Crisi del debito: i problemi della borghesia… e quelli dei lavoratori

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Crisi del debito: i problemi della borghesia… e quelli dei lavoratori
28 giugno 2012

(Da "Lutte de Classe" n° 144 - Luglio e agosto 2012)

A soli quattro anni dalla crisi finanziaria del 2008, il sistema bancario mondiale sembra di nuovo vicino al collasso. La speculazione sul debito degli Stati gioca oggi il ruolo che la speculazione sugli immobili americani aveva giocato nel 2008: nello stesso tempo fonte di profitti rapidi e bomba a scoppio ritardato per l'insieme del sistema finanziario. C'è tuttavia una differenza importante rispetto alla situazione del 2008: questa volta gli Stati, corsi in aiuto alla finanza quattro anni fa, non sono più nelle condizioni di farlo a causa del loro indebitamento.

Il punto nevralgico della fase attuale della crisi è precisamente il debito degli Stati europei legati tra loro dalla moneta unica, l'euro. Da due anni e mezzo, le fasi di panico della finanza e dei dirigenti politici si sono succedute, minacciando ogni volta di far implodere la zona euro. Ogni volta la soluzione trovata non ha prodotto che una breve tregua prima della successiva fase di panico. E, d'altra parte, il ritmo degli avvenimenti ha subito un'accelerazione.

All'inizio, in giugno, c'è stata la minaccia di fallimento del sistema bancario spagnolo e l'annuncio di un piano di aiuti europeo di circa 100 miliardi di euro. Le banche di quel paese sono paralizzate dai debiti in seguito alla crisi della bolla immobiliare spagnola del 2008, scoppiata sulla scia della crisi americana. Circa 184 miliardi di euro di questo "debito-spazzatura" permangono nelle loro casse.

Come succede ogni volta che un piano di aiuti viene messo in atto, ci siamo sorbiti le dichiarazioni di capi di stato sempre molto fieri di se stessi e rassicuranti. Dietro queste fanfaronate, c'è il tentativo ridicolo di ingannare la speculazione sul loro reale potere di padroneggiare la situazione. Un tentativo ridicolo, appunto, perché nel mondo della speculazione si sa benissimo che se gli Stati europei sono venuti in aiuto alle banche spagnole, è perché lo Stato spagnolo non è più in grado lui stesso di venir loro in aiuto in quanto è in procinto di essere trascinato, come la Grecia, nella spirale del super indebitamento.

L'ansia dei gruppi dirigenti di tutto il mondo, all'avvicinarsi delle elezioni legislative di giugno in Grecia, ha mostrato quanto la situazione di quel paese sia considerata ancora pericolosa. Non era tanto il colore del governo che sarebbe uscito dalle urne a preoccuparli. Quello che temevano e temono ancora è che il minimo piccolo annuncio possa giocare il ruolo di scintilla e provocare un panico finanziario, in un contesto in cui il sistema bancario mondiale è più che in difficoltà, come attesta il recente declassamento delle grandi banche mondiali da parte delle agenzie di rating.

Su scala mondiale, e ancora di più in Europa, l'economia è trascinata in un circolo vizioso in cui i piani di austerità imposti dagli Stati per pagare il loro debito hanno come conseguenza automatica un aggravamento della crisi economica, che a sua volta impedisce loro di alleggerire il debito e indebolisce i mercati finanziari.

Ma per comprendere come il cappio della finanza si è creato e, a poco a poco, stretto, bisogna risalire alla crisi finanziaria del 2008 e anche, almeno rapidamente, a quello che caratterizza l'economia capitalista da diverse decine di anni: la sua crescente finanziarizzazione .

I capitali restii ad essere investiti nella produzione sono rifluiti verso la speculazione...

Dopo il rallentamento dell'economia dei primi anni '70 e la fine del periodo detto dei "Trenta gloriosi", l'economia capitalista mondiale si è caratterizzata per la debolezza degli investimenti produttivi. Una parte sempre crescente dei profitti realizzati nella produzione non è stata reinvestita nella produzione e ha cercato degli sbocchi diversi.

Questi profitti sono stati utilizzati per comprare delle imprese concorrenti , sono serviti per acquistare delle imprese privatizzate, sono stati prestati agli Stati o sono andati verso tutt'altro tipo di investimenti finanziari, ma si sono avuti pochissimi investimenti produttivi, almeno in rapporto alla somma globale dei profitti generati dalla produzione. E questo ha ugualmente contribuito, a sua volta, a rallentare l'economia stessa, perché è nella produzione che si crea la ricchezza.

Capitali in numero sempre più importante sono così affluiti verso la sfera finanziaria e hanno alimentato la speculazione.

Le attività bancarie sono tanto vecchie quanto il capitalismo e gli sono necessarie. Ciò perché è essenziale che dei capitali siano continuamente disponibili per ammortizzare gli inevitabili sbalzi della produzione e della distribuzione, per rendere possibile la crescita della produzione, o semplicemente per il funzionamento quotidiano dell'economia.

Quando un'impresa deve pagare i suoi fornitori o i suoi salariati, ha bisogno di avere accesso a capitali. Ugualmente essa, nella misura in cui smaltisce le sue merci, affida alle banche il capitale riscosso perché sia disponibile per altri capitalisti, evidentemente in cambio di un interesse. Il sistema bancario, dunque, gestisce i flussi di capitali che passano da un capo all'altro dell'economia in funzione dei bisogni di questa e della redditività degli investimenti.

E in un'economia anarchica, dominata dalla ricerca del massimo profitto individuale, il sistema bancario appare come una "socializzazione" dell'utilizzo del capitale. Ciò in quanto esso ne concentra la gestione nelle mani di qualche grande banca, chiaramente senza intaccare la proprietà privata dei capitali che ogni capitalista può in ogni momento ritirare e depositare in un altro istituto bancario. Per riprendere una frase di Marx: "Le banche creano, su scala sociale, la forma, ma solamente la forma, di una contabilità e di una ripartizione generale dei mezzi di produzione". Il sistema bancario serve dunque a fluidificare la circolazione dei capitali nell'economia. Ed è proprio questa "fluidità" o "liquidità" di una parte dei capitali a rendere la speculazione possibile.

Da un certo punto di vista, anche gli investimenti produttivi sono speculativi, perché tutti gli investimenti sono una scommessa sull'avvenire. Un capitalista recupera il capitale investito nella produzione, aumentato del suo profitto, solo nel caso in cui riesca a vendere i suoi prodotti. La speculazione finanziaria, che consiste nell'acquistare un prodotto per rivenderlo scommettendo unicamente sull'evoluzione del suo prezzo, segue dunque la stessa logica. Con la differenza importante che è nella produzione che si realizza la creazione delle ricchezze. E i guadagni della speculazione non sono in definitiva che un prelievo sui profitti realizzati nella produzione.

Globalmente, la speculazione quindi non crea ricchezza. Può tuttavia generare delle fortune rapide! Sotto gli effetti di una domanda importante, certi prodotti possono vedere balzare in alto il loro prezzo, e allora comprare per poi rivendere diviene una fonte di profitto immediato che può perfino apparire infinita.

La speculazione può puntare sulle azioni delle imprese, sulle materie prime ma può anche prendere la forma di contratti di assicurazione su investimenti finanziari oppure contratti a cui si dà il nome generico di "prodotti finanziari derivati".

Nel corso degli ultimi decenni c'è stata una vera e propria esplosione di questi "prodotti finanziari". Poiché la quantità di capitali in cerca di un impiego lucrativo è in continua crescita, le banche e le altre istituzioni finanziarie non hanno cessato di inventare nuovi "prodotti" per rispondere alla domanda. Al punto che oggi George Soros, un finanziere assai noto negli anni '90, afferma che non capisce più niente di tutti questi nuovi prodotti derivati immessi nei mercati finanziari.

Questi "prodotti derivati" sono delle scommesse sull'andamento di questo o quel prodotto o sull'andamento di una moneta in rapporto a un'altra. Possono essere costruzioni matematiche ultra-sofisticate, e divenire perfino incomprensibili a coloro che intendono piazzare i propri capitali. È vero che per scommettere sui cavalli (e per vincere!) non occorre avere una conoscenza esaustiva dell'anatomia di questo animale.

D'altronde, una parte consistente di investimenti si fa senza che tutti i termini del contratto siano realmente compresi, tanto sono complicati. E in realtà è la fiducia nell'istituzione nella quale i detentori di capitale investono il loro denaro a servire da garanzia. La fiducia che ispira una banca o un fondo d'investimento è un elemento cruciale per la sua sopravvivenza: se c'è fiducia, i capitali affluiscono senza problemi; se c'è sfiducia, si ritirano precipitosamente, con la possibilità di trascinare l'istituzione verso il fallimento.

Qualche anno fa, il finanziere americano Bernard Madoff era riuscito, alla testa del suo fondo d'investimento, a farsi affidare diverse decine di migliaia di dollari semplicemente in base alla sua reputazione di speculatore senza pari. In realtà, egli distribuiva "profitti" che altro non erano che parte dei soldi che gli affidavano nuovi clienti. Ovviamente dopo che Madoff stesso si era preso la sua parte. La BNP e la Société Générale, per esempio, sono stati "clienti" di Madoff e gli hanno affidato del denaro da investire. Nel 2009 il finanziere è stato condannato dalla Giustizia americana a 150 anni di prigione per truffa.

In ultimo, le bolle speculative sono l'espressione più visibile della speculazione. Esse sono il risultato del comportamento da gregge di pecore degli investitori: se il tale prodotto ha il vento in poppa per una ragione o per l'altra, tutti si precipitano su di esso, il che contribuisce a farne ulteriormente salire il valore. Fino al momento in cui, per una ragione o per l'altra, quel prodotto non ha più il vento in poppa. Allora il comportarsi come pecore comporta il crollo di quegli stessi valori che fino a quel momento erano stati spinti in vetta: gli stessi speculatori si precipitano ora a vendere il loro prodotto prima che si deprezzi completamente, ma essi, così facendo, accelerano la caduta di valore del prodotto che detengono.

Bolle speculative appaiono e si riassorbono costantemente al ritmo degli avvenimenti economici, quali la penuria temporanea di un determinato genere alimentare, un cattivo raccolto su scala mondiale o difficoltà di approvvigionamento di gas e petrolio in seguito a un conflitto militare. Si hanno inoltre ondate speculative molto puntuali su numerose derrate alimentari i cui prezzi aumentano poco prima del raccolto e cadono in seguito.

Masse considerevoli di capitali stanno dunque cercando, in modo permanente, il loro impiego più profittevole. E il più piccolo capitalista, dal momento in cui una parte del suo capitale non è più immobilizzato nella produzione, contribuisce alla speculazione in una maniera o nell'altra. Non ci sono speculatori da una parte e industriali dall'altra: è l'insieme dei profitti della classe capitalista che costituisce il carburante della finanza e della speculazione.

...e in cambio hanno soffocato la produzione

Se alla base del funzionamento del capitalismo il credito bancario è destinato a giocare il ruolo di ossigeno supplementare per i capitali investiti nella produzione e in funzione dei bisogni di questa, la finanziarizzazione crescente che l'economia mondiale ha conosciuto da circa quarant'anni ha al contrario contribuito a soffocare sempre di più la produzione. In modo colorito si può dire che il capitalismo si è progressivamente soffocato nel proprio grasso di capitali.

L'esempio del petrolio è illuminante. Tanto più che, storicamente, è qui che inizia la prima fase di questa finanziarizzazione.

Quando alla fine degli anni '60 divenne sempre più chiaro che l'economia capitalista stava entrando in una fase di crisi, le multinazionali del petrolio, grazie alla loro posizione di monopolio, fecero la scelta di ridurre i loro investimenti produttivi e di gonfiare i loro profitti scommettendo sull'esplosione dei prezzi del petrolio e riducendone l'offerta. Fu il primo "shock petrolifero" che scatenò una crisi brutale di tutta l'economia mondiale.

Le multinazionali del petrolio incamerarono allora profitti formidabili. Questi capitali, questi "petrodollari", come furono chiamati, che erano a caccia di investimenti remunerativi ma che, in gran parte, le multinazionali si rifiutavano di impiegare nella produzione, furono la prima espressione di questa tendenza alla finanziarizzazione.

Ancora oggi le capacità di raffinazione sono molto vicine a quelle degli anni '80. Per contro, se i capitali hanno abbandonato il settore della raffinazione, essi sono stati attirati dalla speculazione lucrosa sui prezzi del petrolio, facendo salire i prezzi della benzina alla pompa e rincarare, ad esempio, il prezzo del trasporto delle merci.

Da circa quarant'anni la borghesia non accresce i suoi profitti sviluppando radicalmente la produzione, ma spremendo sempre di più la società e la classe operaia. Così facendo, essa mantiene la società in questa situazione di crisi economica permanente. La caratterizzazione generale di Marx a proposito delle crisi si applica più che mai: "La ragione ultima di tutte le vere crisi resta sempre la povertà e il limite imposto al consumo delle masse, contrariamente alla tendenza che spinge, dall'altra parte,la produzione capitalista a sviluppare le forze produttive come se il limite di queste ultime risiedesse nella capacità assoluta di consumo della società".

Finanziarizzazione e produzione industriale fiacca sono dunque le due caratteristiche dell'economia capitalista che si alimentano in permanenza l'una con l'altra. La speculazione strangola la produzione e ciò, di conseguenza, spinge sempre di più i capitali verso la finanza.

La crisi del settore immobiliare americano e la sua diffusione planetaria

La finanza mondiale ha conosciuto numerose fasi di euforia seguite da un crac finanziario. Senza andare troppo indietro nel tempo, si può ricordare il crac del 1987 dopo una speculazione sulle azioni delle imprese americane i cui profitti erano drogati da un valore del dollaro molto basso. C'è stata la crisi delle "tigri" e dei "dragoni" del Sud-est asiatico, Stati come la Corea del Sud, la Thailandia, Singapore, l'Indonesia o ancora Hong Kong le cui borse avevano attirato i capitali in seguito ad investimenti in questa regione. C'è stata la crisi della bolla Internet nel 2000 e nel 2001.

Ogni volta dei capitalisti ci hanno perso soldi e degli altri ne hanno approfittato per arraffare la posta. E ogni volta gli Stati sono intervenuti per impedire che un crac finanziario si traducesse in fallimenti a catena.

Ma in questa successione di boom e di crac finanziari, l'ultima crisi, quella dell'immobiliare americano nel 2007 e 2008, la "crisi dei subprimes", ha avuto una ripercussione di un'ampiezza ineguagliata dalla crisi del '29.

Il mercato immobiliare degli Stati Uniti aveva conosciuto una speculazione sfrenata dagli inizi degli anni 2000: i rialzi dei prezzi del settore avevano portato a nuove costruzioni e l'insieme aveva attratto somme considerevoli. Ma a forza di salire, i prezzi dell'immobiliare hanno finito per vedere diminuire il numero dei compratori potenziali e le costruzioni in cantiere si sono rivelate molte di più di quelle che il mercato poteva assorbire.

Allora, quando il mercato immobiliare ha cominciato a dare segni di inversione di tendenza, le banche ed altri istituti finanziari hanno cercato di far durare la bolla speculativa prestando ai compratori che avevano meno mezzi. Questi prestiti, che sono stati chiamati subprimes, hanno anch'essi attirato importanti capitali: circa 640 miliardi di dollari nel 2006. Per un investitore, piazzare il proprio capitale in subprimes significava sicuramente un prestito un po' rischioso, perché concesso a un compratore che, avendo pochi mezzi, poteva trovarsi nelle condizioni di non rimborsare il debito. Era tuttavia un prestito comunque molto redditizio. E poi, considerando il rischio di mancato pagamento, gli investitori si erano assicurati presso istituti specializzati (questi contratti di assicurazione sono divenuti, a loro volta, un terreno di speculazione). In ultima istanza, i prezzi alti degli immobili americani erano la garanzia degli investitori.

Tutto posava dunque sulla convinzione di una crescita ininterrotta dei prezzi degli immobili. Quando questa crescita si è tramutata nel suo contrario, tutto il castello finanziario è crollato. E tutti quelli che, negli Stati Uniti e in altri paesi del mondo, avevano investito del denaro nel settore immobiliare americano hanno visto crollare il valore dei propri investimenti.

L'importanza di questo mercato, nel cuore dell'economia più potente del mondo, è tale che il suo crollo ha avuto conseguenze economiche planetarie. E anche ogni crollo parziale successivo ha provocato un'onda d'urto finanziaria.

Lo scoppio della bolla ha trasformato di colpo una parte degli averi delle banche su scala mondiale in un semplice straccio di carta senza alcun valore, spingendo al fallimento anche la Banca Lehman Brothers che era una delle più potenti di Wall Street.

Per il funzionamento quotidiano dell'economia capitalista, gli scambi di valori tra le banche, gli scambi interbancari, sono vitali come la circolazione del sangue in un organismo. Il ruolo delle banche considerate è più o meno cruciale in rapporto alle loro dimensioni.

La caduta di un colosso come la Lehman Brothers ha amplificato l'onda d'urto del crac. Il fallimento di questa banca ha avuto una conseguenza "sistemica" secondo un aggettivo diventato poi molto di moda. L'importanza dei titoli tossici che infestavano i conti delle banche e il fatto che un gigante come la Lehman Brothers potesse fallire hanno letteralmente paralizzato il sistema bancario mondiale. Praticamente nessuno scambio si poteva fare perché le banche non avevano più nessun modo di fidarsi l'una dell'altra. Le borse mondiali, questi termometri dell'economia capitalista, sono crollate. A Parigi in cinque giorni l'indice Cac 40, che rappresenta il valore delle più grandi imprese francesi, è caduto del 22%.

Dopo la crisi del 2008, gli Stati salvano le banche

Per porre termine a questo panico bancario gli Stati sono intervenute dichiarando che non avrebbero più lasciato fallire nessun'altra Banca di dimensioni "sistemiche". Cioè hanno annunciato che sarebbero venuti in aiuto a tutte le grandi banche in difficoltà con il denaro statale necessario. Tutti gli Stati hanno allora messo mano alle tasche per portare capitali alle loro banche private, chiedendo prestiti alle une per prestare alle altre, facendo da garanti nelle relazioni interbancarie.

Gli Stati sono anche intervenuti per il tramite delle banche centrali, iniettando nuovo denaro al posto dei titoli sospetti. Così le banche centrali hanno prestato somme garantite dagli Stati in cambio di titoli che non valevano più niente agli occhi degli stessi banchieri.

Somme allucinanti sono state prestate alle banche private a tassi che sfidavano ogni concorrenza. Pochi mesi fa, in un libero dibattito pubblicato dal giornale Le Monde, Michel Rocard e Pierre Larouturou, due politici certamente non sospetti di essere pericolosi rivoluzionari, hanno rivelato che alla fine del 2008, poco dopo lo scoppio della crisi finanziaria, i prestiti fatti alle banche dalla Banca centrale americana ammontavano ad un totale di 1200 miliardi di dollari con un tasso d'interesse dello 0,08%. La Banca centrale europea, continuando sulla stessa scia, ha fatto una politica simile, di credito facile e quasi illimitato.

Da un lato i politici come Obama e Sarkozy discorrevano sulla moralizzazione della finanza, e dall'altro le banche centrali, cioè in fin dei conti gli Stati, riarmavano le banche con munizioni che preparavano la fase speculativa successiva.

Le banche centrali, con la loro politica di credito facile, si assumevano il rischio di screditare il loro denaro agli occhi dei finanzieri. Anche se la Banca centrale americana è quella che ha aperto di più i cordoni del credito, il dollaro che si appoggia all'economia più potente del pianeta rimane la moneta più affidabile agli occhi di tutti quelli che cercano di investire i loro capitali. D'altra parte, tutte le banche centrali, dopo la Banca centrale americana, hanno avuto questa politica di credito facile. Ed è questo che per ora ha evitato un crollo del valore di una moneta nei confronti delle altre.

Le cause dell'aumento del debito degli Stati

Lo scoppio della crisi nel settore finanziario ha ovviamente avuto conseguenze sulla produzione: le imprese hanno avuto più difficoltà ad ottenere prestiti da parte delle banche, i progetti immobiliari sono stati interrotti, la disoccupazione è cresciuta rapidamente. Già nel gennaio 2009 il governo francese annunciava 90000 disoccupati di più in un mese.

Da quel momento gli Stati si sono indebitati sempre più per sovvenzionare i profitti. Hanno cercato di incentivare gli ordinativi dei grandi gruppi industriali, come quelli dell'automobile con il premio alla rottamazione, o anche quelli dell'industria farmaceutica con quei milioni di vaccini contro l'influenza A ordinati generosamente dalla ministra francese della salute di allora, Roselyne Bachelot.

Hanno largamente esteso la loro politica di sgravi di contributi sociali padronali e di sgravi di imposte. In Francia, mentre le piccole imprese con meno di nove salariati hanno un tasso di imposizione reale dei benefici del 30% circa, le imprese del Cac 40 pagano un'imposta effettiva stimata all'8%.

Un rapporto della Corte dei conti del 2010 dava una stima di 172 miliardi di euro di "nicchie fiscali" a favore delle imprese. È molto difficile fare l'elenco degli sgravi di imposte e di queste "nicchie fiscali" di cui approfittano i capitalisti perché dietro questa definizione ci sono molte cose diverse, e perché tutto ciò è incredibilmente opaco. Ma dietro gli aiuti dello Stato per "favorire l'occupazione"o "favorire la ricerca" ad esempio, ci sono sempre grandi gruppi che incassano il massimo. Il credito d'imposta a favore della ricerca è costato 4,5 miliardi di euro nel 2010 e sono state le grandi imprese a prenderne la parte del leone, assorbendo più della metà di questi aiuti. Ci sono anche gli innumerevoli cosiddetti aiuti all'occupazione. L'ammontare complessivo di essi corrisponde ad un regalo di circa 30 miliardi di euro l'anno. Questi aiuti hanno assunto una tale importanza che oggi ci si può chiedere se qualche grande impresa paghi davvero contributi sociali completi sui salari degli operai.

Tutti questi regali sono stati finanziati dallo Stato tramite un indebitamento crescente presso le banche private, le stesse banche che esso aveva salvato dal fallimento nel 2008.

Lungi dal consentire il rilancio dell'economia, ciò ha invece appesantito fortemente il debito degli Stati: dall'inizio del 2008 ad oggi il debito dello Stato francese è aumentato di quasi 500 miliardi di euro e questa esplosione del debito è allora diventata il nuovo bersaglio della speculazione.

Il caso particolare della speculazione sul debito degli Stati europei

La speculazione sul debito degli Stati e sulla loro moneta non è una novità. Bisogna ricordarsi le incessanti speculazioni sulle monete europee prima della creazione dell'euro. Gli speculatori giocavano il marco contro il franco, la sterlina contro il marco, ecc... Nel 1992, mentre la Gran Bretagna affondava nella crisi economica, George Soros, finanziere alla testa di un enorme fondo speculativo, era anche riuscito grazie ad un "bel colpo"a costringere la Banca d'Inghilterra a svalutare la sterlina.

L'euro, al suo lancio, era stato presentato come il mezzo per sopprimere la speculazione tra le monete dei vari paesi europei. Istituito l'euro, ciò in effetti avvenne. Ma un'altra speculazione, non prevista all'epoca, stava per introdursi tra gli Stati europei.

All'inizio dell'euro, tutti gli Stati della zona euro hanno potuto ottenere prestiti quasi agli stessi tassi. Dalla Grecia alla Germania, quando uno Stato otteneva prestiti da una banca privata, questa si assicurava in cambio un riconoscimento di debito in euro. Non essendoci all'epoca sospetti sulla solvibilità dei vari Stati, le banche non avevano alcun motivo di fare una vera distinzione tra i debiti di un paese e quelli di un altro. I capitali si sono allora più meno ripartiti tra i vari Stati.

Dopo il crac del 2008, tuttavia, l'aumentato indebitamento degli Stati ha cominciato a seminare il dubbio sulla loro solvibilità. Avrebbero potuto davvero rimborsare tutto quello che avevano preso a prestito? E la crisi economica ha rapidamente messo in evidenza il fatto che, pur avendo tutti la stessa moneta, i paesi della zona euro non avevano la stessa economia, né la stessa resistenza alla crisi, né lo stesso Stato con la stessa politica economica e fiscale.

Uno Stato che si recava allo sportello di una banca per prendere degli euro in prestito fu presto trattato in modo diverso secondo che si trattasse della Germania o della Grecia. E la libertà di movimento dei capitali ha fatto sì che le difficoltà della Grecia ad ottenere prestiti, o di altri paesi quali Spagna o Italia, hanno invece reso l'accesso al credito più facile per paesi meno minacciati come la Germania o la Francia. Se gli Stati capitalisti sono tutti molto indebitati, quelli meno mal messi se la cavano meglio. Come recita il detto "nel regno dei ciechi anche un guercio è re" e la disparità dei tassi tra i paesi europei è rapidamente diventata un campo per la speculazione.

E a fine 2009, il governo greco del socialista Papandreu, appena eletto, nel rivelare che il disavanzo annuale dello Stato greco non era del 6% del Pil, come invece aveva affermato il precedente governo, bensì del 12,7%, ha indicato il suo paese come bersaglio privilegiato di tutti coloro che speculavano sul debito.

In seguito, le anticipazioni sull'evolversi dei tassi d'interesse dei prestiti alla Grecia, così come la speculazione sui contratti di assicurazione su questi prestiti, hanno automaticamente fatto salire i tassi d'interesse, e tutto questo ha finito per trascinare la Grecia nella spirale dell'indebitamento eccessivo.

In tale contesto, gli annunci delle agenzie di rating sono apparsi come appelli al linciaggio ad opera della speculazione nei confronti dei paesi più indebitati. Le note attribuite da queste agenzie ai vari Stati pretendono di valutare la loro solvibilità. Danno indicazioni come i giornali che stimano i cavalli prima di una corsa... Queste agenzie trattano la speculazione come i giornali di scommesse ippiche trattano le corse di cavalli. Tra l'altro, sono molto spesso in ritardo sulla speculazione stessa, nonostante abbiano la presunzione di anticipare e prevedere. Esse, ad esempio, non avevano né anticipato il crac dell'immobiliare americano, né previsto i problemi finanziari dello Stato greco. E soprattutto, non fanno altro che indicare le future vittime della speculazione ben lungi dall'esserne la causa.

La speculazione sul debito della Grecia e contro l'euro, uno scontro tra le banche e gli Stati

E' sul debito della Grecia che la speculazione si è più accanita a partire dal 2009. Eppure non c'è alcun motivo perché la spirale infernale dell'indebitamento eccessivo sia riservata alla sola Grecia. Anche se si eliminasse la Grecia dal campo della speculazione, i capitali comunque dovrebbero essere investiti da qualche parte. E di fronte ai loro due imperativi contraddittori, affidabilità e redditività, è inevitabile che gli Stati più fragili siano quelli che devono pagare i tassi di interesse più alti, il che li rende... ancora più fragili.

La speculazione ha già trovato altri obiettivi: Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia. Anche la Francia è nel mirino. Come diceva recentemente un economista francese: "la questione non è tanto di sapere se saremo coinvolti, ma quando". E ciò Tanto più che la moneta unica, l'euro, collega tutti i paesi europei tra di loro.

Infatti, ogni pressione della speculazione sul debito greco ha portato ad una caduta del valore dell'euro nei confronti delle altre valute internazionali quali il dollaro americano o lo yen giapponese. E questo ha costretto le grandi potenze europee, come Germania e Francia, ad intervenire per garantire fino ad un certo limite i debiti della Grecia perché era in gioco il valore della loro moneta.

D'altra parte, tra le banche che avevano concesso prestiti allo Stato greco, molte erano francesi o tedesche, e un fallimento della Grecia si sarebbe ripercosso su queste banche. Dietro i cosiddetti aiuti alla Grecia, quindi, ci sono innanzitutto piani di aiuto alle banche e, tra l'altro, alle banche francesi e tedesche. Ad ogni pagamento di questi cosiddetti aiuti alla Grecia, la maggior parte del denaro, tra il 58% e il 70% secondo gli economisti, esce immediatamente dal paese per approdare nelle casseforti di banche straniere. L'ultimo comunicato del fondo europeo di stabilità finanziaria (il Fesf, incaricato di questi versamenti) pubblicato poche settimane fa, è da quel punto di vista istruttivo. Esso precisa che i 4,2 miliardi di euro versati dovranno finire "su un conto riservato specialmente al pagamento del servizio del debito greco", cioè al pagamento degli interessi delle banche creditrici.

Questi interventi degli altri paesi europei danno una base ancora più larga alla speculazione. Il fatto che dietro la Grecia ci siano Stati più potenti il cui interesse è impedire il suo fallimento accresce le possibilità di pressione degli usurai sulla Grecia. Un usuraio che fa pagare un poveraccio raddoppierà l'accanimento se si rende conto che esso ha uno zio fortunato!

Ogni accesso febbrile della crisi del debito greco scatena un vero scontro tra le banche e gli Stati europei. Le banche battono il pugno sul tavolo perché gli altri Stati forniscano alla Grecia i soldi per pagare le sue cambiali. Dall'altra parte, gli Stati sanno che questo significa indebitarsi sempre di più, con il rischio di dare sempre più fiato alla speculazione sul loro debito.

Alla fine del 2011, le banche hanno accettato di riesaminare il debito della Grecia per diminuirlo. Anche lo strozzino più feroce sa che deve lasciare la sua preda in vita se vuole continuare a farla pagare. Senza contare che, a causa dell'autentico rischio di fallimento della Grecia, il valore dei debiti greci sui mercati finanziari è calato notevolmente. Facendo uno sconto sui propri crediti, le banche non hanno fatto altro che sancire il prezzo reale degli stessi.

Il sistema bancario è, d'altro canto, fragile. Numerose banche sono in una situazione difficile e, pena il fallimento, non possono permettersi perdite troppo importanti. La situazione catastrofica delle banche spagnole, per esempio, lo ricorda. Inoltre, il mancato rimborso dei debiti della Grecia o dei debiti di altri paesi come Spagna o Italia avrebbe senz'altro conseguenze simili al crac del 2008.

Di fronte agli attacchi speculativi, i governi europei hanno finora cercato soluzioni che si addicono più al gioco del poker che ad altro. Ogni volta hanno affermato che l'insieme degli Stati europei non avrebbe lasciato la Grecia fallire mettendo sul tavolo somme importanti. Essi sperano così di scoraggiare la speculazione a scommettere sul fallimento della Grecia o di un altro Stato europeo. Ciò, tuttavia, è sempre durato solo poco tempo e ogni annuncio di difficoltà economica o politica in Grecia, in Spagna o in un altro paese nel mirino della speculazione, provoca una nuova ondata speculativa. La speculazione sul debito agisce come un acido tossico sui legami tra gli Stati europei mettendo sempre di più alla prova la solidità dell'euro.

In realtà, dietro lo scontro tra le banche e gli Stati, c'è una profonda impotenza degli uni e degli altri a gestire la crisi del debito e a controllare la loro propria economia.

Le borghesie europee di fronte alla crisi del debito: banditi rivali legati alla stessa catena

Per ora i paesi più ricchi, Germania in testa, hanno fatto la scelta di mantenere la coesione dell'euro e di far restare tutti i paesi nell'eurozona, anticipando alle banche i rimborsi che chiedevano e imponendo piani di austerità feroci alle popolazioni per pagare le banche stesse. Accettare il fallimento della Grecia vorrebbe dire assumersi il rischio di estendere il contagio della speculazione sul debito agli altri Stati più indebitati, il che porterebbe all'esplosione della zona euro. Sarebbe un ulteriore passo verso il peggioramento della crisi, un passo molto importante perché si accompagnerebbe al ritorno di un protezionismo esacerbato tra paesi europei.

Le politiche di austerità pongono tuttavia un problema reale all'economia capitalista perché non fanno altro che peggiorare la crisi. La borghesia si trova davanti ad un vero dilemma: per una parte del suo capitale, quello che essa affida alle banche, vuole essere pagata con tassi di interesse alti, ma per un'altra parte, quella costituita dalle sue fabbriche, vuole poter smaltire e vendere le merci. Il gruppo Psa - Peugeot - Citroën, ad esempio, vorrebbe che lo Stato agevolasse la vendita delle sue auto, pur vantandosi di avere 11 miliardi di euro di liquidità. Questa somma non sta dormendo sotto qualche materasso e contribuisce quindi alla speculazione in un modo o nell'altro.

Alcuni economisti e dirigenti politici, nel tentativo di allontanare la speculazione dalla zona euro, sostengono la necessità di una mutualizzazione del debito degli Stati europei, ad esempio mediante all'emissione di "eurobonds". Non sarebbe più questo o quello Stato ad andare a chiedere prestiti allo sportello di una banca, ma l'insieme dei paesi dell'eurozona. Ciò significherebbe porre dietro a ogni prestito la garanzia anticipata dell'insieme degli Stati della zona euro.

Di fronte alla catastrofe che si sta profilando, gli Stati sono spinti precipitosamente a tentare di colmare la carenza essenziale della moneta unica europea dall'inizio della sua esistenza: la mancanza di unificazione politica dei paesi dell'eurozona. Il problema è che ciò significa far pagare sistematicamente gli Stati più ricchi, tra cui la Germania. Non si può immaginare che questa possa accettarlo senza imporre una contropartita, ad esempio un'autorità sempre più importante sulle finanze degli altri Stati europei. Questi, a loro volta, accetteranno tale sottomissione? Niente è meno sicuro.

Di fronte all'accumularsi di piani di austerità, si sente sempre più parlare di "piani per la crescita"da attuare . Hollande se n'è fatto il propagandista durante tutta la sua campagna presidenziale.

Queste sono, innanzitutto, chiacchiere elettorali. Tutta la classe capitalista, e ovviamente anche i politici al suo servizio, si augurerebbero la crescita dell'economia, cioè lo sviluppo generale della produzione. Ma né gli uni né gli altri sono capaci di crearla. La loro economia è fondamentalmente imprevedibile e incontrollabile sotto il regno delle leggi del profitto e della concorrenza.

In realtà, questi "piani di crescita" saranno solo nuovi aiuti al padronato sotto forma di regali fiscali o di ordinativi di Stato. Il primo ministro britannico David Cameron ha detto: "austerità e crescita non si escludono a vicenda", ovvero austerità per i lavoratori e crescita dei profitti per i capitalisti.

Queste correnti riformiste che pretendono di voler regolamentare il capitalismo

Di fronte alla speculazione irrefrenabile, ci sono correnti politiche che si ergono a medici dell'economia capitalista e avanzano false soluzioni per curare o addirittura guarire l'economia capitalista dalla questa spirale soffocante della speculazione stessa. Queste correnti fanno finta di gridare alla catastrofe davanti alla borghesia... per ottenere i voti dei lavoratori.

E' chiaro che la finanza non si preoccupa di queste sceneggiate. Basti vedere come le grandi banche trattano gli stessi governi. Esse devastano e saccheggiano lasciando gli Stati nella condizione di doversi arrangiare nel tentativo di rimettere un po' d'ordine. Queste grandi banche sono francesi, tedesche, italiane e anche greche. Esse speculano sui debiti degli Stati europei rischiando di fare implodere l'Unione europea, cioè il contesto della loro stessa economia.

Al fine di sedurre l'elettorato di sinistra in Francia, il Fronte di sinistra, composto dal partito di Mélenchon e dal PCF, ha assunto a punto chiave della sua campagna elettorale l'idea che gli Stati possano ottenere prestiti direttamente presso la Banca centrale europea, scavalcando le banche private che fanno profitti importanti come intermediari.

È vero che questo raggiro delle banche è scioccante ed emblematico del controllo del capitale finanziario sull'insieme dell'economia. Per porre fine a tale raggiro, tuttavia, ci vorrebbe ben altro delle minacce verbali di un politico in campagna elettorale. Questa possibilità offerta alle banche è in realtà solo uno dei molti aspetti del parassitismo del capitale finanziario nei confronti della società. D'altra parte, cosa significherebbe precisamente consentire agli Stati di chiedere prestiti direttamente alla Banca centrale europea, se non permettere agli Stati medesimi di riassorbire i loro debiti mediante l'inflazione? E quali sarebbero le conseguenze per i lavoratori?

E' del resto possibilissimo che la borghesia e i suoi banchieri, ad un certo momento dell'evoluzione della crisi, facciano la scelta dell'inflazione. Le banche troverebbero in quel caso i mezzi per salvaguardare al massimo i loro averi. Per i lavoratori e gli strati popolari in generale, un'inflazione crescente significherebbe, al contrario, un crollo del potere d'acquisto ed un depauperamento accelerato. Per la classe operaia ciò significherebbe scegliere di crepare di miseria a causa della disoccupazione o perché il potere d'acquisto si scioglie come neve al sole.

Mélenchon, in realtà, si presenta alla borghesia come un'alternativa possibile nel caso in cui essa avesse bisogno di questo genere di politica e, quindi, di un governo capace di fare ingoiare il rospo ai lavoratori.

Un solo programma di lotta per i lavoratori

Questo genere di proposta è solo un polverone. Di fronte ai discorsi elettorali da periodo di crisi bisogna invece che i lavoratori portino avanti misure di sopravvivenza, le proprie esigenze che corrispondono ai loro interessi collettivi.

La borghesia, nell'attuale situazione, non tollererà di perdere neanche qualche briciola dei suoi profitti. Essa cercherà, al contrario, di mantenere e addirittura di accrescere i profitti schiacciando sempre di più i lavoratori, ed è sicuro che i governi, ancora una volta indipendentemente dal loro colore politico, si faranno strumento di questa offensiva della borghesia. La borghesia tollererà solo governi in lotta contro i lavoratori.

Come faranno a spremere sempre di più i lavoratori? Aggiungeranno altri piani di austerità? Si lanceranno in una politica di inflazione accelerata? Faranno ambo le cose? Di sicuro il problema non è scegliere con quale salsa la borghesia ci vorrà cucinare, ma al contrario far sì che, qualunque sia l'attacco, la classe operaia difenda la sua pelle.

Di fronte ai piani di austerità che aumentano il numero dei disoccupati, bisogna imporre il divieto di tutti i licenziamenti e la ripartizione del lavoro fra tutti senza diminuzione dei salari. Bisogna imporre che lo Stato crei i posti necessari nei servizi pubblici quali la sanità, l'istruzione e i trasporti, che crei servizi pubblici nuovi, come quelli per la costruzione di case popolari oppure di scuole materne e asili nido.

Di fronte alle minacce d'inflazione e nel momento in cui la disoccupazione pesa sul livello dei salari, bisogna imporre l'aumento generale dei salari e delle pensioni e la loro indicizzazione sui prezzi.

Queste misure sono le uniche che possano proteggere i lavoratori dalle conseguenze della crisi, qualunque sia la sua evoluzione. E sono anche le sole che possano impedire che l'economia crolli perché significano imporre che i profitti delle imprese siano utilizzati per far vivere la popolazione in modo decente invece di essere usati per la speculazione.

Queste misure non verranno da un governo uscito da qualche elezione. Esse saranno prese sotto la pressione di una mobilitazione generale dei lavoratori che sia esplosiva, volta a mettere in discussione il dominio della borghesia sul funzionamento dell'economia mediante il controllo diretto dei lavoratori sulle imprese, cioè una pressione che metta in forse l'ordine sociale della borghesia.

28 giugno 2012