificare il lavoro, tanto più che l'apparato della CGT è presente per sostituire vantaggiosamente i capireparto.

Alla Renault, il massimo del cottimo, che era al 116%, raggiunge presto il 120%, poi il 125%, poi il 130%, il 140, il 150% e più. (Qualche anno dopo sarà la direzione che prenderà la decisione di ribassarlo al 145%, malgrado le proteste dei dirigenti della CGT, tanto questa pratica faceva crescere catastroficamente il numero degli infortuni sul lavoro).

Di fronte alla sempre crescente ascesa dei prezzi, sta aumentando il malcontento, scoppiano sporadici scioperi. Nell'agosto 1946, nel bel mezzo delle vacanze, sotto l'impulso di militanti anarco-sindacalisti della tendenza "Forza Operaia" di Bordeaux, scoppia lo sciopero degli impiegati postali che formano un comitato di sciopero extrasindacale.

La CGT è allora costretta a considerare il problema degli aumenti salariali, pur affermando che occorre bloccare i prezzi e pur lamentando (sic) che il governo abbia consentito degli sblocchi ingiustificati dei prezzi. Raccomanda di fissare un salario minimo vitale.

Già il 22 maggio 1945, un po' prima delle elezioni, il redattore dell'Humanité Georges Cogniot riferisce che durante la discussione della legge finanziaria per il 1947, Jacques Duclos aveva chiesto che fosse stabilito un minimo vitale di circa 84000 franchi all'anno, ossia 7000 franchi al mese.

In un articolo dell'Humanité del 27 dicembre 1946, Benoît Frachon rilancia l'idea del salario minimo vitale. Spiega: "Dal lavoro scrupoloso di questa commissione (la Commissione economica confederale CGT) è risultata una prima cifra di 103800 franchi all'anno".

Alla richiesta dell'ufficio confederale, e per tenere conto della situazione generale del paese, si rifecero i calcoli, allo scopo di stabilire un reddito operaio che fissasse i limiti al di sotto dei quali fosse impossibile scendere, pena la messa in pericolo della salute e della capacità di produzione dei lavoratori (sottolineatura nostra).

Da questo studio risultò la somma di 84000 franchi.

All'inizio del gennaio 1947, il governo decreta per autorità un ribasso dei prezzi del 5%, . Ovviamente non è previsto nessun mezzo per controllare questo ribasso che, in ogni caso, avviene dopo una serie di aumenti ben più importanti.

In un articolo dell'Humanité del 7 gennaio 1947, Benoît Frachon accoglie con soddisfazione la decisione del governo, ma mantiene la proposta del "salario minimo vitale" a 7000 franchi, giustificandola nel seguente modo :

"nel 1938, il salario orario del manovale della metallurgia nella regione parigina era di 8,06 franchi. Le decisioni governative dell'agosto scorso l'hanno portato a 25 franchi (salario minimo legale). La rivendicazione della CGT lo porterebbe a 7000 : 200 = 35 franchi, ossia il coefficiente 4,34.
Dagli indici ufficiali del costo della vita, calcolati su base 100 per lo stesso periodo del 1938, risulta il coefficiente 8,57 per il mese di ottobre".

Si vede come le cifre della CGT non siano esorbitanti, dato che preconizzano un aumento pari alla metà dell'aumento ufficiale del costo della vita.

Inoltre la CGT accetta di calcolare sulla base di 200 ore al mese, ossia 48 ore settimanali, giustificando tale rinunzia ufficiale alle 40 ore con le necessità di quello che governo e sindacati chiamano "lo sforzo di produzione!"

Si parla qui soltanto delle proposte presentate dalla CGT al governo. Ovviamente niente è previsto per condurle a buon esito.

La Renault è stata nazionalizzata nel 1945, o più precisamente è stata trasformata in una "azienda nazionale statale". Se l'impresa sta diventando ormai una carta nelle mani dello Stato per servire da modello e da guida all'orientamento economico e politico del governo, lo sta diventando anche nelle le mani degli stalinisti.

All'epoca la CGT è quasi il solo sindacato. Ci sono anche la CFTC negli uffici e la CGC tra i quadri, ma la loro influenza è quasi nulla. La maggior parte dei militanti cristiani sono nella CGT, non nella CFTC. Quando si parla dei sindacati si accenna essenzialmente alla CGT.

Il PCF sta adoperandosi per promuovere, per il tramite della CGT, nel seno del "comitato d'impresa" e della sua emanazione, il "comitato misto alla produzione", la sua politica pro-governativa che consiste nell'imporre ai lavoratori i sacrifici necessari per rimettere l'economia capitalistica in sella .

Questo compito non è solamente riservato alla Renault. Le miniere e la SNCF (ferrovie dello stato) sono senz'altro i settori dove si esercita al massimo la politica degli stalinisti partecipanti al potere. Ma la Renault ha un'importanza particolare: fa da capofila al settore privato per il tramite della fabbrica nazionalizzata.

Nelle officine, i capireparto hanno perduto gran parte dell'autorità. Durante la guerra si sono compromessi sotto la tutela del padrone Louis Renault, che non nascondeva la sua volontà di collaborazione coll'occupante.

Saranno allora i delegati stalinisti che si adopereranno senza vergogna al compito di fare sudare sette camicie agli operai. Spingono a produrre, credendo di essere già entrati nei tempi dello stacanovismo.

Sono essi che denunziano gli operai che sprecano la corrente del loro collega Marcel Paul, ministro della produzione industriale, quando lasciano accesa un po' troppo a lungo la lampadina elettrica. Sono loro che denunziano i lavoratori come ladri e li fanno licenziare dalla fabbrica, quando alcuni osano prendere un secondo pasto alla mensa sovvenzionata dal comitato d'impresa. E non possiamo citare tutti i fatti che li fanno assomigliare ad aguzzini, peggio dei capisquadra però tristemente famosi di "papà Renault".

Se alcuni capisquadra esitano a fare oltrepassare i massimi della produzione, allora sono i delegati che intervengono contro tali "sabotatori" della produzione nazionale.

In questo clima avvelenato che contraddice del tutto le speranze nate dalla "Liberazione", il malcontento comincia a manifestarsi.