Cina: Dalla crisi sanitaria alla crisi economica

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Cina: Dalla crisi sanitaria alla crisi economica
6 maggio 2020

Da "Lutte de classe" n° 208 - Giugno 2020

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"L'epidemia porterà inevitabilmente un duro colpo all'economia e alle attività sociali. In un momento come questo, è tanto più importante considerare lo sviluppo della Cina in una prospettiva globale, dialettica e a lungo termine e continuare a costruire la fiducia". Sono le parole del presidente cinese Xi Jinping, in visita nello Shaanxi il 22 aprile, un mese dopo la fine della quarantena nello Hubei. E ha sottolineato la necessità di "far progredire attivamente la ripresa del lavoro, per garantire non solo i compiti di produzione ma anche la salute della popolazione". Oggi, in Cina, per il potere, la promessa di un futuro luminoso per tutti comincia con l'incremento della ripresa del lavoro. Ciò significa che la crisi economica scatenata da quella sanitaria non è un semplice episodio.

Il brutale arresto della produzione si è verificato in un'economia capitalista in pieno rallentamento e satura di debiti. Insieme alla crisi dei paesi imperialisti, dalla quale l'economia cinese rimane profondamente dipendente, questa in Cina verosimilmente durerà a lungo. Può diventare,così, l'occasione per una gigantesca purga economica come quelle provocate regolarmente dal capitalismo in recessione, facendo sprofondare la società cinese e mondiale in un caos ben peggiore di quello dovuto al coronavirus.

La presunta origine dell'epidemia è Wuhan, una città di 11 milioni di abitanti, che da sola fa capire il livello d'integrazione della Cina nel capitalismo mondiale, sia come terreno di esportazione di capitali per le imprese imperialiste, sia come laboratorio di produzione per l'economia globale. È la capitale dello Hubei, una delle 29 province e regioni della Cina, che ha una popolazione di 58 milioni di abitanti. È l'undicesima città cinese come densità di popolazione, con un numero molto inferiore di abitanti rispetto a quello delle megalopoli della costa orientale quali Shanghai, Pechino e Guangzhou, che contano ciascuna più di 20 milioni di abitanti,. Wuhan è, però, insieme a Chongqing una delle due più grandi città della Cina centrale, un centro industriale di prima classe. La sua base industriale è un complesso siderurgico costruito dallo Stato durante il periodo della cooperazione sino-sovietica, un esempio lampante dell'accumulazione primitiva che lo Stato cinese ha compiuto in quel periodo. Nel 1981, prima dell'"era delle riforme" e dell'apertura economica guidata da Deng Xiaoping, Wuhan era il quarto centro industriale del paese.

Tuttavia, nell'ambito di questa apertura, le autorità cinesi hanno scelto di accogliere capitali privati stranieri. Prima furono istituite zone economiche speciali sulla costa orientale, principalmente dalle parti di Guangzhou e Shanghai. Shenzhen, situata tra Hong Kong e Guangzhou, allora una piccola città di poche migliaia di abitanti è oggi una zona economica speciale con 12 milioni di abitanti. Solo nella seconda metà degli anni 2000, per il relativo aumento dei salari imposto dalle lotte operaie nelle zone economiche speciali della costa, il regime cinese orientò gli investimenti stranieri verso l'interno del Paese. Wuhan ne trasse il massimo vantaggio, soprattutto nell'industria automobilistica, a tal punto che la stampa internazionale la definisce ora "la Detroit cinese".

Wuhan da sola copre il 9% della produzione automobilistica cinese ed è sede di centinaia di ditte della componentistica per auto che lavorano per il mercato cinese e per l'esportazione. La PSA Peugeot-Citroën, presente a Wuhan dagli anni '90 in associazione con il produttore locale Dongfeng, ha intensificato la sua produzione costruendo nuovi impianti e formando i suoi subappaltatori. Nel 2012, secondo il giornale Les Echos, ospiterà il 40% degli investimenti francesi e il maggior numero di aziende francesi con sede in Cina, come Faurecia, Valeo, Eurocopter, Société Générale, L'Oréal, Pernod-Ricard, Alstom, Total e Alcatel.

Dalla crisi sanitaria alla crisi economica

La crisi sanitaria, il cui epicentro era nello Hubei, ha paralizzato gran parte dell'economia cinese quasi da un giorno all'altro. Nello Hubei l'apparato di produzione ha cessato di funzionare, ma non solo. A Wuhan, per far fronte all'ondata epidemica che stava travolgendo il sistema sanitario locale, le autorità sono riuscite a confinare tutti gli abitanti nei loro edifici, o addirittura nei loro appartamenti, e hanno proibito loro di uscirne. Dalla fine di gennaio, alla vigilia delle vacanze del Capodanno cinese, fino all'inizio di aprile, Wuhan è rimasto isolato dal resto del Paese per 76 giorni. Tutta la provincia è stata messa in quarantena sotto una campana di vetro. Nel resto della Cina le misure di distanziamento sociale si sono moltiplicate, le città e i villaggi sono stati barricati e isolati, tagliate le vie di comunicazione tra le province.

Alla fine di marzo, molte delle decine di milioni di lavoratori migranti che si erano ricongiunti alle loro famiglie in province remote per le vacanze del Capodanno cinese non erano ancora tornati, a causa della congestione dei treni ma anche perché molto ostacolati nel loro ritorno, per il timore delle autorità che fossero portatori del virus in grandi città come Pechino o Shanghai.

La crisi sanitaria si è rapidamente trasformata in crisi economica. Ufficialmente, tra gennaio e febbraio 5 milioni di cinesi hanno perso il lavoro, spingendo il tasso di disoccupazione nelle aree urbane dal 5,2% al 6,2%, con oltre 28 milioni di disoccupati, una cifra che è scesa a 27 milioni a marzo. Infatti, decine di milioni di posti di lavoro non contabilizzati sono scomparsi, e con essi i rispettivi salari. La classe operaia cinese è vasta. Oltre ai 60 milioni di lavoratori nelle imprese controllate dallo Stato e ai 130 milioni ufficialmente registrati nelle imprese private, nel gennaio 2020 la Cina capitalista sfruttava 290 milioni[1] di migranti rurali, ossia lavoratori, molto spesso non dichiarati e con diritti limitati, con la residenza registrata in un'area rurale, all'interno o all'esterno della provincia, , ma che lavorano in aree urbane o in zone economiche speciali. Secondo varie fonti, di questo sopracitato numero di lavoranti, tra gli 80 e i 170 milioni erano rimasti nelle zone rurali o avevano perso il lavoro alla fine di febbraio. Il giornale del mondo degli affari, Caixin, ha stimato 70 milioni il numero di disoccupati a fine aprile. Come conseguenza dell'organizzazione capitalistica della società, la crisi sanitaria ha portato a una massiccia disoccupazione e alla perdita di reddito per decine di milioni di lavoratori cinesi. I dipendenti di alberghi, ristoranti e negozi al dettaglio hanno perso circa la metà del loro introito a febbraio. In tutte le città, la piccola attività di commercio e servizi ha subito un notevole rallentamento, portando sull'orlo della bancarotta milioni di piccoli borghesi in difficoltà. E il disastro continua. Alla fine di aprile, il traffico aereo era un terzo di quello dell'anno scorso [2].

Così la crisi sanitaria ha avuto immediatamente un effetto doppio. Senza lavoratori nelle fabbriche, sulle strade, nei trasporti, la crisi sanitaria ha completamente disorganizzato i flussi economici, causando un calo della produzione, delle vendite, dei profitti e degli investimenti come mai prima. Per la loro posizione, i padroni hanno limitato i danni, ma hanno privato di reddito decine di milioni di lavoratori e subappaltatori. A questo si aggiunge l'enorme numero di piccoli borghesi la cui attività è stata ridotta dalla quarantena, dalla drastica diminuzione degli sbocchi per la produzione di beni di consumo. Ma se la crisi sanitaria è stata il fattore scatenante di quella economica, la notevole entità dei danni è dovuta ad altre concause basilari molto più importanti del coronavirus.

Un'economia cinese in crisi da più anni

L'organizzazione capitalistica della società, basata sulla proprietà privata e sul profitto, è il fattore fondamentale. Ma le pesanti tendenze in atto hanno accentuato la crisi. All'inizio, le autorità cinesi speravano in una ripresa dell'attività a V, una ripresa così rapida come la caduta. Ora hanno messo da parte questa prospettiva, per diversi motivi. Innanzitutto perché l'economia cinese è fortemente integrata nell'economia globale. A prescindere da ciò che dicono le autorità sul consumo interno come nuovo motore della crescita, essa rimane fortemente dipendente dalle sue esportazioni, che rappresentano il 17% del PIL cinese e il 95% dei manufatti. Ma queste rappresentano anche il 43,5% della produzione del cosiddetto settore secondario, che comprende l'industria manifatturiera e le costruzioni. Ciò significa che in realtà quasi la metà dell'industria cinese, compresa l'edilizia e la produzione di energia, lavora comunque per l'esportazione. La crisi economica che si è diffusa in tutto il mondo sta riducendo le opportunità per l'industria cinese, proprio mentre i consumi domestici sono stati tagliati nella stessa proporzione dei salari e dei redditi di decine di milioni di lavoratori e di piccoli borghesi. In assenza di mercato, è improbabile che l'industria si riprenda molto rapidamente. Anche in quelle fabbriche dove erano stati ripresi tutti i lavoratori, l'attività in aprile era lenta e gli ordini erano a mezz'asta. Un'eccezione degna di nota è l'industria dei beni di lusso. Ad esempio, dopo la fine della quarantena, la Tesla ha battuto il record di vendite per le sue auto elettriche di fascia alta. Vuol dire che la borghesia cinese ha ancora soldi da spendere.

Oltre a questa dipendenza dal mercato mondiale, la crisi sanitaria ha colpito il capitalismo cinese quando da anni stava rallentando sempre più seriamente. Mentre l'ammontare degli investimenti rimaneva alto, le cifre della crescita diventavano ogni anno più basse, riflettendo la diminuzione dell'efficienza del capitale. Nel 2019 le statistiche cinesi indicavano addirittura un calo del 3,3% [3] degli utili delle medie e grandi imprese rispetto al 2018, probabilmente dovuto alla guerra economica con gli Stati Uniti, ma anche alla saturazione del mercato. Al riguardo le difficoltà del settore automobilistico sono sintomatiche.

Questo rallentamento è tanto più significativo in quanto si accompagna a un'esplosione del debito pubblico e privato. Nel 2019, il debito ufficiale totale della Cina - debito pubblico, aziendale e familiare - ha raggiunto un valore astronomico di 43 mila miliardi di dollari, pari al 303% del PIL, di cui più di un terzo è dovuto ad aziende e banche. L'indebitamento della Cina è salito con l'attuazione di vari piani di rilancio per compensare gli effetti della crisi del 2009 e il conseguente rallentamento del commercio mondiale. È attraverso il debito che la borghesia cinese ha mantenuto alcune delle sue aziende, talune sono addirittura descritte come zombie. Solo in questo modo ha potuto continuare a mietere profitti negli ultimi anni, nonostante le difficoltà esterne e interne. La maggior parte dei prestiti ottenuti sono gestiti da banche e imprese statali, che con l'indebitamento hanno sviluppato o continuato la loro attività. Così le banche hanno incrementato notevolmente i prestiti a favore di immobili, costruzioni, infrastrutture e autorità locali, dando origine alla bolla immobiliare e alla sovraccapacità di produzione nell'acciaio e l'alluminio, che lo Stato sta cercando di ridurre. Quando nel 2010 il governo ha ristretto la sua politica monetaria, è stata la banca dell'ombra, lo "Shadow Banking", a sostenere il debito a tal punto che le sue cifre ufficiali sono probabilmente sottovalutate.

Se la crisi sanitaria ha causato così tanti danni, è perché l'economia aveva accumulato contraddizioni a tal punto che ogni evento di qualsiasi portata poteva portare ad un collasso. È attraverso le crisi che l'economia capitalista si riprende, ripristinando il tasso di profitto delle imprese, potando i rami secchi di cui non era riuscita a liberarsi e, allo stesso tempo, facendo sprofondare la società nel caos.

Nell'immediato, il debito ha un'altra conseguenza. Durante la crisi del 2008, lo Stato cinese ha inizialmente messo sul tavolo 4 trilioni di yuan (574 miliardi di dollari) per un piano di rilancio massiccio. Questo piano rappresentava da solo il 13% del PIL annuo della Cina all'epoca. Così è stata messa sotto flebo la borghesia cinese, e anche in realtà l'intera borghesia internazionale che forniva alla Cina materie prime e altri componenti e servizi. Ad oggi, dopo la crisi sanitaria del coronavirus, le misure annunciate dallo Stato cinese rappresentano solo il 3% del PIL e sono principalmente di sostegno alle imprese, pagamenti differiti delle tasse e dei contributi previdenziali, agevolazioni per le banche affinchè aiutino le piccole imprese con problemi di liquidità, o buoni d'acquisto distribuiti alla popolazione per fare riprendere i consumi. Il livello d'indebitamento della Cina lascia ormai al governo un margine di manovra ben più stretto che nel 2008-2009. La sua crescita aumenterebbe i rischi di default nei pagamenti e di speculazione sui tassi d'interesse, e quindi potrebbe spostare la crisi in questo campo. In ogni caso, un debito va rimborsato, ed è sicuro che lo Stato e la borghesia cinesi lo vorranno far pagare ai lavoratori. Se, per evitare l'aumento del debito, la Cina dovesse impegnarsi in una pura creazione monetaria, mettendo centinaia di miliardi di yuan direttamente a disposizione di banche e aziende, una parte di questo denaro verrebbe investita in ciò che può essere redditizio nel breve o lungo termine, nel settore immobiliare e nei mercati finanziari, spostando l'instabilità in questi settori, come è già avvenuto negli ultimi dieci anni. Il prezzo degli immobili è già così alto in Cina che, ad un residente di Pechino con un reddito medio che è molto più alto di quello dei lavoratori, l'acquisto di un appartamento di 100 m2 costa 55 anni di reddito,cioè più di una vita di lavoro. Anche nella Cina occidentale, a Chongqing per esempio, un tale acquisto equivale a 20 anni di guadagno medio. In ogni modo, gran parte degli ambienti economici sta già spingendo perché lo Stato raddoppi o addirittura triplichi le somme messe a disposizione del capitalismo cinese. Alcuni vogliono investimenti in infrastrutture, altri vogliono agevolazioni monetarie e di bilancio per le imprese, a seconda degli interessi che difendono.

Qualunque sia l'evoluzione della crisi, con o senza l'attuazione di piani di rilancio, saranno la classe operaia e i ceti inferiori della piccola borghesia a pagare la fattura. Decine di milioni di lavoratori ne stanno già pagando lo scotto con la riduzione del reddito, i licenziamenti, la disoccupazione, i salari dovuti e non corrisposti che devono essere rivendicati con lo sciopero. Migliaia e migliaia di tassisti, che non hanno potuto lavorare per settimane, si rivoltano contro le loro ditte per ottenere la riduzione del costo del noleggio. Queste reazioni, finora disparate e molto minoritarie, ricordano alle autorità cinesi che la classe operaia esiste comunque e che non si può pagarla solo a parole.

6 maggio 2020

[1]http://www.stats.gov.cn/english/PressRelease/202001/t20200117_1723398.html

[2]http://french.xinhuanet.com/2020-04/22/c_138998484.htm [3]

[3]http://data.stats.gov.cn/english/swf.htm?m=turnto&id=140 [4]

URL:https://mensuel.lutte-ouvriere.org/2020/05/17/apres-la-crise-sanitaire-l...

Link

[1]https://mensuel.lutte-ouvriere.org//lutte-de-classe/serie-actuelle-1993/...

[2]http://www.stats.gov.cn/english/PressRelease/202001/t20200117_1723398.html

[3]http://french.xinhuanet.com/2020-04/22/c_138998484.htm

[4]http://data.stats.gov.cn/english/swf.htm?m=turnto&id=140