Verso lo sciopero

Maggio 1971

I compagni di La voix des travailleurs de chez Renault non sono affatto scoraggiati e proseguono l'azione.

Ai primi di aprile, fanno circolare una petizione per rivendicare un aumento di dieci franchi sul salario base. Ovunque può essere presentata, questa petizione raccoglie la grande maggioranza delle firme.

Per fare giungere le petizioni alla direzione occorre che siano portate dai delegati. Vedendo il successo di queste petizioni, essi non osano rifiutare, ma sabotano.

Qui, fanno pressione sugli operai per impedire la circolazione delle liste, lì prendono i fogli e li fanno sparire.

Nessuno si illude sul valore delle petizioni ma i lavoratori le firmano anzitutto perché sono un mezzo per esprimere il loro malcontento e per approvare un aumento di salario che non dipenda dal rendimento.

In secondo, perché è un mezzo per mettere alla prova i delegati, per vedere fino a che punto osano opporsi alla loro volontà.

Infine, per molti, la firma è una condanna dell'atteggiamento dei delegati, perfino il segno di una ostilità che sono contenti di potere esprimere.

Si parla dell'aumento di dieci franchi, si parla di sciopero. Ma certo, i bollettini La voix des travailleurs de chez Renault creano qualche agitazione, certo ci sono le petizioni, certo c'è stato il tentativo fallito del mese di marzo, ma tutto questo non porta a nessun esito.

Alcuni operai sono impazienti. "Ma quando verrà questo sciopero?" Altri sono scettici.

In una delle loro riunioni, gli operai di La voix des travailleurs de chez Renault decidono di agire.

Il giovedì 17 aprile 1947, organizzano un comizio all'uscita della mensa aziendale. Ovviamente, i lavoratori che lavorano "in turno" non sono presenti. Ma lo sono la gran maggioranza di quelli che lavorano in orario "normale".

L'oratore sale sul davanzale di una finestra di un edificio proprio di fronte alla mensa.

Spiega la situazione ai lavoratori.

"I prezzi aumentano, i salari rimangono bloccati. Occorrono dieci franchi in più sul salario di base".

D'altronde, non sta inventando questa cifra. E' stata proposta dal segretario generale della CGT Benoît Franchon, poi fissato dal comitato confederale.

"Occorre ottenere questa rivendicazione. E in effetti non c'è altro mezzo che lo sciopero. I dirigenti della CGT sono contro lo sciopero, quindi lo dovremo fare senza loro, forse contro di loro".

L'oratore respinge gli argomenti avanzati dai delegati durante la fallita sospensione del lavoro.

"Ci si dice che creperemo di fame. Ma siamo crepati di fame per cinque anni. Ci si dice che il governo sta per farci gettare i gas lacrimogeni come il 30 novembre 1938. Durante cinque anni abbiamo dovuto resistere a tutt'altro che gas lacrimogeni. Le bombe non facevano soltanto piangere gli occhi, schiacciavano le nostre case, e noi dentro.
Davvero, possiamo credere che quelli che si appellano al "partito dei fucilati", che si proclamano gli "eroi della Resistenza" non hanno visto niente durante i cinque anni che durò questa guerra".

L'oratore mostra senza dissimulazione le difficoltà della lotta: privazioni, botte forse e in caso di insuccesso licenziamenti. Ma allo stesso tempo rammenta le sofferenze cento volte peggiori che "abbiamo sopportato per interessi che non erano nostri".

"Malgrado le difficoltà reali, siamo affatto capaci di condurre una lotta e di uscirne vittoriosi".

L'oratore pone termine al suo discorso chiamando alla lotta.

Prima propone di votare il principio di un aumento di dieci franchi sul salario di base. Tutte le mani si alzano, tranne una trentina, gli irriducibili del PCF.

Poi, propone la creazione di un Comitato di sciopero e richiede i volontari. Gli amici di La voix des travailleurs de chez Renault alzano la mano. Altri seguono.

I candidati salgono sulla tribuna improvvisata e l'oratore fa confermare i candidati con una votazione.

L'uditorio non si aspetta lo scoppio di uno sciopero. L'oratore precisa allora che l'appena eletto Comitato di sciopero andrà prima a portare la rivendicazione in direzione. Ormai, questo comitato è incaricato di agire in nome loro. Lo farà. Ma per ora chiede ai lavoratori di tornare al lavoro. Appena chiuso il comizio, il Comitato di sciopero si reca alla Direzione del Dipartimento, che anzitutto fa delle difficoltà pretendendo che i membri del Comitato di sciopero non sono rappresentanti "legali".

I rappresentanti del Comitato di sciopero gli fanno osservare che sono stati eletti non secondo una legge borghese, ma dai lavoratori stessi.

Il rifiuto di discutere con loro equivarrebbe ad un affronto lanciato ai lavoratori che non potrebbero fare a meno di trarne conclusioni.

Il capo del Dipartimento allora cambia difesa.

Non tocca a lui decidere di una rivendicazione di dieci franchi per ora sul salario di base. Ne riferirà alla direzione.

Il Comitato di sciopero gli lascia 48 ore per dare la risposta alla direzione, e gli rammenta che il principio dello sciopero è stato votato dagli operai.

E' chiaro che il capo di Dipartimento non è affatto impressionato. Dopo il comizio si aspettava un movimento di sciopero. Nelle circostanze di allora, la cosa non poteva essere ben grave, data l'ostilità dei delegati. Ma è sempre fastidioso per un capo essere di fronte a conflitti sociali. Ora, ecco che tutto finisce alla meglio, con le vanterie di qualche "giovanotto". Il lavoro è ripreso, per lui è essenziale.

Il Comitato di sciopero si riunisce parecchie volte per cercare le condizioni migliori per lo scatto dello sciopero.

Prima prende informazioni sullo stato degli stock. Dai magazzinieri, ha notizia che gli stock di pignoni sono piuttosto deboli. Precisamente sono fabbricati nel dipartimento 6.

I membri del Comitato di sciopero sono O.S. (ouvriers specialisés, ossia operai non qualificati) inesperti che conoscono molto poco il funzionamento della fabbrica. Occorre prendere informazioni sui mezzi per togliere la corrente alla Centrale elettrica del Dipartimento in condizioni di sicurezza. Ma non conoscono nessuno.

Stanno con noi quelli che ci daranno le informazioni? "Se sono del Partito comunista, ci sono forti possibilità che vadano a svelare il segreto. D'altronde, daranno o meno delle buone informazioni, sono veramente qualificati per darle?"

I membri del Comitato di sciopero sanno girare le manovelle, premere sui bottoni, ma manipolare le linee a 5000 volt, le paratoie distributrici di vapore o d'aria compressa, ne sono un po' spaventati. Perché sanno che al minimo errore, gli stalinisti non faranno a meno di fare risaltare "l'incapacità di questi avventurieri".

Quando tornano a incontrare il capo di Dipartimento, questo ovviamente non ha nessuna risposta della direzione generale. Quindi bisogna agire.

Ma si pone un problema duplice. Il giovedì è giorno di paga e in più c'è la votazione per eleggere gli amministratori che rappresentano gli operai alla Cassa di Previdenza Sociale, organismo appena creato.

Se si vuole fare scattare uno sciopero con le massime possibilità di successo, è prudente aspettare che i lavoratori abbiano la paga in tasca, perché una paga vuol dire una quindicina di giorni assicurati.

D'altro canto, fare scattare uno sciopero prima dell'elezione degli amministratori della Previdenza Sociale, è poco auspicabile.

Il Comitato di sciopero sa che i dirigenti della CGT e del PCF non faranno a meno di sfruttare tale decisione, provando a dimostrare che lo scopo degli "hitlero-trotskisti", siccome li chiamano così, è di sabotare l'elezione degli amministratori alla previdenza sociale per nuocere alla CGT.

Aspettare il seguente lunedì sarebbe rischiare che, ancor calda, si raffreddi l'atmosfera del reparto.

Rimane quindi solo la possibilità del venerdì. C'è il rischio che il movimento sia troncato dalla fine della settimana. Ma d'altro canto c'è il vantaggio di potere fare la verifica della profondità del movimento durante la prima giornata e di permettere un ripiegamento non troppo rischioso in caso di insuccesso.

Il mercoledì 23 aprile, il Comitato di sciopero organizza un comizio per fare il resoconto del tentativo negativo presso la direzione.

Ecco il resoconto di questa riunione fatto da un testimone e pubblicato nella Lutte de classe, giornale dell'Union Communiste (trotskiste) della quale fa parte il responsabile del Comitato di sciopero, Pierre Bois :

"Alle 12 e 30 quando arrivo, il marciapiede, (largo otto metri almeno) è affollato da operai che sono qui in decine e discutono mentre, a gruppi, gli operai che escono dalla mensa continuano ad arrivare. Tutte le discussioni si aggirano su una stessa questione: lo sciopero, che fra poco sta per cominciare. La parola sciopero sta circolando.
Un volantino diffuso nella mattina, di mano in mano, ha fatto sapere che il Comitato di sciopero, eletto all'assemblea generale precedente da 350 operai contro 8, ci riunirà per informarci del tentativo fatto presso la direzione.
L'ora fissata deve essere rispettata e, alle 12 e 30 precise, un compagno, che già è salito sulla finestra, comincia a parlare".

In prima fila di questo uditorio, assai più numeroso che la volta precedente, in cui si trovano quasi tutti gli operai dei due Dipartimenti che fanno l'orario "normale", ossia 700 operai circa, si scambiano occhiate significative; i volti sono piuttosto allegri, benché le menti siano tese.

Il compagno spiega brevemente, a parole chiare, lo smacco della delegazione, che d'altronde ci si aspettava. Davanti all'attento uditorio operaio, dimostra che l'arma dello sciopero rimane l'unico mezzo che permetta di ottenere soddisfazione.

Fra le grida di approvazione che salgono da ogni parte, spiega che lo sciopero da svolgere sarà una lotta serissima da condurre con risolutezza e fino in fondo.

"Non sarà questione di suonare la fisarmonica o di rimanere con le braccia incrociate a sognare, ma occorrerà organizzarsi per far conoscere il movimento in tutte le fabbriche, fare i picchetti di sciopero e difendere le uscite della fabbrica in caso di necessità".

Rispondendo in anticipo alle obiezioni che alcuni potrebbero fare sulla perdita di denaro che lo sciopero provocherebbe, e sull'intervento sempre possibile della polizia, indica che sarà preteso il pagamento delle giornate di sciopero.

"In quanto ai lacrimogeni della polizia, durante più di sei anni abbiamo ricevuto delle bombe in faccia e non abbiamo detto niente. Abbiamo continuamente tirato la cinghia con i sacrifici imposti dalla borghesia per difendere le casseforti. E oggi non avremo la forza né il coraggio di fare almeno una minima parte per noi ?"

Appoggiando queste parole con grida fragorose, gli operai manifestavano la loro approvazione.

Passando alla votazione, il compagno chiede agli operai di pronunziarsi sullo sciopero, in quanto mezzo di lotta da considerare a breve scadenza. Solo qualche voce vota "contro", gli operai votano "per".

Allora il delegato della CGT, addirittura spinto dai suoi "compagni" che gli hanno aperto il cammino, viene avanti per spiegare il suo punto di vista, così come il compagno gli aveva chiesto, nell'invitare gli oppositori ad esporre il loro parere.

Malgrado la relativa calma, essendo gli operai curiosi di conoscere le sue obiezioni, non può fare a meno di attirarsi questa battuta di un operaio: "vedi, qui almeno c'è la democrazia!"

Alzandosi sulla finestra, parlando a bassa voce e non sapendo proprio che cosa dire, il delegato comincia a spiegare agli operai "la situazione reale per quanto riguarda i salari". Per sua sfortuna riferisce che una delegazione con la richiesta di stabilire una parità di salari tra gli operai di qua e quelli della Citroën , con effetto retroattivo era andata a vedere il direttore Lefaucheux il quale, però, non era presente.

Chiaramente agli operai le delegazioni fanno schifo e, appena il delegato finisce di parlare, la sua voce viene coperta da esclamazioni più o meno significative: "basta con le delegazioni, fino a quando ce la darete a bere?, non ne vogliamo più sapere delle tue delegazioni, adesso occorre agire!" Aggiungo anch'io: "parità con Citroën, ma anche lì crepano di fame!"

Tagliando corto la sua esposizione, il delegato lanciò un "appello alla calma", e un ammonimento contro "i demagoghi" fu così accolto con grida come le "delegazioni".

Poi, dovette andare giù per lasciare posto ad un operaio di trent'anni circa che, alzato sulla finestra, spiegò in poche parole ciò che pensava dei delegati e delle delegazioni :

"Compagni, da più mesi ci fanno aspettare aumenti che stanno sempre per arrivare domani. Ce l'hanno già detto in febbraio e ci si dice che l'assenza di Lefaucheux aveva impedito di dare buon esito alle rivendicazioni. Sono tornati ieri e, ancora una volta non era presente. E i delegati sono ripartiti come prima. Questo non può più durare. Fino a quando ci lasceremmo prendere in giro ? Adesso non ci vogliono più chiacchierate, ci vogliono fatti."

Poi, completando quanto aveva detto l'operaio parlò del minimo vitale posto all'ordine del giorno dalla CGT nell'ottobre, e che avrebbe dovuto essere applicato con effetto retroattivo.

"Ma la CGT", dice, "capitolò sul minimo vitale e non si parla più del minimo vitale né del suo effetto retroattivo. Come ci si può fidare di chi ha capitolato in tal modo ? Che prova c'è che non capitoleranno nello stesso modo domani, come loro delegazione ?"

Dopo questo episodio, il compagno chiede per porre fine al comizio, che gli operai manifestino con una seconda votazione la loro fiducia nel comitato di sciopero, per autorizzarlo a fare scattare lo sciopero al momento opportuno.

La grande maggioranza, che votò la fiducia nel comitato di sciopero, fu uguale a quella della prima votazione. Ma non fu lo stesso per i voti "contro", il cui numero calò a otto. Quando la maggioranza votò, un operaio che stava vicino al delegato gli gridò: "Li vedi quelli che sono a favore dell'azione? Lustrati la vista !"

Così gli operai hanno di nuovo votato per la rivendicazione di dieci franchi sulla paga base; hanno di nuovo votato per lo sciopero e in proporzioni assai più importanti, poiché questa volta anche nei turni hanno sospeso il lavoro per assistere al comizio e il numero dei partecipanti è ridoppiato rispetto al 17 aprile. Di nuovo, gli operai hanno rieletto il loro comitato di sciopero che è aumentato di alcuni membri.

Bois pone termine al comizio chiedendo agli operai di riprendere il lavoro e di aspettare le decisioni del comitato di sciopero. Rammenta che, fin da questo momento, lo sciopero è stato deciso e sarà fatto scattare nel momento che parrà più opportuno al Comitato di sciopero.

Alcuni lavoratori cominciano a spazientirsi o ad ironizzare: "Sono come gli altri, non hanno voglia di fare nulla" e "si tirano indietro". I membri del PCF e della CGT ridono sotto i baffi. Pensano di avere a che fare con dei bambini. Siamo a mercoledì e i membri del Comitato di sciopero sanno che bisogna aspettare la paga e l'elezione degli amministratori della Previdenza Sociale, quindi il venerdì.

Il mercoledì dunque, data del comizio, il Comitato di sciopero si riunisce di sera dopo il lavoro, perché sono tutti O.S., e nessuno ha un qualsiasi mandato ufficiale. Si riuniscono in un sottosuolo.

In sala di sopra si riunisce una cellula del PCF, il che fa dire ad un membro del comitato di sciopero "se sapessero quello che facciamo, direbbero che facciamo un lavoro sotterraneo..."

Pierre Bois ricorda ai membri del Comitato di sciopero le ragioni della scelta del venerdì e richiede a tutti i membri del Comitato di sciopero l'impegno di tenere assolutamente segrete le intenzioni. Ogni indiscrezione sarà considerata un tradimento e trattata come tale.

Ma i membri del Comitato di sciopero sentono sufficientemente l'importanza del loro ruolo e hanno sufficientemente coscienza della loro responsabilità nel non commettere nessuna indiscrezione.

Il Comitato di sciopero decide dunque di fare scattare lo sciopero per il venerdì mattina. Il Comitato di sciopero è di undici membri. Bisogna prevedere picchetti a d ogni porta fin dalle sei della mattina e anche ai posti chiave : centrale elettrica, trasformatore etc.

Ci vorrebbero una cinquantina di operai per i picchetti. Ma bisogna tenere segreta l'operazione per beneficiare dell'effetto sorpresa. Questo è possibile in undici persone che, inoltre, si sentono responsabili perché sono state elette dai loro compagni. In cinquanta è indiscutibile che si rischia.

Quindi il Comitato di sciopero prende le disposizioni seguenti: si decide lo sciopero per il venerdì 25 aprile. Ma soltanto i membri del Comitato di sciopero sono al corrente e non devono per nessuna ragione fare conoscere questa decisione a chicchessia.

Ogni membro del Comitato di sciopero deve reclutare cinque operai per chiedere loro di venire il venerdì mattina alle sei spiegando loro che si tratta di una prova per preparare lo sciopero. Ma anche a questi compagni che vengono teoricamente per la prova, si chiede di non fare sapere che verranno quel giorno.

La giornata di giovedì, il 24 aprile, passa senza nessun problema. Gli operai riscuotono il salario, sono eletti gli amministratori delle Cassa di previdenza sociale. Dello sciopero se ne parla certo, ma non si osa crederci più di tanto.