Francia: situazione politica 2020

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Francia: situazione politica 2020
5 novembre 2020

Da "Lutte de classe" n° 212 - Dicembre 2020

(Testo approvato dal congresso di Lutte ouvrière di dicembre 2020)

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Il 2020 è stato segnato dalla pandemia di coronavirus e questa ha accelerato la crisi economica, sociale e politica che il paese sta vivendo da anni.

L'epidemia ha già causato la morte di quasi 40.000 persone, una cifra che potrebbe raddoppiare con l'attuale seconda ondata. Incapace di controllarla, il governo ha deciso di ricorrere alla misura medievale del lockdown. Per quasi due mesi, tra il 17 marzo e l'11 maggio, la vita sociale è stata impedita, i viaggi vietati, le uscite rigorosamente controllate, le frontiere chiuse, l'attività economica e il commercio ridotti all'essenziale. L'epidemia segna tuttora la vita del paese, poiché, davanti alla rapidissima ripresa del contagio, a fine ottobre il governo ha decretato un nuovo parziale lockdown.

Per quanto inedite ed eccezionali, le misure governative, dirette a mettere l'economia in respirazione artificiale e a limitare la catastrofe sociale, non hanno fermato gli attacchi alla classe operaia. Il bilancio per il mondo del lavoro è già devastante: distruzione di centinaia di migliaia di posti di lavoro con la fine dei contratti precari e dei contratti interinali, a tempo determinato o dei lavoratori autonomi;, moltiplicazione dei piani di ristrutturazione e dei licenziamenti;, chiusura di fabbriche, piani di competitività, esplosione della povertà e del numero di famiglie costrette a ricorrere alle distribuzioni gratuite degli alimenti. Vittime dirette del lockdown, innumerevoli piccole imprese si sono indebitate e rischiano il fallimento.

La crisi economica è generale e visibile agli occhi di tutti. L'orizzonte si è bruscamente chiuso per i giovani che entrano nel mercato del lavoro. C'è incertezza per tutti, sia per lavoratori o ingegneri, subappaltatori o appaltatori, lavoratori dell'industria, degli alberghi, dello spettacolo o del turismo ... Sono colpite tutte le categorie di lavoratori dipendenti e più in generale tutte le classi lavoratrici, essendo danneggiate anche centinaia di migliaia di lavoratori autonomi.

Oltre alla crisi sanitaria incontrollata, e soprattutto all'incertezza e al timore delle conseguenze di quella economica, si è assistito a una recrudescenza di attacchi terroristici. Le minacce alle condizioni di vita e persino all'esistenza stessa aumentano e diventano reali, ma il potere politico si mostra impotente.

Macron è salito al potere sfruttando il vuoto politico creato dal logoramento del gioco dell'alternanza destra-sinistra. Nel 2017, il suo discorso sul rinnovamento della politica e sulla sua capacità di trasformare la società aveva ottenuto il sostegno di appena un quarto degli elettori al primo turno delle elezioni presidenziali. Oggi, Emmanuel Macron è solo "il presidente della crisi permanente" per un "quinquennio horribilis" (quotidiano Les Echos, 30 ottobre).

Epidemia, crisi economica, terrorismo: Macron e il suo governo rincorrono i problemi senza risolverli e li aggravano perfino. Agenda stravolta, riforme come quella sulle pensioni rinviate a data da destinarsi, bilanci rettificativi moltiplicati... i ministri passano da un problema all'altro. Il piano di risanamento dello Stato, da 100 miliardi di euro, non è ancora effettivo ma già si deve trasformare in un piano d'emergenza che servirà a colmare i mancati ricavi degli azionisti per le nuove misure di contenimento.

Gli anni di crisi, di ristrutturazioni e di chiusure di fabbriche hanno evidenziato l'impotenza degli stati e del personale politico borghese, che in realtà esprime l'incapacità della classe dirigente a gestire la società. I politici non possono fare nulla contro i misfatti del sistema che difendono come la deindustrializzazione, i dettami delle multinazionali, l'aumento della disoccupazione, della precarietà e della povertà. L'impotenza che mostrano è sociale. È il risultato di uno stato al servizio esclusivo di una classe e di un sistema sempre più parassitari.

Con la crisi sanitaria, lo Stato si è mostrato incapace anche di gestire le attività che dipendono direttamente da esso. Personale degli ospedali e degli ospizi costretto a svolgere il lavoro senza mezzi adeguati, menzogne sul problema delle mascherine per nascondere la propria negligenza;, gestione delle penurie;, rifiuto di requisire i mezzi di produzione capitalista e di far contribuire finanziariamente la borghesia;, data di fine del lockdown anticipata sotto la pressione del Medef... Il governo e l'amministrazione hanno gestito la crisi sanitaria dal punto di vista borghese, l'unico modo che conoscono.

Le molteplici crisi amplificano la diffidenza delle classi popolari nei confronti dello stato e dei politici borghesi. Come ha sottolineato Les Echos del 26 ottobre: "È una detestazione ormai ben radicata. Il termine potrebbe sembrare eccessivo, ma la crisi dei gilets gialli, gli insulti diffusi sui social, i sondaggi o l'aumento dell'astensione dimostrano che non lo è più. (...) I politici sono percepiti come indifferenti, inerti, e addirittura sono accusati di essere corrotti: solo il 23% dei francesi pensa che sono onesti, il 13% che si preoccupano davvero del destino delle persone. È un ciclo senza fine".

Nel testo del congresso del 2019 abbiamo scritto: "Questo discredito si estende all'apparato statale e costituisce una minaccia per la borghesia. Il suo dominio e la società di classe non sono tenuti insieme solo dalla brutalità e dalla violenza dello stato. Si basano anche su un'autorità che viene accettata e rispettata perché lo stato facilita la vita sociale organizzando l'istruzione, la salute, la giustizia e la sicurezza. La fiducia in ciò che i difensori dell'ordine borghese presentano come pilastri della Repubblica è sempre più minata". Questa evoluzione va avanti a ritmo accelerato.

La disoccupazione, la miseria e la diffidenza nei confronti delle autorità favoriscono le forze politiche che puntano sul ripiegamento e sui sentimenti identitari, religiosi e nazionalisti. L'ascesa dell'estrema destra da un lato, delle idee comunitarie e religiose dall'altro, sono due sviluppi reazionari paralleli che si alimentano a vicenda.

Per facilità di riferimento, l'estrema destra fascistizzante è spesso identificata al col raggruppamento Nazionale (RN, ex Fronte Nazionale), ma non può essere equiparata ad esso. Il movimento identitario è apertamente ostile agli immigrati e ai musulmani in particolare. "Islam fuori dall'Europa" o "Questa è casa nostra" sono le loro grida di battaglia. Bravate spettacolari, incitamenti al crimine più o meno velati sui social, atti isolati come l'aggressione a un negoziante nordafricano avvenuto recentemente ad Avignone e vari attacchi alle moschee: i militanti identitari promuovano l'azione autoritaria, anche violenta. Sebbene non abbiano ancora i mezzi per portar avanti la loro politica, si ispirano a un'ideologia e a metodi fascisti, sperando che la crisi dia loro l'opportunità di svilupparsi.

Il RN è un'espressione attenuata di questo movimento identitario, una versione asettica, perché per ora la Le Pen vuole arrivare al potere tramite le urne, nell'ambito del sistema parlamentare. I suoi successi elettorali, confermati dalle ultime elezioni europee, la portano a credere che sia solo questione di tempo. Con una generazione di dirigenti che non si differenzia quasi per niente dagli altri politici, l'opera di sdemonizzazione del RN è in gran parte completata. Per essere accettato dalla borghesia come gestore del suo stato, è pronto a correggere la parte del suo programma riguardante l'euro e l'Unione Europea che scontenta fortemente la classe capitalista. Per quanto riguarda la sua politica protezionista o sovranista, massicciamente respinta alcuni anni fa, la crisi e l'inasprimento della concorrenza la rendono un'opzione accettabile e addirittura utile agli occhi di alcune frazioni padronali.

Le Pen si considera più come destra estrema che non come estrema destra. Ma al di là degli obiettivi dell'uno o dell'altro, c'è l'evoluzione delle forze sociali. Quelli che il RN rafforza e persegue possono sfuggirgli di mano. L'evoluzione politica può favorire personalità e gruppi violenti anti-immigrati e fascistizzante che scavalcherebbero la Le Pen, la soppianterebbero e la renderebbero antiquata agli occhi dei più arrabbiati.

A ritmi diversi, la crisi e l'evoluzione della società spingeranno le classi sociali verso soluzioni sempre più radicali e autoritarie. L'esacerbarsi della lotta di classe e le ripetute crisi richiedono decisioni autoritarie. Tali scelte dirette contro la classe operaia sono nell'interesse della borghesia, che può preservare i suoi profitti solo attaccando sempre più violentemente le condizioni di vita delle classi popolari. Anche gli interessi dei lavoratori richiederebbero decisioni autoritarie, ma dirette contro la borghesia, contro i suoi profitti e la sua ricchezza.

L'evolversi del potere verso l'autoritarismo sorge dal profondo di una società in crisi. Macron lo incarna nel modo in cui governa con Consigli di difesa e misure discrezionali. Gran parte della classe politica lo accetta giustificando lo stato di emergenza o mettendo in discussione quello che chiama "stato di diritto", a volte per combattere l'epidemia, a volte per osteggiare il terrorismo. "La minaccia autoritaria e fascista è iscritta nel periodo", scrivevamo un anno fa, sulla base dell'evoluzione della crisi economica e sociale. Numerosi elementi confermano questa evoluzione.

In un siffatto periodo, la scelta di Marine Le Pen di prendere le distanze dalle provocazioni del padre e la sua ricerca di rispettabilità appaiono quasi fuori tempo. Nel 1982, Jean-Marie Le Pen era fischiato quando diceva: "La Francia la ami o la lasci". Altri come Sarkozy e de Villiers l'hanno copiato. Adesso le stesse parole vengono pronunciate dal ministro degli Interni Darmanin o da ex ministri socialisti. Per anni, le parti in lizza per il potere si sono combattute per la loro capacità di bloccare Le Pen. Oggi, danno alla bestia immonda che vogliono ammazzare il nome di "islamo-sinistra".

L'altra forza politica che rappresentare una crescente minaccia per il mondo del lavoro è il movimento dell'islamismo politico con le sue componenti fondamentaliste e terroristiche. Gli assassinii del professore di storia e geografia Samuel Paty, a Conflans, e di tre fedeli cattolici nella basilica di Nizza l'hanno portato ancora una volta alla ribalta. L'importante non è tanto cercare di capire e distinguere le finalità attuali delle varie correnti che compongono questo movimento, quanto di ragionare in base alle forze sociali esistenti e alla loro possibile evoluzione.

Il ripiegamento su una presunta comunità, il rifiuto degli altri e la ricerca di un rifugio nella religione crescono su un terreno fertile alimentato dalla crisi. I militanti integralisti speculano su queste tendenze per conquistare un potere su quella che considerano la loro comunità che aiutano a costruirsi servendosi della religione e di pratiche rigoriste. Essi cercano consapevolmente di allargare il divario tra essa e il resto della popolazione.

L'attenzione alle moschee o a un tale imam sui social e la presenza fisica dei militanti fondamentalisti e delle loro associazioni nei quartieri popolari, testimoniano la loro vitalità. L'attivismo di queste tendenze si indirizza anche verso le scuole e ai programmi scolastici, come lo ha ancora sottolineato la cabala contro Samuel Paty. Gli oppositori alla legge che vieta il velo nelle scuole l'a hanno costantemente denunciata, equiparandola, come il laicismo o alla libertà d'espressione, al razzismo di stato contro i musulmani. Queste idee permeano gran parte dei giovani nei quartieri popolari, siano essi legati o meno alla religione.

Una parte della gioventù si appropria di queste idee religiose per contestare le ingiustizie e restaurare una dignità e un'identità che sentono sotto attacco. Una volta si sentiva rappresentata da figure nazionaliste che lottavano contro l'imperialismo. Come segno del cambiamento dei tempi, il "Terzomondismo" che esprimeva un nazionalismo progressista e influenzava parte dei giovani, è stato sostituito dal movimento fondamentalista.

Questa corrente politico-religiosa copre un fenomeno internazionale molto ampio, con partiti che vi fanno riferimento come mezzo per accedere al potere, parteciparvi o addirittura guidarlo. Mentre il FIS in Algeria e l'Isis in Iraq e Siria sono stati smantellati, questa corrente è al potere in Iran, Emirati Arabi Uniti, Afghanistan, Pakistan, Arabia Saudita e nelle monarchie petrolifere del Golfo. Essa nega non solo la libertà delle donne, ma anche i diritti e gli interessi dei lavoratori, la loro libertà di opporsi, organizzarsi, rivendicare e scioperare. A difesa dell'ordine sociale, antioperaio, è in tutti i paesi dove è al potere, oppure vi è stata, un'altra versione dell'estrema destra.

L'influenza dell'integralismo ha qui conseguenze dannose per la classe operaia quanto il veleno dell'estrema destra. Queste due forze politiche dividono i lavoratori, annullano la coscienza di appartenenza a una stessa classe sociale. Nel contesto di una crisi esacerbata, esse rappresentano una grave minaccia per la società e per i lavoratori in particolare.

L'attivismo dei militanti fondamentalisti e il terrorismo dei fanatici da un lato, l'influenza crescente delle idee reazionarie, anti-immigrati e razziste dall'altro, vanno avanti da anni. Ad ogni attacco terroristico e ad ogni aggressione o dichiarazione razzista, sempre più donne e uomini sono attirati da queste correnti. La situazione così creata ha una sua logica e nessuno la può controllare.

L'arresto di questa evoluzione dipende dall'intervento della classe operaia e dalla sua capacità di influire sul terreno politico. L'anno scorso, nello stesso periodo, si stava organizzando lo sciopero del 5 dicembre contro la riforma delle pensioni. Nel settore dei trasporti si avvertiva un certo aumento della combattività. Quest'anno la situazione è ferma. La pandemia e la minaccia di perdere il posto di lavoro si sommano e pesano sul morale e sulla combattività dei lavoratori. La demoralizzazione e la perdita di riferimenti spesso colpiscono più i militanti che i lavoratori di base. Per ora, il mondo del lavoro non si fida delle proprie forze e non pensa proprio di lanciarsi in una lotta contro la borghesia. Per gran parte delle classi lavoratrici, il punto di riferimento per la lotta e la protesta non è l'ultimo movimento di sciopero e di manifestazione contro le pensioni, bensì lo sono i gilets gialli.

Una delle minacce derivanti dalla crisi è che se il proletariato non si muove o si muove poco, altre classi sociali si facciano avanti, in questo caso la piccola borghesia dei negozi. Da essa sono venute le maggiori resistenze ai sacrifici imposti dallo stato d'emergenza sanitaria. Ne abbiamo avuto un assaggio con la mobilitazione dei proprietari di bar e ristoratori che si sono opposti alle chiusure amministrative di settembre. La pressione dei piccoli bottegai che ha spinto il governo a far chiudere i reparti di prodotti non essenziali nei supermercati ne è un altro esempio.

La loro protesta per tentare di salvare i propri affari è comprensibile. La loro rabbia contro uno stato impietoso per i piccoli, che si preoccupa innanzitutto degli interessi dell'alta borghesia è fondata. Favorendo i più grandi, i grandi gruppi e i finanzieri, il governo non fa altro che riflettere i rapporti di forza all'interno dell'economia capitalista. La distorsione della concorrenza o la concorrenza sleale sono iscritte nella legge della giungla del mercato. Una competizione che rispetti gli interessi dei più piccoli non è mai esistita e non esisterà mai. I piccoli commercianti si scontrano con il funzionamento dell'economia alla quale sono vincolati dalla loro stessa proprietà. Preoccupati da una parte per il loro attaccamento alla proprietà privata e dall'altra per la paura delle minacce del grande capitale, non hanno alcuna prospettiva.

La piccola borghesia si mobiliterà davvero? Per quali obiettivi? Il disorientamento, l'amarezza e il disgusto politico che alcuni in questa piccola borghesia provano, possono peggiorare la situazione trasformandoli in una massa di manovra utilizzata per preservare l'ordine sociale che li schiaccia. Il risultato migliore può venire solo dalla classe operaia mobilitata e dalla sua capacità di rivolgersi alla piccola borghesia e di trascinarla dietro ai suoi obiettivi di lotta al gran padronato.

La base della piccola borghesia ha un piede nella classe operaia, i suoi vertici si confondono con la borghesia. Questa divisione è anche politica. In periodi di lotta di classe esasperata che pongono la questione del potere sulla società, la piccola borghesia e i suoi portavoce politici esitano. Le dinamiche oggettive di una società divisa in due classi, uniche portatrici di una prospettiva in materia d'organizzazione sociale, non lasciano loro altra scelta se non quella tra due possibilità: la sopravvivenza del capitalismo, anche nelle sue forme più barbariche, oppure il futuro comunista rappresentato dalla classe operaia.

La piccola borghesia di per sé non è portatrice di un'altra organizzazione di economica. La grande massa di piccoli commercianti, artigiani, lavoratori autonomi combatterà i capitalisti solo se sarà convinta dalla forza dei lavoratori in lotta. In assenza di tali battaglie, essa non può che trasformarsi in un aiuto per questo stesso gran capitale e rafforzare politicamente le forze più reazionarie che lavorano per un futuro più autoritario, più antioperaio, più anti-immigrati.

Se la classe operaia non riuscirà a mobilitarsi per i suoi interessi, la borghesia e i suoi servitori politici la porteranno all'impoverimento e al regresso generalizzato. Essi condanneranno l'intera società al degrado sociale e politico. La stessa borghesia non vede alcuna soluzione alla crisi storica del suo sistema. La logica di quest'ultimo la spinge, per sopravvivere, a demolire le condizioni di esistenza della classe operaia. O l'umanità troverà il modo di liberarsi della sua vecchia pelle capitalista con la presa di potere ad opera del proletariato, oppure vi rimarrà asfissiata.

Il problema non si limita a un ritorno della combattività operaia. È necessario anche che i lavoratori siano consapevoli di dover strappare il potere politico alla borghesia e di impossessarsene, altrimenti la società sprofonderà nella barbarie. Nelle fasi più acute della lotta di classe, questa coscienza sarà piena e completa solo se si incarnerà in un partito comunista rivoluzionario capace di difendere l'obiettivo della presa del potere da parte della classe operaia.

5 novembre 2020