Italia: Il mito della Repubblica «antifascista»

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3 giugno 2026

Martedì 2 giugno, tra parata militare e omaggio al Milite Ignoto, il governo italiano ha organizzato a Roma una celebrazione in onore della Repubblica per l'ottantesimo anniversario del referendum del 2 giugno 1946. Dopo la fine della guerra e la caduta del regime fascista, questo referendum fece passare l'Italia dalla monarchia al regime repubblicano, in concomitanza con le elezioni all'Assemblea costituente.

Oggi presidente del Consiglio dei ministri e quindi capo del governo, Giorgia Meloni appartiene a Fratelli d'Italia, un partito che discende direttamente dal MSI, il Movimento Sociale Italiano, erede diretto del partito fascista. Ciononostante era presente al fianco del presidente della Repubblica Mattarella e aveva pubblicato sui social un messaggio di «buona festa della Repubblica» esaltando «l'unità nazionale e il servizio alla Patria». Il suo alleato e rivale, Matteo Salvini, leader della Lega, vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro delle Infrastrutture, aveva invece scelto di non partecipare ai festeggiamenti, con la scusa di «essere al lavoro»... per evitare lo sciopero dei ferrovieri previsto per l'11 giugno!

Meloni in genere si guarda bene dal pronunciare la parola «fascismo» e preferisce evitare riferimenti all'idea di una repubblica e di una costituzione sociali instaurate grazie alla lotta contro la dittatura mussoliniana. Al contrario, questa idea è diventata un vero e proprio mito alimentato dai partiti di sinistra. Da parte dell'opposizione al governo Meloni, ci si è quindi sentiti in dovere di dare all'anniversario un'impronta più sociale. Elly Schlein, in nome del PD di centro-sinistra, ha parlato dell'instaurazione della Repubblica come della nascita di un'Italia «fondata sulla giustizia sociale, l'uguaglianza e la libertà» e che andrebbe quindi difesa.

I fatti sono tuttavia ben lontani dalla favola di una Costituzione repubblicana basata sull'antifascismo, così come è stata forgiata, tra gli altri, dal Partito Comunista Italiano. Nel 1946, i dirigenti di quest'ultimo, in linea con la politica stalinista, erano già da tempo all'opera per garantire alla borghesia la ricostituzione di un apparato statale al suo servizio, mentre questo era in completa disgregazione dal crollo del regime fascista, nell'estate del 1943.

Si sa che di ritorno dall'URSS nel 1944, Togliatti, il leader del PCI, aveva pronunciato un discorso noto come «svolta di Salerno», dal nome della città in cui l'aveva tenuto. Di fronte a militanti comunisti sbalorditi, aveva annunciato che non era giunto il momento, come si aspettavano, di una rivoluzione operaia, ma solo della liberazione del paese nel quadro della sconfitta tedesca e della vittoria delle truppe alleate. Propugnava quindi un'unione nazionale in cui non si faceva menzione degli interessi della classe operaia, ma solo di quelli della «patria». Il PC accettava persino di mantenere la monarchia e il re Vittorio Emanuele, anche se erano stati coinvolti fino al collo nel sostegno a Mussolini, spiegando: «Se un governo costituito sotto il regno di Vittorio Emanuele avesse oggi la più minima possibilità di servire efficacemente l'Italia, i comunisti supererebbero la loro legittima repulsione e accetterebbero di collaborare». Si mostrava così ancora più a destra delle altre organizzazioni del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) a cui il PC si era unito e che, invece, reclamavano già la Repubblica!

In nome dell'antifascismo, alla classe operaia italiana fu chiesto di dimenticare l'ondata di scioperi del 1943 che aveva accelerato la caduta di Mussolini, di abbandonare le sue speranze di rivoluzione, di rassegnarsi alla miseria, alla vita tra le macerie e allo sfruttamento sfrenato nelle fabbriche, di accettare l'alleanza con la borghesia. All'interno dei maquis formatisi per combattere le truppe tedesche che avevano invaso il nord del paese, il PC, diventato la forza principale, mise tutto il suo peso per impedire che la classe operaia si orientasse verso una politica indipendente e potesse rappresentare un'alternativa alla ricostituzione del potere borghese.

Entrato nel governo di unità nazionale, il PC presentò l'instaurazione di un regime costituzionale e parlamentare come unico obiettivo possibile e garantì persino al Vaticano la conferma dei Patti Lateranensi, che Mussolini aveva firmato nel 1929.

Ci volle la sconfitta tedesca perché il governo a cui partecipava il PC si orientasse finalmente verso la creazione di una repubblica. Anche per questo, la borghesia poté contare sul PC per assicurare che la continuità dello Stato non fosse messa in discussione.

Rimaneva solo da mascherare il mantenimento delle istituzioni borghesi, quelle stesse che avevano servito sotto il re e durante gli anni del fascismo, e per questo ricoprirle di una patina democratica e repubblicana. Questo fu il ruolo della Costituzione promulgata nel 1946, impreziosita da alcune formule «sociali» che il Partito Comunista avrebbe presentato come grandi conquiste. Parallelamente, in conformità con le promesse di Togliatti, i Patti Lateranensi sarebbero stati alla base dell'articolo 7 della Costituzione, garantendo alla Chiesa cattolica la posizione privilegiata che avrebbe poi conservato in vasti settori, come l'istruzione o la sanità. Infine, lo stesso Togliatti, in qualità di ministro della Giustizia, fece approvare l'amnistia per coloro che erano stati coinvolti nei crimini del regime fascista.

Protetto da questa costituzione, il cui articolo 1 proclama che essa è «fondata sul lavoro e sulla sovranità del popolo», l'antico apparato di Stato borghese rimase quindi in piedi, conservando persino una parte delle leggi del fascismo e dei suoi uomini come quadri dell'esercito, della polizia e della giustizia. Dietro «l'atto di libertà senza precedenti» celebrato adesso da Mattarella, è la dittatura della borghesia e la difesa dei suoi interessi che la giovane repubblica e la sua costituzione hanno permesso nel 1946 di rimettere in sella.

Da "Lutte ouvrière" - Unione comunista internazionalista