Conclusioni

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Maggio 1971

Lo sciopero della Renault dell'aprile-maggio 1947 fu all'epoca un avvenimento importante per varie ragioni. Prima, perché, grazie ad esso, i lavoratori si collegarono di nuovo con la tradizione delle lotte passate, scoprendo di nuovo lo sciopero come arma di classe. Poi perché lo sciopero della Renault diede di nuovo un impulso considerevole al movimento operaio. Come scriveva Pierre Monatte: "La Renault ha aperto la chiusa e un'ondata di scioperi è dilagata sulla Francia". Dopo il maggio 1947, molte fabbriche scioperarono a loro volta, seguite dai ferrovieri, e, qualche mese dopo, dai minatori. Sul piano politico, fu la causa diretta della fine della partecipazione comunista al governo che durava alla meno peggio, dalla "Liberazione" all'epoca di De Gaulle, prima, a quella del tripartitismo, poi.

Infine, e soprattutto, questo sciopero, iniziato e diretto dai militanti rivoluzionari che poggiavano sulla combattività dei lavoratori contro i padroni, lo Stato e le direzioni sindacali, dimostrò che dei militanti potevano, in uno dei suoi feudi operai, contestare il "monopolio" di fatto del PCF sulla classe operaia, e che gli operai erano veramente i soli che difendessero realmente gli interessi presenti e futuri dei lavoratori.

L'uscita dei ministri PCF dal governo tripartito non è un fenomeno secondario. Anche se la situazione internazionale doveva, prima o poi, provocare questa scissione, ciò non toglie che nell'aprile 1947, sono i ministri PCF ad avere scelto di rompere la coalizione, e su un problema nazionale.

Questo problema è quello dei rapporti del PCF con la classe operaia. Sono rapporti difficili e contraddittori.

Come tutte le organizzazioni riformistiche, il cui ruolo fondamentale è la difesa degli interessi della borghesia in seno al movimento operaio, il PCF, nella sua politica quotidiana, si trova sottoposto a due tipi di pressione antagonisti. Quella della sua base e della classe operaia da una parte, quella della borghesia dall'altra. Il più delle volte questa contraddizione si risolve con una politica di rivendicazioni "ragionevoli" che permette al malcontento operaio di esprimersi senza tuttavia rimettere in causa né il funzionamento normale del sistema capitalistico, né il dominio politico della borghesia. Ma quando la pressione operaia diventa più forte, quando il malcontento dei lavoratori non si lascia più incanalare in azioni limitate e controllate, allora il margine di manovra della burocrazia riformistica diventa più stretto.

Secondo il livello di combattività operaia, secondo la minaccia più o meno grave che essa fa pesare sull'ordine sociale, le organizzazioni si vedono costrette a "camminare" con i lavoratori almeno fino a un certo punto e talvolta perfino a precederli per non perdere tutto il credito presso di loro. (E' quello che è successo nel maggio 1968). Questo provoca ovviamente un certo distacco dalla borghesia, molto relativo, eminentemente tattico e transitorio, e che comporta tutta una serie di gradi differenti secondo l'importanza della crisi sociale, ma che non giunge mai fino alla rottura definitiva. Perché quando la classe operaia arriva al punto di minacciare direttamente il dominio della borghesia, di darsi i propri organi di lotta e di potere, le organizzazioni riformistiche, tutta la storia lo dimostra, scelgono apertamente il campo della borghesia e si oppongono ai lavoratori in modo irriducibile.

In Francia questo non è mai accaduto. Qualunque sia stata la potenza del movimento di sciopero, non si è mai dato una direzione di lotta autonoma e il PCF ha sempre potuto fare "terminare uno sciopero". Ma è vero però che il PCF può e lo ha dimostrato dal 1947 fare scattare lo sciopero, compreso lo sciopero generale, fosse solo quello del maggio 1968.

Nel 1947, quando gli si ingiunse di scegliere tra la sua partecipazione al governo, cioè la sua tanto augurata integrazione nella vita politica borghese, e l'appoggio agli scioperi che si sviluppavano, il PCF scelse l'appoggio. Perché ?

Perché il PCF, sospetto agli occhi della borghesia francese a causa dei suoi legami con l'URSS, dispone per potere farsi accettare dalla borghesia francese di una sola buona carta: la sua influenza sulla classe operaia francese. Perdere questa influenza significa perdere la sola carta. Significa avviarsi sulla via che ha condotto la SFIO a non essere più oggi che un fantasma di partito operaio. Il PCF vi acconsentirà soltanto in caso di crisi fondamentale, cioè in un periodo direttamente prerivoluzionario.

Non c'era questa situazione nel maggio 1947, come non ci fu nel maggio 1968. E il PCF ha potuto, a costo di più o meno screditarsi agli occhi della borghesia, situarsi pubblicamente al lato dei lavoratori in sciopero.

Questa scelta politica è ovviamente destinata ad affermare e rafforzare il suo ascendente sul movimento operaio. Ma nello stesso tempo in cui allarga o sostiene lo sciopero, il PCF attacca apertamente e molto violentemente gli "irresponsabili" , gli "estremisti" (la parola nel 1947 non era ancora alla moda) che hanno fatto scattare il conflitto. La lettura dei volantini CGT Renault dell'epoca è sotto questo aspetto edificante. Si sono ritrovati simili scritti nel maggio 1968. Si ritrovano oggi nel maggio 1971 nel presente conflitto Renault. "Il PCF non si lascerà mai scavalcare a sinistra" avrebbe dichiarato Duclos in Parlamento. In ogni caso questa è la politica seguita dal PCF da allora, il che spiega la vivezza del suo "odio" contro gli "estremisti".

Ma qui, il PCF ne è perfettamente cosciente, sta il suo punto debole. Svolgendo giorno per giorno una politica nazionalistica, riformistica, inefficace e demoralizzante, il PCF offre il fianco alle critiche che vengono da sinistra. L'opposizione rispettosa nella quale si rincantuccia, nell'ambito politico così come nell'ambito rivendicativo, è assolutamente priva di prospettive e di redditività.

E quando i lavoratori vogliono difendere il loro livello di vita o la loro sicurezza, lo debbono fare malgrado i "comunisti", perfino contro di loro. Anche sotto questo aspetto lo sciopero Renault dell'aprile-maggio 1947 è ricco di insegnamenti. Sulla difesa dei salari la CGT ne parlava, ma non faceva niente per farla sbocciare. l'azione dei militanti dell'Union Communiste della Renault è stata quella di portare alla luce questa contraddizione, impegnando la battaglia, e di mettere in contraddizione l'insieme dei lavoratori con la politica d'inerzia concertata del sindacato.

E lo sciopero Renault dell'aprile-maggio 1947 ha indicato quanto era possibile fare in tale caso. Certo il divorzio tra la classe operaia e il PCF non è stato consumato, tranne forse nel settore Collas. Il gruppo di rivoluzionari che ha svolto questa azione era troppo debole, troppo giovane, troppo poco conosciuto, per potere condurre l'esperienza al di là di ciò che era stato fatto alla Renault. Ma il suo merito fu di avere indicato concretamente, attraverso una azione che ha avuto ripercussione su scala nazionale, la direzione del lavoro da intraprendere per una politica ed un comportamento giusti e le prospettive che si offrono realmente ai rivoluzionari che accettino di confrontarsi con il PCF nel seno stesso della classe operaia.

Queste prospettive esistono ancora e sono perfino più palesi. Il PCF non è più al governo, ma il ruolo di freno svolto dalla CGT e dal PCF diventa sempre più palese per un numero di lavoratori sempre più grande. Questa presa di coscienza rimane sospesa perché mancano in seno alle imprese i militanti rivoluzionari che la sappiano concretizzare. Porre rimedio rapidamente, il più rapidamente possibile, a questa assenza, è il compito dell'avanguardia rivoluzionaria oggi. E' il compito che hanno scelto i militanti di Lutte Ouvrière, che lo adempiono quotidianamente. Così facendo, hanno coscienza di proseguire il lavoro intrapreso dai militanti dell'Union Communiste, lavoro che permise nel 1947 il primo grande sciopero del dopoguerra.

Pierre Bois