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La congiuntura economica non è molto cambiata nell'ultimo anno; né nella realtà né nel modo in cui è presentata dai
dirigenti politici della borghesia e dai suoi economisti.
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Quest'anno è l'economista in capo del FMI Raghuram Raja, che si felicita per il fatto che "il mondo conosca il periodo di
espansione (...) più forte dall'inizio degli anni ‘70" (dal quotidiano economico Les Echos del 15 e 16 settembre 2006).
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Quella che chiamano la crescita "mondiale" sarebbe tirata dalle spese dei consumatori americani e dalla parte crescente della
Cina nel commercio mondiale così come dai suoi investimenti negli Stati Uniti.
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Al massimo i commentatori americani alleviano il loro ottimismo sottolineando che le spese di consumo americane –
all'occorrenza quelle della numerosa piccola borghesia – sono da diversi anni basate sul credito facile e quindi
sull'indebitamento dei singoli. I crediti abbondanti consentiti dalle banche sono da parte loro garantiti dalle cauzioni
ipotecarie ovvero dalla valorizzazione largamente speculativa dei prezzi degli immobili. Ma ecco che la bolla speculativa del
mercato immobiliare sta probabimente per sgonfiarsi.
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"L'atterraggio morbido" sperato dai commentatori esprime la speranza che l'arrestarsi della crescita dei prezzi del mercato
immobiliare, se non il il loro abbassamento, non sia troppo brutale e che non si traduca nell'incapacità di rimborsare i
crediti causando una crisi bancaria.
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Con sorpresa degli economisti della borghesia, anche la crescita del prezzo del petrolio, quasi continua fino all'estate del
2006 quando hanno cominciato a riabbassarsi, non ha compromesso la crescita dei profitti. Bisogna credere che, se la crescita
dei prezzi del petrolio si è tradotta con dei prelievi supplementari sui costi delle imprese, questi sono stati compensati, e
oltre, da un accrescimento dello sfruttamento dei lavoratori.
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Dunque l'economia mondiale è ancora nel ciclo di cosiddetta crescita cominciato nel 2002, di cui si può dire che, come l'anno
passato, la crescita è essenzialmente quella dei profitti senza un aumento significativo delle forze produttive, e in cui
l'accrescimento della produzione per dei mercati in espansione – legati essenzialmente all'informatica e alla telefonia mobile
o, ancora; all'industria del lusso – non compensa il declino dei settori più vecchi. Da qui le officine che si fermano e una
disoccupazione massiccia.
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Ricordiamo nel frattempo che il ciclo precedente in cui la crescita fu della stessa natura finí con la crisi della borsa del
2001-2002 e, in particolare, con la caduta delle azioni della pretesa nuova economia.
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Al di là delle sue diverse manifestazioni – crisi monetaria, crisi petrolifera, crisi della borsa, crisi di produzione -, il
lungo periodo di stagnazione o di progresso stentato della produzione che caratterizza l'economia capitalistica dall'inizio
degli anni '70 e che ha avuto per origine la tendenza al calo del tasso di profitto, annunciata dalla metà degli anni '60 e
espressione della crisi dell'economia capitalistica. Come tutte le crisi dell'economia capitalistica, questa crisi si è
tradotta in un abbassamento degli investimenti con dei licenziamenti e delle chiusure di imprese con aumento del numero dei
disoccupati, nel blocco dei salari.
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Le politiche di austerità avviate allora da tutti i governi su scala mondiale erano destinati a aiutare la classe capitalista,
a ristabilire il tasso di profitto, smuovendo gradualmente o brutalmente tutti gli ostacoli legali suscettibili di frenare lo
sfruttamento. Le politiche di austerità avevano anche per obiettivo quello di consacrare una parte crescente delle risorse
dello Stato ad aiutare la classe capitalista, riducendo tutte le voci destinate ad altre cose, in modo particolare ai servizi
pubblici.
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A partire, diciamo, dai primi anni ‘80, il tasso di profitto è iniziato ad aumentare di nuovo finendo per superare verso la
fine degli anni novanta il tasso di profitto precedente alla crisi.
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Nel capitalismo più o meno concorrenziale il ristabilirsi del tasso di profitto finisce per provocare una ripresa degli
investimenti produttivi, la creazione di impieghi, dunque la diminuzione della disoccupazione e un nuovo periodo di crescita
della produzione fino alla crisi successiva.
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Niente di tutto ciò avviene da una buona trentina d'anni. Diverse fluttuazioni cicliche si sono succedute, ma nessuna è
sfociata in una ripresa capace di determinare investimenti, e la disoccupazione è rimasta a un livello elevato in tutti i paesi
imperialisti.
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Non è un meccanismo economico impersonale che ha condotto al ristabilirsi del tasso di profitto, ma l'offensiva congiunta del
padronato e degli stati. Gli attacchi sono stati multiformi, sono variati nel corso del tempo e, in una certa misura, in
funzione della situazione di ogni paese. Per delle ragioni evidenti – la loro potenza economica e il ruolo del dollaro
nell'economia mondiale – gli Stati Uniti possono, in una certa misura, scaricare certe conseguenze della crisi sui paesi
imperialisti meno potenti e uscirne meglio. I paesi imperialisti, nel loro insieme, hanno scaricato sotto forme diverse, certe
conseguenze delle loro proprie crisi su dei paesi sottosviluppati. E' quello che ha fatto, per esempio, la Francia, svalutando
il franco CFA, cosa che si è subito tradotta in un brutale peggioramento per le classi popolari dei paesi africani, ex colonie
francesi che usano questa moneta, e in un miglioramento della posizione concorrenziale delle imprese francesi impiantate in
Africa.
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L'abbassamento continuo della parte dei salari in rapporto ai profitti del capitale, tanto in ragione dell'abbassamento dei
salari reali che in ragione della diminuzione del numero dei salariati è una costante in questa evoluzione.
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La borghesia ha messo a profitto ovunque il rapporto di forze che le era favorevole sia a causa delle conseguenze della
disoccupazione crescente sul morale della classe operaia, sia a causa del tradimento dei partiti che avevano un'influenza
politica nella classe operaia e che hanno tutti consentito questa evoluzione, partiti stalinisti compresi.
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E' utile ricordare le differenti risposte date dalla borghesia e dal suo Stato di fronte alla crisi intervenuta all'inizio degli
anni '80: tra una prima fase caratterizzata da investimenti dello Stato destinati a supplire la scarsità di investimenti
privati e da aiuti ai capitalisti - finanziati dall'emissione monetaria, e dunque causa di una forte inflazione - e una seconda
fase nella quale l'inflazione è stata in larga misura, se non soffocata, almeno attenuata. Questo mutamento non ha attenuato la
guerra del grande capitale contro le classi popolari. Esso ha allo stesso tempo rinforzato considerevolmente il dominio del
capitale finanziario su quello industriale.
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L'impennata dell'inflazione nella prima fase della crisi, se aveva per le classi capitalistiche il vantaggio di ridurre il
potere d'acquisto dei salari, aveva anche l'inconveniente di minare il tasso di interesse reale, ciò che rende un capitale
investito, una volta dedotto il tasso di inflazione. Questo aspetto era pregiudizievole per le attività finanziarie, senza
parlare dei problemi posti al commercio internazionale dai differenti ritmi di inflazione nei differenti paesi e dalle
variazioni dei tassi di cambio che poteva comportare.
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Sostituire il ricorso all'emissione monteraia con dei prestiti al sistema finanziario per colmare il deficit di bilancio ha
offerto alla classe capitalista maggiori possibilità di piazzare il proprio denaro – che non poteva né voleva investire
nell'attività produttiva – in buoni del tesoro o nei vari titoli che rappresentavano una frazione del debito dello Stato o
degli enti locali.
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Ne è seguito, grosso modo da venti anni, l'incessante accrescimento del debito dello Stato, di tutti gli Stati, a cominciare
dal più potente, gli Stati Uniti. Una volta avviato il sistema funziona da sè: il servizio del debito assorbe una parte
crescente delle entrate degli Stati, questi ultimi sono costretti a indebitarsi di nuovo per far fronte alle loro scadenze. I
vari titoli che rappresentano i debiti pubblici nutrono in permanenza i mercati finanziari.
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La deregolamentazione e la soppressione di tutti i limiti legali tra le rispettive funzioni di banche, compagnie d'assicurazione
e imprese industriali o commerciali, fanno sí che tutte le imprese abbiano accesso al mercato finanziario, possano prestare o
avere in prestito del denaro, acquistare o vendere buoni del Tesoro e vari titoli finanziari.
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Sono apparsi nuovi organi finanziari ed hanno conosciuto uno sviluppo folgorante: fondi di investimento, fondi pensione, fondi
speculativi, etc, specializzati nell'intervento sui mercati finanziari per realizzare profitti finanziari che appaiono del tutto
slegati dall'attività produttiva.
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Questa evoluzione ha generato la finanziarizzazione dell'insieme dell'economia, di cui abbiamo ampiamente parlato in passato, e
la posizione dominante acquistata dal capitale finanziario in rapporto al capitale industriale. Si tratta certamente di due
espressioni di uno stesso capitale, ma le loro funzioni sono differenti, con conseguenze considerevoli sul funzionamento
dell'economia nel suo insieme. L'attuale fase detta di crescita si sviluppa sulla base di tali evoluzioni passate. Non
differisce dalle fasi precedenti, in particolare da quella scaturita dalla crisi borsistica del 2001 – 2002, se non per il
fatto che i capitali accumulati sono ancora più grandi e che il loro piazzamento e spostamento da una regione del pianeta ad
un'altra, in funzione della redditività anche ad assai breve termine, è ancora più facile grazie a una rete finanziaria che
circonda il mondo con strumenti di speculazione il cui numero non cessa di crescere.
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A dire il vero il dominio del capitale finanziario sul capitale industriale è vecchia quanto l'imperialismo. Lenin lo
sottolineò già ne L'Imperialismo, fase suprema del capitalismo: "E' proprio del capitalismo, come regola generale, separare la
proprietà del capitale dalla sua applicazione nell'industria; separare il capitale-denaro dal capitale industriale o
produttivo; separare il rentier, che non vive che della rendita che gli dà il capitale-denaro, dall'industriale e da tutti
quelli che partecipano direttamente alla gestione dei capitali. L'imperialismo o la dominazione del capitale finanziario è il
grado supremo del capitalismo, quando questa separazione giunge a proporzioni formidabili. La supremazia del capitalismo
finanziario su tutte le altre forme di capitale significa l'egemonia del rentier e dell'oligarchia finanziaria, la situazione
eccezionale di un piccolo numero di Stati finanziariamente "potenti" tra tutti gli altri".
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In un rapporto dal titolo significativo "Il comportamento di investimento delle imprese è normale?" il Bollettino della Banca
di Francia, datato agosto 2006, si rallegra del fatto che "in percentuale sul prodotto interno lordo, i profitti delle imprese
sono ai loro più alti livelli da decenni. Questa situazione è il riflesso del vigore del ciclo economico attuale e il
risultato del processo di ristrutturazione avviato dal 2001". La pubblicazione bancaria, che non si preoccupa minimamente di
quanto queste ristrutturazioni significhino in licenziamenti e sacrifici di ogni sorta per i salariati, aggiunge "questa
evoluzione in sé stessa è normale e sana". Un banchiere non ha certo alcuna ragione per parlare diversamente! Il bollettino
sottolinea però "un disequilibrio mondiale" che considera "il più importante di tutti": si tratta dello scarto che c'è, nei
paesi del G7 – il gruppo dei paesi industriali più potenti -, tra la scarsità di investimenti produttivi da parte delle
imprese private e il fatto che "nel 2005, il settore delle imprese è stato globalmente prestatore per un montante totale netto
di 1300 miliardi di dollari verso altri settori dell'economia. Questa situazione senza precedenti appare paradossale e gravida
di conseguenze".
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In effetti se in un'economia veramente in crescita le imprese prendono in prestito del denaro dalle banche per investirlo
nell'attività produttiva, nell'economia attuale accade piuttosto l'inverso. Le imprese accumulano liquidità considerevoli che,
non volendo e potendo investire conseguentemente, mettono a disposizione del sistema finanziario.
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Lo stesso Bollettino della Banca di Francia constata certamente una ripresa degli investimenti al primo trimestre 2006 che,
scrive, può apparire impressionante per gli Stati Uniti o per il Giappone, ma aggiunge che questo si spiega col livello molto
basso in partenza e che, in rapporto al prodotto interno lordo, "nei paesi del G7 la misura degli investimenti si situa al suo
più basso livello da decine di anni".
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E commenta, con la predisposizione all'eufemismo che caratterizza il mondo delle banche, che "è possibile che il comportamento
delle imprese possa derivare, almeno in parte, da una avversione molto forte al rischio in ciò che concerne i nuovi
investimenti". Certo…
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La maggior parte del profitto prodotto dalle imprese viene ridistribuito agli azionisti sotto forma di dividendi o sottoforma di
riacquisto da parte delle imprese delle loro proprie azioni al fine di aumentare il beneficio distribuito per azione. Negli
Stati Uniti per esempio, "dall'inizio del 2005, circa la metà dei profitti sono stati utilizzati per riacquistare azioni
(contro il 10% degli anni ‘70)" (Alternatives èconomiques –settembre 2006).
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Le Monde Economie del 26 settembre 2006, sottolinea lo stesso fatto aggiungendo che "i riacquisti di azioni non si sostituscono
ai versamenti di dividendi, le imprese che procedono a questi due tipi di operazione sono generalmente le stesse: in Francia
Total è nello stesso tempo la società che versa più dividendi e che riacquista di più le proprie azioni". Fatto
significativo, poiché ihn effetti Total è l'impresa francese che ha i profitti più elevati da molti anni, ma è anche tra
quelle che investono molto poco.
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Da qui la progressione dell'ammontare delle grandi fortune a un tasso superiore anche a quelli dei profitti delle imprese. Da
qui l'aumento del numero dei miliardari in dollari sul pianeta: 476 nel 2003; 582 nel 2004; 691 nel 2005. In due anni, le loro
fortune nette accumulate sono balzate da 1400 a 2200 miliardi. E' più del prodotto interno lordo della Francia. Da qui anche la
crescita, nell'ordine del 20%, della produzione di lusso – automobili di lusso, yachts, aerei privati, gioielleria o maioliche
di lusso, ecc – tirata da uno dei rari mercati di consumo in espansione reale.
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Il ciclo precedente che era terminato con la crisi borsistica del 2001-2002 era già stato segnato dal fatto che le imprese
avevano consacrato una parte importante dei profitti accumulati in "fusioni-acquisizioni", operazione consistente
nell'acquisizione di un'impresa da parte di un'altra impresa – spesso sua concorrente – al fine di mettere le mani su delle
fabbriche, delle reti di distribuzione e dei clienti già esistenti e , soprattutto, sulla parte di plus-valore generato dai
lavoratori dell'impresa acquistata. Dopo di essere aumentato all'epoca, al punto di rappresentare alla fine degli ani '90 più
di tre quarti dei flussi di investimenti diretti all'estero, il movimento è stato arrestato dalla crisi borsistica del 2001 –
2002. Ha ripreso da due o tre anni a un livello superiore.
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Bisogna ricordare qui che il vocabolario stesso degli economisti della borghesia è contorto e che i dati che ricopre maschera
la realtà piuttosto che di chiarirla. Ciò che essi chiamano "Investimenti diretti all'estero" (IDE) significa soltanto che un
possessore di capitali ha preso più del 10% di azioni di una impresa all'estero. L'impresa in questione dunque può essere –
ed è il caso più frequente – un'impresa già esistente, senza che "l'investitore" investa alcunché, a parte il diritto di
pesare sulle decisioni dell'impresa e, sicuramente, di prelevare la sua parte di profitto.
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Benché le statistiche sugli "Investimenti diretti all'estero" includano anche i veri investimenti – vale a dire la creazione
di imprese – sono le fusioni e acquisizioni transfrontaliere che ne costituiscono il cuore e la grande maggioranza. Ora, per
riprendere la formulazione di Le Monde Economie (10 ottobre 2006): "I flussi mondiali di investimenti diretti all'estero (IDE)
sono esplosi nel corso degli ultimi venti anni, passando da 40 miliardi di dollari all'inizio degli anni '80 a 900 miliardi di
dollari nel 2005".
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In queste acquisizioni di imprese c'è una parte speculativa. Ma questa speculazione, contrariamente a quella che si porta su
qualunque cosa, dai quadri di pittori ai vini famosi – e che, del resto, continua, e quanto! – ha un fondamento razionale.
In, effetti se le speculazioni permettono al fortunato vincitore di una operazione di "attingere" al plus-valore globale, questo
stesso plus-valore è prodotto nelle imprese produttive. Quando i mercati sono stagnanti, o in ogni caso in lenta espansione, il
miglior modo di raddoppiare o triplicare il profitto è mettere le mani su una parte di mercato già esistente.
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La lotta tra i grandi trusts per acquistarsi l'un l'altro non si straduce in un aumento della forza produttiva, né della
ricchezza sociale, ma in una concentrazione più grande.
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Ma non è necessariamente una concentrazione maggiore della produzione stessa, che talvolta potrebbe rappresentare una certa
razionalizzazione, ma una concentrazione finanziaria. Per dare solo l'esempio, che ha colpito per la sua originalità,
dell'ingresso del capitalista di origine indiana Mittal nel settore dell'acciaio: Mittal non ha costruito la propria fortuna
costruendo nuove acciaierie. L'ha fatto cominciando ad acquistare a prezzi bassi delle acciaierie obsolete messe all'asta in
paesi poveri (Trinidad e Tobago) e nell'ex Urss (Kazakhstan). Dopo averle ristrutturate a prezzo di licenziamenti, si è
ritrovato alla testa di capitali abbastanza importanti per estendere la propria zona di caccia, specializzandosi nell'acquisto
di imprese in difficoltà, un po' ovunque, dove se ne presentasse l'occasione, dall'Algeria alla Germania, dalla Repubblica Ceca
agli Stati Uniti. Divenuto il n°1 dell'acciaio grazie a questa politica di acquisizioni, ha potuto mettere le mani sul suo
principale concorrente Arcelor in seguito alla battaglia borsistica che conosciamo.
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Se gli investimenti dei grandi gruppi stagnano nei loro paesi, e più generalmente nei paesi imperialisti, è in direzione dei
paesi che la fraseologia ufficiale chiama "paesi emergenti" che c'è un certo flusso di investimenti reali.
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Per quel che riguarda il trust francese dell'automobile Peugeot – Citroën, per esempio, se da una parte non investe in Europa
occidentale, tranne per ciò che è strettamente necessario, soprattutto per il rinnovo dei modelli, se disinveste anche, quando
chiude la sua unica impresa in Gran Bretagna, ha dall'altra proceduto a degli investimenti reali in Europa dell'Est, costruendo
successivamente una nuova impresa a Kolin, in Repubblica Ceca, in collaborazione con Toyota, poi ancora, a Trnva, in Slovacchia.
Va precisato che è lo Stato di questo paese povero, la Slovacchia, ad essersi incaricato di più di un terzo dell'investimento,
senza parlare dei lavori di viabilità, la costruzione di strade, ecc…
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Contrariamente a slogan ricorrenti, per il trust PSA (Peugeot Società Anonima) si tratta meno di profittare di una manodopera a
buon mercato – benché i salari in Slovacchia siano effettivamente da tre a quattro volte meno elevati che in Europa
occidentale -, piuttosto che di aver accesso al mercato dell'automobile ancora in sviluppo della parte orientale dell'Europa.
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In generale, l'accesso ai grandi mercati di consumo costituisce la principale motivazione dei gruppi che operano su scala
internazionale. Quando le barriere doganali erano importanti, impiantarsi sul posto era il modo tradizionale di aggirare le
barriere protezionistiche. Questo motivo e la ricerca della vicinanza rispetto ad un mercato e alle sue abitudini ancora oggi
rimangono essenziali, tanto più che le barriere doganali spesso sono state sostituite con forme più sottili di protezionismo.
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Ma questi investimenti reali riguardano solo un numero molto limitato di paesi poveri. In alcuni casi lo sviluppo del mercato
locale può venire da paesi che, pur essendo paesi poveri, già hanno una industria relativamente sviluppata ed una domanda da
parte di tale industria (il Brasile o il Messico per esempio, o i paesi dell'est europeo). Nel caso di un paese come la Cina, la
prospettiva di uno sviluppo del mercato locale risulta dall'aggravamento brutale della differenziazione delle classi e dello
sviluppo della classe privilegiata locale che, anche se minoritaria rispetto all'insieme del paese, rappresenta uno sbocco più
importante di quello di molti paesi imperialisti.
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A questo proposito, è assolutamente stupido evocare il futuro catastrofico di una Cina dove il numero di macchine sarebbe in
proporzione uguale a quello dell'Occidente imperialista, con il consumo di petrolio, di acciaio, ecc. che ne deriverebbe. Lo
sviluppo in Cina non riguarda l'insieme del paese. E' l'arricchimento di una minoranza che rappresenta tra 5 e 10% della
popolazione, a detrimento della schiacciante maggioranza di questa. Questa stessa minoranza è fortemente differenziata tra chi
gode di redditi equivalenti a quelli della piccola borghesia occidentale e la piccola minoranza della minoranza la cui ricchezza
è tanto alta quanto è ostentata.
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Spesso si afferma che, poiché la Cina possiede riserve di dollari e innanzitutto di buoni del Tesoro dello Stato americano tali
da finanziare il 20% del disavanzo americano, tiene gli Stati Uniti nelle sue mani . Certamente c'è nelle relazioni finanziarie
tra i due stati un aspetto di dipendenza reciproca. Ma questi circa 900 miliardi di dollari ottenuti dal solo sovrasfruttamento
della classe operaia cinese, e tra l'altro di queste decine di milioni di migranti interni, ex contadini cacciati dalle loro
terre, senza diritto e senza ricorso, che sono depositati dalla Cina nelle banche americane, sono 900 miliardi che non vengono
investiti nell'economia cinese, non vengono investiti per costruire strade, infrastrutture, e certamente non per migliorare la
situazione della popolazione. In fin dei conti, servono soprattutto a finanziare il consumo a credito della piccola borghesia
americana.
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Anche al di là dell'esempio della Cina, è di moda nella stampa in cerca di notizie sensazionali, di sottolineare la crescita
dell'ammontare delle riserve, in dollari o buoni del Tesoro, di alcuni paesi poveri. Otto paesi dell'Asia orientale, la Cina
certamente ma anche tra gli altri la Corea del sud, Singapore, la Malesia o l'Indonesia, hanno più che raddoppiato in quattro
anni le loro riserve in dollari.
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Ma il premio Nobel dell'economia Joseph Stiglitz, pur essendo ex vice presidente della Banca mondiale ed ex consigliere
economico del presidente degli Stati Uniti, constata che questi miliardi di dollari depositati sono i vettori di importanti
prelievi su questi paesi da parte dei sistemi bancari dei paesi imperialisti: "il costo reale di queste riserve per i paesi in
via di sviluppo supera i 300 miliardi di dollari all'anno. Questo è considerevole".
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In effetti, una delle conseguenze più disastrose del funzionamento dell'economia mondiale sta nel fatto che queste somme
considerevoli provenienti dai paesi poveri non servono allo sviluppo della loro economia, e ancora meno a migliorare la
situazione delle loro popolazioni, ma servono anche ad alimentare il sistema finanziario mondiale.
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L'esistenza di enormi eccedenti di capitali, e le difficoltà ad investirli in modo redditizio per quelli che li possiedono, non
sono un problema nuovo. È anche uno degli aspetti all'origine dello stadio imperialista del capitalismo. Lenin constatava: "Sul
limitare del secolo XX troviamo la formazione di nuovi tipi di monopolio; in primo luogo i sindacati monopolistici dei
capitalisti in tutti i paesi a capitalismo progredito, in secondo luogo la posizione monopolistica dei pochi paesi più ricchi,
nei quali l'accumulazione del capitale ha raggiunto dimensioni gigantesche. Si determinò nei paesi più progrediti un'enorme
"eccedenza di capitale". Senza dubbio se il capitalismo fosse in grado di sviluppare l'agricoltura, che attualmente è rimasta
dappertutto assai indietro rispetto all'industria, e potesse elevare il tenore di vita delle masse popolari che, nonostante i
vertiginosi progressi tecnici, vivacchiano dappertutto nella miseria e quasi nella fame, non si potrebbe parlare di un'eccedenza
di capitale. E questo appunto è l'"argomento" sollevato di solito dai critici piccolo-borghesi del capitalismo. Ma in tal caso
il capitalismo non sarebbe più tale, perché tanto la disuguaglianza di sviluppo che lo stato di semiaffamamento delle masse
sono essenziali e inevitabili condizioni e premesse di questo sistema della produzione. Finché il capitalismo resta tale,
l'eccedenza dei capitali non sarà impiegata a elevare il tenore di vita delle masse del rispettivo paese, perché ciò
importerebbe una diminuzione dei profitti dei capitalisti, ma ad elevare tali profitti mediante l'esportazione all'estero, nei
paesi meno progrediti."
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Non c'è niente da togliere a queste righe, neanche quello che viene detto dei "critici piccolo-borghesi del capitalismo" la cui
etichetta può cambiare secondo l'epoca ma che, col limitarsi a chiedere "l'annullamento dei debiti del terzo mondo", o la
"soppressione dell'FMI" o almeno dei suoi diktat, ancora oggi vorebbero solo arginare i danni del capitalismo, innanzitutto
perché rifiutano di darsi la prospettiva della sua distruzione.
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Si potrebbe tutt'al più attualizzare la constatazione di Lenin aggiungendo che, all'inizio del ventesimo secolo, le
esportazioni di capitali nei paesi arretrati tendevano maggiormente a tradursi con investimenti produttivi che oggi. Certamente
sono sempre stati attuati in funzione dei bisogni delle metropoli imperialiste. Hanno soprattutto contribuito all'integrazione
dei paesi arretrati in posizione subordinata nel sistema imperialista mondiale.
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Di questo rimangono almeno, anche in Africa, alcune infrastrutture, fossero solo alcune strade, alcune ferrovie, porti o canali
costruiti sotto il dominio coloniale perché indispensabili per esportare i prodotti del saccheggio.
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Oggi quando il gran capitale -tra l'altro quello francese nel suo ex impero coloniale- porta qualche interesse alle
infrastrutture, è solo per usare fino in fondo quelle ereditate dal passato. Il trust Bolloré, che ha riacquistato la linea
ferroviaria Abigian-Ouagadugù, la gestisce senza aggiungerci un centimetro di binario. È vero che la gestione del porto di
Abigian –che in gran parte è anche di sua proprietà- necessita almeno alcuni investimenti, fosse solo per tener conto
dell'evoluzione delle tecniche di trasporto marittimo.
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Per il resto, l'unico capitale che giunge nella maggior parte dei paesi d'Africa è un capitale usurario, denaro prestato ai
governi, il cui peso è tanto alto che l'Africa subsahariana, pur la regione più povera del mondo, invia più denaro verso i
paesi imperialisti che non ne riceve.
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Quanto ai paesi d'Africa che dispongono di materie prime preziose e dove, come nel Congo ex Zaire, lo Stato centrale è a pezzi,
sostituito dall'anarchia delle bande armate, sono vittime di un'economia di predazione. Le loro miniere vengono saccheggiate
praticamente senza investimenti, se non l'elemosina data ai signori della guerra del posto, le loro foreste sono devastate per
sfruttarne le essenze rari.
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Il capitalismo nascente, ai tempi del commercio triangolare, aveva dissanguato l'Africa col commercio degli schiavi,
praticamente senza esserci penetrato, trasformando i reucci ed i capi di guerra locali in ausiliari della sua predazione.
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Il capitalismo senile dei nostri tempi ha fatto altrettanto, però su una scala ancora più grande. C'è la differenza che i
fucili che venivano dati in regalo ormai sono sostituiti da armi ancora più micidiali e che i morti non sono vittime della
traversata dell'Atlantico per essere venduti in America, bensì delle guerre stesse e delle carestie che li seguono. Però,
ancora lì la scala è più grande: si stima per esempio a 4 milioni il numero delle vittime delle guerre e della carestia nel
solo Congo Kinshasa.
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La competizione tra le mega e giga-imprese per riacquistarsi l'un l'altra si traduce col rialzo delle azioni delle imprese
coinvolte. Tale rialzo è accentuato dalla speculazione, non solo sulle azioni delle imprese coinvolte in un'operazione di
riacquisto o su quelle delle imprese prese di mira, ma ben al di là. Indovinare chi potrebbe essere oggetto di un'offerta
d'acquisto, amichevole o ostile, diventa l'attività di officine specializzate che vendono le loro informazioni, come le
pubblicazioni specializzate vendono le loro speculazioni sull'ordine d'arrivo dei cavalli al Totip. Infatti c'è denaro da
guadagnarci: un'impresa vittima di attacchi borsistici vede aumentare il prezzo delle sue azioni. E' probabilmente questo
meccanismo, completamente irrazionale, in questo mondo capitalistico pieno di speculazioni, che spiega questa informazione
pubblicata da Le Monde Diplomatique di ottobre 2006: "all'inizio di settembre 2006, la Ford motor company ha annunciato che
perdeva 7 miliardi di dollari all'anno: il corso delle sue azioni ha fatto un balzo del 20%".
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Il risultato di tutto questo è una nuova impennata delle borse. Non è il primo. Il precedente aveva portato, alla metà di
ottobre 2000, l'indice borsistico americano Dow Jones al vertice senza precedenti di 10 192.... La crisi borsistica successiva
riportò questo indice a 7 733 punti nel 2002, cioè un calo del 26% in due anni. Il record del 2000 è stato però appena
superato poiché, il 23 ottobre 2006, l'indice Dow Jones ha raggiunto 12 100 punti.
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Fino a che punto questa impennata proseguirà e come finirà? Nessuno lo può predire in questo sistema capitalistico anarchico.
Si può solo speculare...
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Il progresso del Cac 40 è stato meno ampio. Questo indice della borsa di Parigi, che era di 6064 punti nell'ottobre del 2000,
è veramente crollato, toccando due anni dopo i 2 758 punti, cioè un calo del 55%. Attualmente è a 5 375 punti, cioè malgrado
tutto un raddoppio del suo punto più basso del 2002.
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All'inizio dell'anno però, una mini crisi borsistica ha già fatto scendere per qualche tempo i corsi delle azioni. E il timore
del mondo delle borse è che si produca una di queste crisi borsistiche già viste in quattro o cinque occasioni nel corso del
lungo periodo apertosi nel 1970 (crach borsistico generalizzato del 1987, crisi messicana, crisi asiatica, crisi borsistica
della "nuova economia", ecc..).
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Il mercato delle materie prime è sempre stato un mercato speculativo, tanto per i prodotti minerali ed energetici quanto per i
prodotti alimentari di base come il grano. Lo è particolarmente nell'attuale ciclo di speculazioni.
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I prezzi dei metalli –e con loro i corsi delle azioni delle miniere- hanno raggiunto nel 2005-2006 vertici senza precedenti da
decenni, e perfino dall'inizio della loro quotazione. Lo si sa per il petrolio il cui prezzo è stato moltiplicato per sette per
il greggio tra il 1999 e il 2006, passando da 10 $ il barile a più di 70 $ questa estate prima di ricadere a 56 $. Il prezzo
del rame e stato moltiplicato per sei in cinque anni. L'alluminio, lo zinco e il nichel sono coinvolti nello stesso movimento.
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Al solito se ne dà la responsabilità alla domanda crescente di un certo numero di paesi, in particolare della Cina. Ma se la
domanda in provenienza dalla Cina si è tradotta con un rialzo dei prezzi di queste materie prime, è soprattutto perché i
trusts di questo settore hanno da parecchi anni lo stesso comportamento dei trusts del petrolio: piuttosto che di investire, è
meglio fare sovraprofitti, con la stessa produzione ma lasciando i prezzi imballarsi. All'origine dell'aumento dei prezzi, c'è
il sotto investimento dei trusts che dominano l'estrazione e la trasformazione delle varie materie prime. E, una volta che
l'aumento dei prezzi ha preso il via, la speculazione gli dà il cambio per accentuare ancora il rialzo.
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Tale speculazione non è solo il fatto delle industrie che utilizzano questa o quella materia prima e che per proteggersi
potrebbero anticipare la domanda, ma è ancora di più il fatto di officine finanziarie specializzate nella speculazione sulle
materie prime.
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Solo in Francia esistono 36 fondi il cui mestiere esclusivo è di fare profitto speculando sulle materie prime. Finora questo è
stato redditizio poiché questi fondi d'investimento hanno avuto una progressione dei loro profitti del 103% in tre anni!
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La conseguenza dell'entrata massiccia dei fondi speculativi nella speculazione sulle materie prime non è solo l'aumento dei
prezzi . Il supplemento economico di Le Figaro del 29 maggio 2006, sottolineando il ruolo aumentato di fondi speculativi nel
settore dell'energia, constata che ne risulta "l'estrema volatilità dei corsi che ha portato la tonnellata di rame a perdere
più di mila dollari in una giornata a metà maggio, di cui risulta un'alternanza di colpi di caldo e colpi di freddo."
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Ancora nel settore delle materie prime è riapparso a metà settembre lo spettro di una nuova crisi finanziaria. Il fondo
speculativo Amaranth ha perso in un solo fine settimana la pochezza di 5 miliardi di euro, i due terzi del suo capitale,
speculando sull'aumento continuo del prezzo del gas naturale, proprio nel momento in cui i prezzi cominciavano a scendere.(Le
Monde Economie del 3 ottobre 2006).
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Tranne certamente alcuni paesi produttori di petrolio-di cui, con gli emirati del Medio oriente, la Russia-, di questo rialzo
delle materie prime gli Stati produttori hanno approfittato solo un po', e ovviamente le loro classi popolari per niente. Anche
tra i paesi produttori di petrolio, quelli d'Africa in particolare sono in questa situazione paradossale, per cui al tempo
stesso la loro produzione di petrolio greggio aumenta, mentre per fornire il loro proprio mercato locale sono costretti a
comprare il petrolio raffinato sul mercato internazionale per questa semplice ragione che non hanno raffinerie sul loro
territorio, o raffinerie che non funzionano perché i trusts del petrolio non ci fanno investimenti. Nel Nigeria per esempio,
uno dei principali produttori di petrolio d'Africa, le due raffinerie esistenti sono obsolete e più o meno fuori uso. Il
risultato è che le sue entrate risultanti dalla vendita del petrolio greggio vengono in gran parte annullate dal prezzo degli
acquisti di petrolio raffinato.
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In modo più generale, il ruolo dei fondi d'investimento, cioè dei fondi speculativi, è stato in crescita continua tra il 2000
e il 2006. Le attività finanziarie che gestiscono sono state triplicate durante lo stesso periodo, passando da 520 miliardi di
dollari a 1 540 miliardi. Le banche, le società d'assicurazione ed altre istituzioni finanziarie già non sono modelli di
trasparenza, ma i fondi d'investimento, che in maggior parte -ma non sempre- sono domiciliati in qualche paradiso fiscale, sono
fuori da ogni regola. Sono sempre di più gli ausiliari o addirittura gli attori principali delle operazioni di riacquisto delle
grandi imprese.
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Essendo innanzitutto preoccupati di produrre un profitto massimo durante un tempo minimo, l'importante partecipazione di un
fondo d'investimento in una determinata impresa ne modifica la gestione. La produzione passa al secondo piano, rispetto
all'operazione finanziaria che può rappresentare il riacquisto di un'impresa, la sua divisione e rivendita "pezzo per pezzo".
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L'immaginazione dei finanziari non ha limiti per inventare sempre nuovi strumenti finanziari derivati dalle varie forme di
crediti, ai quali anche il loro inventore finisce col non capirci più niente.
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Le Monde diplomatique dell'ottobre 2006, sotto un titolo evocando "un'economia di apprendisti stregoni," cita l'investitore
americano Warren Buffet, seconda più grande fortuna del pianeta: "ben qualificato per conoscere tutti i segreti della finanza",
che considera che "i derivati di crediti sono armi di distruzione massiccia".
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E' di moda, negli ambienti altromondisti in particolare, di considerare questi fondi d'investimento, il loro funzionamento, il
loro insediamento nei paradisi fiscali, come tumori maligni sul corpo dell'organismo capitalista. Tumori maligni, lo sono
certamente ma non si possono operare tanto fanno parte dell'organismo che parassitano. I fondi d'investimento sono una delle
forme concrete del capitalismo odierno, sono il capitalismo odierno. Sono inseparabili dalle banche, dalle società
d'assicurazione, dalle grandi imprese e addirittura dai ricchi singoli di cui piazzano i fondi in modo speculativo (ricchi,
questo è obbligatorio poiché a quanto pare l'investimento minimo per giocare alla roulette finanziaria dei fondi di
speculazione americani è di 250 000 dollari).
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I lodatori del capitalismo attuale pretendono che grazie alla globalizzazione, gli scambi internazionali hanno potuto
svilupparsi senza intralcio e che un mondo sbarazzato delle barriere protezionistiche permetterà a tutte le economie di farsi
un piccolo posto al sole del commercio mondiale. Ma in realtà solo i capitali si spostano liberamente, fregandosi delle
frontiere. Invece questo non è vero per gli uomini, come lo dimostra l'attualità di tutti i giorni, e neanche veramente per le
merci.
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Il mercato internazionale non è affatto un mercato libero, anche ammesso che i mercati nazionali lo siano. Come tutti i
mercati, il mercato internazionale è una giungla in cui solo contano i rapporti di forze. Di più, nonostante i discorsi sulla
"globalizzazione", gli Stati nazionali continuano ad essere parte integrante di questi rapporti di forze.
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La maggior parte dei paesi del globo sono coinvolti in questi negoziati maratoni che portano nomi esotici di cui l'ultimo è il
"ciclo di Doha", che sono presunti preparare accordi di libero scambio generalizzato su scala mondiale. La loro ragione d'essere
è di sboccare su accordi multilaterali, cioè accordi che darebbero ad ogni paese lo stesso diritto di accedere al mercato di
tutti gli altri nelle stesse condizioni, lasciando all'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO – World Trade
Organisation) la funzione di sorvegliare il buon rispetto delle regole di questo sistema di libero scambio internazionale.
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Le Monde Economie del 20 giugno 2006 constata però che "dalla creazione dell'Organizzazione Mondiale del Commercio nel 1995,
nessun'accordo multilaterale è stato firmato mentre, nello stesso periodo, il numero degli accordi regionali o bilaterali è
cresciuto notevolmente". Tanto vale dire che l'organizzazione non serve ad un granché e che quelli che, negli ambienti
altromondisti ancora, la combattono come simbolo del capitalismo globalizzato, davvero combattono contro i mulini a vento!
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Quanto agli accordi bi- o trilaterali, se sono destinati a facilitare il commercio tra i paesi che ci partecipano, costituiscono
al tempo stesso in realtà un ostacolo protezionistico rispetto ai paesi che rimangono fuori.
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Tra gli accordi regionali, c'è quello che fu per esempio il Mercato Comune a 9 o a 12 che assicurava il libero scambio tra
paesi imperialisti di uno stesso livello. Ma il libero scambio comunque era libero solo all'interno del Mercato Comune; era
protezionistico rispetto all'esterno.
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Di più, quando si tratta di un accordo tra un paese imperialista e uno o parecchi paesi poveri, si tratta solo della forma
giuridica moderna del vecchio sistema delle sfere d'influenza economica. Ripropongono delle relazioni di dominio tra un paese
imperialista e uno o parecchi paesi poveri. Gli Stati Uniti, il Canada e il Messico, per esempio sono legati, dal 1994,
dall'accordo di libero scambio nordamericano (ALENA). Se l'ALENA apre il Messico alle merci americane, se facilita il
funzionamento delle maquilas, queste zone franche dove crescono delle imprese a capitale americano con salari messicani, non ce
n'è simbolo migliore che il muro che gli Stati Uniti stanno ergendo tra i due paesi. Un muro davvero impenetrabile in un senso
e dei più porosi nell'altro...
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Coll'allargarsi verso i paesi più poveri dell'est europeo, l'ex Mercato Comune diventato Unione Europea, a sua volta ha
integrato all'interno delle sue frontiere dei rapporti di dominio da paese imperialista a paese dominato. Non si è ancora al
punto di edificare muri materiali, ma già la "libera circolazione" non ha lo stesso significato quando ci si sposta dalla parte
orientale povera verso la parte occidentale, che quando ci si sposta nell'altro senso. In modo significativo, la Gran Bretagna
per esempio restringe le possibilità per i lavoratori rumeni o bulgari di venire a lavorare sul suo territorio, proprio nel
momento in cui la Romania e la Bulgaria entrano ufficialmente nell'Unione Europea.
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Per concludere sulla fase attuale dell'economia capitalistica mondiale, pure considerata come in crescita:
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-mai un tale concentramento di ricchezza da un lato, né tanta povertà e tanti poveri dall'altro;
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-mai, nella maggioranza povera del pianeta, tanti contadini cacciati dalle campagne, proletarizzati nelle grandi città, senza
che pertanto l'industria moderna gli dia un posto di lavoro;
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-mai tante contraddizioni tra un mondo finanziario che copre delle sue reti tutto il pianeta, irrigato da capitali che circolano
quasi alla velocità della luce, e il mondo reale degli uomini e dei prodotti, i primi separati ed opposti da muri e fili
spinati, i secondi frenati da barriere protezionistiche sofisticate;
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-Raramente il sistema è apparso così fragile, purtroppo non sotto i colpi della lotta della classe operaia con l'obiettivo
cosciente di rovesciare un ordine sociale anacronistico, ma per le sue contraddizioni interne;
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-Raramente sono state così evidenti la nocività dell'organizzazione capitalistica dell'economia basata sul mercato e il
profitto, e la sua incapacità di rispondere ai problemi della collettività umana nonostante le fantastiche possibilità a
disposizione della società.
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Quando guardava al futuro, il movimento operaio rivoluzionario, constatando da un secolo che il capitalismo non rappresentava
più il progresso ma al meglio la stagnazione e al peggio la regressione, poneva l'alternativa: socialismo o barbarie. Solo la
rinascita del movimento operaio rivoluzionario può arrestare la caduta nella barbarie.
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29 ottobre 2006
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