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(Questo testo è stato approvato dal Congresso di Lutte Ouvrière, il 6 dicembre 2009)
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Il futuro delle relazioni internazionali è condizionato dall'evolversi della crisi dell'economia capitalista mondiale e dal suo
approfondirsi.
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La solidarietà tra grandi potenze incarnata dalle riunioni del G7, del G8, e del G20 dopo l'allargamento a paesi quali la Cina,
l'India, l'Arabia saudita, il Brasile e anche l'Indonesia, il Messico o il Sudafrica, sembra per ora essere dominante. Tale
solidarietà, che si fonda sull'interesse comune delle borghesie a fermare la crisi finanziaria schiacciando ancora un po' più
le loro classi sfruttate, pertanto non pone fine alla concorrenza e alla rivalità tra nazioni capitalistiche, così come il
fatto di associare a questi incontri tra briganti imperialisti i dirigenti di alcuni grandi paesi poveri non pone fine alle
relazioni di subordinazione tra potenze imperialiste e paesi sottosviluppati.
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Nonostante l'indebolimento della sua economia e della sua moneta, il dollaro, l'imperialismo americano continua a dominare il
concerto delle nazioni. Sta beneficiando di un secolo di sviluppo economico, favorito dal possesso di un vasto mercato nazionale
su un territorio immenso e ricco sia in beni materiali che in uomini. Dopo di essere succeduto all'imperialismo britannico nel
dominio nel mondo e aver consolidato la sua posizione di capofila del mondo capitalista attraverso due guerre mondiali la
borghesia americana, la più potente del mondo, è dalla seconda guerra mondiale in situazione di prelevare la sua decima
sull'economia mondiale. L'unico ostacolo era l'Unione Sovietica ma da quando è esplosa, minata come era dall'avidità della
burocrazia nel consolidare il suo ruolo parassitario nel controllo sull'economia, gli Stati Uniti sono rimasti l'unica
"superpotenza" in cui il potere della borghesia e lo sviluppo del suo sistema economico non hanno altro limiti che quelli del
capitalismo stesso. Il regresso attuale della sua economia, la fragilità del suo sistema bancario rivelata dalla crisi, così
come la povertà crescente di una parte della sua popolazione, non hanno altre cause che cause interne.
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Gli Stati Uniti conservano però il privilegio, ereditato dal loro sviluppo nel corso di un secolo di ascesa, non solo di
arricchirsi a detrimento della parte sottosviluppata del mondo - in particolare a svantaggio del loro cortiletto d'America
Latina - ma anche di poter imporre alle altre potenze imperialiste il sostegno alle loro proprie guerre.
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L'attribuzione del premio Nobel della pace ad Obama non renderà l'imperialismo americano più pacifico. Come lo avevamo già
constatato nel testo sulla situazione internazionale nel 2007, poi nel 2008 "(…) le spese militari, dopo essere diminuite
durante gli anni di decomposizione dell'ex Unione Sovietica per raggiungere il loro livello più basso nel 1996, hanno ripreso
la loro ascesa per tornare nel 2005 al livello che era stato raggiunto alla fine della guerra fredda. Hanno continuato a
crescere ad un ritmo rapido. Le spese americane per la difesa sono passate da 318 a 478 miliardi di dollari tra il 1996 e il
2005, ossia un aumento del 50% in nove anni. (..) Questa corsa alla fabbricazione di armi che prende una parte crescente di una
produzione materiale d'altra parte stagnante è il rifletto delle molteplici tensioni nelle relazioni internazionali ma
costituisce anche una necessità economica par la classe capitalista."
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Le spese militari americani rimangono, fino a questa parte, ad un livello molto alto poiché gli interventi americani in Iraq e
Afghanistan rappresentano una parte importante del bilancio statale.
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Il riemergere recente di attentati sanguinosi anche nei quartieri più protetti di Baghdad mostra la fragilità della pur
relativa stabilizzazione della situazione intervenuta dal 2007. Nonostante la promessa di Obama, comunque molto prudente, di
ritirare l'esercito americano dall'Iraq abbia contribuito alla sua elezione, gli Stati Uniti sono ben lungi dal poter farlo. Gli
Stati Uniti non possono ritirarsi dal pantano iracheno, che hanno creato loro stessi, senza che sia istituita una forza di
repressione autoctona capace di mantenere l'ordine. Questo sembra tanto meno possibile in quanto sembra che alcuni dei recenti
attentati abbiano beneficiato di complicità all'interno stesso delle forze armate irachene.
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Gli Stati Uniti si trovano di fronte da anni allo stesso dilemma: ritirare le truppe dall'Iraq rischiando così di lasciare
dietro di sé il caos con scontri tra le milizie di varie ubbidienze religiose o etniche; oppure rimanere lì senza pertanto
fermare il caos. Ma essendo tutta la regione una polveriera, il caos iracheno rappresenta una minaccia di contagio per tutta la
zona.
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La situazione in Iraq è certamente uno dei numerosi elementi che intervengono nell'orientamento della politica americana in
direzione dell'Iran. I vivaci scontri tra i dirigenti iraniani e quelli degli Stati Uniti in merito al nucleare iraniano
assomigliano ai bluff di un gioco a poker.
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Gli Stati Uniti hanno interesse ad associare i dirigenti iraniani alla difesa dell'ordine regionale. Bisogna ricordare che era
il ruolo a loro assegnato ai tempi dello scià. Dopo il rovesciamento dello scià nel 1979 e l'arrivo al potere di Khomeini gli
Stati Uniti avevano adottato una strategia che mirava a far cadere il regime dei mullah. L'Iraq di Saddam Hussein era stato uno
degli strumenti di questa politica. Ma la guerra fatta tra il 1980 e il 1988 dal dittatore di Baghdad, all'epoca sicario delle
potenze occidentali finanziato ed armato da esse, non aveva distrutto il regime iraniano.
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Se quest'ultimo, indebolito da questa lunga guerra in cui si valuta ci siano stati un milione di morti, non ha più avuto per
qualche tempo una parte importante sullo scacchiere del Medio Oriente, non è più così da parecchi anni. Non solo il regime
dei mullah dimostra una certa stabilità mentre l'Iraq e l'Afghanistan vicini sono a livelli diversi in preda al caos, ma di
più ha una certa influenza su organizzazioni sciite in Iraq oppure su Hezbollah in Libano.
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E non è certamente il carattere teocratico del regime iraniano a dare fastidio agli Stati Uniti che si sono accordati benissimo
col regime, se possibile ancora più reazionario, dell'Arabia saudita.
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In mancanza della possibilità di sbarazzarsi del regime dei mullah, l'interesse strategico degli Stati Uniti è di averlo
comunque non contro, ma con sé.
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Se molti segni dimostrano l'orientamento degli Stati Uniti verso una specie di riconciliazione, il regime iraniano, che ha una
certa base popolare, non è certamente propenso a diventare un regime fantoccio. Da lì le pressioni che gli Stati Uniti provano
ad esercitare sui dirigenti iraniani, sbandierando la minaccia che rappresenterebbe per la regione la capacità dell'Iran di
dotarsi dell'armamento nucleare (tutto questo con la calda approvazione di Israele che dispone della bomba atomica!).
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Questa "minaccia nucleare" ha contro il regime iraniano la stessa funzione delle "armi di distruzione di massa" contro Saddam
Hussein. Probabilmente non mira ad una guerra che gli Stati Uniti sarebbero incapaci di fare su un terzo fronte, ma a spingere
l'Iran ad accettare le condizioni di riconciliazione con gli Stati Uniti più favorevoli a questi ultimi.
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L'argomento per cui l'Iran rappresenterebbe una minaccia per la regione non è meno cinico da parte delle potenze imperialiste.
Prima perché esse stesse e i loro alleati nella regione dispongono di queste armi che vogliono vietare all'Iran. E poi come ha
affermato Chirac, un missile iraniano portatore di ogive nucleari avrebbe appena il tempo di decollare che già sarebbe
distrutto dai sistemi anti-missili dispiegati nella regione dalle grandi potenze e da Israele. Infine e innanzitutto, nel corso
del secolo passato non si è mai visto l'Iran minacciare le potenze occidentali mentre queste sono intervenute direttamente o
indirettamente a più riprese. Nel 1941 fu l'esercito britannico, appoggiato dall'Unione Sovietica, ad invadere il paese per
rovesciare lo scià sospettato di volere mantenere la neutralità del paese nella guerra. Nel 1952 fu la Cia ad orchestrare il
rovesciamento del primo ministro Mossadeq che aveva voluto nazionalizzare il petrolio iraniano dominato all'epoca dal trust
anglo-iraniano Oil Company, poi diventato British Petroleum (BP). E nel 1980 l'aggressore era Saddam Hussein con l'appoggio
degli Stati Uniti.
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In Afghanistan, la situazione degli eserciti alleati sotto direzione degli Stati Uniti assomiglia ad un impantanamento. La
commedia elettorale per dare un carattere democratico al regime di Karzai nominato dalla coalizione occidentale sta diventando
una farsa. Era comunque una pseudo elezione a destinazione dell'opinione pubblica occidentale per dare all'intervento
imperialista l'immagine di un intervento per la democrazia.
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È una vecchia ricetta di ogni intervento imperialista che chiaramente non afferma mai l'obiettivo di imporre una dominazione o
di proteggere un saccheggio ma afferma di intervenire in nome della pace, della democrazia o della civiltà. Ma per quanto
ingenua sia l'opinione pubblica occidentale, informata da una stampa che dice solo ciò che ha voglia di dire, la fiaba di una
democrazia in marcia da anni in Afghanistan fa fatica a passare.
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L'imperialismo francese ci tiene a manifestare la sua presenza nella regione come ausiliario dell'imperialismo americano.
Qualunque cosa dicano i ministri, è una guerra di brigantaggio con la pelle dei soldati e ancora più con quella della
popolazione afghana.
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Rimane come risultato dell'intervento delle truppe occidentale un regime corrotto fino al midollo e il cui potere non va oltre i
limiti della città di Kabul, e neanche sempre.
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Rimangono anche strutture sociali anacronistiche che le grandi democrazie dell'Occidente non hanno toccate, segnate dai clan,
dall'oppressione della donna e dal potere religioso.
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Rimane innanzitutto una popolazione mantenuta nella miseria e, essendo il paese uno dei più poveri del mondo, a cui
l'intervento occidentale non ha portato altra modernità che gli aerei di combattimento che, a mo' di aiuto materiale, passano
nel cielo per lanciare le loro bombe, e una qualche ricaduta sul commercio locale incentivato dalle spese fatte per assicurare
la presenza delle truppe occidentali.
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È l'ostilità crescente nei confronti delle truppe d'occupazione a favorire il moltiplicarsi e il rafforzarsi dei gruppi di
guerriglia armata, raggruppati sotto il nome generico di “talebani”. È una denominazione falsa nella sua genericità
perché non tutti coloro che combattono le truppe occidentali e il regime di Karzai si appellano al vecchio regime inquadrato
dagli studenti in religione quali sono i talebani.
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Il regime di Karzai si ritrova di fronte i vari signori della guerra di cui ognuno ha il proprio feudo regionale. Incapaci di
combatterli, il regime e dietro di esso le potenze occidentali fanno i conti con questi, provano a metterli gli uni contro gli
altri rafforzandoli allo stesso momento. In questo gioco complesso verso i signori della guerra, non è detto tra l'altro che le
truppe d'occupazione occidentali e Karzai suonino la stessa musica. Non è neanche detto che le varie truppe d'occupazione
facciano lo stesso gioco.
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Se per l'Iraq la prospettiva di un ritiro delle truppe d'occupazione viene ipotizzata, senza essere realizzata, nel caso
dell'Afghanistan non solo non è ipotizzato ma si parla anche di mandare truppe supplementari. Davanti alla realtà
dell'impantanamento occidentale, illustrato dal fatto che la guerriglia controlla i tre quarti almeno del territorio nazionale e
moltiplica le operazioni all'interno di Kabul, gli Stati Uniti si sono impegnati in una fuga in avanti e progettano un
accrescimento della loro presenza militare. Nel Vietnam non gli era riuscito. Rimane la questione di sapere fino a che punto
l'opinione pubblica americana accetterà, senza una reazione di massa, il ritorno nel paese di bare di soldati.
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Da Obama a Brown e Sarkozy, tutti i dirigenti cercano di convincere la loro opinione pubblica dell'importanza di questa guerra
che sta diventando un focolaio d'infezione per tutta la regione.
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A cominciare dal Pakistan. I servizi segreti di questo paese, grande alleato degli Stati Uniti e possessore della bomba atomica,
hanno avuto una parte considerevole ai tempi dell'occupazione sovietica dell'Afghanistan per educare ed armare i signori di
guerra che combattevano l'esercito d'occupazione dell'epoca, e i talebani. La loro politica passata si rivolge contro loro come
un boomerang. Tutta la zona di confine del Pakistan vicina all'Afghanistan è sotto la legge dei gruppi armati a base religiosa
o etnica pashtun. Nonostante gli interventi ripetuti dell'esercito pakistano per riconquistare il proprio territorio con il
sostegno degli Stati Uniti, l'instabilità va oltre la zona di confine e minaccia l'insieme del Pakistan.
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A parte alcuni discorsi in direzione dei dirigenti dei paesi arabi non c'è alcun cambiamento visibile nella politica americana
sulla questione palestinese.
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Gli Stati Uniti come tutte le grandi potenze hanno permesso agli aerei israeliani di schiacciare Gaza durante parecchie
settimane nell'inverno 2008-2009.
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Il governo Netanyahu insediato nel febbraio 2009 è tra quelli più a destra, più reazionari e più apertamente ostili al
popolo palestinese che ci sia stato da molto tempo a questa parte. Prosegue il radicamento di nuovi coloni ebrei in
Cisgiordania, la consolidazione del vergognoso muro che concretizza tutta una politica d'apartheid tra i due popoli e moltiplica
le misure che possono essere considerate dal popolo palestinese solo come provocazioni permanenti.
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Bisogna ricordare che questa politica è stata fatta da tutti i governi di Gerusalemme in nome della sicurezza d'Israele e del
suo popolo. Ha scavato un fossato di sangue e di odio tra i due popoli, ha aggravato l'oppressione del popolo palestinese e reso
la sua situazione materiale insostenibile, ha portato al rafforzamento di Hamas in seno al movimento palestinese e
all'esplosione dell’entità palestinese già spezzettata tra Gaza e Cisgiordania, senza neanche migliorare la sicurezza
d'Israele. I bombardamenti di Gaza come la moltiplicazione delle colonie in Cisgiordania, l'infamia del muro di separazione come
quella della ripartizione dell'acqua che limita a venti litri al giorno e per persona la quota riservata ai palestinesi di
Cisgiordania e li sta assettando, non possono che alimentare le azioni anche più disperate da parte della popolazione
palestinese.
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Sul continente africano se alcuni focolai di guerra si sono spenti almeno momentaneamente - nella Liberia o la Sierra Leone -
altri hanno preso il loro posto. Una parte del Sudan, lo Ciad o la Somalia, sono in stato di guerra. Senza parlare delle guerre
interne su basi etniche o religiose che dilaniano con più o meno intensità la Nigeria, il Niger, la Guinea-Bissau, la
Mauritania. Quanto alla Costa d'Avorio, se la guerra aperta dal golpe militare del settembre 2002 tra Nord e Sud è stata
seguita da una specie di pace armata, il paese rimane comunque diviso.
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La deteriorazione della situazione economica potrà solo moltiplicare e intensificare i conflitti. Conseguenza della povertà
nelle regioni dove il possesso di un fucile è un mezzo di sopravvivenza, la moltiplicazione delle bande armate è un fattore
aggravante della povertà.
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L'Africa nera che a suo tempo aveva subito nella propria carne l'ascesa della borghesia d'Europa occidentale tramite il traffico
di schiavi e lo spopolamento, è il continente che senz'altro paga più caro il perpetuarsi dell'imperialismo decadente odierno.
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La Repubblica democratica del Congo ex Zaire, terzo paese d'Africa per le sue dimensioni e il più ricco per la varietà del
tesoro minerale rinchiuso nel suo sottosuolo, può riassumere da solo il destino dell'insieme del continente. Un rapporto
d'inchiesta stabilito dal Senato congolese e reso pubblico in questo mese d'ottobre a Kinshasa constata che lo Stato di questo
paese è nella totale incapacità anche solo di censire le società minerarie che operano sul suo territorio, e ancora meno di
ricavarne entrate fiscali. Infatti un grande numero di queste grandi società occidentali sono presenti sul suo territorio per
sfruttare direttamente o indirettamente il cobalto, il rame, l'oro, l'argento, il diamante, il coltan che partono verso
l'industria dei paesi sviluppati senza la minima ricaduta non solo per la popolazione locale, ma anche per lo Stato del Congo.
Tutt'al più beneficiano un po' delle ricadute di queste ricchezze i molteplici signori della guerra che sono le guardie dei
trust che saccheggiano il paese. La schiacciante maggioranza dei circa 60 milioni di abitanti, secondo l'espressione del
giornale Le Monde "vive in condizioni subumane vittima delle guerre locali, vittima dello sperpero politico e amministrativo,
vittima innanzitutto del saccheggio del paese".
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L'investitura nel Gabon di Ali Bongo per succedere a suo padre Omar Bongo che fu dittatore di questo paese durante 42 anni con
gli applausi calorosi del governo francese, così come gli ultimi sviluppi del cosiddetto processo dell'“Angolagate”
ricordano la presenza attiva e il ruolo poco brillante della Francia nelle sue ex colonie d'Africa, e non solo.
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Certamente non si poteva aspettare che Sarkozy abbandonasse, come pretendeva farlo al suo arrivo al potere, la
“Françafrique” e gli stretti legami stabiliti tra le dittature e i regimi più o meno autoritari dell'ex impero coloniale e
molti dirigenti politici e alti funzionari dello Stato francese. Ciascuno vi trova il proprio interesse, i dittatori d'Africa
una protezione e un riconoscimento diplomatico internazionale, e l'imperialismo francese delle commesse, dei mercati, una zona
d'influenza, senza parlare delle piccole conseguenze per alcuni clan e politici poiché i dirigenti africani sanno essere
generosi con il denaro sottratto ai loro popoli. In mancanza di altro il processo dell'Angolagate ha alzato un po' il velo su
questo piccolo ambiente in cui si costeggiano politici di destra e di sinistra, un ex ministro, un ex prefetto, trafficanti
d'armi, uomini d'affari corrotti, con la presenza di qualche scrittore o saggista di successo. I milioni incassati dagli uni e
gli altri sono però solo delle briciole rispetto al profitto tratto dalle popolazioni fra le più povere del mondo e dal
saccheggio del continente.
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Se il controllo dell'economia della maggior parte di questi paesi ormai non procura più al gran capitale francese che una parte
dei suoi profitti complessivi, questa parte non è indifferente per alcune dinastie capitaliste quali Bolloré, Bouygues,
Micheli, Pinault, Saadé, Aga Khan e alcuni altri, e per alcune delle maggiori imprese dell'indice Cac 40 della Borsa di Parigi,
Total, Areva, Air France, Eromet, Vinci; oppure per banche quali Bnp, Société Générale o Crédit du Nord, senza parlare dei
venditori d'armi.
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Per proteggere i suoi interessi lo Stato francese spiega attualmente in Africa circa 10000 militari. La metà sta stazionando in
base permanenti a Gibuti, in Senegal e nel Gabon, gli altri partecipano alle operazioni militari dai nomi poetici di
“Licorna” in Costa d'Avorio e “Sparviero” nello Ciad. Senza parlare dei militari francesi che partecipano e perfino
strutturano la forza europea presente anche nello Ciad e in Repubblica centrafricana.
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Nello Ciad l'esercito francese mantiene con la forza il dittatore che un'opposizione armata già avrebbe potuto rovesciare in
due occasioni se non ci fosse stato l'intervento dell’aviazione militare francese.
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Nella Costa d'Avorio, l'esercito francese spiega circa 4000 soldati, teoricamente come forza di interposizione tra i due pezzi
opposti dell'ex esercito nazionale, il cosiddetto esercito leale che occupa il sud del paese dove risiede il governo legale, e
l'esercito ribelle che occupa il Nord. Da quando un accordo è intervenuto fra Gbagbo, presidente in carica della Costa
d'Avorio, e Soro, il capo politico della ribellione del Nord, consacrato dal fatto che il secondo è divenuto il primo ministro
del primo, tutta la casta politica si prepara ad un'elezione presidenziale che dovrebbe liquidare la secessione, ristabilire
l'unità del paese e, più importante ancora per l'imperialismo francese, ristabilire l'unità dell'esercito.
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Respinta a più riprese, questa elezione è stata "definitivamente" fissata al 29 novembre 2009. Mentre scriviamo tutto tende ad
indicare però che anche questa volta questa data verrà respinta, probabilmente meno a causa della lentezza invocata del
censimento e della distribuzione delle tessere elettorali che non a causa della resistenza di alcuni capi militari ribelli che
si sono attribuito feudi profittevoli. "Sfruttano e esportano le risorse naturali, di cui il cacao, il cotone, il legno,
l'anacardio, l'oro e i diamanti" sottolinea un recentissimo rapporto dell'Onu.
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Gbagbo da parte sua beneficia di questi rinvii dell'elezione. Mentre la presidenziale doveva svolgersi nel 2005, nel frattempo
esso continua di occupare il palazzo presidenziale.
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E "interesse superiore della nazione" o no, quelli che si sono tagliato dei feudi non hanno voglia di abbandonarli se non con
risarcimenti importanti. Le borghesie, sia locale che francese, hanno i servitori che si meritano.
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Ma i focolai di tensione dove il fuoco dorme sotto la cenere e minaccia di divampare non si limitano ai due terzi
sottosviluppati del pianeta. In Europa, se uno degli Stati sorti dalla decomposizione della Jugoslavia, la Slovenia, è stato
integrato all'Unione Europea e anche alla zona euro; se un altro, la Croazia, ci si sta avvicinando, la Bosnia da un lato e il
Kosovo dall'altro sono ben lungi dall'avere trovato la stabilità che le potenze occidentali protettrici pretendevano di
apportare.
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La Bosnia, un protettorato travestito sotto la tutela di un "alto rappresentante" è paralizzata sul piano istituzionale,
quattordici anni dopo gli accordi di Dayton. Rimane fratturata fra due enti, una "repubblica serba" e una "federazione
croato-musulmana" praticamente indipendenti. La prima è diretta dal clan politico-mafioso del suo capo di governo che non
intende abbandonare il controllo del suo feudo. La seconda è anche essa un entità composita con una separazione etnica
ufficiale.
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Il Kosovo, la cui indipendenza non è stata riconosciuta da un gran numero di Stati, fra cui la Russia ma anche la Spagna,
ecc... è da parte sua dilaniato tra la sua maggioranza albanese e la sua minoranza serba. Anche qui i conflitti politici sono
fonte di profitto per la criminalità organizzata e fonte di traffici di ogni genere.
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La divisione dell'ex Jugoslavia che la diplomazia internazionale giustifica con il principio delle nazionalità ha dato il
risultato che, nonostante lo spezzettamento statale, o a causa di esso, almeno due delle questioni nazionali che dilaniano la
regione sin dalle guerre balcaniche dell'inizio del secolo scorso, la questione serba e la questione albanese, ancora non sono
state risolte.
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Se le tensioni nazionali o anche etniche e religiose sono più visibili nell'ex Jugoslavia, è tutta l'Europa centrale ad
esserne minacciata. Dappertutto nelle ex democrazie popolari, la crisi e la povertà che aumentano inaspriscono le tensioni tra
i popoli.
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In tutta questa parte d'Europa, le frontiere sono state tracciate dalle potenze imperialiste vittoriose della prima guerra
mondiale in funzione dei loro interessi, e poi ridisegnate dagli accordi di Jalta e Potsdam all'indomani della seconda guerra
mondiale, senza mai preoccuparsi degli interessi e neanche dell'identità dei popoli che si dividevano o si raggruppavano
autoritariamente con altri. La maggior parte di questi Stati sono compositi con una o parecchie minoranze nazionali che fanno
naturalmente da bersagli per i demagoghi d'estrema destra.
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A queste minoranze nazionali bisogna aggiungere i Rom presenti dappertutto e che dappertutto costituiscono la frazione più
povera e più oppressa della popolazione, e anche quella che è il bersaglio privilegiato dei gruppetti fascisteggianti. Le
recenti elezioni europee hanno confermato l'ascesa delle estreme destre che giocano sulla demagogia sciovinista nei confronti
delle minoranze nazionali, e razzista nei confronti dei Rom.
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Oltre all'abiezione delle idee che propagano, i gruppi d'estrema destra che cominciano ad avere una presenza visibile
rappresentano una minaccia anche fisica per i lavoratori. La classe operaia rappresenta in questi paesi una forza numericamente
importante, spesso concentrata in grandi fabbriche nate all'epoca delle democrazie popolari, che non sono state tutte
abbandonate o smantellate.
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Sia la classe operaia polacca che quella dell'ex Cecoslovacchia, d'Ungheria o di Romania hanno ricche tradizioni di lotta.
Queste classi operaie, una volta sfruttate e oppresse sotto regimi che si affermavano socialisti, continuano di esserlo a
profitto dei capitali privati sotto regimi il più spesso molto reazionari, e sono senz'altro ancora più disorientate della
classe operaia occidentale. Ma la gravità della crisi minaccia di provocare esplosioni sociali pericolose per la borghesia di
questi paesi che ha l'arroganza dei nuovi ricchi, e dietro di essa per il grande capitale occidentale che domina l'economia di
questi paesi.
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È in questo contesto che lo sviluppo dei gruppi d'estrema destra, con la bandiera dell'anticomunismo e un discorso sciovinista,
che si possono mobilitare per “schiacciare gli scioperi" rappresentano un pericolo per i lavoratori.
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L'economia della Russia e il suo bilancio sono stati sostenuti dopo il 2000 dagli alti prezzi del petrolio, del gas e di alcune
altre materie prime. Gli idrocarburi rappresentano più del 50% delle esportazioni, i metalli e i prodotti metallici quasi il
20% e gli alti prezzi di queste materie prime hanno consentito alla Russia di diminuire il suo indebitamento e di costituire
riserve che hanno raggiunto 600 miliardi di dollari nell'agosto 2008, arricchendo al tempo stesso gli oligarchi che sono
riusciti a mettere la mano su questi settori. Putin si vantava nel novembre 2008 che "l'economia sarà protetta delle azioni
esterne brutali grazie alle nostre riserve internazionali". In realtà queste riserve si sono sciolte in pochi mesi cadendo a
370 miliardi di dollari nel 2009.
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Ciò che era stato un vantaggio per la Russia è divenuto un handicap con la crisi e con le fluttuazioni dei prezzi del gas e
del petrolio. L'economia produttiva è stata seriamente toccata con una caduta della produzione industriale del 9% nel novembre
2008, del 10% nel dicembre 2008 e del 16% nel gennaio 2009 rispetto all'anno precedente.
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Certamente se non c'è da piangere sulla sorte dei grandi oligarchi dell'economia russa legati al cerchio del potere politico
-così Deripaska divenuto con la protezione di Putin il re dell'alluminio avrebbe perso 20 miliardi di dollari-, le conseguenze
della crisi hanno preso un volto originale in ragione del passato sovietico.
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Una delle fondamenta dell'economia pianificata dell'Unione Sovietica era lo sviluppo di enormi imprese specializzate in una sola
produzione, come per esempio la fabbrica automobile Avtovaz con i suoi 102000 operai (di cui la Renault controlla oggi un quarto
delle azioni), e lo sviluppo conseguente intorno ad esse di città mono-industriali. Nonostante l'evoluzione dell'economia ex
sovietica durante i venti anni che sono trascorsi, nonostante le trasformazioni giuridiche intervenute con molte fluttuazioni,
la struttura fondamentale dell'insieme dell'economia russa rimane segnata da questa specificità che deriva dall'epoca della
pianificazione. Secondo i numeri più recenti (fonte Le Monde) al momento dello scoppio della crisi il 40% del prodotto interno
lordo della Russia era generato da queste città mono-industriali, cioè centrate su un solo tipo di produzione e una sola
impresa.
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La federazione russa conta 400 di queste città mono-industriali che raggruppano 25 milioni di persone. In più la
pianificazione aveva consentito all'epoca di fare sorgere tali città anche nelle regioni più inospitali del paese. Il presente
come il futuro di queste imprese e delle città che hanno fatto nascere dipendevano e dipendono ancora della loro integrazione
in un tessuto industriale alla scala dell'insieme del paese. Questo era naturalmente assicurato dall'economia pianificata. Ma
questo moltiplica e peggiora i problemi adesso che i legami stabiliti nell'ambito dell'economia pianificata sono stati rotti.
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Quando la crisi colpisce una di queste imprese, è drammatico non solo a causa della minaccia di licenziamenti che grava su una
parte dei lavoratori, ma anche perché l'impresa e la città vivono in simbiosi: spesso è la fabbrica che produce anche
l'elettricità e il riscaldamento per tutta la popolazione e assicura un certo numero di servizi sul piano sociale (colonie
estive per i bimbi, mensa accessibile alle famiglie, cure...).
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Il rischio aumentato di esplosioni sociali in queste condizioni spiega la cautela dei dirigenti politici e della direzione delle
imprese stesse che, sotto la pressione di questa minaccia, preferiscono ridurre il tempo di lavoro, imporre periodi più o meno
lunghi di disoccupazione parziale, piuttosto che di chiudere le imprese.
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Grazie al supersfruttamento dei suoi lavoratori lo Stato cinese ha ammassato riserve di cambio di quasi due mila miliardi di
dollari che ne fanno uno dei principali detentori di moneta americana, oltre ovviamente gli Stati Uniti. L'interdipendenza
finanziaria che questo fatto implica tra i due paesi fa sorgere ogni genere di fantasticherie che presentano la Cina come il
paese il cui dinamismo farà uscire l'economia capitalista mondiale dalla crisi, oppure come il futuro grande dell'economia
mondiale per così dire alla pari degli Stati Uniti. Ma sarebbe dimenticare che questa indipendenza è quella che collega un
paese sviluppato, con un mercato interno potente e un sistema finanziario che lo è ancora di più, ad un paese sottosviluppato
che, anche se quattro volte più popolato, ha un mercato interno limitato dalla povertà della maggioranza della popolazione.
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Se la Cina è divenuta come si suol dire “la fabbrica del mondo”, questa fabbrica produce solo in parte per la popolazione
cinese. Molte imprese che producono in Cina sono spesso appaltatrici di capitali giapponesi, americani, taiwanesi o altri.
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La Cina odierna è da un lato quella dei quartieri ultramoderni di Shanghai o di Pechino, il fasto e le luci delle Olimpiadi, e
dall'altro l'immensa maggioranza delle campagne dove si vive miseramente e dove la popolazione è sottomessa a capetti locali
sorti dalla burocrazia dello Stato e del partito.
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La crisi stessa sembra per ora accelerare le tendenze in corso da parecchi anni. Da un lato la Cina ha raggiunto il secondo
posto dei paesi che contano il maggior numero di miliardari, dopo gli Stati Uniti. Questi ultimi ne avevano 359, e la Cina 130,
i quali, secondo i numeri dati dal giornale Le Monde possederebbero 571 miliardi di dollari, ossia un sesto del Pil cinese.
Dall'altro le ricadute della crisi avrebbero già rinviato a casa, cioè verso la miseria delle campagne, parecchie decine di
milioni di lavoratori venuti cercare lavoro e salario nelle megalopoli cinesi.
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Forse però i commentatori in cerca del sensazionale non hanno completamente torto di pensare che sia in questo paese che si
deciderà il futuro del mondo. Non è a causa del numero di miliardari cinesi, che, a quanto pare, da parecchi anni fanno la
fortuna degli industriali del lusso e dei produttori di champagne e cognac a 10000 euro la bottiglia! Ma è a causa
dell'importanza numerica crescente del proletariato cinese.
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Sotto direzione di un partito che ancora oggi si afferma comunista, la Cina è divenuta secondo gli specialisti di questo genere
di paragone il paese dalle disuguaglianze sociali più evidenti, immediatamente dietro il Brasile e un po' prima del Sudafrica,
anche se in questa materia ci sono molti altri concorrenti per questa classifica poco gloriosa. Con lo sviluppo di queste
disuguaglianze la Cina forse sta accumulando le materie esplosive che faranno scoppiare le strutture economiche e sociali del
paese e, dato il suo peso nel mondo, forse oltre.
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È senz'altro il paese dove si fa sentire nel modo più crudele l'assenza di un partito politico che rappresenti gli interessi
del proletariato.
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In questo paese immenso per le sue dimensioni e più ancora per la sua popolazione, l'unico fattore d'unificazione è un
apparato di Stato potente completamente al servizio della classe privilegiata. Di fronte a questa centralizzazione, le
esplosioni, anche violenti ma sparse e scaglionate nel tempo, sono impotenti.
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Ma in altri tempi, negli anni venti, la classe operaia cinese molto meno numerosa di oggi era stata capace di fare sorgere dalle
sue file un partito comunista. La chiave del futuro è sicuramente nella sua capacità a fare sorgere un nuovo partito davvero
comunista che sia capace di impegnare, in nome della classe operaia cinese, la guerra alla nuova borghesia e alla burocrazia
statale ad essa collegata.
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Da parecchi anni la situazione d'oppressione in alcuni paesi poveri, le guerre locali e ancora più la povertà, o addirittura
la carestia, spingono alla migrazione un numero crescente di persone. Non si limitano alle migrazioni dall'America Latina o dai
Caraibi verso gli Stati Uniti o il Canada, o dall'Africa verso l'Europa, ma vanno anche dall'est europeo povero verso la parte
occidentale ricca del continente, o dall'Indonesia, dalle Filippine, dalla Malesia verso i paesi petroliferi del Medio Oriente.
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La migrazione, da modo di sopravvivenza individuale, è diventata un mezzo di sopravvivenza per regioni o addirittura paesi
interi. Un recente rapporto sotto l'egida dell'Onu ha appena scoperto che i lavoratori immigrati africani trasferivano, prima
della crisi, ogni anno l'equivalente di 40 miliardi di dollari nei loro paesi d'origine. Una somma senza paragone con le somme
misere che si chiamano col nome di "aiuti ai paesi poveri" o "aiuti allo sviluppo". Solo grazie al questi trasferimenti
sopravvive una parte importante della popolazione dei paesi di cui i lavoratori migranti sono originari. Ma sono anche questi
trasferimenti che permettono alle comunità paesane di realizzare un certo numero di infrastrutture collettive, di scuole
elementari, ecc..
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La diminuzione delle somme trasferite a causa della crisi e della disoccupazione che colpisce i lavoratori migranti è
catastrofica per questi paesi. Questi trasferimenti non concernano solo la migrazione africana. Per alcuni paesi d'Asia o anche
d'Europa questi trasferimenti rappresentano un ammontare considerevole rispetto al loro prodotto interno lordo: il 45% per il
Tagikistan, il 38% per la Moldavia e molti altri.
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Lo sviluppo di queste migrazioni è uno degli aspetti della mondializzazione sotto l'imperialismo. Ma mentre l'imperialismo ha
unificato il mondo per gli spostamenti di capitali e di merci, moltiplica gli ostacoli davanti a gli spostamenti delle persone,
mentre è precisamente l'imperialismo a spingere alle migrazioni scavando il fossato tra i paesi ricchi e i paesi poveri e
imponendo i contraccolpi della sua crisi finanziaria sui prezzi dei prodotti alimentari.
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Mentre le sfere dirigenti del mondo imperialista festeggiano strepitosamente l'anniversario della caduta del muro di Berlino,
altri muri sono eretti nel mondo, per ragioni politiche come quello che separa la popolazione d'Israele dai palestinesi, o per
ragioni economiche come le barriere edificate al confine tra gli Stati Uniti e il Messico oppure ad uno dei confini sud
dell'Europa come Ceuta e Melilla, senza parlare dei confini Shengen al limite orientale dei paesi recentemente integrati.
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Ma le frontiere peggiori non sono quelle materializzate dal cemento o dal filo spinato. Sono quelle che si sistemano nelle menti
con le politiche retrograde fatte da tutti i paesi imperialisti in materia d'immigrazione, puntando questa immigrazione come un
fenomeno minacciante che bisogna impedire o almeno filtrare.
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La politica migratoria condivisa da tutti i governi dell'imperialismo putrescente è un ritorno indietro, anche rispetto
all'epoca dell'imperialismo nascente.
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Ricordiamo che ciò che qualche volta fu chiamato la prima mondializzazione, alla fine dell'Ottocento o all'inizio del
Novecento, è stata segnata da movimenti migratori massicci dall'est e dal sud d'Europa verso la parte occidentale del
continente, e più ancora dall'Europa verso gli Stati Uniti. Pur provocando questi spostamenti di popolazione, l'imperialismo
non aveva ancora inventato tutti gli ostacoli fisici o amministrativi per impedirli né il concetto stesso di “immigrato
clandestino”.
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Ricordiamo anche che il movimento operaio dell'epoca e l'Internazionale socialista ancora rivoluzionaria consideravano queste
migrazioni e il mischiarsi delle popolazioni operaie che ne risultava come una cosa positiva e anche una delle fondamenta
dell'internazionalismo della classe operaia.
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I grandi partiti operai dell'epoca agivano perché i lavoratori del paese di destinazione accolgano i lavoratori migranti, non
solo per facilitare la loro integrazione ma anche per educarli e trasmettere loro il migliore delle tradizioni del movimento
operaio. Combattevano tutti i tentativi del padronato, che non era migliore di quello odierno, per aizzare i lavoratori gli uni
contro gli altri. E lo facevano non solo invocando principi ma anche lottando perché i lavoratori migranti avessero gli stessi
salari e le stesse condizioni d'esistenza dei loro compagni autoctoni.
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Infatti uno dei segni della degenerazione di questi grandi partiti operai è il fatto che quando sono al governo portano avanti
la stessa politica reazionaria delle destre, in questo campo come in molti altri.
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Per i militanti comunisti rivoluzionari l'internazionalismo non è solo una questione di solidarietà umana elementare, anche se
è anche questo.
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Così come la borghesia all'epoca in cui era rivoluzionaria portava in sé l'idea di nazione, il proletariato porta l'idea di
unificazione del mondo, semplicemente perché il comunismo è possibile solo a questo livello. Il "proletari di tutti i paesi
unitevi!" non è solo uno slogan per riassumere la necessità per tutti i lavoratori di unirsi, di là delle loro origini, di
fronte alla classe capitalista. È più ancora l'affermazione che il mondo futuro sbarazzato dello sfruttamento, della
proprietà privata dei mezzi di produzione, del profitto, della concorrenza, dove un'economia pianificata e democraticamente
controllata potrà funzionare secondo l'espressione di Marx "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi
bisogni", potrà solo essere realizzato dal proletariato mondiale.
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29 ottobre 2009
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