La situazione internazionale - II

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La situazione internazionale - II
29 ottobre 2021

Da "Lutte de classe" n° 220 - Dicembre 2021 - Gennaio 2022

Testo approvato dal Congresso di Lutte ouvrière - Dicembre 2021

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Stati Uniti

Dopo il crollo dell'economia nel 2020, i politici, a partire da quelli dell'amministrazione democratica, stanno lodando la ripresa degli ultimi mesi. Il tasso di disoccupazione ufficiale è sceso al 4,8%, cioè ancora ufficialmente 7,7 milioni di disoccupati. Ma soprattutto questo dato (che era del 3,5% nel febbraio 2020) è tronco poiché una gran parte dei lavoratori non è più sul mercato del lavoro. Un indicatore più affidabile è il tasso di partecipazione all'occupazione, cioè il rapporto tra il numero di persone occupate e quello dei soggetti in età lavorativa. Rispetto al 67% dei primi anni 2000 e il 63,3% di prima della crisi sanitaria, questo tasso è ora del 61,6% - un livello storicamente basso. Circa 40 milioni di persone si sono ritirate dal mercato del lavoro, senza registrarsi più nemmeno come disoccupati perché non avrebbero diritto ai sussidi, e quindi non vengono più contati nelle statistiche. Il livello reale di disoccupazione sarebbe quindi più vicino al 25%. I sussidi di disoccupazione introdotti all'apice della pandemia sono stati gradualmente eliminati per costringere i lavoratori disoccupati ad accettare i lavori peggiori. Anche così, nel paese, sono cinque milioni i posti di lavoro in meno rispetto a prima del Covid Si tratta per lo più di donne che hanno lasciato il mercato del lavoro per occuparsi dei genitori anziani o dei figli a casa.

Al contrario, da tempo i prezzi delle azioni sono tornati alla loro condizione di prima della pandemia. Nel febbraio 2020, l'indice Dow Jones era a 29.000 ed è ora sopra i 35.000. Con la pandemia, la ricchezza dei capitalisti è esplosa. Quella totale dei miliardari è aumentata del 70%. 745 miliardari possiedono ora più di 3000 miliardi di dollari, due terzi in più della ricchezza complessiva dei 165 milioni di persone che costituiscono la metà più povera della popolazione. La ricchezza di Jeff Bezos (Amazon) è aumentata del 70% in due anni, quella di Mark Zuckerberg (Facebook) del 115% e di Elon Musk (Tesla, Space X) del 750%. In un giorno, il 25 ottobre, la ricchezza di Musk è aumentata di 25 miliardi di dollari.

Durante i due anni della pandemia, 90 milioni di americani hanno perso il lavoro, 45 milioni hanno contratto il virus e 738.000 sono morti. L'aspettativa di vita è scesa di un anno e mezzo, principalmente a causa del Covid, soprattutto per gli operai, gli operatori sanitari e,in generale, per i più poveri. Come spesso accade, gli Stati Uniti incarnano il capitalismo nella sua forma sostanzialmente più pura, con l'opulenza più indecente ad un polo e lo sfruttamento più feroce all'altro.

Dopo settimane di contestazione dei risultati, le elezioni presidenziali del 3 novembre 2020 si sono concluse con la vittoria di Biden. L'astensione è stata più bassa del solito. Probabilmente perché il candidato democratico, che non aveva nemmeno l'immagine di un riformatore, ma piuttosto quella di un vecchio barone politico, tanto chiaro quanto fedele alla borghesia, è riuscito a capitalizzare l'odio suscitato da Trump in tutta una parte dell'elettorato. Ma i risultati mostrano anche che l'ex presidente ha mantenuto la base che gli ha permesso, nel 2016, di spingere nell'angolo i soliti dirigenti del partito repubblicano, e poi di vincere contro Hillary Clinton. Nel 2020, ha ottenuto 74 milioni di voti, 11 milioni in più rispetto a quattro anni prima. Anche se non conosciamo lo stato dell'attuale opinione delle classi lavoratrici americane, sappiamo con certezza che una loro frazione continua a riconoscersi in Trump, o almeno nelle idee protezionistiche e xenofobe di cui è portatore. Non ha finito qui.

Se il 6 gennaio 2021 a Washington, l'assalto al Campidoglio, sede del Congresso, di alcune migliaia di militanti inferociti contro i risultati delle elezioni, non è stato un tentativo di colpo di stato, ha ricordato, però, che negli Stati Uniti esiste un'estrema destra ben viva, che non è confinata ai margini ma potrebbe contare sul presidente in carica. Questa usa la violenza, e alcuni suoi militanti avevano persino progettato di rapire il governatore del Michigan. Ha anche saputo strumentalizzare l'opposizione alle misure di isolamento, alle chiusure di aziende, alle mascherine e ai vaccini.

Per ora né la grande borghesia né le alte sfere dell'apparato statale vogliono ricorrere a questo movimento razzista, cospirativo o fascista. Ma queste forze si stanno preparando, si mantengono pronte e spingono la politica americana verso destra. In altre parole, la vittoria di Biden non è segno di uno spostamento dell'opinione americana a sinistra.

Dopo vaghe promesse, la continuità con Trump è sostanziale. Gli incentivi varati da Biden sono stati svuotati di tutto ciò che riguardava i lavoratori (aiuto alle famiglie, assicurazione sanitaria, istruzione superiore gratuita). Le tasse sulle imprese non sono state riportate ai livelli pre-Trump. La promessa di un salario minimo federale di 15 dollari l'ora non è stata mantenuta, e l'inflazione, ora ufficialmente oltre il 5%, ogni giorno sta mangiando il potere d'acquisto delle classi lavoratrici. La violenza della polizia, specialmente le uccisioni di persone di colore, continua con la stessa impunità. Le minacce al diritto all'interruzione della gravidanza delle donne si stanno moltiplicando, come si è visto nelle misure anti-aborto adottate dal Texas.

I migranti sono trattati male dall'amministrazione Biden come lo erano da quella di Trump, come ha dimostrato la recente deportazione di migliaia di haitiani dagli Stati Uniti. L'ala sinistra del Partito Democratico (Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez...), che ha fatto campagna per Biden affermando di poterlo spingere a sinistra, ha fatto il suo tempo. Non è su questi mercanti d'illusione che i lavoratori possono contare.

Nelle ultime settimane, i mass media hanno parlato di scioperi, il che è insolito. Dal produttore di macchinari agricoli John Deere, 10.000 lavoratori sono stati in sciopero per i salari in 14 stabilimenti e magazzini; è il più grande sciopero di un'azienda privata dopo quello della General Motors nel 2019. Alla Kellogg's, 1.400 lavoratori hanno incrociato le braccia in quattro stabilimenti che producono cereali per la colazione. 2.000 lavoratori ospedalieri si sono astenuti dal lavoro a Buffalo, per protestare contro l'organico insufficiente e le condizioni di lavoro.

La portata di questi scioperi è limitata, e sono meno numerosi di quelli del 2018 o del 2019: avvengono mentre si rinegoziano i contratti di lavoro, e finora riguardano solo una piccola frazione della classe operaia. Ma è positivo che i lavoratori si rifiutino di arricchire indebitamente gli azionisti, mentre il loro standard di vita sta peggiorando sotto i colpi dei padroni. In questo paese, che ci viene presentato come libero dalla lotta di classe, l'unica prospettiva per i lavoratori americani è quella di ridarle vita.

Cina

La crisi sanitaria insieme a quella economica ha colpito duramente l'economia cinese. Sappiamo poco sugli effetti sociali della crisi, su come ha colpito le diverse classi sociali, e tanto meno sulle loro rispettive reazioni.

Nonostante la scarsità di informazioni dalla Cina, si vede un piccolo scorcio di realtà se teniamo presente la minaccia di fallimento che il gigante immobiliare Evergrande ha affrontato - e ancora affronta. Molti cantieri sono stati abbandonati, vittime della speculazione immobiliare, e a volte intere città sono state trasformate in città fantasma prima di aver avuto la possibilità di esistere,. Ma il numero di licenziamenti nell'industria delle costruzioni, l'entità della disoccupazione che ne deriva e il deterioramento delle condizioni di vita della classe operaia sono tutti elementi significativi. La dimensione delle perdite suggerisce anche l'arricchimento derivante dalla speculazione immobiliare.

Ma pur ragionandoci non possiamo sapere ciò che i lavoratori di questo paese hanno provato confrontando il deterioramento delle loro condizioni di vita con i miliardi di dollari in gioco dalla parte della borghesia e dei vari circoli legati ai vertici del potere.

Se può soffocare le possibili reazioni provenienti dalla classe operaia e soprattutto impedire che siano conosciute, la dittatura non potrà impedire un'esplosione sociale, se dovesse avvenire.

La stampa borghese occidentale sorvola sull'evoluzione autoritaria del regime cinese. Basa le sue affermazioni su fatti che sono visibili anche dall'esterno, come la repressione delle popolazioni uigura e tibetana, e l'aumento del potere di Xi Jinping, che è diventato praticamente presidente a vita. Ma, sul piano sociale, gli esempi più spesso citati riguardano le reazioni del potere statale contro le grandi imprese più o meno legate allo Stato e coloro che le dirigono, siano essi dignitari statali o del cosiddetto Partito Comunista, oppure i loro colleghi diventati autentici borghesi. Citiamo qui solo le lotte di potere con Alibaba, l'equivalente cinese di Amazon, con il suo presidente Jack Ma, o Guo Guangciang, il "Warren Buffet cinese", capo di Fosun.

Molti altri "nuovi ricchi" sono caduti, alcuni sono scomparsi per un po', altri sono stati messi a tacere: un certo Dun Dawu, capo di un conglomerato specializzato in agricoltura, è stato condannato a 18 anni di prigione; un altro, Lai Xiamin, capo del conglomerato finanziario China Huarong, è stato giustiziato.

Non dimentichiamo il modo in cui le autorità procedono contro i loro stessi dignitari, uno più autoritario e corrotto dell'altro. Le accuse di prevaricazione, di appropriazione indebita e persino di costumi scandalosi sono più facili da utilizzare per le autorità politiche nella loro battaglia con i nuovi ricchi, in quanto sono più credibili.

La borghesia occidentale e i suoi portavoce sanno però riconoscere i loro simili, ed è quando questo potere attacca i più ricchi che sollevano il sospetto di autoritarismo. Ma nei confronti delle classi lavoratrici, il regime è sempre stato più che autoritario, dittatoriale, in tutte le sue metamorfosi, da Mao a Xi Jinping passando per Deng Xiaoping.

Di fronte alla crisi, i dirigenti cinesi stanno fondamentalmente reagendo rafforzando lo statalismo come i dirigenti delle grandi potenze, compresi gli imperialisti. Solo che lo statalismo ha limiti molto più stretti nelle vecchie potenze industriali che in Cina.

Nei grandi paesi imperialisti, l'interventismo statale è limitato dall'esistenza di una borghesia vecchia, consolidata, solida, abituata ad avere lo stato al suo servizio e che ha i mezzi per imporlo. Non è il caso della Cina. Le generazioni di Deng Xiaoping e Xi Jinping beneficiano dell'eredità di Mao, o più precisamente della rivolta contadina che lo portò al potere. Gli permise di creare un potente apparato statale, in modo da sfuggire alla continua pressione della borghesia nazionale nascente e di resistere, per decenni, ai tentativi imperialisti di sottometterla.

Negli anni, il regime cinese, pur continuando a definirsi comunista, ha dato libero sfogo al capitalismo sfrenato. Sorta dalla vecchia borghesia prima del tempo di Mao o dall'apparato statale, o anche dalle alte sfere del cosiddetto Partito Comunista, una nuova borghesia ne ha approfittato per fare affari e prosperare.

Ma lo stato cinese ha sempre mantenuto un potere sufficiente a controllare in larga misura la "sua" borghesia, abbastanza per impedirle di distruggere l'apparato statale stesso. L'irrigidimento del regime fa parte di questa lotta all'interno della stessa classe dirigente.

Come cattivo esempio, la dirigenza cinese ha avuto il precedente dell'ex Unione Sovietica, almeno nel periodo del presidente Eltsin. Preceduta in URSS dalla perestroika, la politica eltsiniana di incoraggiare i burocrati a diventare ricchi, e i ricchi a diventare borghesi, ha portato allo scoppio dell'Unione Sovietica e all'indebolimento dello stato. C'è voluto Putin e la sua ambizione di ristabilire "la dimensione verticale dello Stato" per fermare questo sviluppo.

Il governo cinese, pur incoraggiando la corsa all'arricchimento, non vuole che questo porti all'indebolimento dello stato centrale. Il ricordo di una Cina divisa tra signori della guerra e quindi in balia di potenze imperialiste concorrenti non è abbastanza lontano da spingere l'attuale governo a rivisitare una versione modernizzata di questa situazione. Fino a che punto ci riuscirà?

La minaccia esiste tanto più che la potenza cinese, nella sua corsa a partecipare al mondo capitalista, ai suoi mercati, alle sue istituzioni, dà costantemente armi supplementari che l'imperialismo può rivolgere contro di essa.

Un articolo di Le Monde diplomatique (novembre 2021) descrive come "contando sul patriottismo limitato e sull'appetito illimitato dei gruppi internazionali, ha eliminato le barriere che bloccavano l'accesso a certi segmenti di mercato del capitale nazionale e ha rilasciato licenze a grandi gruppi americani affinché possano creare filiali al 100% o a maggioranza in mercati specializzati (gestione di attivi, premi, emissione di obbligazioni, assicurazioni, rating, ecc.)". Ne hanno beneficiato potenti gruppi finanziari come Goldman Sachs, BlackRock, JPMorgan Chase, Citibank e simili. Tanto che una pubblicazione americana, Global Times, ha potuto scrivere: "La Cina si sta aprendo mentre gli Stati Uniti si chiudono".

Lo stesso articolo afferma che, come conseguenza di queste licenze concesse ai grandi gruppi statunitensi, "gli afflussi statunitensi in Cina hanno totalizzato 620 miliardi di dollari durante la presidenza di Donald Trump, più decine di introduzioni di società cinesi nelle borse americane. Alla fine del 2019, gli investitori statunitensi detenevano almeno 813 miliardi di dollari in azioni e obbligazioni cinesi, rispetto ai 368 miliardi di dollari del 2016. Il totale raggiungerebbe oggi mille miliardi di dollari".

L'articolo continua affermando giustamente che "l'ascesa della Cina è stata resa possibile dall'integrazione controllata nel mercato globale". Questo è innegabile per il passato. Ma non è una garanzia per il futuro. La Cina è in corsa per integrarsi nel mercato mondiale capitalista. Ma questo è dominato dall'imperialismo, soprattutto americano. Il potere finanziario di quest'ultimo, insieme a una borghesia nazionale cinese per ora più o meno controllata, rappresenta un fermento di dislocazione straordinariamente forte. La costituzione di baronie regionali all'interno dell'apparato statale ne può essere la premessa.

Il maoismo non ha mai rappresentato gli interessi del proletariato o della rivoluzione proletaria. Incarnava la rivoluzione nazionale - cioè gli interessi della borghesia - realizzata con l'appoggio dei contadini. Ma, contro ogni previsione, è stato in grado di mantenere uno stato nazionale cinese capace di resistere al dominio politico dell'imperialismo. Mao era in grado di affrontare la minaccia militare. Ma la penetrazione dell'imperialismo, anche nella forma pacifica dell'investimento di capitale, può annientare le conquiste della guerra di emancipazione nazionale che Mao e il maoismo hanno simboleggiato.

In realtà il futuro della Cina si gioca nella lotta di classe, tra il proletariato cinese e la borghesia, sia nazionale che imperialista. Le leggi della lotta di classe sono più potenti della volontà della direzione cinese. Se la borghesia imperialista continua a dominare il mondo, non è sicuro che le conquiste della rivoluzione nazionale cinese del 1948-49, soprattutto la sua emancipazione dal dominio politico diretto dell'imperialismo e l'unità del paese, potranno essere conservate. Per ora, l'intervento del proletariato cinese sul terreno politico è invisibile, se non inesistente. Ma è l'unica alternativa per il futuro che l'imperialismo ha in serbo per la Cina.

Ex URSS

Trent'anni dopo l'implosione dell'Unione Sovietica nel dicembre 1991, causata dalle lotte di potere al vertice della burocrazia post-stalinista, il crollo economico e l'immenso caos socio-politico che ne risultò, qual è lo stato di avanzamento dei paesi emersi dalla decomposizione dell'URSS?

Con l'eccezione delle repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania), tre piccoli paesi che sono sfuggiti al destino del resto dell'URSS solo integrandosi nell'Unione Europea come parenti poveri e lontani delle grandi potenze imperialiste, gli stati nati dalla fine dell'URSS rimangono segnati, nella loro grande maggioranza, da una cronica instabilità. Questo avviene in un contesto di regressione sociale ed economica, con un'esplosione della povertà e l'instaurazione di regimi autoritari, se non apertamente dittatoriali, che garantiscono un'economia di predazione, di cui certamente beneficiano i loro dirigenti del momento ma, in definitiva, ancora di più i grandi gruppi capitalisti che dominano l'economia mondiale.

In Ucraina, Moldavia, Armenia, Georgia, Azerbaigian e nei paesi dell'Asia centrale ex sovietica, questa instabilità si manifesta nei conflitti permanenti, a volte latenti, a volte aperti, tra vicini e all'interno di ogni stato. Vi lavorano forze antagoniste alimentate dallo sciovinismo esacerbato dei sostenitori dei regimi che si sono presentati sulla scena internazionale come entità indipendenti, e dal separatismo delle minoranze nazionali oppresse dal potere centrale.

La Russia, il paese più potente e sviluppato dell'ex URSS, è uscita dal caos del primo decennio post-sovietico solo lasciando a Putin il compito di ristabilire "la dimensione verticale del potere" e di riprendere il controllo della casta che gestisce lo stato. I grandi apparati dello stato russo si erano infatti convinti che questa fosse una condizione essenziale per la perpetuazione di un ordine che garantisca il loro arricchimento, la loro posizione e i loro privilegi, così come quelli di una borghesia emersa dalle loro file.

Così la Russia ha potuto conoscere una certa rinascita economica, finché le scosse di assestamento della crisi finanziaria globale del 2008 e il successivo aggravarsi della crisi generale dell'economia capitalista non hanno minato quello che era diventato il pilastro centrale dell'economia e dell'arricchimento della burocrazia in Russia: l'esportazione delle sue materie prime, principalmente l'energia.

Per far fronte alla diminuzione delle sue entrate, e quindi al calo della rendita di cui si nutrono milioni di burocrati, il governo ha colpito la popolazione. Ha varato tutta una serie di misure (tra cui una forte riduzione dell'età pensionabile) che hanno portato quasi 20 milioni di russi (uno su sette) a vivere sotto la soglia di povertà e a un calo del 10% del reddito reale dei lavoratori dal 2013. Ne è risultato un rigetto del governo che, sta crescendo anche se rimane generalmente passivo, se non si considerano le manifestazioni del 2018 contro gli attacchi alle pensioni.

La diffidenza delle classi lavoratrici verso il governo e le sue istituzioni si riflette nel bassissimo tasso di vaccinazione anti-Covid (30%), nonostante un numero record di morti in Europa e malgrado le sanzioni (generalmente, il licenziamento) che minacciano i lavoratori riluttanti nel settore pubblico e in vari rami di attività in mano ai privati, come l'industria automobilistica.

Le elezioni legislative di settembre 2021, a loro modo hanno rispecchiato questo discredito del potere. Se, a causa delle sue solite manovre e manipolazioni dei risultati, il Cremlino ha vinto, difficilmente questa vittoria può considerarsi come un sostegno popolare alle sue politiche. Infatti l'astensione è stata più massiccia che nelle elezioni precedenti anche secondo le cifre ufficiali, soprattutto tra la classe operaia per quanto lo possiamo sapere.

Inoltre, anche se mantiene la maggioranza assoluta nella Duma, il partito del Cremlino Russia unita ha perso 20 seggi, principalmente a favore del Partito Comunista (KPRF). In mancanza di meglio, gli elettori popolari e spesso giovani hanno usato il voto al KPRF per esprimere il loro rigetto del governo, anche se questo partito fa parte del regime come opposizione di sua maestà. A differenza delle elezioni precedenti, il "voto intelligente" (un "tutto tranne Putin") propugnato dall'opposizione "liberale" filo-occidentale, non ha favorito Alexeï Navalny che la rappresenta.

Navalny ha appena ricevuto il premio Sakharov 2021 dal Parlamento europeo. Questo premio ricompensa un noto oppositore che le autorità, dopo aver tentato di avvelenare, hanno gettato in prigione perché raccoglie ampi settori della piccola e media borghesia intorno alla sua denuncia delle turpitudini del regime. Da tempo e in modo logico i dirigenti e i mass media del mondo occidentale hanno lodato questo avvocato, che si presenta come l'alfiere di un capitalismo liberato dalla tutela dei burocrati, l'avversario numero uno di Putin. E anche se ha cominciato la sua carriera politica con idee monarchiche, ultranazionaliste e xenofobe , i suoi sostenitori occidentali non sembrano preoccupati .

D'altra parte, questo fa della corrente che si riconosce in Navalny, qualunque sia il suo coraggio fisico, un risoluto nemico dei lavoratori e dei loro interessi di classe. È un punto comune con Putin, anche se uno dei due è in carcere per colpa dell'altro. I comunisti rivoluzionari della Russia dovranno farlo presente ai lavoratori, tanto più se, come si spera, il malcontento sociale passivo diventerà attivo.

Maghreb, Vicino e Medio Oriente

Dal Vicino e Medio Oriente al Maghreb, la crisi economica e le conseguenze della pandemia, e spesso delle guerre, continuano ad aggravare la situazione nella maggior parte dei paesi, facendo pagare alle popolazioni un prezzo sempre più alto.

In Tunisia, il paese presentato come l'unico in cui la "primavera araba" del 2011 si sia conclusa con l'instaurazione di un regime democratico, il presidente Kaïs Saied ha sospeso l'applicazione della Costituzione, teoricamente a titolo provvisorio, giustificando la sua decisione con la necessità di porre fine al blocco delle istituzioni di cui attribuisce la responsabilità al partito islamista Ennahda. Dieci anni dopo la fine del regime di Ben Ali, le aspirazioni sociali che erano nate sono state completamente deluse e Kaïs Sayed cerca, così, di presentarsi come un salvatore che potrebbe porre fine all'immobilismo del sistema e far uscire il paese dalla stagnazione. Anche se all'inizio pare che la sua iniziativa abbia avuto un sostegno popolare, comunque segna un'evoluzione verso un regime più autoritario.

Va ricordato che in Egitto, il secondo paese teatro della "primavera araba"nel 2011, il colpo di stato militare del giugno 2013 contro il presidente eletto Morsi, membro dei Fratelli Musulmani, aveva anche beneficiato di un ampio sostegno popolare e in particolare di quello dei partiti di sinistra. Il generale El Sissi prima ha sedato nel sangue le proteste dei sostenitori di Morsi, poi si è rivolto contro gli altri oppositori e contro i lavoratori,. Ha instaurato una dittatura che non ha nulla da invidiare a quella di Mubarak, cui le manifestazioni di inizio 2011 erano riuscite a porre fine. In Tunisia, la decisione di Kaïs Saied potrebbe segnare l'inizio di uno sviluppo simile.

In Algeria, le mobilitazioni di massa dell'Hirak, il movimento nato nel febbraio 2019 per protestare contro la quinta candidatura di Bouteflika alla presidenza del paese, si sono esaurite e non sono riprese nel 2021. Dopo un'elezione difficile alla fine del 2020, il nuovo presidente Abdelmadjid Tebboune ha iniziato una ripresa di controllo. È già stata segnata da arresti e condanne di oppositori, e dal rilascio a piede libero di dignitari politici e uomini d'affari che erano stati arrestati in risposta alle proteste di piazza. Tuttavia, il malcontento sociale continua a farsi sentire, in particolare tra la classe operaia che ora sta pagando un prezzo elevato per la recessione economica accompagnata da un'inflazione vertiginosa.

In Algeria, e in Tunisia, come in Egitto, il bonapartismo militare o civile è la replica delle classi dirigenti a una situazione di crisi e alla loro incapacità di rispondere alle aspirazioni delle masse per uscire dalla miseria. In Marocco, l'istituzione monarchica svolge lo stesso ruolo.

In Libano, la crisi economica assume una forma drammatica. Le conseguenze dell'esplosione nel porto di Beirut dell'agosto 2020 hanno solo accelerato un fallimento già generale. Le classi dominanti, trasferendo i loro capitali fuori dal paese, hanno accelerato la caduta della moneta e hanno portato all'impoverimento la grande maggioranza della popolazione, compresa una piccola borghesia che prima godeva di un livello di vita relativamente alto per la regione e che ora deve sopravvivere con i soli mezzi a disposizione.

Gli appelli demagogici di un Macron che chiede la "riforma" di una classe politica libanese completamente legata all'imperialismo, hanno causato, come previsto, l'installazione di un governo pronto a continuare le prevaricazioni dei suoi predecessori. I fondi internazionali rilasciati con il pretesto di "aiutare il Libano" permetteranno solo alla stessa classe dirigente di continuare ad arricchirsi nel totale disprezzo dei bisogni della popolazione.

In Turchia, la crisi economica continua a portare scompiglio, provocando un rapido declino del tenore di vita della popolazione. Il regime di Erdogan riesce a mantenersi solo con repressione e epurazioni permanenti anche nell'apparato statale. La crisi è ancora più grave in Iran, acutizzata dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti che si aggiungono alle cause più generali. Nei paesi che sono stati distrutti in modo permanente dalla guerra, come la Siria, l'Iraq e la Libia, non c'è alcun segno di una reale stabilizzazione o dell'inizio di una vera ricostruzione.

Infine, nello Yemen, la guerra condotta dall'Arabia Saudita contro i ribelli Houthisti con l'appoggio delle potenze imperialiste continua e le sue conseguenze sulla popolazione sono già descritte come uno dei peggiori disastri umanitari.

In Israele, dove i governi di destra e di estrema destra hanno fatto di tutto per far dimenticare alla popolazione l'esistenza di un problema palestinese, esso è esploso di nuovo a maggio con manifestazioni giovanili unite a quelle degli arabi israeliani. La coalizione che ha sostituito Netanyahu ha permesso a Naftali Bennet, leader di un partito di estrema destra, di diventare primo ministro. Il proseguimento della politica degli insediamenti, il rafforzamento dell'estrema destra nazionalista e razzista, rappresenta una minaccia non solo per i palestinesi ma per tutta la società israeliana. D'altra parte, con gli spari su Israele, Hamas ha voluto strumentalizzare la rabbia dei palestinesi e presentarsi come il loro unico vero rappresentante. La popolazione israeliana ha interesse tanto quanto i palestinesi a rompere questa doppia impasse. Ciò comporta la rottura con la politica di colonizzazione, con una politica che ha fatto di Israele lo strumento privilegiato della politica dell'imperialismo, e il pieno riconoscimento dei diritti dei palestinesi.

La partenza delle truppe americane dall'Afghanistan ha lasciato spazio al ritorno dei talebani al potere generando condizioni drammatiche per quella parte della popolazione, soprattutto a Kabul, dove la presenza occidentale aveva portato migliori condizioni di vita e il riconoscimento di alcuni diritti, in particolare per le donne. Tuttavia, questo era solo un'apparenza, poiché la maggior parte del paese continuava a soffrire di arretratezza e miseria aggravate dalla distruzione causata dalle guerre successive.

Diversamente dai discorsi retorici usati per giustificarlo, l'intervento militare occidentale non ha mai avuto lo scopo di condurre alla trasformazione sociale, e neanche alla democrazia e alla pace. Dopo gli attentati del settembre 2001, gli Stati Uniti volevano dimostrare che la prima potenza mondiale non avrebbe lasciato un simile attacco senza risposta. Dopo vent'anni di presenza militare occidentale, l'Afghanistan si aggiunge alla già lunga lista di paesi distrutti dagli interventi imperialisti, ridotti in povertà e sottoposti a un dominio arbitrario. Con il potere politico reazionario che sta prendendo piede in quel paese, gli Stati Uniti e le potenze occidentali possono trovare il modo di convivere, così come hanno fatto a lungo con i regimi islamici fondamentalisti in Arabia Saudita e negli Emirati. In effetti, sono stati i servizi occidentali a incoraggiare lo sviluppo di gruppi islamisti in Afghanistan per contrastare l'influenza sovietica, prima che dirigenti come Bin Laden si rivoltassero contro di loro. Fondamentalmente, è la dominazione imperialista che è responsabile non solo della miseria generale, ma anche del mantenimento dei poteri politici reazionari. Anche se le potenze imperialiste hanno dovuto combattere i talebani, essi sono, in gran parte, il prodotto dei loro interventi.

Per i popoli della regione, la lotta contro le varie versioni più o meno reazionarie dei poteri che li opprimono è strettamente collegata a quella contro l'imperialismo e la sua dominazione.

29 ottobre 2021