La carenza di vaccini, frutto della politica dei trust e degli Stati

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La carenza di vaccini, frutto della politica dei trust e degli Stati
31 marzo 2021

Da Lutte de classe n°215 - Aprile 2021

Per quasi cinque mesi, mentre i vaccini contro il coronavirus erano stati autorizzati dalle agenzie sanitarie di tutto il mondo, la vaccinazione stava ancora andando al a rallento. Alla fine di marzo, solo 126 milioni di persone erano state completamente vaccinate e 320 milioni avevano ricevuto almeno una dose, il che rappresenta rispettivamente l'1,5% e il 4% della popolazione mondiale. Mancano le dosi di vaccini, ma non i profitti per i cosiddetti "Big Pharma", i grandi gruppi industriali farmaceutici. Questi industriali sono riusciti ad accumulare profitti prima ancora di dover produrre.

L'industria farmaceutica è un settore estremamente concentrato. Una decina di grandi gruppi industriali americani ed europei dominano il mercato mondiale. I margini di profitto sono tra i più alti di tutti i settore economici, più o meno allo stesso livello del settore bancario. Il settore specifico dei vaccini è ancora più concentrato. Quattro gruppi si dividono la maggior parte del mercato: gli americani Pfizer e Johnson & Johnson, il britannico GSK e il francese Sanofi. Questi gruppi hanno legami stretti e privilegiati con gli Stati, con i quali contrattano il prezzo dei loro medicinali a caro prezzo perché, per il tramite dei sistemi sanitari statali, i mercati sono loro. Di più, sono gli Stati che anticipano il denaro.

Quando il coronavirus si è diffuso in tutti i continenti, questi grandi gruppi hanno visto aprirsi davanti a loro un mercato gigantesco: quello di un nuovo vaccino per miliardi di esseri umani, forse da rinnovare ogni anno come nel caso dell'influenza. Questo ha alimentato le rivalità e gli appetiti, e ha rimescolato alcune carte.

La corsa alla quota di mercato e l'intervento del governo

I quattro giganti del settore sono entrati in gara. Alcuni sono andati da soli, come Johnson & Johnson, altri hanno unito le forze, come Sanofi e GSK, e altri ancora si sono appropriato le ricerche fatte dalle start-up di vaccini, come Pfizer con la società tedesca BioNTech. Poi altri pesi massimi dell'industria farmaceutica, anche non specializzati nel settore dei vaccini, sono stati coinvolti, attratti da questo nuovo mercato. Così è stato per la società anglo-svedese AstraZeneca, che ha messo le mani sul vaccino sviluppato dall'Università di Oxford. Alcune start-up, come Moderna, hanno anche cercato di distinguersi dalla massa e giocare in serie A.

Tutti questi hanno avuto il sostegno finanziario dei governi fin dall'inizio. Per le grandi aziende, questo è un dato di fatto. Ma anche Moderna ha legami privilegiati con il governo americano. Moncef Slaoui, il capo della struttura Warp Speed, istituita da Trump il 15 maggio 2020, e incaricata di distribuire 10 miliardi di dollari per sovvenzionare la ricerca sui vaccini, è stato un dirigente GSK prima di esserlo di Moderna.

Lo stato americano, grazie al suo potere finanziario, ha condotto e conduce il processo, servendo l'accesso al mercato dei vaccini per il suo popolo su un piatto d'argento ai trust che ha favorito. Già nel febbraio 2020 erano stati fatti i primi accordi con i grandi gruppi industriali del settore. Ed entro giugno, centinaia di milioni di dosi erano state acquistate in anticipo da Johnson & Johnson, Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Sanofi, tutte ditte con sede negli Stati Uniti.

Nel maggio 2020, l'amministratore delegato della Sanofi, Paul Hudson, ha detto che gli Stati Uniti avrebbero "ottenuto i vaccini per primi" perché avevano pagato per primi. Era già un modo per spingere l'Europa a mettere la mano in tasca e ordinare centinaia di milioni di dosi.

Gli stati europei sono stati lenti a competere con gli Stati Uniti perché non riuscivano a concordare un meccanismo per cui i paesi più potenti potessero parlare a nome dell'intero mercato europeo pur continuando a sostenere il loro campione industriale nazionale. Ci sono riusciti con qualche mese di ritardo. Tutti i grandi trust europei sono stati serviti: l'anglo-svedese AstraZeneca, la filiale belga Janssen di Johnson & Johnson, e il raggruppamento tedesco-svizzero Curevax, associato a Bayer e Novartis. Il contratto con Sanofi per diverse centinaia di milioni di dosi non è stato annullato, nonostante le difficoltà tecniche del laboratorio. È stato solo rimandato fino alla consegna del vaccino promesso per l'autunno 2021.

In totale, 4,6 miliardi di dosi sono state acquistate dagli stati più ricchi del mondo, anche se la loro popolazione totale è di meno di un miliardo di abiitanti. Questo significa che in media sono state acquistate più di quattro dosi pro capite, mentre oggi meno del 10% della popolazione è vaccinata. Sono cifre che mostrano fino a che punto l'industria farmaceutica è stata sovvenzionata e anche a che punto non è riuscita a fornire le dosi per le quali si era impegnata.

Un protezionismo appena nascosto

Una volta raggiunta questa condivisione iniziale della torta, ogni gruppo andò per la sua strada per sviluppare e produrre vaccini, mentre gli Stati facevano di tutto per favorire la loro industria nazionale.

A fine marzo, mentre in Europa gli Stati chiedevano decine di milioni di dosi alla AstraZeneca, negli Stati Uniti questo gruppo non era ancora riuscito a fare approvare il suo vaccino. Nel novembre 2020, mentre in Gran Bretagna il governo aveva cominciato a iniettare questo vaccino a milioni di persone, l'agenzia sanitaria americana rifiutava di utilizzarlo esigendo una nuova sperimentazione clinica su un campione della propria popolazione. Il gruppo dovette adeguarsi e ha pubblicato nuovi risultati il 22 marzo. Nondimeno l'agenzia americana ha trovato un modo per rifiutare di accettarli. Nel frattempo, Pfizer, Moderna e ora Johnson & Johnson stanno vendendo i loro vaccini sul mercato statunitense.

Più ancora, la AstraZeneca ha già prodotto 30 milioni di dosi nei suoi siti di produzione statunitensi, vaccini che sono attualmente inutilizzabili sul suolo americano. Inoltre il governo ha vietato che siano esportati in Europa, il che va ancora a vantaggio dei concorrenti americani della ditta anglo-svedese, i quali possono vendere più dosi sul mercato europeo.

I vaccini russi e cinesi, d'altra parte, non hanno avuto accesso né al mercato statunitense né a quelli degli stati europei più ricchi. I pretesti propagandistici e sanitari per non approvarli non sono altro che misure protezionistiche. In occasione del braccio di ferro tra l'Unione Europea e il gruppo AstraZeneca, la dirigente tedesca Angela Merkel ha minacciato di ordinare dosi del vaccino russo Sputnik V, a dimostrazione che considera il vaccino efficace e che solo questioni commerciali hanno motivato il boicottaggio. La Merkel metterà le sue parole in azione? Le conseguenze politiche della crisi sanitaria in Germania e la sua popolarità in declino la potrebbero spingere a farlo. Ma sarà probabilmente solo per una fornitura limitata, poiché l'approvazione del vaccino del gruppo tedesco Curevac prodotto dai giganti Bayer e Novartis è prevista per il secondo trimestre di quest'anno.

In Francia, la Sanofi ha annunciato che userà uno dei suoi siti per imbottigliare il vaccino di Johnson & Johnson per 20 milioni di dosi al mese a partire dal prossimo settembre. Il governo francese ha accolto questa collaborazione presentandola quasi come altruismo. Ma la realtà è che Sanofi ha i mezzi per produrre molte più dosi e le sta riservando per il proprio vaccino, che dovrebbe essere disponibile, con ritardo, nel prossimo novembre. È ciò che il presidente di Sanofi Francia ha ammesso il 17 marzo davanti a una commissione del Senato, dichiarando che il suo gruppo aveva "capacità industriali molto forti" con "diciotto stabilimenti in Francia, in nove regioni" e che questi stabilimenti potevano produrre "un miliardo di dosi all'anno". Il suo gruppo ha scelto un vaccino ad adenovirus, e si atterrà ad esso: "Sappiamo che ci vorrà più tempo, ma abbiamo una garanzia superiore che questa tecnologia può funzionare. E il governo francese farà tutto il possibile per permettere a Sanofi di affermarsi sul mercato nazionale ed europeo".

I grandi della farmacia non hanno realmente investito né nella produzione né nella ricerca

Se alcuni impianti di produzione sono sottoutilizzati, altri lo sono al massimo, come quelli di Pfizer o AstraZeneca, le cui fabbriche europee funzionano 24 ore al giorno. Ma le stesse aziende che attualmente hanno un vaccino da vendere non vedono il motivo di investire per aumentare la produzione. Invece, la carenza di vaccini consente loro di vendere le dosi ad un prezzo elevato. È la vecchia politica malthusiana dei trust in tutti i settori dell'economia quando hanno un monopolio e possono spartirsi il mercato: limitare la produzione per creare o esacerbare la penuria e potere vendere a un prezzo più alto. Moderna ha rivelato nel suo bilancio finanziario che era riuscito a vendere il suo vaccino a un prezzo così alto che il costo di produzione vi incideva solo per il 4%. E non è stato l'investimento nella ricerca a costarglielo. La ragione per cui i vaccini a RNA messaggero di Moderna e Pfizer/BioNTech sono una tecnologia veramente rivoluzionaria, secondo gli scienziati, è che sono basati su quasi 30 anni di ricerca di laboratori universitari pubblici americani ed europei. I gruppi privati sono venuti a raccoltare ciò che era stato seminato dagli investimenti pubblici.

Per quanto riguarda i miliardi di euro provenienti dalla vendita di vaccini non prodotti, sono utilizzati da questi gruppi per speculare, in particolare nel settore delle biotecnologie. In Borsa, il valore delle azioni di Moderna è aumentato di quasi sei volte in un anno, quello di BioNTech di più di tre volte e quello di Novavax, un'altra start-up del settore che sta per lanciare un vaccino con GSK, di più di 15 volte. Ci sono decine di start-up le cui azioni in borsa sono oggetto di speculazione. In questo casinò finanziario, i guadagni possono essere ancora più grandi e veloci che nella vendita di vaccini.

I sistemi sanitari sono sopraffatti e i morti si accumulano. Ma il più mortale non è il virus, è questa organizzazione sociale dove prevale la guerra economica tra i trust e tra gli Stati che li sostengono, e un parassitismo finanziario che arricchisce una minuscola minoranza a spese dell'immensa maggioranza. Questo non può che suscitare disgusto.

Intervistata all'inizio dell'epidemia, un anno fa, durante un programma sulla corsa al vaccino, l'economista Sylvie Matelly ha dichiarato che una messa in comune delle ricerche di tutti i laboratori del mondo e di tutte le capacità di produzione sarebbe formidabile ma rimane un "dolce sogno". La sua prognosi era giusta e scontata. E finché regna la proprietà privata dei mezzi di produzione, l'umanità si troverà di fronte tali incubi.

31 marzo 2021