La febbre del Bitcoin: sintomo di un sistema economico malato

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La febbre del Bitcoin: sintomo di un sistema economico malato
20 giugno 2021

Da "Lutte de classe" n°217 - Luglio-agosto 2021

Lo scorso aprile il prezzo del Bitcoin ha raggiunto il massimo storico di oltre 64.000 dollari (circa 53.000 euro), un prezzo dieci volte maggiore di quello di un anno prima. Poi è sceso bruscamente, perdendo metà del suo valore. Tutte le criptovalute hanno seguito una traiettoria simile, e le somme corrispondenti sono impressionanti: in totale più di 1200 miliardi di dollari sono andati in fumo nel crash tra il 12 e il 23 maggio. È più del doppio della spesa annuale del governo francese. Se questo crollo non ha portato con sé l'intera economia, perché le criptovalute rimangono un settore relativamente marginale, questa speculazione selvaggia è comunque sintomatica del modo in cui funziona il sistema capitalista e dei rischi che pone alla società nel suo complesso.

Bitcoin è la criptovaluta più antica e conosciuta, ma ce ne sono migliaia. Alla data di questo articolo, rappresenta poco più del 40% del valore totale delle criptovalute, mentre il secondo più importante è Ether che ne rappresenta il 17% circa.

Creato all'indomani della crisi del 2008, il Bitcoin era inteso dai suoi creatori come un'alternativa al sistema finanziario tradizionale. A differenza delle valute come il dollaro o l'euro, che sono emesse da governi e banche, le criptovalute sono generate da programmi informatici. Non hanno forma fisica, come le monete o le banconote, e vengono scambiate via internet. Tutte le transazioni sono registrate in registri pubblici chiamati blockchain e copiate in numerosi computer, gestiti da aziende o da singoli in tutto il mondo. Le transazioni sono verificate per mezzo di calcoli matematici più o meno complicati e da programmi chiamati "miners", che in cambio ricevono nuove unità monetarie, per esempio nuovi bitcoin. È attraverso questo pagamento ai miners che nuovi Bitcoin o Ether vengono creati e messi in circolazione, un'operazione nota come "mining".

I promotori delle criptovalute sottolineano la loro natura decentralizzata e trasparente. Non hanno bisogno di un'autorità centrale, come gli stati, o di intermediari, come le banche. Chiunque può partecipare, purché abbia una connessione internet. Poiché la blockchain è accessibile a tutti, le transazioni sono pubbliche, e poiché migliaia di macchine le verificano, il sistema è considerato non falsificabile.

Nel corso degli anni, le criptovalute e le tecnologie blockchain si sono evolute e hanno trovato nuove applicazioni. Oltre ai sistemi di pagamento e ai servizi finanziari, sono anche utilizzate per eseguire servizi di video o di condivisione di file su Internet, giochi online, sistemi di giochi, di scommesse e aste on line, o per premiare gli utenti di Internet che accettano di visualizzare la pubblicità.

Speculazione rischiosa ma redditizia

I primi utilizzatori delle criptovalute erano appassionati di computer imbevuti di idee libertarie, che le vedevano come un modo per sfidare il potere degli stati e delle banche. Delle reti mafiose si sono presto rese conto che le potevano usare per siti di vendita illegale di prodotti o per riciclare denaro. Le criptovalute alla fine hanno conquistato un certo valore di mercato, e l'aumento a volte improvviso dei loro corsi ha attirato gli investitori in cerca di rapidi profitti. La speculazione sulle criptovalute ha già creato diverse bolle speculative. Alla fine del 2017, per esempio, il prezzo del Bitcoin ha superato brevemente i 20.000 dollari, prima di scendere brutalmente.

I grandi investitori istituzionali, le banche e i fondi d'investimento - che le criptovalute avrebbero dovuto detronizzare - si sono gradualmente interessati a loro, anche se con una certa diffidenza. Ma da quando è iniziata la crisi sanitaria, poco più di un anno fa, alcune aziende importanti hanno iniziato a investirvi forti somme di denaro, principalmente in Bitcoin ed Ether.

Per esempio, il produttore di auto elettriche Tesla ha investito parte della sua liquidità in bitcoin, per 1,5 miliardo di dollari. Poi ne ha venduto circa il 10%, con un profitto. Il gigante dei pagamenti online Paypal ha introdotto diverse criptovalute sulla sua piattaforma, e ne ha acquisito lui stesso grandi quantità. La grande società di software MicroStrategy ha preso in prestito diversi miliardi di dollari per comprare bitcoin. Goldman Sachs ora offre investimenti in bitcoin ai suoi ricchi clienti.

La maggior parte degli investitori istituzionali sono saltati a bordo, dalle banche di investimento come BNY Mellon (la più antica banca di Wall Street) alle compagnie di assicurazione sulla vita e ai fondi di investimento come BlackRock. Le principali reti di pagamento elettronico come Visa e MasterCard hanno annunciato che presto integreranno le principali criptovalute nei loro sistemi.

Le autorità di controllo finanziario accompagnano questo movimento. Diversi stati hanno autorizzato la quotazione in borsa di fondi d'investimento in criptovalute accanto ai prodotti finanziari tradizionali. Ultimamente, la Banca Centrale Europea ha emesso obbligazioni su Ethereum, la seconda blockchain dopo quella del Bitcoin.

Eppure i prezzi delle criptovalute sono altamente volatili: la minima notizia positiva o negativa, una semplice voce o un tweet di una figura conosciuta come il CEO e principale azionista di Tesla e SpaceX Elon Musk, uno degli uomini più ricchi del mondo, sono sufficienti per provocare aumenti o cali di oltre il 10% in mezza giornata.

Questa volatilità ne fa un investimento rischioso, ma anche potenzialmente molto redditizio. Soprattutto perché continua a salire: il prezzo del bitcoin, nonostante il suo recente crollo, è aumentato di quasi quattro volte lo scorso anno, e il valore di alcune criptovalute meno note è aumentato di più di venti volte nello stesso periodo.

Infatti, la grande borghesia dispone attualmente di una massa enorme di capitali che non investe nell'economia produttiva, che non è abbastanza redditizia ai suoi occhi. Questi capitali, che provengono essenzialmente dallo sfruttamento dei lavoratori, sono gonfiati dalla colossale quantità di denaro che gli Stati iniettano nell'economia con il pretesto di superare la crisi: aiuti alle imprese, prestiti a tassi estremamente bassi, ecc. Queste massicce iniezioni, che sono esplose dal marzo del 2020, hanno contribuito a gonfiare numerose bolle speculative, spingendo gli indici di borsa ai livelli più alti da sempre.

Le criptovalute, che sono salite di prezzo grazie agli investimenti della classe medio-alta, stanno anche attirando capitali dai piccoli investitori. Le applicazioni per smartphone che rendono facile comprare e vendere criptovalute hanno guadagnato milioni di nuovi utenti nell'ultimo anno, soprattutto negli Stati Uniti, e i canali YouTube che spiegano come diventare ricchi in questo modo vedono arrivare molti abbonati.

Un rifugio sicuro?

Nonostante la loro volatilità, le criptovalute sono viste da alcuni investitori come un modo per proteggersi dall'inflazione, ossia dalla perdita di valore della moneta. In effetti, l'emissione massiccia da parte delle banche centrali ha aumentato notevolmente l'offerta di denaro in circolazione. Allo stesso tempo l'economia produttiva sta rallentando, mentre i debiti e i disavanzi degli Stati - che in linea di principio garantiscono il valore del denaro - sono aumentati notevolmente. Gli ingredienti classici per un ritorno dell'inflazione sono quindi presenti.

L'inflazione comincia a manifestarsi negli indici dei prezzi al consumo: negli Stati Uniti è ora del 5% su base annua, il livello più alto dal 2008. Ma questa è solo una parte della realtà. I prezzi di molte materie prime sono saliti negli ultimi mesi, dal carburante ai metalli usati nell'industria come il rame, al legname. I prezzi di spedizione sono aumentati. Questi aumenti sono destinati a riflettersi, prima o poi, nei prezzi di molti beni. Allo stesso tempo, la speculazione immobiliare continua a far salire i prezzi delle case, soprattutto negli Stati Uniti.

Le criptovalute, in particolare il Bitcoin, stanno apparendo come un rifugio sicuro contro l'inflazione soprattutto perché rappresentano un'offerta limitata. Ad oggi sono stati creati 18,7 milioni di Bitcoin, e il rilascio di nuovi Bitcoin rallenterà inesorabilmente fino al massimo di 21 milioni fissato dai suoi creatori. Alcuni economisti paragonano quindi il Bitcoin all'oro, che esiste in quantità limitata sulla superficie terrestre, e considerano che la sua funzione sarebbe quella di immagazzinare valore, come i metalli preziosi.

Questo modo di pensare spiega perché Elon Musk ha twittato lo scorso dicembre: "il bitcoin è quasi tanto marcio quanto la moneta fiduciaria". Qui, tutto sta nel "quasi".

L'aggettivo "fiduciario" deriva dal latino fiducia, che significa fiducia. In effetti, le valute emesse dalle banche centrali non sono più convertibili in oro da molto tempo. Il loro valore si basa essenzialmente sulla fiducia che gli si dà, e in certe circostanze questa fiducia può diminuire, a volte molto rapidamente.

Per una società come la Tesla, che possiede grandi quantità di denaro in dollari, convertirne una parte in Bitcoin può essere un modo per proteggerle dall'inflazione. Per le grandi banche e i fondi d'investimento come BlackRock, piazzare una piccola parte del loro capitale nelle criptovalute permette loro di diversificare un po' di più i loro investimenti, diluendo i rischi nel caso in cui i loro investimenti tradizionali diventino meno redditizi, pur incassando profitti speculativi a breve termine finché è possibile.

Il boom del Bitcoin e delle altre criptovalute riflette quindi, in una certa misura, la mancanza di fiducia della borghesia nella capacità degli stati di regolare l'economia, e la loro preoccupazione per il futuro.

Tendenza alla concentrazione e spreco di risorse

Mentre gli inventori del Bitcoin pretendevano di rivoluzionare il sistema finanziario e di mettere l'economia al servizio di tutti, in realtà le criptovalute non sono affatto immuni dalla tendenza generale alla concentrazione del sistema capitalista.

Così, l'analisi della blockchain rivela forti disuguaglianze nella distribuzione dei Bitcoin. Più della metà dei conti esistenti detengono meno di un millesimo di Bitcoin ciascuno, mentre i primi 16.000 (0,05% del numero di conti) detengono un totale di 16 milioni di Bitcoin (85% del numero attuale di Bitcoin, o circa 640 miliardi di dollari). Alcuni di questi grandi conti risalgono ai primi anni del Bitcoin, quando non valeva quasi nulla... e a volte sono diventati inaccessibili perché i loro titolari hanno perso i codici per accedervi. Ma la maggior parte appartiene a grandi aziende o a ricchi speculatori.

Le piattaforme che permettono di scambiare le criptovalute tra di loro e con le valute tradizionali gestiscono decine di miliardi di dollari di transazioni ogni giorno, sulle quali prelevano commissioni. Le più importanti sono diventate banche vere e proprie, offrendo tutti i tipi di servizi come prestiti, carte di credito, ecc. Una di loro, Coinbase, è ora quotata al Nasdaq, il secondo indice di valori di New York con quello di Wall Street. Molti sono registrati in paradisi fiscali, come le Isole Cayman o le Seychelles. In breve, le criptovalute sono lontane dall'aver "rivoluzionato" il sistema finanziario.

La tendenza alla concentrazione è forte anche dal lato dei miners. Poiché la complessità dei calcoli richiesti per il mining dei Bitcoin è aumentata considerevolmente nel tempo, questa attività è ora ampiamente dominata da grandi aziende con vasti capannoni contenenti fino a diverse centinaia di migliaia di macchine specializzate.

L'aumento della capacità di mining, in particolare per il Bitcoin, sta consumando sempre più risorse, perché queste macchine consumano molta elettricità e diventano rapidamente obsolete. Uno studio dell'Università di Cambridge stima che il consumo annuale di energia dei Bitcoin è di oltre 110 miliardi di chilowattora, tra quello dei Paesi Bassi e quello degli Emirati Arabi Uniti. Una singola transazione di Bitcoin richiederebbe più di 1.500 kWh, o il consumo medio di una famiglia statunitense per 54 giorni. Questo in confronto al fatto che 800 milioni di persone nel mondo non hanno accesso all'elettricità ...

Il mining di criptovalute ha causato massicce interruzioni di corrente in Iran, in Siberia e nella piccola repubblica caucasica dell'Abkhazia, dove i miners si sono installati per approfittare dei bassissimi prezzi dell'elettricità. Il governo dell'Abkhazia ha vietato il mining sul suo territorio, ma l'attività è abbastanza redditizia da continuare illegalmente... e da far cadere periodicamente la rete elettrica locale.

L'aumento dei prezzi delle criptovalute ha reso il mining più redditizio, almeno per i miners più importanti che hanno le finanze più consistenti. Alcune aziende specializzate hanno ordinato ultimamente attrezzature di mining per decine o addirittura centinaia di milioni di dollari. Quindi lo spreco non sta per finire.

Gli Stati vogliono mantenere un certo controllo sulla moneta

Nonostante la redditività delle criptovalute, la borghesia non è unanime di fronte al loro sviluppo. Esse sfuggono al controllo delle banche centrali e rappresentano quindi un problema per gli Stati, che sono i garanti degli interessi generali della loro borghesia nazionale. Le criptovalute competono anche con le banche private, e mentre ad alcune banche conviene usarle per la speculazione, altre rimangono molto ostili, come HSBC, che vieta ai suoi clienti di trasferire fondi alle piattaforme di scambio.

I portavoce delle banche centrali e di alcune banche private affermano ripetutamente che le criptovalute sono utilizzate per il traffico di droga, l'evasione fiscale e gli attacchi informatici ("ransomware"). Anche se c'è qualche verità in queste accuse, sono per lo più ipocrite, poiché la stragrande maggioranza delle attività illegali utilizza i canali finanziari tradizionali e alimenta i profitti delle banche più rispettabili, al riparo delle leggi che proteggono il segreto bancario e commerciale.

Nel corso degli anni, gli Stati hanno adottato legislazioni più o meno permissive o restrittive nei confronti delle criptovalute. Nei principali paesi imperialisti il loro uso è regolato solo da alcune disposizioni, come l'obbligo per le piattaforme di scambio di verificare l'identità dei clienti e per loro di dichiarare i loro guadagni alle autorità fiscali.

Gli Stati di per sé non hanno nulla di contrario all'uso delle valute elettroniche; al contrario, la tendenza da anni è quella di ridurre l'uso del contante. In effetti i sistemi di pagamento elettronico fanno risparmiare denaro e sono più facili da tracciare, sia per i governi che per le banche e le aziende che vivono della vendita e dell'analisi dei dati commerciali. Oggi, la maggior parte delle banche centrali si preparano a lanciare versioni elettroniche delle loro valute nazionali, e alcune stanno anche progettando di eliminare del tutto il contante nei prossimi anni. Tuttavia, queste nuove valute elettroniche statali non saranno decentralizzate come il Bitcoin: la loro emissione e circolazione rimarrà sotto il controllo delle banche centrali.

Facebook, che è comunque un'azienda influente, si è scontrata con questo desiderio degli Stati di mantenere il controllo sulla loro moneta. Nel 2017, questa società ha lanciato un progetto di criptovaluta destinato a consentire pagamenti diretti tra gli utenti della rete Facebook, ma anche WhatsApp e Instagram.

Questo progetto si è scontrato con una protesta delle autorità di regolamentazione monetaria, in particolare negli Stati Uniti, ed è stato costantemente respinto. Facebook rivendica quasi 3 miliardi di utenti regolari in tutto il mondo, quindi la sua nuova moneta poteva essere adottata rapidamente e massicciamente, ben più del Bitcoin. Ma le scelte monetarie dell'azienda avrebbero intaccato le prerogative delle banche centrali. Facebook ha dovuto fare marcia indietro, e si prepara ad utilizzare solo una versione elettronica di alcune valute statali come il dollaro.

Il caso della Cina e di El Salvador

Recentemente i media hanno parlato delle politiche in materia di criptovalute di due stati: Cina e El Salvador.

In Cina, il governo controlla l'economia abbastanza strettamente e limita la quantità di yuan che possono essere convertiti in valuta estera. Le criptovalute hanno avuto successo lì proprio perché hanno permesso alla classe media, grande e piccola, di sfuggire a queste restrizioni. Ma nel 2017 lo stato cinese ha bandito le piattaforme di scambio dal suo territorio. Queste piattaforme cinesi, che sono tra le più grandi del mondo, continuano ad operare, ma dall'estero, via internet.

Inoltre, l'attività di mining è fortemente radicata in Cina, dove i costi dell'elettricità sono relativamente bassi: si dice che più della metà della capacità mondiale si trovi in Cina. Ma in diverse province dove l'elettricità proviene da centrali a carbone o a gas, le autorità locali hanno recentemente vietato l'attività per conformarsi agli obiettivi del governo centrale per la riduzione delle emissioni di gas serra. Di conseguenza, alcune compagnie cinesi di mining hanno iniziato a spostare i loro impianti in altri paesi.

Le restrizioni imposte dal governo cinese alle criptovalute stanno infatti accompagnando l'imminente lancio di una valuta elettronica di proprietà statale. È attualmente in fase di implementazione in alcune grandi città, con un lancio a livello nazionale annunciato per le Olimpiadi invernali di Pechino nel 2022. L'obiettivo dichiarato è di eliminare alla fine le monete e le banconote, che sono costose da produrre per un paese così vasto e popoloso, e anche di conquistare un posto per lo yuan come moneta di scambio nelle transazioni internazionali. Da questo punto di vista, le criptovalute decentralizzate come il Bitcoin costituiscono una concorrenza che lo stato cinese sta cercando di limitare.

Al contrario, El Salvador, un piccolo paese dell'America centrale, ha appena concesso al Bitcoin lo status di moneta legale, oltre al dollaro. Questo significa che i commercianti saranno presto nell'obbligo di accettarlo, e che si potranno pagare le tasse con esso. È il primo paese a farlo, e non a caso è un paese povero e con poco peso sulla scena internazionale.

È dal 2001 che El Salvador non ha più una moneta nazionale, quando ha adottato il dollaro statunitense. Il paese è fortemente dipendente dal commercio con gli Stati Uniti. Quasi due milioni di salvadoregni, quasi un terzo della popolazione, sono emigrati negli Stati Uniti, e il denaro inviato a casa da questi emigranti rappresenta da solo quasi un quarto del PIL. Tuttavia questi trasferimenti di denaro passano attraverso società di intermediazione che prelevano pesanti commissioni.

L'uso delle criptovalute ridurrebbe i costi di questi trasferimenti internazionali. Il paese spera anche di attirare i capitali stranieri, e anche gli stessi speculatori, poiché i guadagni in Bitcoin non vi sono più tassati lì, e basta investire tre Bitcoin per ottenere lo status di residente permanente. Infine, l'uso di Bitcoin ridurrebbe in qualche modo la dipendenza dello stato salvadoregno dal dollaro, una valuta sulla quale non ha alcun controllo.

In generale, mentre le maggiori fortune in criptovalute si trovano principalmente nei paesi ricchi, una frazione non indifferente della popolazione di alcuni paesi poveri sta iniziando ad usarle. Per esempio, la Nigeria, la cui moneta subisce un'alta inflazione, è diventata il terzo utente mondiale di criptovalute. Le criptovalute hanno anche visto un certo sviluppo in Venezuela e in Turchia. In un paese come l'Argentina, che ha sofferto diverse crisi finanziarie accompagnate da svalutazioni, le criptovalute possono apparire come un modo per proteggersi da un nuovo limite imposto dal governo sui prelievi bancari. Naturalmente, tutto questo non è per i più poveri, ma piuttosto per coloro che hanno qualche risparmio da mantenere.

Un indicatore dei fallimenti del capitalismo

È difficile prevedere cosa sarà il futuro delle criptovalute nei prossimi mesi e anni, e proprio per questo sono così volatili. Se il loro uso crescerà ancora, probabilmente continueranno ad attrarre investimenti speculativi. In caso contrario, per esempio se i governi si opporranno al loro sviluppo con politiche restrittive, il loro valore potrebbe crollare.

Tuttavia, gli Stati non dominano l'economia e in particolare la finanza, che è incontrollata e incontrollabile. Si trovano di fronte a una contraddizione: da un lato vorrebbero mantenere un certo controllo sul denaro, nell'interesse generale della borghesia, ma dall'altro questa stessa borghesia fa profitti con la speculazione, anche sulle criptovalute, e non intendono fermarla.

Quello che è certo è che questa speculazione aggrava un po' di più l'instabilità generale dell'economia capitalista. È un sintomo di un'economia da casinò in cui il capitale si allontana sempre più dalla sfera produttiva, l'unica che può creare ricchezza per l'umanità. I rischi dei crolli speculativi, gli sprechi e l'inquinamento causati dal mining, sono esempi, tra gli altri, del fatto che la borghesia non si preoccupa affatto dell'utilità sociale dei suoi investimenti e delle conseguenze che possono avere per la società nel suo insieme.

Sarebbe vitale per i lavoratori fermare la corsa alla catastrofe in cui la borghesia e il suo sistema ci stanno portando. La classe operaia sta pagando le enormi somme di denaro spese per la speculazione con l'aumento dello sfruttamento, i ritmi di lavoro sempre più insopportabili, le pressioni al ribasso sui salari, l'aumento della disoccupazione, i tagli di bilancio ai servizi pubblici, ecc.

Tuttavia le tecnologie implementate dalle criptovalute, come le blockchain, non sono di per sé la causa di questo peggioramento e dei rischi di un crash generalizzato. Il problema è che nel sistema capitalista l'intera economia è dominata dalla ricerca sfrenata del profitto individuale.

L'unica via d'uscita è che i lavoratori prendano il potere e strappino il controllo delle aziende alla borghesia. Saranno quindi in grado di pianificare l'economia per soddisfare i bisogni di tutti. Tuttavia, non potranno fare immediatamente a meno del denaro. L'uso di sistemi di contabilità elettronica, magari utilizzando una blockchain, potrebbe poi facilitare la distribuzione delle risorse e il controllo della comunità sull'economia. In questo campo, come in molti altri, il progresso tecnico potrebbe finalmente essere messo al servizio di tutta l'umanità, invece di arricchire una minoranza parassitaria.

20 giugno 2021