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Fra il 3 aprile e il 19 giugno, la Francia ha conosciuto la più ampia mobilitazione sociale dal grande movimento che, alla fine
del 1995, si era esteso a partire dei ferrovieri all'insieme del settore pubblico.
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Contrariamente al 1995, la categoria più mobilitata è stata quella dell'Educazione Nazionale. Ma, in occasione delle grandi
giornate di mobilitazione nazionale dichiarate dalle confederazioni sindacali che hanno scandito il periodo, altri settori dei
servizi pubblici si sono uniti al personale dell'Educazione Nazionale.
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Alcune tra queste categorie, come i lavoratori dei trasporti urbani delle grandi città del paese, quelli delle infrastrutture o
ancora i ferrovieri ed i postini, in alcuni posti sono rimasti mobilitati durante i giorni compresi tra due giornate nazionali
di lotta.
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Alcune di queste manifestazioni hanno coinvolto lavoratori delle imprese private, senza per questo che il movimento tocchi, in
modo significativo, i grossi battaglioni del mondo operaio.
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L'insieme di questi scioperi e di queste manifestazioni ha toccato a diversi livelli parecchi milioni di persone, vale a dire
una frazione importante del mondo del lavoro. Inoltre, grazie ai suoi obiettivi non corporativi, grazie alla volontà di una
parte degli scioperanti di trascinare lavoratori di altre corporazioni, il movimento é apparso come l'espressione attiva degli
interessi dell' insieme del mondo del lavoro. Malgrado un'intensa propaganda governativa che cercava di dividere i lavoratori
del settore pubblico da quelli delle imprese private, presentando i primi come dei privilegiati, il movimento è stato marcato
dall'aspirazione all'unità tra le diverse categorie di lavoratori. Abbiamo potuto vedere che, se le occasioni di una tale
unità sono rare, questa volta intellettuali come gli insegnanti hanno avuto la chiara coscienza che tutti i lavoratori,
intellettuali o manuali, hanno gli stessi interessi.
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La mobilitazione non è riuscita ad imporre al governo l'obiettivo più unificante del movimento, vale a dire il ritiro del
progetto di legge Raffarin-Fillon contro le pensioni. Ma, con tutti i suoi limiti, quest'ampia mobilitazione ha mostrato che i
salariati possono rialzare la testa dopo diversi anni di attacchi padronali e governativi contro le loro condizioni di
esistenza.
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Inoltre, malgrado le grida di vittoria del governo e soprattutto della maggioranza parlamentare ai suoi ordini, niente prova che
il movimento sia terminato. È possibile, e in ogni caso è quanto possono sperano tutti quegli che sono nel campo dei
lavoratori, che questa mobilitazione sia stata la prima fase di una mobilitazione più larga, finalmente vittoriosa.
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Lo si può tanto più sperare e agire in questo senso che una volta votata la legge contro le pensioni, il governo continuerà i
suoi attacchi. Lo ha annunciato Chirac stesso : fin da settembre, ci si può aspettare ad un attacco in piena regola contro
tutti i lavoratori col pretesto del deficit della cassa mutua malattie. Si può già prevederne il contenuto: si tratterà sia
di far contribuire di più i lavoratori, sia di ridurre il montante delle prestazioni sociali e dei rimborsi delle medicine o,
più probabilmente ancora, delle due cose insieme.
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Attacchi a raffica contro le classi popolari
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Non appena Chirac fu installato alla presidenza della Repubblica e Raffarin alla testa del governo, quest'ultimo sviluppo' un
intenso attivismo anti operaio.
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Alcune delle misure prese riflettono l'obbedienza diretta a delle esigenze o dei desiderata del grande padronato o delle classi
privilegiate. Altre, come la demagogia a proposito della sicurezza pubblica, le leggi repressive contro i poveri o i lavoratori
immigrati, sono indifferenti al grande padronato e sono destinate soprattutto a compiacere l'elettorato di destra e di estrema
destra (è vero che i due aspetti spesso si sovrappongono ).
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Le misure che aggravano le condizioni di esistenza dell'insieme dei lavoratori o di alcune categorie più vulnerabili e meno in
grado di difendersi, si sono moltiplicate. Alcune sono state largamente commentate dai Mass media. Altre hanno preso la forma di
decisioni amministrative discrete. Spesso possono sembrare senza relazione le une con le altre. Ciò nonostante, tutte queste
misure hanno un orientamento comune e un identico obiettivo. Si tratta di ridurre sistematicamente la parte del mondo del lavoro
nel reddito nazionale a beneficio della classe capitalistica.
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Il governo attuale non è certamente il primo ad agire in questo modo. Da più di 20 anni, tutti i governi, siano essi di
sinistra o di destra, hanno seguito quest'orientamento. Si vede oggi il risultato : durante questi anni, anche secondo le
statistiche ufficiali, la parte dei salariati nell'insieme dei redditi del paese, rispetto alla parte di quelli che vivono dei
redditi del capitale, vale a dire, direttamente o indirettamente, dello sfruttamento dei lavoratori, è diminuita in modo
costante.
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Ma, ben al di là delle austere statistiche, tutte le famiglie operaie sanno che anche se non è mai stata rosea per l'insieme
dei lavoratori, la vita si è degradata in modo drammatico per molti di loro nel corso dell'ultimo quarto del secolo scorso. Un
quarto di secolo durante il quale la disoccupazione si è generalizzata fino al punto di toccare, tra alti e bassi, direttamente
o indirettamente, la maggioranza delle famiglie operaie.
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Le diverse forme di contratti precari, che una volta costituivano piuttosto l'eccezione, si sono generalizzate e tendono a
diventare la regola. I periodi di disoccupazione e la precarietà portano ad un abbassamento importante dei salari, ancora più
del loro blocco per quelli che hanno conservato un lavoro stabile. Molte delle protezioni sociali create al tempo in cui la
disoccupazione era debole sono state soppresse.
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Di fronte ad un padronato che, grazie alla disoccupazione, si sente in posizione di forza, i lavoratori nel senso largo, vale a
dire ovviamente compresi i pensionati ed i disoccupati, non sono mai stati difesi dal governo in carica, qualunque sia il suo
colore politico. Al contrario ! Tutti i governi si sono esclusivamente preoccupati di aiutare il padronato col pretesto di
aiutare le imprese, e mai di proteggere i lavoratori contro l'avidità padronale.
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Il governo Chirac - Raffarin è sulla stessa linea. Ma conduce la sua politica antioperaia con un odio aggressivo che non cerca
neanche di nascondere.
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Il partito socialista e il partito comunista, adesso che sono all'opposizione, cercano di trarrre benefico dall'arroganza
governativa per ridare lustro al proprio blasone. Le loro critiche, soprattutto quelle dei dirigenti socialisti, si concentrano
d'altronde per così dire unicamente sulla brutalità del metodo, e per niente sul fondo della politica del governo Raffarin.
Per la buona ragione che questa politica sta nella continuità di quella che hanno condotto essi stessi quand'erano al governo e
che condurrebbero se, per caso, ci tornassero. Molte delle misure antioperaie del governo attuale sono state preparate nei
ministeri del governo Jospin.
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L'attacco contro le pensioni è un esempio significativo: un buon numero di dirigenti del partito socialista, come Rocard,
Delors o Charasse, hanno dichiarato che avrebbero votato a favore del progetto di legge anti-operaio di Raffarin - Fillon.
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Il governo della destra ostenta in modo tanto più cinico la sua arroganza antioperaia in quanto dispone in parlamento di una
maggioranza schiacciante e che il presidente della Repubblica, Chirac, è stato eletto con una percentuale degna di una
dittatura africana. Ma chi può dimenticare le responsabilità del partito socialista e, accessoriamente, del partito comunista
e dei Verdi, nell'elezione trionfale di Chirac?
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Associati in seno al governo Jospin, questi partiti hanno condotto per cinque anni una politica anti - operaia che ha calpestato
tutte le speranze del mondo del lavoro. E' il tradimento di queste speranze da parte del governo della sinistra plurale e, in
particolare, la sua incapacità a porre termine alla disoccupazione ed alle sue conseguenze, che ha spianato il terreno al
ritorno della destra e dell'estrema destra. I dirigenti del partito socialista, del partito comunista e dei Verdi hanno
completato la loro opera di demoralizzazione invitando a votare per Chirac. Il pretesto scelto, non lasciare Le Pen arrivare al
potere, era una grossolana menzogna, poiché tutti sapevano che Le Pen non aveva alcuna possibilità di essere eletto: Chirac
sarebbe stato eletto, in ogni modo, con i soli voti dell'elettorato della destra classica.
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Come dimenticare, oggi, mentre Chirac e il suo governo moltiplicano i colpi contro i lavoratori, che Chirac è stato eletto
anche dai dirigenti del partito socialista e del partito comunista ? D'altronde Chirac non si fa scrupolo di ricordarlo e di
rivendicare per la sua maggioranza presidenziale tutti i voti che si sono espressi sul suo nome.
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Col pretesto di ammorbidire la legge Aubry sulle 35 ore, una nuova legge ha ripreso tutti gli aspetti favorevoli ai padroni e
nefasti per i lavoratori come l'"annualizzazione" del tempo di lavoro, la flessibilità degli orari a disposizione dei bisogni
dei padroni. Ma, per di più, ha eliminato la riduzione del tempo di lavoro per i salariati delle piccole e medie imprese. Più
di 3 milioni di lavoratori restano dunque a 39 ore, subendo comunque gli inconvenienti della legge Aubry modificata da Fillon,
che autorizza i padroni ad imporre un maggior numero di ore di straordinario senza riposi compensatori. Con l'annualizzazione,
questi straordinari non sono calcolati alla settimana. Ciò permette al padrone di imporre settimane di 40 o 42, addirittura 50
ore, quando gli fa comodo, senza neanche dover pagare lo straordinario se, a fine anno, il totale legale delle ore di lavoro non
è oltrepassato. E, nelle imprese di meno di venti salariati, gli straordinari sono maggiorati solo del 10% invece del 25%.
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Ma, in cambio, il governo continua a prelevare sul bilancio dello stato le decine di miliardi di euro accordati ai padroni dalla
legge Aubry in compenso delle 35 ore... che i padroni non devono neanche più veramente applicare!
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Fin dal suo insediamento, il governo ha attaccato lo SMIC (salario minimo legale). Anche in questo caso ha utilizzato la breccia
aperta dal governo Jospin. Questi, per non urtare i padroni, aveva rifiutato di aumentare lo SMIC nel suo insieme e aveva
preferito creare sei SMIC mensili diversi, che dipendevano dal momento in cui i lavoratori erano passati alle 35 ore. Col
pretesto di armonizzare questi differenti SMIC, il governo frena la progressione dello SMIC dal montante più elevato fino a che
i piccoli aumenti degli SMIC più bassi finiscano per raggiungerlo.
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Per di più, ciò gli ha permesso di vantarsi dell'aumento del 5% dello SMIC, mentre in realtà questa percentuale riguarda solo
lo SMIC più basso e, per quanto riguarda gli altri SMIC, è un modo di bloccare i salari di lavoratori già mal pagati. Ciò é
tanto più inammissibile in quanto, contrariamente a quanto indicano le sue iniziali, vale a dire salario minimo, lo SMIC da
molto tempo non è più un salario minimo. 3 milioni di lavoratori ridotti alla precarietà o al part-time imposto guadagnano
molto meno dello SMIC (1190 euro lordi, e 840 euro netti), che di fatto è diventato un salario medio per 2 700 000 lavoratori.
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Non riprenderemo qui tutte le leggi votate e tutte le misure prese, tanto più che una gran parte di queste misure sono nascoste
nell'anonimato delle misure amministrative. Ma hanno tutte in comune il fatto sia di ridurre un po' più i mezzi di esistenza
delle classi popolari, sia di umiliare gli strati più poveri. Alcune di queste misure, come per esempio la diminuzione dei
sussidi agli anziani, anche se non toccano tutti, rappresentano un vero dramma per le famiglie interessate.
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... per favorire la borghesia
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Queste misure contrastano con altre che rappresentano veri e propri regali per il grande padronato e per gli azionisti delle
imprese o per i membri della classe possidente in quanto individui.
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La riduzione dell'imposta sul reddito, di cui Chirac si vanta tanto, é in primo luogo un regalo fatto ai più ricchi.
Innanzitutto perché di questa misura non giova alla metà della popolazione i cui salari sono così bassi da esimerla
dall'imposta sul reddito. In secondo luogo perché una stessa percentuale di riduzione di imposte rappresenta solo un piccolo
alleggerimento per un salariato appena imponibile, ma una somma considerabile per un miliardario.
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Ben oltre l'imposta sul reddito, l'insieme del budget é chiaramente anti-popolare.
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Meno soldi per i servizi pubblici indispensabili alla maggioranza della popolazione, più soldi per i padroni e le classi
agiate. Si toglie ai più poveri ciò che si dà ai più ricchi.
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Ed anche nelle spese pubbliche, le scelte vanno contro gli interessi delle classi popolari.
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Mentre mancano alloggi corretti ad affitti accessibili, si costruisce una portaerei nucleare. Mentre gli ospedali sono lasciati
in una situazione catastrofica, si consacreranno fondi supplementari per i sottomarini. Meno letti per i malati negli ospedali,
ma più carri armati Leclerc. Maternità, asili nido, giardini d'infanzia in numero insufficiente, ma le casse dello stato sono
aperte per costruire un prototipo di aereo senza pilota per l'esercito. Senza parlare degli interventi militari in Africa col
loro costo in vite umane e milioni di euro.
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Il governo sopprime diverse migliaia di posti di educatori e di sorveglianti nelle scuole, ma prevede, prima di ritrattarsi di
fronte all'indignazione, di infliggere un'ammenda, fino a 2000 euro, alle famiglie degli allievi responsabili di assenze
ripetute ed ingiustificate. Invece di darsi i mezzi per educare i bambini delle classi popolari, si puniranno i genitori.
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Tramite il budget dello Stato, cioè le imposte, si pretende di permettere una certa redistribuzione delle ricchezze, una certa
correzione delle ineguaglianze sociali tramite i servizi pubblici. Ma per stornare sempre più soldi dello Stato verso il
padronato, si fanno delle economie proprio sui servizi pubblici.
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Gli attacchi contro i servizi pubblici fanno parte degli attacchi contro le classi popolari, giacché, quando si riduce il
numero di educatori o di sorveglianti, quando si limita il numero di insegnanti, si sa bene che sono le scuole dei quartieri
popolari che ne subiranno le conseguenze. Mentre, in realtà, é proprio a queste scuole che bisognerebbe dare più mezzi, più
personale, affinché l'educazione nazionale possa compensare almeno in parte gli handicap che questa società di sfruttamento fa
pesare sui bambini degli strati sociali più sfavoriti.
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Spingere i trasporti pubblici o, in un altro campo, i servizi postali verso una maggiore redditività vuol dire favorire ancora
una volta quanto può fruttare, vale a dire ciò che serve alle classi agiate, lasciare all'abbandono ciò che è indispensabile
agli strati più poveri. Sono i più demuniti che subiscono le conseguenze della soppressione delle linee dette secondarie della
SNCF, dell'insufficienza di treni di provincia o della chiusura di stazioni. E' per essi, ed in particolare per i più anziani,
che la vita è resa più difficile dalla chiusura un ufficio postale in un quartiere o dalla soppressione di cabine telefoniche
nei villaggi o nei quartieri popolari.
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Poi è arrivato l'attacco contro le pensioni, che annuncia quello contro la cassa mutua malattie.
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Questo susseguirsi di attacchi da parte del governo ha occultato il resto. E' essenzialmente contro il governo che si sono
prodotti gli scioperi e le manifestazioni di questi ultimi mesi.
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Ma, mentre i ministri occupavano l'avanscena, il padronato continuava la sua offensiva contro il mondo del lavoro su un terreno
particolarmente doloroso, quello dei licenziamenti collettivi e le sue conseguenze, l'aumento del numero di disoccupati.
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I licenziamenti collettivi
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Fra tutti gli attacchi contro la classe operaia, i licenziamenti collettivi producono le conseguenze più catastrofiche. Per i
licenziati stessi e per le loro famiglie in primo luogo, per i quali il licenziamento rappresenta spesso l'inizio della povertà
e, per alcuni, la caduta nella miseria.
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Quando l'impresa procede a dei licenziamenti collettivi e, a maggior ragione, quando chiude, la vita di centinaia di lavoratori
é sconvolta e tutta una città o una regione si trasforma in deserto industriale.
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Ora, i licenziamenti collettivi si moltiplicano, prodotti tanto da imprese che fanno parte di grandi gruppi finanziari, dai
profitti e dalla tesoreria fiorenti, quanto da piccole e medie aziende a chi la concorrenza, conseguenza di un'economia di
mercato imprevedibile e stupida, mette il coltello sotto la gola.
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Da un paio di anni, la disoccupazione aumenta inesorabilmente, dopo qualche mese di leggera diminuizione. Le statistiche contano
2,4 milioni di disoccupati. In realtà, ce ne sono molti di più, dato che le statistiche sono state manipolate da tutti i
governi per cercare di nascondere l'entità del sinistro.
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E si tratta veramente di un disastro, tanto più che ai disoccupati "completi" si aggiungono tutti quelli, almeno 3 milioni, che
non sono più considerati come disoccupati pur avendo solo lavori occasionali, precari e mal pagati.
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Di fatto, si considera che circa 8 milioni di persone in questo paese vivono al di sotto della soglia di povertà.
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Il solo fatto che in uno dei paesi più ricchi del mondo, uno di quelli dove si concentrano i capitali, una persona su dieci sia
espulsa dalla produzione e che le sia negata la possibilità di guadagnare la vita; che una su sette, bambini compresi, sia
obbligata a vivere nella povertà, costituisce una condanna del sistema capitalistico.
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Le conseguenze della disoccupazione sono tanto più gravi che questa è duratura. In numerose regioni, un lavoratore su cinque,
a volte di più, è disoccupato da anni e senza nessuna speranza di trovare un lavoro a più o meno breve termine. Le famiglie
colpite hanno esaurito tutte le loro riserve, e anche quando riescono a non perdere il proprio alloggio si ritrovano
definitivamente nella miseria, con tutte le conseguenze che ciò implica per i loro bambini. Numerosi quartieri popolari si sono
trasformati in ghetto per poveri e costituiscono il terreno propizio per traffici di ogni genere, per la violenza e
l'insicurezza per i loro abitanti. Non si può cominciare a risolvere nessuno dei molteplici problemi dei quartieri popolari
senza porre fine alla disoccupazione e senza assicurare a tutti un lavoro correttamente retribuito.
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E il peso della disoccupazione grava su tutti, compresi i lavoratori che non hanno disoccupati nella loro famiglia. Infatti la
pressione della disoccupazione rafforza il padronato e gli facilita il compito di frenare i salari, di sostituire i lavoratori
con contratto a durata illimitata con dei lavoratori precari o di aumentare il ritmo del lavoro.
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Da quando la disoccupazione è aumentata, vale a dire da quasi un quarto di secolo, non c'è governo che non abbia preteso che
combattere la disoccupazione faceva parte delle sue priorità. Ma, in realtà, combattere la disoccupazione non è mai stato per
le maggioranze successive più di uno slogan elettorale e per i governi successivi più di un pretesto per far regali al grande
padronato.
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E' in nome della creazione di posti di lavoro che si diminuiscono gli oneri sociali delle imprese a scapito delle entrate della
sicurezza sociale, che si accordano alleggerimenti fiscali alle imprese a scapito delle ricette del budget.
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E' sempre nel nome della necessità di creare posti di lavoro che lo Stato centrale come i livelli intermedi ( regione,
provincia, a volte comune) accordano sussidi alle imprese.
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Il risultato è sotto gli occhi di tutti : se il numero di disoccupati è un po' diminuito in certi periodi, è solo quando un
migliore andamento degli affari incita i padroni ad assumere. Anche se, bisogna ricordarlo, i periodi di diminuzione del numero
di disoccupati sono stati anche i periodi di aumento del numero di precari.
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Ma, in realtà, la disoccupazione non è diminuita, e ci sia avvia di nuovo verso 3 milioni di disoccupati ufficialmente
recensiti.
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Il problema è che i padroni assumono nuovi dipendenti solo se non possono fare altrimenti, vale a dire se rischiano di perdere
mercati fruttuosi senza il numero necessario di operai per produrre. E sempre a condizione che siano ottimisti per il futuro !
Se no, si accontentano di assumere per così dire alla giornata, cosa che l'evoluzione della legislazione permessa dai vari
governi rende sempre più facile.
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Più generalmente, la disoccupazione è una delle conseguenze inerenti all'organizzazione capitalistica dell'economia. Sparirà
"naturalmente" solo in una società dove il profitto privato non sarà più il motore dell'economia. In una società dove i
gruppi finanziari non monopolizzeranno più la proprietà delle imprese, col diritto di decidere nel segreto dei consigli di
amministrazione di chiudere una fabbrica qui, sopprimere migliaia di posti di lavoro altrove, perché ciò risulta " redditizio
", vale a dire vantaggioso per i proprietari e per i grossi azionisti delle imprese. In una società dove le grandi imprese
dell'industria e della distribuzione apparterranno alla collettività, sarà naturale che tutti lavorino e partecipino al
benessere della collettività e che i beni prodotti in questo modo siano ripartiti tra tutti in modo razionale e giusto.
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Vincere definitivamente la disoccupazione è possibile solo a condizione di mettere fine alla società basata sullo
sfruttamento.
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Ciò nonostante, è necessario e possibile combattere la disoccupazione, poiché da ciò dipende l'andamento dell'occupazione
come dei salari : nel quadro dell'organizzazione attuale dell'economia e della società, la loro importanza è legata al
rapporto delle forze. Quando la classe capitalistica ha a che fare con una classe operaia che non è in condizione di difendersi
e di contrattaccare, tende a fare economie sulle sue spalle, pesando nello stesso tempo sui salari e sull'occupazione, vale a
dire cercando di far fare il massimo del lavoro dal minimo di lavoratori possibile.
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Ma, in cambio, anche in questo periodo in cui si lamentano della stagnazione degli affari, i capitalisti dispongono di
possibilità finanziarie enormi. I profitti reali dei grandi gruppi industriali e finanziari rimangono ad un livello elevato. Da
anni, questi profitti sono utilizzati dai gruppi industriali finanziari per le loro scalate reciproche, per comprare fabbriche o
ancora -e cio è connesso- per nutrire i circuiti speculativi.
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Ebbene, almeno una parte di questi profitti potrebbe essere utilizzata per mantenere i posti di lavoro esistenti, vale a dire
per evitare i licenziamenti collettivi, ed anche per creare nuovi posti di lavoro.
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Questa scelta, nessun capitalista individualmente e ancora meno la classe capitalistica nel suo insieme, la faranno
spontaneamente, senza cioè che vi siano costretti da un rapporto di forze tale che temino di perdere tutto resistendo alle
rivendicazioni operaie.
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Problemi tanto diversi tra loro come la debolezza dei salari e delle pensioni o la disoccupazione hanno una soluzione comune:
creare un rapporto di forze suscettibile di far indietreggiare il padronato e il governo. E' su questo terreno che i lavoratori,
rialzando la testa, anche se per il momento in modo ancora limitato, hanno aperto la sola prospettiva che gli permetta di
rovesciare il corso sfavorevole delle cose.
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28 giugno 2003
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La riforma delle pensioni elaborata dal governo Chirac-Raffarin sta per essere approvata dal parlamento dove il governo dispone
di una larga maggioranza. Benché i sondaggi abbiano indicato che quasi i due terzi della popolazione sostengono gli scioperanti
ed i manifestanti che si oppongono al progetto del governo, le signore ed i signori deputati e senatori, che non sono
assolutamente interessati dai sacrifici richiesti, non sono affatto imbarazzati all'idea di decidere di imporli agli altri
contro la volontà generale! Ma ciò che i parlamentari ed i governi possono fare contro i lavoratori, i lavoratori lo possono
disfare ! Perché si tratta di una legge ingiusta e anti operaia. Col pretesto di " salvare le pensioni " il governo impone una
nuova degradazione del livello di vita della classe operaia. Lavorare più a lungo per una pensione amputata: non è una "
riforma ", si tratta di un ritorno indietro dalle conseguenze drammatiche per tutti i lavoratori.
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Le menzogne del governo
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Raffarin pretende che urge fare sforzi, perché la popolazione invecchia e, tra venti o quaranta anni, non ci saranno più
abbastanza attivi per pagare le pensioni.
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Nel sistema pensionistico attuale, detto per ripartizione, sono i lavoratori in attività che pagano le pensioni agli anziani.
Ora, le numerose generazioni del dopoguerra arrivano all'età della pensione mentre le generazioni successive, molto meno
numerose, non bastano più a sostituirle. Di più, i pensionati vivono sempre più a lungo, poiché la speranza di vita si
allunga ogni anno. Così mentre quarant'anni fa c'erano quattro attivi per un pensionato, non ne restano solo oggi. Alcuni
esperti affermano che, tra 40 anni, ci sarà solo un attivo per pagare la pensione di un anziano. Il "carico" diventerebbe così
troppo pesante.
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In primo luogo, sarebbe una cosa normale che una parte crescente delle ricchezze prodotte sia consacrata agli anziani, appunto
perché sono numerosi e vivono di più Come sarebbe normale che le spese sanitarie si crescessero, giacché ci si può curare
meglio. Per l'appunto è questo che si chiama progresso.
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Ma, contrariamente a quanto pretende il governo, ciò non dovrebbe porre in se un problema di finanziamento delle pensioni
poiché, anche se meno numerosi, i lavoratori producono di più e la produzione di ricchezze non cessa di aumentare. È questo
che si chiama aumento della produttività.
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Ma di ciò, il governo si guarda bene di parlarne, mentre questa produttività è notevolmente aumentata e aumenta in
continuazione. Tanto è vero che una diminuzione impressionante del numero di agricoltori, per esempio, non ha certo comportato
la carestia nel paese: nel 1950, un agricoltore produceva in media abbastanza da nutrire tredici persone, oggi produce quanto
basta per nutrirne sessanta ! Anche nell'industria, la produttività è enormemente aumentata. Nell'industria dell'automobile,
degli elettrodomestici, dell'elettronica, ecc., gli operai in produzione sanno bene che la quantità di macchine, di
frigoriferi, di televisori, che devono produrre ogni giorno è aumentata senza sosta da quando hanno cominciato a lavorare.
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Un lavoratore odierno in attività produce per ogni ora di lavoro in media dieci volte più che un lavoratore attivo di mezzo
secolo fa.
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Le ricchezze prodotte dai lavoratori in attività, anche se meno numerosi, sarebbero infatti più che largamente sufficienti per
far vivere correttamente i pensionati. E ciò sarebbe tanto più giusto che una parte di questa produttività accresciuta
proviene dalle cadenze sempre più rapide, dall'intensità sempre crescente del ritmo di lavoro, non solo sulle catene di
produzione, ma fino alle casse dei supermercati. Ma il vero problema, e che l'accrescimento del reddito prodotto non serve a
questo! Serve ad arricchire ancora di più quelli che sono già ricchi.
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Le ricchezze prodotte accaparrate dai più ricchi
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Le ricchezze prodotte dal lavoro sono sempre più accaparrate da una minoranza di ricchi che si sono ancora più arricchiti in
questi ultimi trent'anni malgrado la crisi economica. I padroni delle grandi imprese industriali, delle grandi aziende agricole,
della grande distribuzione o della finanza reclamano sempre di più, riducono i salari e le pensioni, aggravano le condizioni di
lavoro, licenziano e impongono la flessibilità e la precarietà. Le ricchezze prodotte dagli sforzi dei lavoratori, spesso al
prezzo della loro salute e a volte della loro vita, servono in primo luogo a arricchire questa gente, questa minoranza di
sfruttatori che decidono di tutto, esigono sempre più sacrifici da parte dei lavoratori e cercano senza sosta di accaparrare
una parte sempre crescente delle ricchezze prodotte.
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E' questo grande padronato che trova insopportabile l'idea di dover pagare di più per permettere agli anziani di vivere
decentemente. Se rifiuta di pagare salari corretti ai salariati attivi, non è certo per pagare delle pensioni decenti a quelli
che non può più sfruttare. D'altronde preferirebbe non pagare più niente.
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I sacrifici imposti ai soli lavoratori
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Oggi, le principali casse delle pensioni dei salariati sono in attivo, e lo sarebbero ancora di più se i salari fossero più
alti, e soprattutto se non ci fossero 2,4 milioni di disoccupati censiti ufficialmente e milioni di altri che hanno solo piccoli
lavori intermittenti o che addirittura hanno semplicemente rinunciato a cercare un lavoro.
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E' rivoltante ascoltare i ministri che discorrono sul numero insufficiente degli " attivi " rispetto ai pensionati, mentre
lasciano i padroni licenziare massicciamente i lavoratori per centinaia e per migliaia e che dicono essi stessi volersi
sbarazzare della metà degli impiegati dello Stato ! Il colmo è che i lavoratori dovrebbero fare sacrifici supplementari per
compensare questo deficit d'attivi, mentre sono essi stessi che fanno pagare le spese della precarietà e della disoccupazione!
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Il governo è incapace di prevedere cosa succederà tra dieci o venti anni, lui che ha già dovuto rettificare diverse volte le
sue previsioni di crescita economica per l'anno in corso. Ma l'annuncio di un deficit enorme nelle casse previdenziali tra venti
anni e di un deficit ancora maggiore tra 40 anni serve a preoccupare i lavoratori per fargli accettare i sacrifici in anticipo.
E' col pretesto di un ipotetico futuro deficit che si impongono da già dieci anni dei sacrifici ai lavoratori e che il governo
attuale vuole imporne ancora!
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Già dieci anni fa, il governo di Edouard Balladur impose ai salariati del settore privato di contribuire più a lungo,
quarant'anni invece di 37 e mezzo, per avere una pensione ridotta di circa un quarto ! Accusare in seguito, qualche anno dopo, i
salariati che non hanno subito gli attacchi di Balladur, quelli della funzione pubblica, di essere dei privilegiati perché
hanno mantenuto il loro vecchio sistema pensionistico, è il colmo. Ciò nonostante, Raffarin ha orchestrato tutta una campagna
di stampa per farlo credere. E non è certo strano che i ferrovieri e gli agenti della metropolitana e degli autobus parigini
abbiano giudicato che Raffarin li prendeva in giro quando voleva fargli credere che non avrebbe toccato le loro pensioni!
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Col pretesto di porre fine a questi "privilegi", il governo Raffarin se la prende con i salariati dello Stato, delle
collettività locali, col personale ospedaliero. Si tratta dell'allineamento sul più basso : anziché ritornare ai 37 anni e
mezzo di contributi per tutti, impone a tutti di contribuire quarant'anni per avere diritto ad una pensione a tasso completo. Ed
è solo l'inizio : prevede già che, nel pubblico come nel privato, tutti dovranno contribuire 41 anni nel 2012, poi 42 anni nel
2020.....
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Non è un progresso, è una regressione!
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Tanto più che sarà sempre più difficile cumulare il numero di anni di contribuzioni che permette di ricevere una pensione a
tasso pieno.
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Il padronato reclama che i lavoratori contribuiscano più a lungo per avere diritto a una pensione intera, ma nello stesso
tempo, i padroni sopprimono posti di lavoro e i giovani non trovano lavoro, alternano tra lavori saltuari e disoccupazione,
mentre gli adulti licenziati dopo i cinquant'anni, ed anche dopo i 45, incontrano le peggiori difficoltà per ritrovare un
lavoro, poiché i padroni considerano che non sono più capaci di fargli guadagnare abbastanza soldi, che sono troppo usati per
essere abbastanza redditizi !
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Come faranno per contribuire più a lungo ? In realtà, lo scopo dell'operazione è meno di far lavorare più a lungo che di
ridurre il montante delle pensioni versate. Molti lavoratori riceveranno solo una pensione seriamente amputata. I contratti
precari, i part-time imposti, i bassi salari, tutto contribuisce ad abbassare il livello delle pensioni. E le donne, numerose a
smettere di lavorare per diversi anni per elevare i loro figli, ricevono già attualmente pensioni inferiori della metà a
quelle degli uomini e dovranno ricevere ancora meno!
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Per i lavoratori più mal pagati i sacrifici saranno più pesanti allorché nessuno sforzo è richiesto al padronato. Il governo
rifiuta di tassare profitti delle imprese col pretesto che ciò nuocerebbe all'occupazione. Ma rifiuta anche di tassare i
redditi individuali dei borghesi. Al disoccupato, al pensionato, al salariato che percepisce il minimo, chiede "degli sforzi" ma
non a colui che vive delle sue rendite e della speculazione borsistica ! Il governo predica la solidarietà ma si indirizza ai
lavoratori e solo ad essi. I padroni non sono interpellati da questi discorsi. Ai ricchi che vivono dei redditi delle loro
fortune, il governo non chiede niente.
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Pensioni di miseria !
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Raffarin afferma che il suo obiettivo è permettere a ognuno di beneficiare di una " pensione garantita e del mantenimento del
livello delle pensioni ". Si tratta visibilmente di una menzogna perché il livello delle pensioni continua a diminuire da dieci
anni nel settore privato e continuerà a diminuire per l'insieme dei lavoratori con le misure Raffarin.
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Il montante delle pensioni al momento della partenza è già stato amputato dal sistema di calcolo creato da Balladur nel
settore privato quando già le pensioni non erano certo mirabolanti. Se, per il momento, questo sistema di calcolo non è ancora
applicato nel settore pubblico, non è difficile prevedere che, sempre col pretesto dell'equità, si vorrà imporglielo.
D'altronde lo stesso Raffarin lo suggerisce quando " garantisce ", al momento del pensionamento un montante uguale al 66% del
salario netto anteriore, a condizione di aver contribuito 40 anni.
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Prima delle misure Balladur, la pensione rappresentava in media l'84% dell'ultimo salario per i lavoratori del settore privato,
e finanche il 100% per quelli che guadagnavano meno di 7500 franchi (1150 euro circa), a condizione di aver contribuito durante
37 anni e mezzo. Oggi la pensione rappresenta in media appena i 3/4 del salario precedente, e continuerà a diminuire per non
rappresentare più che i due terzi dell'ultimo salario.
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Vediamo dunque in cosa consistono le "garanzie" di Raffarin. Un salariato che avrebbe lavorato una vita intera allo SMIC
riceverà al pensionamento l'85% del suo ultimo salario. Ciò rappresenterebbe oggigiorno 750 euro. Sicuramente è ancora troppo
poiché Raffarin non promette l'85% dello SMIC solo nel 2008... quando lui non ci sarà più ! Un salariato che guadagna 1200
euro netti è solo sicuro di riceverne il 66% al momento della pensione, cioè 800 euro. Non è la "pensione garantita " come lo
pretende Raffarin, è la miseria garantita !
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Ma ciò non basta! Il montante della pensione, calcolato al momento della partenza, diventa sempre più insufficiente col filo
degli anni. Il montante della pensione, in effetti, è rivalorizzato ogni anno in funzione dell'evoluzione dell'indice dei
prezzi, al di fuori del tabacco, di cui si sa bene che non riflette neanche l'evoluzione reale dei prezzi. Ciò era già il caso
nel settore privato e ormai lo sarà anche nel settore pubblico.
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Fin qui la funzione pubblica aveva conservato la sola forma di rivalorizzazione valida, quella che si fa parallelamente
all'aumento dei salari. Questo legame tra le pensioni ed i salari permette ai pensionati, che non hanno più molti modi di
pressione per difendere il loro livello di vita, di beneficiare dei miglioramenti salariali ottenuti dai lavoratori in
attività. E solo questo può impedire che una pensione che rappresenta in partenza l'85% dello SMIC finisca per rappresentarne
solo il 60 o il 50%.
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Vale a dire che non solo Raffarin non garantisce altro che delle pensioni ridotte ma che queste diminuiranno ancora
relativamente ai salari col filo di anni. Anziché " salvare le pensioni " come lo pretende, cerca di ridurre ancora le pensioni
pertanto già ben insufficienti. Oggi, circa 3 milioni di pensionati non ricevono come pensione di base che il minimo
contributivo, 533 euro (3500 franchi) ai quali si aggiunge una pensione complementare per arrivare in media a 640 euro (4200
franchi), o molto meno se non hanno tutti gli anni richiesti di contributi ! In questi ultimi anni, quasi la metà dei nuovi
pensionati del regime generale, esattamente il 40%, partono già in pensione in queste condizioni ! E la proporzione dei
salariati che riceveranno solo una pensione minima crescerà ancora con le misure Raffarin . I pensionati si impoveriranno
sempre di più e con loro tutta la classe operaia.
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La "riforma " di Raffarin, come quella di Balladur, costituisce un ritorno indietro che nulla giustifica, se non la volontà del
padronato di ridurre la parte di ricchezza della classe operaia alla pura sopravvivenza.
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Lo Stato si serve nelle casse dei salariati
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I governi si sono sempre arrangiati in modo da far pagare alle casse dei salariati spese che avrebbero dovuto assumere. Le spese
legate alla cosiddetta solidarietà nazionale non devono essere prelevate sulle casse dei lavoratori ; ciò nonostante queste
fanno da vere e proprie mucche da mungere per lo Stato.
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Così col pretesto della solidarietà tra i diversi regimi pensionistici, avvengono notevoli trasferimenti a scapito delle casse
dei salariati nel settore pubblico come nel settore privato. Ogni anno, miliardi di euro sono prelevati da queste casse,
essenzialmente al profitto delle casse dei non salariati. Non solo le casse dei salariati servono ad equilibrare le casse di non
salariati, ma in più bisogna che i salariati facciano sempre più sacrifici col pretesto che le loro casse non potrebbero più
pagare le loro pensioni ! Attualmente, le casse dei funzionari degli enti locali e quella degli agenti ospedalieri ogni anno
versano più soldi ai regimi dei non salariati di quanto ne pagano per le pensioni dei propri pensionati. E' il colmo, ma un
colmo di cui il governo si guarda bene di parlare. Chiacchiera di solidarietà ma questa solidarietà gioca sempre a sfavore dei
salariati.
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Malgrado tutti i prelievi, la cassa pensionistica del regime generale è sempre eccedente, eccedente che d'altronde è versato
ad un fondo, il fondo di solidarietà della vecchiaia, di cui lo Stato si serve per effettuare le proprie spese, per esempio il
debito dello Stato alle casse di pensioni complementari, o le prestazioni della pensione sociale versate essenzialmente a quelli
che non hanno mai contribuito.
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I governi si servono dei soldi degli assicurati sociali senza vergogna mentre nello stesso tempo gli impongono sempre più
sacrifici. Ma nei confronti del padronato, non mancano di premure. Ricordiamo per esempio che quest'ultimo, a chi non è chiesto
alcun sacrificio, beneficia al contrario di notevoli sgravi degli oneri sociali padronali. Per ogni anno queste ammontano a una
cifra che sorpassa largamente il deficit annunciato tra venti anni della principale cassa pensionistica dei salariati, quella
del regime generale!
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E' una vera provocazione il fatto che proprio mentre Raffarin esige sforzi supplementari dai salariati per finanziare le
pensioni, accorda nuovi sgravi degli oneri sociali al padronato col pretesto che aumenterà un pochino lo SMIC il primo luglio.
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Il governo ed il padronato si comportano come dei gangster, saccheggiando tranquillamente le casse della previdenza sociale.
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Se veramente un giorno ci fosse un problema per finanziare le pensioni, la prima cosa da esigere sarebbe che lo Stato ed i
padroni paghino quanto devono e che cessino di servirsi nelle casse.
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E'il padronato che deve pagare
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Chiedere nuovi sacrifici ai lavoratori per assicurare le pensioni degli anziani è tanto più scioccante che le pensioni
dovrebbero essere interamente a carico del padronato e dello Stato padrone. Poiché i lavoratori producono infinitamente più di
quanto non consumino. È il loro lavoro che fa vivere tutta la società, compresi gli sfruttatori, compresi i parassiti di ogni
genere. Sono loro che pagano per gli sprechi inauditi creati dal sistema di produzione capitalistica. Allora, il minimo sarebbe
che continuino a ricevere il loro salario-e un salario corretto-durante la loro pensione. Le ricchezze prodotte dovrebbero
servire in primo luogo a far vivere i lavoratori in attività e in pensione prima di arricchire ancora di più i ricchi.
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Il voto della legge Fillon-Raffarin apre la strada a nuovi attacchi contro tutti, che d'altronde il governo ha già cominciato a
programmare, come l'allungamento della durata dei contributi a 41 e poi a 42 anni. E poi ci saranno anche gli aumenti dei
contributi sociali col pretesto prevedibile che le misure già prese non basteranno a " salvare le pensioni ". Il governo ha
già previsto la creazione di una commissione che farà il punto ogni cinque anni. Se i lavoratori li lasciano fare, ogni cinque
anni saranno invitati a "salvare le pensioni" ! Le stesse pensioni integrative che devono essere rinegoziate tra il padronato ed
i sindacati da qui al primo gennaio, sono minacciate.
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Vale a dire che l'interesse dell'insieme dei salariati è di far blocco contro gli attacchi del governo e di ottenere nello
stesso tempo il ritiro delle misure Raffarin e l'abrogazione delle misure Balladur.
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Si, bisognerà almeno ritornare a 37 anni e mezzo di contributi per tutti e al diritto ad una pensione completa a sessant'anni.
Bisogna legare di nuovo le pensioni ai salari. Il vecchio sistema pensionistico non è certo l'ideale, ma bisogna già
difendersi contro gli attacchi reiterati del governo e del padronato. Si tratta di semplici rivendicazioni difensive. La legge
Fillon-Raffarin sarà adottata dal parlamento. Ma, ancora una volta, una legge fatta contro i lavoratori, i lavoratori possono
farla abrogare. Ne hanno il diritto mille volte.
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I lavoratori hanno già pagato troppo. Tocca ai padroni e allo Stato padrone finanziare le pensioni dei salariati. Per questo ci
sono largamente abbastanza soldi. Ma da trent'anni il padronato, aiutato dal governo, è riuscito a ridurre notevolmente la
parte delle ricchezze prodotte consacrate ai salari, ai sussidi di disoccupazione e alle pensioni, in breve la parte che va alla
classe operaia. E vorrebbe ridurla ancora. Non bisogna lasciarsi menare. Bisogna esigere che lo Stato cessi di prendere nelle
casse dei salariati per finanziare gli altri regimi. Bisogna esigere che cessino le esenzioni di oneri sociali dei padroni. E se
ciò non basta, bisogna aumentare i contributi padronali. I padroni li pagano in rapporto ai salari versati, ma potrebbero anche
pagarli in rapporto alle ricchezze prodotte, al valore aggiunto come si dice, in rapporto ai loro profitti. Visto che il governo
pretende che il costo del lavoro è troppo pesante e che ciò "uccide l'occupazione", deve tassare i padroni in rapporto alle
ricchezze create e non ai salari. Sarebbe solo giustizia se una parte di queste ricchezze prodotte fosse chiaramente adibita
alle pensioni, e che non siano i salariati a vedere ancora amputati i loro già deboli salari.
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Infatti tutto procede di pari passo. Gli attacchi contro le pensioni vanno di pari coi licenziamenti e con la disoccupazione,
con i salari bassi e i piccoli lavori precari. Sono i milleuno modi che i padroni hanno per sfruttare i lavoratori
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Allora battersi per dei salari corretti, per togliere ai padroni il diritto di buttare i lavoratori sul lastrico, per obbligarli
a pagare tanto per le pensioni che per i salari, che per la sanità -il nuovo attacco programmato da Raffarin- tutto ciò fa
parte di un insieme : battersi per dare una battuta d'arresto alla regressione sociale che ci fanno subire da trent'anni, prima
che il padronato ci faccia ritornare, con aiuto dei governi, a condizioni degne del XIX secolo !
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23 giugno 2003
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La risposta agli attacchi del governo è venuta senza dubbio dal settore dove questo meno se l'aspettava. Mentre tutto sembrava
filare liscio e forte della sua maggioranza al parlamento, il governo poteva pensare di avere la strada libera e che il suo
progetto sulle pensioni passasse senza grosse difficoltà, sicuro, credeva, del consenso delle confederazioni sindacali. Ma il
personale dell'educazione nazionale e più particolarmente gli insegnanti, diede fuoco alle polveri, poiché furono gli
iniziatori e la punta avanzata di un movimento che, per la sua ampiezza, la sua durata e la sua determinazione, ha contribuito a
modificare la situazione. E ben al di là di questo solo settore.
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Il movimento di scioperi e di manifestazioni nell'educazione nazionale si è sviluppato in questi ultimi tre mesi, dalla fine di
marzo, per i primi partiti in lotta, alla metà di giugno. Si è opposto alle misure del governo relative alla
decentralizzazione ed alla riforma delle pensioni e ha toccato l'insieme del paese. Questa mobilitazione è stata disuguale
secondo i quartieri, le città, le regioni. A volte è stata più forte nelle scuole primarie, a volte nelle medie, nei licei e
negli istituti tecnici. Ma si è strutturata dappertutto intorno ad una minoranza determinata che, mano a mano, estendeva lo
sciopero rinnovabile e trovava incoraggiamento e nuove truppe grazie alle giornate di azione programmate dai sindacati degli
insegnanti in alcuni casi, e dalle confederazioni sindacali per quelle che riguardavano la lotta contro gli attacchi sulle
pensioni che interessavano l'insieme dei salariati.
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Il personale dell'educazione nazionale conta più di un milione di salariati. Secondo le cifre fornite dal ministero per il 2001
( personale del pubblico e privato abilitato ), 358 000 sono insegnanti del primario, circa 508 000 sono insegnanti del secondo
ciclo e 80 000 esercitano nel superiore. Gli istituti scolastici funzionano anche grazie al lavoro di circa 290 000 "non
insegnanti" appartenenti a categorie molto diverse: sorveglianti, documentalisti, consiglieri di educazione, consiglieri di
orientazione-psicologi, impiegati dei servizi centrali, ecc.; i tre quarti di questo personale non insegnante sono raggruppati
con la sigla ATOSS ( amministrativi, tecnici, operai, personale di servizio, sanitario e sociale) . La frazione più numerosa e
la meno pagata di questi ATOSS -cioè quasi 110 000 persone- è costituita dai TOS: operai della manutenzione, tecnici e
personale della ristorazione. Queste categorie erano direttamente toccate dalle misure di decentralizzazione che dovevano
tradursi in una modifica del loro statuto poiché, da agenti dell'educazione nazionale, dovevano passare sotto la
responsabilità dalla provincia o della regione. Ma è l'insieme del personale dell'educazione nazionale, ed in primo luogo gli
insegnanti, che ha denunciato questa riforma considerata come l'inizio dello smantellamento del servizio pubblico
dell'educazione.
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Il malcontento del personale insegnante dell'educazione nazionale: da anni, una spina nel piede dei governi
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I giornalisti, i responsabili politici, i sociologi e altri pennivendoli di ogni sorta hanno evocato un "malessere degli
insegnanti", formula usata regolarmente nei periodi di sciopero che l'educazione nazionale ha conosciuto a diverse riprese nel
corso degli ultimi dieci anni.
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Sciopero nella provincia della Seine-Saint-Denis nel 1998 per ottenere più mezzi. Movimento contro la riforma del ministro
Allègre nel 1999, che proponeva di ridurre alcuni orari di insegnamento e progettava di "sgrassare" il "mammut" che era
divenuto, secondo lui, l'educazione nazionale. Sciopero nel 2000 essenzialmente nell'insegnamento tecnico per le condizioni di
lavoro e contro le economie previste sulle spalle degli allievi. Movimento dei maestri nel 2000 per reclamare 1000 posti nella
regione della Alta Garonna. E ben altri movimenti ancora.
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Gli insegnanti dunque hanno reagito a diverse riprese all'assenza di mezzi che si fa sentire tutti i giorni. Scarsezza di
personale, classi troppo affollate, assenza di crediti, locali vetusti in molte scuole medie e istituti tecnici. Assenza di
sorveglianti e di maestri ausiliari. Malcontento di fronte al non rinnovo dei contratti-giovani che saranno solo parzialmente
sostituiti e di cui 20 000 dovevano e devono tuttora essere licenziati. Progetto di non compensare con nuove assunzioni quanti
partono in pensione, nell'educazione come nell'insieme della funzione pubblica. Minaccia di aumento del numero di anni di
contributi necessari per accedere alla pensione a tasso pieno, come per gli altri salariati.
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Sempre più insegnanti contestavano la politica del governo, non solo perché questa gli rendeva l'attività professionale
sempre più difficile ma anche perché il degrado della scuola pubblica contribuiva ancora di più all'aggravamento delle
condizioni di vita delle famiglie, a cui i loro allievi appartenevano, nei quartieri popolari. La diminuzione, o addirittura la
soppressione, dei fondi sociali che permettevano in particolare ai ragazzi delle famiglie più povere di prendere almeno un
pasto al giorno alla mensa e di partecipare ai viaggi scolastici se i genitori non potevano pagare, è apparsa come
un'ingiustizia intollerabile. I progetti di riduzione del personale non insegnante nelle scuole furono risentiti come una misura
capace di aggravare ancora le tensioni in seno agli istituti. Gli insegnanti dei quartieri popolari vivono quotidianamente le
conseguenze delle scelte padronali e governative, che si tratti di licenziamenti e di disoccupazione, della precarietà nel
lavoro o dei problemi di alloggio. E non è un caso se il movimento di protesta contro i piani governativi è nato spesso in
scuole del cuore delle periferie "difficili" delle grandi città.
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L'anno scolastico 2002-2003 era stato segnato da qualche giornata di azione. Si sapeva già dall'inizio che i contratti-giovani,
che esercitano la funzione di aiutanti-educatori, sarebbero stati licenziati. Si sapeva anche che 5600 posti di
studenti-sorveglianti sarebbero soppressi e che le loro condizioni di lavoro, i loro orari, sarebbero peggiorati con la
creazione di un nuovo statuto di assistente di educazione, più precario. Le organizzazioni sindacali degli insegnanti si erano
accontentate di promuovere giornate d'azione simboliche il 17 ottobre, 26 novembre, 8 dicembre e 28 gennaio. Durante l'inverno,
in alcune città come Tolosa o Marsiglia ed in Corsica, uno sciopero rinnovabile di una minoranza di MI-SE (sorveglianti...) a
cui si giunsero dei contratti-giovani era rimasto relativamente isolato.
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Fu la decentralizzazione e in particolare il modo in cui fu annunciata, che mise fuoco alle polveri.
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In effetti, i 28 febbraio Raffarin annunciò a Rouen che i TOS, gli assistenti sociali, i consiglieri di orientazione-psicologi
e i medici scolastici sarebbero stati decentralizzati nel 2004. Ciò voleva dire che cambiando lo statuto, potrebbero non essere
più assegnati ad un determinato istituto scolastico, o addirittura sparire completamente dagli stabilimenti, secondo le scelte
dei consiglieri locali. Inoltre incombeva la minaccia che, come in altri settori già decentralizzati, ci si orientasse verso
una privatizzazione di alcuni servizi.
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Le categorie interessate reagirono, come anche i sindacati insegnanti che decisero una giornata di azione contro queste misure,
il 18 marzo. Una settimana dopo, un appello allo sciopero rinnovabile fu lanciato da diverse assemblee generali e, là dove il
movimento esisteva già, anche da qualche direzione provinciale del sindacato insegnante SNES, in occasione di una giornata di
azione che interessava il personale decentralizzato. Ma gli obiettivi del movimento nascente andavano ben al di là dei problemi
categoriali iniziali. Il movimento più generale e più ampio di sciopero rinnovabile contro la decentralizzazione e la riforma
delle pensioni si innescava.
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All'inizio, nella regione parigina, fu una minoranza di insegnanti in una decina di stabilimenti del secondo grado di
Saint-Denis che si mise in sciopero. A Tolosa, lo slancio fu dato da un'assemblea generale di 140 insegnanti ( soprattutto
maestri), venuti essenzialmente da quartiere del Mirail, il più popolare della città, dove gli insegnanti avevano condotto nel
2000 uno sciopero di tre settimane per ottenere l'assunzione di 1000 maestri in tutta la provincia. A Marsiglia, alcuni maestri
del centro e dei quartieri Nord votarono lo sciopero. La stessa cosa accadde a Le Havre, a Montpellier, a Rouen e Bordeaux o
nell'isola della Riunione. Diversi focolai presero avvio in modo indipendente e dappertutto il movimento si mostrava contagioso.
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In un certo numero di questi istituti, in tali quartieri o in queste città, gli insegnanti si erano forgiati nel corso delle
lotte passate un'esperienza e alcune tradizioni di organizzazione; convocarono delle assemblee generali senza aspettare le
iniziative sindacali. Fin dall'inizio, si sparse l'idea che una minoranza di scioperanti di uno stabilimento poteva coinvolgere
una minoranza simile nella scuola elementare o nella scuola media vicina e, mano a mano, crescere a valanga.
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Un movimento di scioperi che si generalizza in tutta l'educazione nazionale.
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Mentre prima delle vacanze di Pasqua, gli scioperanti tentavano di coinvolgere alcune minoranze nello sciopero rinnovabile, i
dirigenti dello SNES e localmente quelli dello SNUIPP per le scuole elementari (i due raggruppati in seno alla FSU) adottavano
una posizione di sostegno agli scioperi già in corso. Lo SNES della Seine-Saint-Denis per esempio annunciò il suo sostegno
allo sciopero rinnovabile fin dal 27 marzo. Poi, in seguito al successo di una giornata di azione il 3 aprile, a Tolosa, lo SNES
del dipartimento adottò la stessa attitudine. Tuttavia non militava attivamente per sviluppare il movimento di scioperi. Gli
scioperanti temevano che le vacanze di Pasqua non diano un colpo di freno al movimento, tanto più che il susseguirsi dei
periodi di vacanze non coincideva da una regione all'altra, e avrebbe potuto dividere il movimento. Ciononostante, la FSU aveva
fissato al 6 maggio una giornata nazionale contro i progetti di decentralizzazione e contro la riforma delle pensioni.
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La ripresa del movimento non aspettò questa scadenza. Mentre la regione parigina era ancora in vacanze, a Tolosa, a Le Havre,
nell'isola della Riunione, lo sciopero continuava. E fin dalla fine delle vacanze nella regione parigina, lo sciopero ripartì
con la stessa ampiezza di prima. Qui si estese rapidamente all'insieme della Seine-Saint-Denis, poi progressivamente, agli altri
dipartimenti della regione. Manifestazioni ebbero luogo il giovedì 24 aprile successivo alla ripresa delle lezioni, e si
successero tutti i martedì e i giovedì; le giornate specifiche di lotta nell'educazione nazionale si articolarono con delle
giornate che inglobavano altre categorie mobilitate contro la riforma delle pensioni.
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In questa fase del movimento, i sindacati degli insegnanti, e in particolare il più forte, la FSU, invitarono a sviluppare il
movimento senza farsi carico dell'estensione dello sciopero. Ma le loro dichiarazioni aiutavano gli scioperanti a mobilitarne
altri, soprattutto quelli che non concepivano uno sciopero senza lo SNES. Un po' dappertutto alcune minoranze anticiparono la
scadenza del 6 maggio. Il fatto che la giornata del 6 maggio fosse stata un immenso successo in tutto il paese fece sì che il
numero di istituti in sciopero si moltiplicò il 7 maggio e i giorni seguenti, creando una dinamica e suscitando un entusiasmo
contagioso. I sindacati si fecero carico più direttamente dell'estensione dello sciopero, in particolare nelle regioni dove non
era cominciato. Lo SNUIPP prese in mano la situazione nelle regioni dove il personale dell'insegnamento primario era ancora
esitante.
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Dal 6 al 13 maggio, e ancor più nei giorni successivi, si passò da qualche regione impegnata nella lotta all'estensione dello
sciopero a tutto il paese. Ciò non vuol dire che tutti gli insegnanti erano in sciopero rinnovabile ogni giorno. Ciononostante,
dappertutto centinaia di insegnanti s'impegnavano a loro volta nel movimento. La determinazione aumentava. Le riunioni e le
discussioni con i genitori degli allievi per spiegare le ragioni del movimento, o anche per associarli e concertarsi con loro
per risolvere i problemi, si moltiplicarono poiché numerosi istituti erano chiusi.
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Gli scioperanti dell'educazione nazionale cercano di coinvolgere i salariati degli altri settori nello sciopero.
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Fin dall'inizio del movimento, gli scioperanti più determinanti avevano coscienza del fatto che per fare indietreggiare il
governo su due problemi così importanti quali la decentralizzazione e le pensioni, era necessario che il movimento si
estendesse ad altri settori. Alcuni avevano in mente le esperienze vissute nel 1995, si ricordavano delle assemblee generali dei
ferrovieri, degli agenti della RATP (trasporti parigini), dei postini ed altri, alle quali alcuni insegnanti avevano
partecipato.
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Queste idee erano tanto più presenti nello spirito che in molte città, dei militanti sindacalisti (SNES, CNT o SUD) e dei
militanti di estrema sinistra legati a Lutte Ouvrière, alla LCR, o al PT militavano fin dall'inizio del movimento in questa
prospettiva.
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Durante la settimana dal 6 al 13 maggio e soprattutto a partire dal successo del 13, dappertutto, nella regione parigina, ma
anche da Lilla a Tolosa, da Bordeaux a Marsiglia, da Nantes a Lione, non solo nelle grandi città ma anche nelle medie,
addirittura nelle più piccole, si videro gruppi di scioperanti dell'educazione nazionale intervenire al di là degli
stabilimenti scolastici. Non organizzavano più solamente le visite delle scuole medie, dei licei e delle scuole elementari, ma
anche quelle degli uffici postali, dei centri di smistamento postale, dei depositi ferroviari, dei depositi dei trasporti urbani
come anche delle imprese private. E l'accoglienza accresceva l'entusiasmo dei partecipanti.
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Insegnanti che, fino ad allora, non erano né militanti sindacalisti, né militanti politici, diventarono col passare dei giorni
militanti di un movimento che oltrepassava il quadro dell'educazione nazionale.
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Insegnanti partecipavano ad assemblee generali dei ferrovieri, che invitavano reciprocamente alle proprie assemblee generali. A
volte, si formalizzarono assemblee generali interprofessionali. Altrove, si sono tessuti legami come con agenti della RATP a
Parigi o del tram a Marsiglia, dei postini, dei salariati delle imposte o ancora dei salariati comunali. Volantini per invitare
alle manifestazioni distribuiti alle porte delle imprese, sui mercati o nelle cassette delle lettere, manifestazioni locali
comuni, telefonate per informarsi reciprocamente, tutto ciò faceva parte del quotidiano delle attività degli scioperanti.
Quando, occasionalmente, la polizia è intervenuta per evacuare un deposito di autobus o un centro postale, è bastata una
telefonata affinché i partecipanti ad un'assemblea generale di stabilimento o di città vengano alla riscossa.
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Insegnanti, che da settimane affermavano nelle loro parole d'ordine sui loro striscioni il rifiuto delle scelte sociali del
governo e nel padronato e che scandivano spesso "basta con questi burattini, che chiudono le fabbriche, che chiudono le scuole",
si rivolsero anche alle imprese private: le piccole che si trovano nei quartieri, nelle piccole città, dove agirono spesso
gomito a gomito con i militanti sindacali, in particolare quelli delle unioni sindacali di zona, felici di ricevere forze vive
in aiuto; ma anche verso le più grandi aziende, quelle che, se si fossero messe in sciopero, avrebbero potuto creare le
condizioni di un movimento infinitamente più potente. Nella regione di Marsiglia, insegnanti si sono rivolti, tra l'altro,
verso le imprese private della grande zona industriale dello stagno di Berre; a Rouen verso Renault-Cléon o Rhône-Poulenc;
nella regione parigina, verso Citroën, Alstom o la SNECMA; a Tolosa verso Motorola, Siemens o Air France. E si tratta solo di
qualche esempio. Ma se l'accoglienza era calorosa, solo piccolissimi contingenti di salariati del privato hanno cessato il
lavoro per partecipare alle manifestazioni.
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Questa volontà di trascinare i salariati di altri settori per fare cedere il governo sui propri progetti non è bastata per
generalizzare le lotte e gli scioperi e per creare un rapporto di forze capace di costringere il governo ad indietreggiare.
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Coscienti che il governo cercava di dividere il movimento di protesta, gli insegnanti denunciarono a più riprese gli annunci
sul rinvio del piano di decentralizzazione e continuarono ad affermare e a dimostrare che la loro lotta contro la
decentralizzazione si inscriveva nella stessa prospettiva della lotta per il ritiro della riforma pensionistica. Ciò si vide il
19 maggio quando il governo annunciò l'intenzione di iniziare discussioni bilaterali con i sindacati. Si vide il 27 maggio
quando evocò il rinvio e lo scaglionamento delle date di attuazione della decentralizzazione. Ciò si vide anche a partire dal
10 giugno quando il governo annunciò di cedere sulla decentralizzazione dei consiglieri di educazione, degli assistenti sociali
e dei medici scolastici ma non sulla decentralizzazione dei TOS né su altro. Questo stesso giorno la polizia disperse coi gas
lacrimogeni migliaia di manifestanti sulla piazza della Concordia a Parigi e arrestò alcuni manifestanti che si erano rifugiati
nel teatro dell'Opera.
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Si può dire che, durante diverse settimane, nel paese migliaia di scioperanti dell'educazione nazionale hanno militato
attivamente per l'estensione del movimento. Speravano che le confederazioni sindacali, in particolare la CGT, indicessero uno
sciopero generale e contribuissero a sviluppare lo sciopero nell'insieme del settore pubblico e nel settore privato. Molti di
loro, incoraggiati dai militanti di estrema sinistra che credevano un po' troppo all'efficacia degli appelli ai sindacati,
pensavano che i dirigenti delle grandi confederazioni si orientassero verso uno sciopero generale. Di fronte all'attitudine dei
dirigenti della CGT che, all'indomani del 13 maggio, si opposero alla continuazione dello sciopero in differenti settori della
SNCF e della RATP, molti insegnanti si misero di nuovo a sperare nell'estensione del movimento all'indomani della grande
giornata interprofessionale della domenica 25 maggio, poi di nuovo nella giornata interprofessionale del 3 giugno. Durante tutto
questo tempo, lo sciopero degli insegnanti si era senza dubbio un po affannato, ma continuava con l'idea che bisognava fare di
tutto per coinvolgere gli alti settori nello sciopero. Un gran numero di scioperanti rimaneva orientato verso gli altri settori.
Ma la fine rapida dello sciopero dei ferrovieri e della RATP apparse a molti come la prova che l'estensione tardava a venire. E
il 12 giugno, il discorso di Thibault a Marsiglia pose fine ad ogni speranza di vedere la CGT sostenere la generalizzazione
dello sciopero.
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Il movimento dell'educazione nazionale restava di nuovo solo nella lotta. Scioperi, manifestazioni, assemblee generali
continuarono ma né i sindacati insegnanti, né gli scioperanti scelsero seriamente di bloccare gli esami di maturità. In ogni
caso, le vacanze ormai prossime diventavano una scadenza inevitabile.
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Un vasto movimento in cui la base si organizza e decide
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A seconda dei periodi, delle regioni, delle città e delle categorie di personale che entrano in lotta, i responsabili
sindacali, i semplici militanti sindacali, i militanti politici hanno giocato un ruolo differente nello sviluppo del movimento
ma, nel corso dei tre mesi di mobilitazione non c'è stata rottura né scontri rilevanti tra le diverse componenti del
movimento.
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Se, tra il 18 marzo e il 5 maggio, la centrale sindacale più influente dell'educazione nazionale, la FSU, rappresentata dallo
SNES nell'insegnamento secondario e dallo SNUIPP nell'insegnamento di primo grado, ha accompagnato gli scioperi rinnovabili ben
più che non li abbia estesi, consacrandosi soprattutto al successo delle giornate di lotta, questa ha realmente sviluppato il
movimento di sciopero dopo il 6 maggio su scala nazionale tramite le decine di migliaia di militanti sindacali a chi lo sviluppo
del movimento, l'entrata in lotta di migliaia di giovani insegnanti davano speranza e coraggio.
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L'ampiezza della mobilitazione differiva secondo le regioni e le città. Ma, anche se lo sciopero rinnovabile è rimasto
minoritario e, a seconda dei periodi, in media non ha interessato che tra il 10 e il 20% del personale di tutta l'educazione,
con grandi disparità secondo le regioni e le città, sulla scala del paese erano diverse decine di migliaia a praticarlo mentre
altre centinaia di migliaia scioperavano nelle giornate di lotta o alcuni giorni soltanto. Ma dappertutto, gli scioperanti
incontravano la simpatia della popolazione, delle famiglie, e risentivano la solidarietà di larghi strati della popolazione. Si
battevano per ben altro che i loro interessi in quanto insegnanti, affinché qualcosa cambi nella società, ed ebbero spesso la
sensazione che l'opinione, o almeno una grande parte, aveva capito il senso della loro lotta. Ciò fu per tutti gli scioperanti
qualcosa di decisivo dal punto di vista morale.
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I " tempi forti " che vedevano una larghissima partecipazione alle manifestazioni hanno fatto sì che, in numerose scuole, rari
sono quelli che non hanno partecipato al movimento.
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Ma la forza del movimento è venuta anche dalla partecipazione fin dall'inizio di numerosi scioperanti alle assemblee generali
larghe e vive, dove gli scioperanti che diventavano militanti attivi dello sciopero, "seminavano" sempre più largamente. Per
molte settimane, l'assemblea generale della regione parigina ha riunito tra 300 e 800 partecipanti mentre, in ogni provincia di
questa regione, altre assemblee generali ne hanno riunito tra 200 e 400, a volte 600 persone. Parallelamente si tenevano anche
assemblee generali di città o di distretto. Nello stesso tempo, a Tolosa per esempio, l'assemblea generale della città riuniva
fino a 800 persone, quella di Nantes fino a 1000 persone. Aperte, larghe, queste accoglievano militanti di altri settori.
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Ma il più significativo, e senza dubbio il più promettente per l'avvenire, è che lo stesso fenomeno, la stessa volontà di
tessere legami attraverso questo movimento, di giocarci un ruolo attivo, di decidere insieme le iniziative da prendere, esisteva
anche in alcune città più piccole dove le riunioni degli insegnanti sono diventate degli appuntamenti per i lavoratori ed i
militanti operai della città. Nell'Aude, nell'Isère, nella regione di Clermont-Ferrand, nell'Alta Garonna, in Bretagna, non
mancano esempi di questo slancio dato dal movimento del personale dell'educazione nazionale.
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Questa importante partecipazione degli insegnanti alle assemblee generali di ogni sorta, che queste siano state all'iniziativa
dei responsabili sindacali, dei militanti locali o dei militanti politici di estrema sinistra, è incontestabilmente un aspetto
positivo di questo movimento, anche se non ha fatto cedere il governo.
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L'idea che il personale dell'educazione nazionale non poteva da solo imporre l'arretramento del governo era largamente
condivisa. E le posizioni moderate della FSU sulla tenuta degli esami di maturità, l'iniziativa della ripresa del lavoro nelle
scuole di primo grado decisa dal sindacato, molto maggioritario in questa categoria, non incontrarono l'opposizione della
maggioranza degli scioperanti. Tanto più che i dirigenti sindacali si guardarono bene dal parlare di successo o dall'ostacolare
il movimento che in ogni caso, si trovava confrontato alla scadenza delle vacanze.
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E al di là di una certa delusione per non essere riusciti a coinvolgere altri settori e delle interrogazioni sul ruolo delle
grandi centrali sindacali, l'idea che in futuro bisognerà preparare delle lotte generali si è largamente diffusa.
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24 giugno 2003
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Oltre al personale dell'educazione nazionale che è stata la categoria più mobilitata e più a lungo nei tre mesi trascorsi,
oltre ai ferrovieri e ai lavoratori dei trasporti urbani, in particolare della RATP nella regione parigina, ben altre categorie
di lavoratori hanno partecipato al movimento, a diversi livelli : dai postini al personale della sanità, dagli impiegati del
servizio degli assegni postali a quelli di France Telecom, dai lavoratori degli enti locali agli agenti delle imposte e delle
strade, dai pompieri ai doganieri e agli spazzini... D'altro canto, la mobilitazione di un certo numero di altre categorie come
quella dei precari dello spettacolo, degli impiegati di MacDonald's o degli archeologi, che in qualche caso sono in lotta da
molto tempo per le loro rivendicazioni specifiche, si è integrata alla mobilitazione generale.
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Questa mobilitazione ha preso forme estremamente diverse : sciopero rinnovabile o intermittente, manifestazioni, sostegno di un
settore mobilitato ad un altro che non lo era ancora, alcune azioni che si volevano " spettacolari " come il saccheggio dei
locali del Medef (equivalente della Confindustria) o la perturbazione del comizio politico di un notabile della maggioranza di
governo o, semplicemente, volantinaggi massicci da parte degli scioperanti per popolarizzare il movimento ed i suoi obiettivi.
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Alcune manifestazioni in occasione delle giornate di mobilitazione indette dai sindacati hanno attirato lavoratori di imprese
private. Ci sono state sospensioni del lavoro in alcune aziende e, in certi posti, alcune medie imprese hanno scioperato.
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Tuttavia, il settore privato non sì è realmente mosso. D'altronde, anche i servizi pubblici, erano lontani da uno sciopero
generale. Ciononostante il movimento si è sviluppato su scala dell'intero paese. Non ha interessato solo le grandi città, e
d'altronde si è sviluppato a ritmi diversi secondo le regioni o le città. In alcune città di media e piccola taglia, a volte
piccolissime, certe manifestazioni hanno attirato una frazione senza precedenti della popolazione, addirittura più che nel
maggio 68.
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In realtà, il movimento contro il progetto Raffarin-Fillon ha cristallizzato ben altri malcontenti e ben altre frustrazioni del
mondo del lavoro, anche quando ciò si è espresso poco o per niente sui cartelli branditi nei cortei.
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Ma questa moltitudine di movimenti, di numerose categorie, le cui azioni si inter-influenzavano e a volte inter-penetravano, ha
disegnato un movimento unico che ha toccato, a livelli e a ritmi certo molto diversi, l'insieme del paese.
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E il rigetto del piano Raffarin-Fillon sulle pensioni, il ritorno a 37 anni e mezzo di contributi per il settore privato e la
difesa dei 37 anni e mezzo per il settore pubblico hanno rappresentato un obiettivo comune a tutti quelli che erano in
movimento.
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Il movimento per come si è dato, con i suoi settori di punta, i suoi momenti forti e soprattutto il suo obiettivo unificatore,
ha beneficiato al suo culmine della simpatia della grande maggioranza del mondo del lavoro.
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Bisogna dire che il governo stesso ha contribuito, certo involontariamente, per stupidità o per arroganza, a provocare questa
presa di coscienza della comunanza di interessi tra lavoratori del servizio pubblico e lavoratori delle imprese private. Eppure
la sua propaganda non ha mai smesso di servire argomenti menzogneri che cercavano di contrapporre gli uni agli altri. Ma è
bastata una sola dichiarazione di Fillon, che annunciava nello stesso tempo l'allineamento del settore pubblico sul privato a 40
anni di contribuzione e il prossimo allungamento della durata di contribuzione a 42 anni per tutti, affinché i lavoratori delle
imprese private si rendano conto che l'attacco mirava i lavoratori del settore privato come quelli del pubblico e che tutti
avevano interesse a difendersi insieme.
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In tutta evidenza, il governo pensava di cavarsela con una o due giornate di azione sindacale dichiarate per salvare la faccia.
Non si aspettava una tale tenacia da parte del personale dell'educazione nazionale. Non si aspettava che le giornate nazionali
di lotta successive, indette dai sindacati, siano seguite massicciamente. Non si aspettava che tra due giornate di lotta, gli
scioperi e le manifestazioni si prolunghino.
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Pur senza sboccare su uno sciopero generale, vale a dire una reazione collettiva dell'insieme del mondo del lavoro, il movimento
si è rivelato a volte abbastanza duraturo da preoccupare il governo. Tanto più che se, nel suo insieme, il movimento si è
strutturato intorno alle giornate nazionali dichiarate dalle confederazioni sindacali, con le quali il governo poteva negoziare
e trovare un terreno d'intesa ( nella misura in cui d'altronde il governo avesse avuto l'intenzione di negoziare con i sindacati
altrimenti che come l'ha fatto con la CFDT, cioè chiedendo la capitolazione ), questi scioperi hanno iniziato a darsi altri
modi di propagazione, dalla base, da parte degli scioperanti stessi.
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Furono gli scioperanti dell'educazione nazionale a cominciare a rendersi nei depositi di autobus e dei metro della RATP o della
SNCF, nei centri di smistamento o negli uffici postali vicini. E, non solo non si sono scontrati con l'ostilità dei lavoratori
di questi settori, ma nei giorni in cui si sono impegnati nel movimento, questi ultimi hanno ripreso a loro conto tale tipo di
azioni.
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Senza dubbio, questi gruppi di insegnanti che rendevano visita ai depositi RATP per trascinare i conduttori di autobus nello
sciopero, questi postini che sono andati verso un'impresa privata per spiegare perché il movimento interessava tutti i
lavoratori, questa forma di azione per generalizzare lo sciopero non ha rappresentato che una forma embrionale nel movimento. Ma
gli embrioni sono fatti per svilupparsi, e ciò avviene anche quando quelli che operano per impedirlo sono numerosi. E il
governo ha avuto ragione di preoccuparsi che il movimento si generalizzasse in questo modo, alla base, tramite contatti diretti
tra lavoratori di vari settori.
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Perché sviluppandosi a partire dalla base il movimento presentava un duplice motivo di preoccupazione per il governo. Da un
lato, rischiava di diventare incontrollabile per i sindacati e, di conseguenza, più difficile da arginare con un compromesso
tra le direzioni sindacali ed il governo. D'altra parte, i contatti tra lavoratori di diverse categorie su obiettivi non
corporativi minacciavano di sviluppare la coscienza che tutti i lavoratori hanno gli stessi interessi e la convinzione che uniti
nella lotta, il mondo del lavoro rappresenta una forza capace di far indietreggiare qualsiasi governo.
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Il movimento così come si è dato poteva sboccare su uno sciopero generale?
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Alcuni, in particolare tra quelli che si sono maggiormente impegnati nel movimento, l'hanno pensato e espresso facendo derivare,
dalla necessità della generalizzazione nello sciopero per vincere, la conclusione che uno sciopero generale fosse possibile, o
addirittura iscritto nell'evoluzione delle mobilitazioni.
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Altri ne hanno tratto un sentimento di amarezza verso la CGT accusando esplicitamente il suo segretario generale Thibault di
portare una responsabilità determinante per non aver indetto apertamente lo sciopero generale. Ma la direzione della CGT non
merita tanto onore né tanto sdegno.
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La CGT è, come le altre confederazioni, un sindacato riformista. Non si pone più delle altre la prospettiva di un confronto
radicale della classe operaia con la borghesia ed il suo stato. Al contrario, la rifiuta, integrata com' è allo Stato della
borghesia e alle sue istituzioni. La sua direzione può essere più o meno radicale nel linguaggio e nei propositi a seconda
delle circostanze, ma non ricerca la mobilitazione generale del mondo del lavoro sul terreno dei suoi interessi fondamentali. E,
quando ciò si produce, frena coi quattro ferri.
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La CGT ha fondamentalmente gli stessi limiti dei sindacati le cui direzioni assumono apertamente la collaborazione con lo Stato
della borghesia come la CFDT o anche FO. La principale differenza risiede nel fatto che la CGT conta nei suoi ranghi molti più
militanti, che sono ben più sensibili alle aspirazioni dei lavoratori che li circondano; di conseguenza la politica ed anche la
tattica scelte dalla sua direzione durante una lotta hanno molto più impatto sullo sviluppo di questa lotta di quanto dicono o
fanno la CFDT, FO, senza neanche parlare di SUD.
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La CGT non ha messo coscientemente in opera tutto ciò che poteva per favorire la generalizzazione nello sciopero, ciò è il
meno che si possa dire. In alcuni settori, come la RATP o le ferrovie, a certi momenti, in particolare i giorni successivi al 13
maggio, si è chiaramente opposta a coloro che proponevano di prolungare la giornata nazionale con scioperi rinnovabili. D'altra
parte, mentre nel 1995, la CGT aveva fatto suo l'obiettivo del ritiro puro e semplice del piano Juppé contro la previdenza
sociale, questa volta si è fissata come obiettivo semplicemente di ottenere "nuovi negoziati "per " un'altra riforma ".
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Certamente, tutto ciò ha contato ed ha pesato sulle coscienze, a cominciare da quelle dei militanti della CGT stessi. Le
ambiguità nell'obiettivo fissato e le tergiversazioni nell'azione sono stati altrettanti freni per l'allargamento dello
sciopero, in ogni caso nel settore pubblico.
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Ma nessuno può seriamente affermare che quand'anche la CGT avesse dichiarato lo sciopero generale, il grosso della classe
operaia, i lavoratori delle imprese private, dell'automobile, della metallurgia, della chimica avrebbero seguito.
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La responsabilità della CGT in quanto principale confederazione sindacale risiede, in larga parte, ben a monte di queste
settimane di lotta.
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Uno sciopero generale non si scatena premendo su un bottone. Questa idea, giusta sul fondo, è servita spesso da giustificazione
alle direzioni sindacali che, in ogni caso, non volevano una mobilitazione generale del mondo del lavoro e avevano ben più
l'abitudine di schiacciare sul freno che di premere su questo "bottone".
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La responsabilità della CGT risiede nella sua strategia che, da diversi anni, si allinea sempre più su quella della CFDT per
sostenere una " strategia della trattativa " invece di fissare come obiettivo chiaramente enunciato la risposta generale del
mondo del lavoro e invece di proporre azioni che vadano chiaramente nel senso di quest'obiettivo, in cui ogni azione è
destinata a preparare la successiva. Perseguire la trattativa senza una mobilitazione generale dei lavoratori significa
inevitabilmente prepararsi a dare una legittimazione alle misure che il padronato ed il governo vogliono imporre.
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Questa strategia della CGT, che risale a ben prima del movimento, si è prolungata durante questo periodo. Se la CGT avesse
messo in moto tutte le sue forze militanti per tentare di generalizzare il movimento, è verosimile che questo sarebbe stato
più ampio e, forse, più duraturo, almeno nel servizio pubblico. Non si sarebbe necessariamente esteso per questo alle imprese
private. Ma tutti i lavoratori avrebbero avuto allora una prospettiva in grado di ispirargli fiducia nelle lotte.
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Se parliamo della CGT, è in ragione del peso e del ruolo particolare che questa centrale sindacale conserva tra i lavoratori.
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La direzione della CFDT, da parte sua, ha abbandonato il movimento fin dal primo segno del governo. Dopo la vergognosa firma di
un accordo con Fillon nella notte tra il 14 ed il 15 maggio, il suo segretario generale, Chérèque, si è fatto portavoce
ufficioso del governo.
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Quanto agli altri sindacati, tanto FO che SUD, hanno potuto tanto più facilmente tenere un linguaggio radicale, finanche
ripetendo appelli allo sciopero generale, che non avevano il peso ed il credito necessari per essere presi sul serio.
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Per ritornare alla CGT, la sua tattica durante il movimento è stata di accompagnarlo per non tagliarsi dagli elementi più
attivi che erano spesso i suoi propri militanti e tesserati. Questa politica, che consisteva in fondo a cavalcare il movimento
senza ricercarne sistematicamente la generalizzazione e l'approfondimento, si è concretizzata in attitudini disparate e a volte
contraddittorie dei suoi responsabili locali. Gli appelli radicali per la generalizzazione del movimento andavano di pari con
comportamenti che erano delle vere e proprie docce fredde per i più indecisi.
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Le confederazioni sindacali, e più particolarmente la CGT hanno comunque contribuito, loro malgrado, per molti aspetti, a
sviluppare il movimento. Per fare un solo esempio, la giornata di manifestazioni del 25 maggio, una domenica, è stata,
all'origine, evidentemente una tattica della direzione confederale, da un lato, per limitare la portata del 13 maggio e,
soprattutto, affinché questa giornata non si prolunghi con scioperi, come quasi quarant'anni fa, un certo 13 maggio 1968 si era
prolungato i giorni successivi fino a sboccare nello sciopero generale.
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Tuttavia, una volta passato il 13, il 25 maggio è diventata la scadenza alla quale potevano riferirsi tutti quelli che volevano
la continuazione del movimento. E qualunque siano stati gli obiettivi nascosti dei dirigenti confederali indicendo le giornate
nazionali di scioperi e di manifestazioni, queste hanno costituito altrettanti obiettivi intermedi che hanno permesso al
movimento di svilupparsi.
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Così, il fatto stesso che le giornate nazionali siano seguite massicciamente obbligava le confederazioni sindacali (a parte la
CFDT) a prevederne altre che rilanciavano il movimento a loro volta, mostrando a quelli che erano in lotta che non erano
isolati.
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Accusare la CGT di non aver indetto lo sciopero generale è comprensibile quando si tratta di un militante dello sciopero,
soprattutto della CGT, deluso perché il movimento non è andato fin dove sperava. Venendo da certi apparati sindacali
concorrenti della CGT, come SUD, o da certe organizzazioni "gauchiste", la critica è spesso interessata e soprattutto inetta e
disfattista. Se lo sciopero generale dipendesse dai capi sindacali riformisti, non ci sarebbe alcuna speranza per il futuro!
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Dal giugno 36 al maggio 68, passando per l'estate 53 degli statali, nessuno degli scioperi generali del passato è stato il
risultato di una strategia combattiva delle direzioni sindacali. Ogni volta, queste furono obbligate dalla base ad andare più
lontano di quanto avrebbero voluto.
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I lavoratori non possono contare sulla direzione sindacali per perseguire la politica necessaria alla generalizzazione degli
scioperi, ma possono costringerli a seguire il movimento dei lavoratori. E possono lasciare sul ciglio della strada gli apparati
sindacali che si oppongono al movimento o che se ne allontanano.
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Ecco perché la sola politica efficace in questo sciopero non consisteva nel proporre mozioni per interpellare le direzione
sindacali affinché queste dichiarino lo sciopero generale ma nell'operare praticamente, alla base, affinché gli scioperanti
generalizzino essi stessi il loro sciopero.
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I settori più combattivi dell'educazione nazionale hanno potuto fare l'esperienza della ricchezza che ha rappresentato la
partecipazione massiccia degli scioperanti sia alle assemblee generali, dove si discuteva, si scambiavano le idee e si decideva,
che all'applicazione delle decisioni prese. La collettività degli scioperanti racchiude tesori di immaginazione, di
creatività, di iniziative, che nessun apparato sindacale può uguagliare, anche se fosse sinceramente determinato ad affermare
le esigenze degli scioperanti -ciò che non era certo il caso. Sono precisamente queste assemblee generali dove gli scioperanti
si incontravano, prendevano coscienza della loro forza e della loro determinazione collettiva, che hanno tanto contribuito a
dare al movimento la sua dinamica.
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E' ancora tramite queste assemblee e attraverso le azioni collettive che gli scioperanti si sono resi conto che gli era
possibile trascinare altri lavoratori nel movimento e che per farlo non avevano bisogno di nessuno. Ed è attraverso questa
attività della base che lo sciopero aveva le maggiori possibilità di generalizzarsi e di trasformarsi in sciopero generale,
senza che gli apparati sindacali potessero fermarlo.
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Ancora una volta, questo processo di generalizzazione non è stato che un innesco in questo movimento. Ma quelli che vi hanno
contribuito e che ne hanno capito la necessità ed i meccanismi ne escono con un'esperienza insostituibile.
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In conclusione, nessuno può sapere se i tre mesi di manifestazioni e di scioperi si prolungheranno e si svilupperanno dopo
l'interruzione delle ferie estive ( da ricordare che le ferie estive non costituiscono in sé un ostacolo alla lotta poiché lo
sciopero degli statali del 1953 si era scatenato precisamente durante questi mesi).
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Quello che è sicuro, è che riprendere il movimento, amplificarlo, generalizzarlo, fare in modo che le imprese private
partecipino alla mobilitazione costituisce la sola via. E, in relazione a questa eventualità, l'esperienza dei tre mesi di
mobilitazioni costituisce una conquista. Il movimento ha fatto emergere, al di là dei militanti sindacali e politici, migliaia
di "militanti dello sciopero", dei "militanti del movimento", che si sono familiarizzati con molti dei problemi posti da un
movimento sociale e che possono essere, per le mobilitazioni future, portatori di un certo numero di pratiche come le assemblee
generali democratiche, come i contatti tra lavoratori di differenti settori.
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Inoltre ciò che è sicuro è che, se una tale mobilitazione si profila, bisognerà sostenere non solo rivendicazioni come il
ritiro di tutti i piani antioperai del governo, tanto quelli già consacrati da una legge per ciò che concerne le pensioni, che
quelli ancora in cantiere che riguardano la previdenza sociale, ma anche obiettivi che proteggano i lavoratori contro i
licenziamenti collettivi e il flagello della disoccupazione.
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28 giugno 2003
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