Conclusioni - Congresso di Lutte ouvrière - Dicembre 2018

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Conclusioni - Congresso di Lutte ouvrière - Dicembre 2018
9 dicembre 2018

Lutte de classe n°196 - dicembre 2018-gennaio 2019

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Il movimento dei gilets gialli non è finito. Se continuerà e finché susciterà discussioni e interesse politico, dovremo cogliere nelle imprese dove siamo presenti tutte le occasioni che ne risulteranno. Ma non è ancora la cosa più importante. Dobbiamo essere convinti che l'estensione della crisi economica ed il suo probabile aggravarsi possono soltanto peggiorare la crisi sociale. Questa crisi può assumere forme impreviste ed imprevedibili. Passerà inevitabilmente per fasi che mescoleranno categorie sociali molto diverse, con obiettivi molto diversi.

Nell'ambito di questa contestazione multiforme, dobbiamo intervenire sistematicamente portando avanti una politica che corrisponda agli interessi della classe operaia. Dobbiamo altresì mostrare perché questa politica risponde anche ai problemi della maggior parte della società.

La classe capitalistica continuerà ad aumentare lo sfruttamento in tutti i modi: lo sfruttamento nel senso proprio del termine, creazione di plusvalore nella produzione, ma anche peggioramento indiretto tramite l'azione dello Stato che, per aiutare la parte più ricca della borghesia, troverà mille sotterfugi per fare prelievi sulle classi popolari (imposte, tasse, ecc.) e per risparmiare sui servizi pubblici, in particolare quelli più utili alle classi popolari in generale ed ai lavoratori in particolare.

In un paese come la Francia, con il suo spinto statalismo, i servizi pubblici e le tutele sociali sono stati concepiti soprattutto nel periodo del dopoguerra, in linea di massima per permettere ai capitalisti di pagare salari più bassi. È guardando la questione da quest'angolo di visuale che difendiamo quei servizi pubblici che sono utili alla popolazione: in realtà, fanno parte del potere d'acquisto dei lavoratori salariati. Sono il supplemento che lo Stato dà per farsi carico di una parte di ciò che la borghesia dovrebbe pagare ai lavoratori stessi.

Occorre fare un confronto con gli Stati Uniti dove storicamente le cose sono avvenute un po' diversamente. Per diversi anni dopo la guerra gli Stati Uniti sono stati "l'America"... I salari erano più alti, consentivano almeno all'aristocrazia operaia di curarsi meglio ma pagando, di inviare i figli a studiare all'università, pur sborsando sempre somme importanti (oggi circa 50 000 dollari all'anno). Qui in Francia, l'istruzione si fa sempre più costosa man mano che si passa dalla scuola elementare al liceo, e poi all'università. Ci sono da pagare i libri, le forniture scolastiche e oggi, a partire da un certo livello, i computer e i tablet, senza parlare dell'abbigliamento. Non a caso, e anche se grazie allo Stato l'istruzione si è relativamente democratizzata, ci sono sempre meno figli di operai, più generalmente figli di poveri, man mano che si avanza verso l'istruzione universitaria. E anche rispetto a questa situazione coloro che ci governano imporranno dei regressi, come indica quello a cui si oppongono, giustamente, gli studenti: far pagare gli studenti stranieri "extracomunitari". Cosa che è tanto più odiosa in quanto essi sono per lo più originari delle ex colonie dell'imperialismo francese. L'espressione "istruzione gratuita" ha certamente un senso, rispetto agli Stati Uniti, ma è una nozione molto relativa e sempre più snaturata, progressivamente o brutalmente.

Lo stesso dicasi per il sistema medico. Privilegio dei paesi ricchi -ricchi grazie al saccheggio ed alla miseria dei paesi sottosviluppati-, lo Stato si è assunto parzialmente, in Francia come nella maggior parte dei paesi imperialisti d'Europa, due voci importanti quali la sanità e l'istruzione. La sanità non è proprio a carico dello Stato, poiché questo si accontenta di gestire i salari differiti dei lavoratori. Al contrario dell'istruzione, ciò non costa nulla allo Stato, il quale, anzi, attinge a questi fondi le somme necessarie per finanziare in parte il sistema sanitario che dovrebbe essere di sua competenza.

Questo aspetto dello statalismo, che permetteva alla borghesia di pagare salari più bassi, da anni è sempre più rimesso in discussione per servire i suoi interessi a breve termine, anche al prezzo di compromettere alcuni dei suoi interessi di più lungo termine. Per conservare i fondi per la borghesia, lo Stato favorisce le cliniche private o più generalmente la medicina privata, svuota le casse della previdenza sociale o fa risparmi sulle medicine, su alcuni tipi di cure, ecc. Ciò è anche messo in evidenza in questo momento, non tanto dal movimento dei gilets gialli quanto dalle ragioni profonde che lo hanno innescato. Dietro il sentimento che si esprime così largamente per cui "il nostro potere d'acquisto non ci permette più di vivere", c'è in realtà lo sfruttamento capitalistico. Ma lo sfruttamento di per sé, il fatto di essere costretti a vendersi per un salario, non è considerato come ingiusto dalla maggior parte dei lavoratori stessi, i quali pensano che "occorre lavorare per guadagnarsi di che vivere"! Ed è quando non si ha un lavoro che ci sono problemi.

I prelievi dello Stato, le imposte e le tasse che aumentano, i salari differiti utilizzati per scopi impropri mentre i servizi pubblici utili alla popolazione arretrano, sono invece considerati come una truffa.

All'epoca della schiavitù, nel senso moderno del termine, questo ordine sociale poteva essere accettato dagli stessi schiavi perché era la norma sociale. Ma il cibo insufficiente, l'atteggiamento di un padrone più violento degli altri, e molti altri aspetti quotidiani della schiavitù, potevano essere considerati come ingiustizie e provocare rivolte. Sulla corazzata Potemkin, la condizione quotidiana dei marinai della nave era la quasi schiavitù ma non suscitava rivolte. Non così i vermi nella carne!

Se si amplia la questione che il governo adesso si trova di fronte, vediamo che non è stato solo Macron e il suo atteggiamento "da Jupiter", cioè sprezzante verso la popolazione, a provocare la contestazione. Macron e la sua cricca hanno concentrato l'odio su loro stessi. Ma quel che è più pericoloso per la borghesia è il discredito dello Stato medesimo. Il nocciolo, il cuore dello Stato, è, come diceva Engels, "una banda di uomini armati". Ma se lo Stato e le sue istituzioni reggono, non lo devono soltanto grazie alla brutalità e alla violenza. È anche perché la società di classe in cui siamo ha bisogno di arbitri e non può fare a meno dello Stato. In tempi normali, questa funzione d'arbitro in molti campi gode di una certa autorità, o di un certo rispetto, per quanto numerose possano essere le critiche su questo o quell'aspetto del suo funzionamento (giustizia parziale, comportamento della polizia, ecc.).

Non è stata soltanto la crisi dell'alternanza che si è evidenziata già molti anni fa, e di cui Macron ha saputo servirsi per arrivare al potere, a compromettere l'autorità dello Stato, ma la borghesia stessa con la sua avidità, le sue esigenze nei confronti dei propri servi della politica e dell'amministrazione.

Ancora sul movimento dei gilets gialli

Molti compagni sono andati sul campo per difendere la nostra politica presso chi, a noi vicino, si era mobilitato in questo movimento limitato e confuso. Ancora una volta, qualunque movimento, soprattutto all'inizio, appare confuso, con moltissimi aspetti contraddittori, anche un movimento di un'importanza ben più rilevante della mobilitazione dei gilets gialli.

Anche la rivoluzione russa, nella sua prima fase, cioè quando la manifestazione delle donne si era trasformata in una sommossa il cui obiettivo era di rovesciare lo zar, ha beneficiato di qualche unanimismo. Anche una parte dell'alta nobiltà voleva sbarazzarsi dello zar. Ciò era iniziato con l'eliminazione, nel pieno senso del termine, di Rasputin, l'anima malvagia della famiglia dello zar. E forse lo volevano ancor più le potenze occidentali, gli imperialismi francese e britannico in particolare.

La classe operaia russa trovò rapidamente la sua strada nei fatti, anche se non ancora con una chiara coscienza dei propri compiti, riuscendo ad avere la meglio sulle forze di repressione, cominciando a disgregare l'esercito e soprattutto ricostituendo i consigli operai, i Soviet, attingendo alle sue esperienze del 1905. Ma anche in Russia la classe operaia ebbe bisogno di parecchi mesi per trovare la strada. La trovò grazie al partito bolscevico ed alla sua politica.

A questo proposito, ecco cosa diceva un testo di Lenin dedicato all'insurrezione irlandese del 1916:

"Chiunque si aspetta una rivoluzione sociale "pura" non vivrà mai abbastanza a lungo per vederla. È soltanto un rivoluzionario a parole che non comprende niente di cos'è una vera rivoluzione".

La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. È consistita in una serie di battaglie condotte da tutte le classi, gruppi e singoli insoddisfatti della popolazione. Fra loro, c'erano masse dai pregiudizi più barbari, che lottavano per gli obiettivi più vaghi e più fantastici, c'erano gruppetti che ricevevano denaro giapponese, c'erano speculatori ed avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse scuoteva lo zarismo ed apriva la strada alla democrazia, ed è per questo che gli operai coscienti erano alla sua testa.

La rivoluzione socialista in Europa non può essere altro che l'esplosione della lotta di massa degli oppressi e degli scontenti di ogni specie. Inevitabilmente vi parteciperanno elementi della piccola borghesia ed operai arretrati -senza questa partecipazione, la lotta di massa non è possibile, nessuna rivoluzione è possibile - e, altrettanto inevitabilmente, porteranno nel movimento i loro pregiudizi, le loro fantasticherie reazionarie, le loro debolezze ed i loro errori. (...) L'avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, che esprimerà la verità oggettiva di una lotta di massa disparata, discordante, variegata, a prima vista senza unità, potrà unirla ed orientarla, conquistare il potere, impadronirsi delle banche, espropriare i gruppi finanziari odiati da tutti (anche se per ragioni diverse!) ed attuare altre misure dittatoriali che nel complesso avranno per risultato l'abbattimento della borghesia e la vittoria del socialismo, che sarà ben lungi dal "purificarsi" immediatamente delle scorie piccolo-borghesi". (Lenin, "l'insurrezione irlandese del 1916", in Bilancio di una discussione sul diritto delle nazioni all'autodeterminazione, 1916).

Non possiamo orientarci negli avvenimenti, per quanto limitati siano, senza comprendere quelle fasi acute della lotta di classe quali sono i periodi rivoluzionari che fanno parte della nostra cultura politica.

Questo movimento dei gilets gialli è stato, come abbiamo detto, un richiamo alla nostra ragion d'essere di organizzazione comunista rivoluzionaria. Era anche un'occasione per misurare la capacità militante dei nostri compagni, la loro volontà militante, il loro entusiasmo. La maggior parte dei nostri compagni vi ha risposto e quando sono andati sul campo hanno scoperto quanto la gente è capace di iniziative sotto tanti aspetti. Quelli che fra noi hanno vissuto scioperi hanno fatto questa esperienza e sanno a che punto un movimento collettivo, pur limitato, può fare uscire coloro che vi partecipano dai limiti abituali della rassegnazione e dell'inerzia. Queste molteplici iniziative hanno spinto i nostri militanti a riflettere, a prendere a loro volta l'iniziativa non soltanto per trovare le parole adatte a difendere le nostre idee politiche, ma anche, a volte, per proporre azioni che andavano nel senso di queste idee. (...)

Non bisogna credere che la routine, anche quella di un'organizzazione comunista rivoluzionaria in periodo di relativa pace sociale, possa sostituire l'entusiasmo, la volontà di agire, l'inventività del militante in periodo di scioperi, di ascese operaie e, a maggior ragione, di rivoluzione. Su un piano molto generale, la routine è agli antipodi del comportamento rivoluzionario! La stabilità dell'ordine sociale capitalistico non si basa sulle forze di repressione, anche se coloro che ci governano sanno farci ricorso in caso di bisogno. Lo abbiamo visto recentemente sui Champs-Élysées oppure durante la lotta dei lavoratori della Goodyear, ecc. Ma lo Stato non se ne serve tanto spesso, fosse solo perché l'efficacia delle forze di repressione è limitata, ed il loro utilizzo può avere l'effetto esattamente contrario di ciò che i governanti sperano. Quel che succede attualmente in Haiti lo evidenzia.

Giorno dopo giorno, l'ordine sociale si basa in gran parte sulla routine, sull'accettazione passiva dello sfruttamento e dell'oppressione inculcata agli sfruttati dagli sfruttatori e dalle loro istituzioni. Un compagno, nel riferire le discussioni attorno al movimento dei gilets gialli in un ambiente piuttosto piccolo-borghese apparentemente toccato nel suo potere d'acquisto, ha constatato le reazioni a "l'incoerenza del sistema con la chiusura delle piccole linee ferroviarie, la chiusura dei servizi pubblici che costringe a numerosi spostamenti, le distanze che derivano dal prezzo degli affitti, l'idea che la maggior parte della gente è costretta ad abitare sempre più lontano" e tutto ciò l'ha spinto "ad osservare la mobilitazione con una certa comprensione, anche se uno di loro si chiedeva cosa ne potesse risultare in futuro". Questo tipo di discussione e la presa di coscienza dell'anarchia del sistema capitalistico sono indicative. Fino a che punto la gioventù liceale o studentesca ha avuto le stesse reazioni? Tutto ciò ci permette di discutere subito sulla necessità di un'altra organizzazione sociale.

Infatti, l'economia capitalistica è fondata sullo sfruttamento, con tutto ciò che ne deriva: la disuguaglianza sociale, la povertà che peggiora mentre aumenta la ricchezza di una minoranza. Ma è anche fondata sulla concorrenza, sull'assenza di pianificazione, sulla contraddizione sempre più evidente tra l'interesse collettivo, l'interesse sociale e gli interessi individuali. Senza la collettivizzazione dell'economia, che esige di porre fine all'appropriazione individuale dei mezzi di produzione, l'economia è condannata in permanenza all'agitazione disordinata degli interessi individuali. E questa agitazione, che scaturisce dalla proprietà privata, è inevitabilmente anarchica, aberrante, pazzesca. Le decisioni che alla fine prevalgono corrispondono ovviamente alle esigenze delle più potenti fra le potenze del denaro, nonostante siano anche loro in rivalità permanente le une con le altre.

In questo genere di discussione, bisogna in un certo qual modo cominciare dalla fine: parlare di pianificazione, spiegare come la proprietà privata e la concorrenza rendono la società incapace di gestire i problemi più quotidiani, i problemi ecologici come gli altri. Recentemente, una trasmissione della radio France Inter faceva la stessa domanda a tutti i suoi ospiti intervistati: "qual è il vostro gesto quotidiano per preservare l'umanità dal riscaldamento climatico?". Fra questi ospiti, c'erano i ministri, cioè persone che dovrebbero dirigere il paese. Una di queste ha risposto così alla domanda: "da trent'anni, non faccio il bagno, ma certamente faccio la doccia!". O meglio ancora: "a casa spengo la luce quando esco da una stanza". Un salariato che fa altrettanto, cioè fa solo la doccia e spegne le luci, magari non lo fa per preoccupazione ecologica, ma perché ha il cruccio di risparmiare. Ma bisogna rendersi conto di quanto è pazzesca questa risposta! L'ospite, un ministro con il potere che gli deriva dalla sua funzione, incapace di prendersela con le grandi imprese inquinanti, a cominciare dalla Total, raccomanda piccoli gesti quotidiani. Ciò significa rendere responsabili della crisi climatica le persone umili, i proletari, i disoccupati... e perché non le mucche, per le ragioni che conosciamo...?

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Si può certamente considerare che il grido unanime "Macron démission" fa parte dell'apprendistato politico delle manifestazioni dei gilets gialli. Bisogna però aggiungere che l'odio di cui ciò è espressione non esiste solo da quando sono aumentate le tasse sul gasolio. Soprattutto, la presa di coscienza che così si esprime ha limiti estremamente stretti. Ancora una volta, è la dimostrazione del fatto che dietro la muleta rossa il toro non vede la spada del torero.

La casta politica e, in una democrazia borghese, in primo luogo il presidente della repubblica fungono da valvola di sicurezza per preservare l'ordine sociale, cioè il dominio della classe capitalistica. Anche in passato, all'epoca delle monarchie più o meno assolute dell'"Ancien Régime", i re avevano, in fin dei conti, questo ruolo. Non succedeva molto spesso, ma quando l'odio si accumulava, finiva per rivolgersi contro il re. In Inghilterra e in Francia, almeno due di loro vi persero la testa! Il vantaggio della democrazia borghese, il suo lato "soft" come dicono gli anglofoni, è che alla ghigliottina è subentrato il voto. Le elezioni sono fatte per sbarazzarsi di chi è alla testa dello Stato in modo che il regno della classe dominante si possa prolungare. Per questo, uno degli aspetti delle nostre attività di rivoluzionari consiste nel mostrare in modo permanente chi davvero tiene le fila o, più esattamente, chi domina la società, quale classe sta dietro il tizio che occupa l'Eliseo. (...)

Per concludere

Per ora, finché durerà il movimento dei gilets gialli, ne dovremo approfittare per discutere il più possibile con il massimo numero di lavoratori, quelli che incontriamo nei posti di blocco e soprattutto nelle imprese. Dobbiamo difendere la nostra politica non solo contro gli avversari, ma contro lo scetticismo o il disinteresse di chi ci è vicino.

Non è sicuro che questo sia stato fatto al massimo delle nostre possibilità. Certamente sappiamo che nelle grandi imprese il clima è meno caldo. Lì i lavoratori tuttavia sono ben meglio organizzati dalla classe capitalista stessa che non i pensionati, i disoccupati o gli operai delle piccole imprese, ed è lì che succederanno le cose decisive. Decisive non necessariamente per trasformare un movimento per ora molto limitato in una cosa che non è, ma almeno per condurre i lavoratori ad una certa presa di coscienza che potrebbe servire per le lotte future.

Ancora una volta, non sappiamo nulla del futuro del movimento, anche a brevissimo termine. Ma se durerà, bisogna che i compagni non manchino l'occasione di fare anche le attività sindacali in modo rivoluzionario. I lavoratori delle grandi fabbriche non si sono mobilitati, o in ogni caso non ancora, ma riflettono e discutono. Individualmente o nei sindacati in cui siamo presenti, dobbiamo cercare di coinvolgere coloro con cui militiamo tutto l'anno per fare un lavoro da certosini, per fare riflettere i lavoratori con l'obiettivo di mobilitarli. Spiegare ai lavoratori che stare sui rondò stradali è più facile ma non basta. E se ciò può sembrare efficace quando vediamo che il governo ha fatto concessioni, non lo è a più lungo termine. Occorre quindi andare avanti intelligentemente e coscientemente, coinvolgere i militanti, riunire i lavoratori che attualmente sono più interessati. Dobbiamo trovare gli argomenti per esprimere noi stessi con rabbia il loro malcontento, e mettere sul tavolo la necessità inevitabile della mobilitazione, poiché se non ci mobilitiamo i capitalisti ci faranno crepare.

Occorre andare avanti con un linguaggio di attacco e dire chiaramente che l'unica soluzione è mobilitarsi, anche se i lavoratori oggi non sono pronti, perché ciò può cambiare rapidamente. Rispetto alle scadenze più vicine, bisogna cogliere l'appello della CGT ad una manifestazione per il 14 dicembre. Ciò che la CGT ha fatto il primo dicembre è stato davvero ridicolo: la direzione confederale ha sabotato la stessa manifestazione nazionale a cui aveva chiamato...

Nel contesto attuale, se una o due grandi imprese entrassero in lotta ponendo la questione dei salari, sarebbe un grande passo avanti. Prendiamo in considerazione anche soltanto un aspetto delle cose: i rappresentanti politici della borghesia si lagnano perché i gilets gialli non sanno organizzarsi abbastanza da fare sorgere capi capaci di rappresentarli di fronte alle autorità. È chiaro che le preoccupazioni dei rappresentanti della borghesia sono all'opposto delle nostre preoccupazioni. Vogliono rappresentanti che li possano aiutare a seppellire il movimento, e noi vorremmo responsabili che lo spingano ad esprimere fino in fondo le sue possibilità.

In passato, in situazioni sociali agitate, i lavoratori hanno saputo creare comitati di ogni genere, la forma più compiuta dei quali fu quella dei consigli operai o dei Soviet, inventati dai lavoratori russi nel 1905 e che hanno permesso loro di prendere il potere nel 1917. Una simile forma d'organizzazione può sorgere solo da grandi imprese. Uno sciopero condotto democraticamente in una grande impresa, cioè dove le decisioni sono prese in assemblea generale, può e deve eleggere un comitato di sciopero. Un tale comitato, quando esiste, può trasformarsi molto naturalmente in un'organizzazione di tutti i lavoratori in lotta, che siano di una grande impresa o di una piccola, che siano disoccupati o pensionati.

Non diciamo che il movimento attuale ha qualche possibilità di fare sorgere tali comitati. L'idea stessa ha poco senso finché non c'è almeno un certo numero di imprese in lotta. Ma occorre che i nostri compagni siano coscienti della tappa successiva e che facciano tutto il possibile per avvicinarsene.

Infine, aldilà del movimento in corso, occorre essere coscienti che la situazione attuale è ricca di un certo numero di potenzialità, comprese quelle peggiori. Il movimento dei gilets gialli può contribuire a destare i lavoratori delle grandi imprese, ma può anche dare una certa base popolare ad un movimento d'estrema destra che non sia più esclusivamente elettorale. Ne prevediamo la possibilità da parecchi anni, con l'aggravarsi della crisi e con l'aumento della demoralizzazione al punto che i lavoratori si rivolgono, almeno elettoralmente, verso Le Pen e soci. Sappiamo, del resto, che un vero movimento fascista non necessariamente sorgerà dal Raggruppamento nazionale (RN) o da una Marine Le Pen ormai ben troppo insediata nella vita delle istituzioni politiche, ma forse da altri partiti o persone.

Non si tratta di speculare sull'eventualità di questa o quella possibilità. Si tratta di militare attorno alle nostre idee ed alla nostra politica. E per farlo, si tratta di rafforzarsi come militanti, di accrescere la nostra influenza. Si tratta di intervenire con gli atti quando possiamo e con la parola in ogni caso, sapendo che forse il conto alla rovescia è già cominciato... A suo modo, con le sue contraddizioni, con i suoi limiti, il movimento dei gilets gialli conferma la validità delle nostre idee. Certamente, la nostra politica non è raccolta da una parte significativa dei lavoratori nelle grandi imprese, ma quando la difendiamo non siamo considerati come dei marziani. Se facciamo seriamente il nostro lavoro, ciò può portare ad un aumento della nostra area di ascolto. È un modo importante per andare avanti sulla strada della costruzione del partito.

Allora, compagni, coraggio per l'attività! Troviamo la determinazione e l'entusiasmo necessari in tutto ciò che facciamo e che dobbiamo fare!