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50 anni dopo la morte di Stalin, 15 anni dopo la perestroika, 11 anni dopo la scomparsa dell'Urss, dove va la Russia ? - Cercle Léon Trotsky
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25 aprile 2003
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L'URSS dopo Stalin
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Al contrario della menzogna inventata dallo stalinismo, diventata durante tre quarti di secolo una religione di Stato per la
burocrazia, l'Urss non poteva creare una società socialista nell'ambito di un paese solo, anche se immenso. La società
socialista futura necessita un grado di sviluppo raggiunto da molto tempo dall'economia capitalista, ma solo su scala
internazionale e, ovviamente, a condizione di includere i paesi più sviluppati che hanno concentrato la maggior parte delle
ricchezze materiali e scientifiche, e della competenza, che risultano dall'accumulo del lavoro umano dell'intero pianeta.
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Nondimeno, di fronte al compito di gestire a modo suo l'economia di un gran paese, cioè ponendo fine alla proprietà privata
dei mezzi di produzione, alla concorrenza, alla corsa al profitto, pianificando l'economia, lo Stato operaio ha dimostrato la
superiorità del sistema economico che la classe operaia porta in se.
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Nonostante l'enorme regressione rappresentata dalla degenerazione burocratica, l'Urss ha evidenziato per parecchi decenni il suo
dinamismo. E infatti grazie alla rivoluzione d'ottobre e agli sconvolgimenti sociali che ne risultarono, questo paese
estremamente povero ha conosciuto un nuovo e notevole sviluppo.
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La rivoluzione del 1917 sbarazzò la Russia dalla classe dei nobili proprietari fondiari e dal tributo enorme che la società
doveva pagare per mantenerli. Lo Stato nato dalla rivoluzione prese la direzione dell'economia dalle mani di una borghesia
comunque debole e subordinata al gran capitale occidentale. La Russia arretrata, solo sfiorata dallo sviluppo capitalistico,
riuscì grazie alla liberazione delle forze produttive a compiere in pochi decenni buona parte della strada che il capitalismo
aveva percorso in Occidente in parecchi secoli.
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L'industrializzazione fu non solo rapida, ma anche qualitativamente diversa, e per di più su un territorio immenso. Poiché gli
investimenti non erano concepiti in funzione del profitto, ad approfittarne non furono solo le poche regioni vicine alle grandi
città o alle risorse minerarie, bensì molte altre che lo zarismo aveva lasciate nel sottosviluppo.
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Lo sviluppo rapido dell'industria prolungò ed accentuò gli sconvolgimenti sociali del periodo rivoluzionario. La crescente
urbanizzazione strappava milioni di esseri umani dall'orizzonte limitato delle campagne. La classe operaia che nel 1917
costituiva solo una piccola minoranza, in pochi decenni divenne la classe sociale di gran lunga più importante. Tra la seconda
guerra mondiale e gli anni '80, il numero dei lavoratori aumentò da 24 a 83 milioni. Si trattò di uno sviluppo numerico senza
paragone, reso unico dal fatto che l'industrializzazione e il rafforzamento del proletariato si svolsero senza borghesia.
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Lo sviluppo dell'educazione, innanzitutto quella elementare ma anche quella secondaria ed universitaria, su scala di un paese
immenso, l'entrata massiccia delle donne nel sistema educativo, furono un'altra espressione del soffio rivoluzionario ancora
vivo nonostante il controllo burocratico, così come lo espressero la moltiplicazione e la democratizzazione dei mezzi di
cultura.
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Mentre la dittatura instaurata da Stalin si prolungava, dopo la sua morte, sotto forma appena attenuata, la società sovietica
cominciò a cambiare dall'interno. Questo non si vedeva tanto, siccome l'effetto di ogni dittatura è di mascherare la vita
reale. Ma nonostante il suo controllo l'economia evolveva, e anche la società.
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Ogni tanto si avvertiva qualche segno di questi cambiamenti. Fu così nel 1956, quando Krusciov denunciò alcuni crimini dello
stalinismo e aprì le porte dei campi . L'avvenimento fu clamoroso. Non significava la scomparsa della dittatura, ma un certo
disgelo, secondo il titolo di un romanzo dell'epoca.
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Riassorbite le considerevoli distruzioni della guerra, lo sviluppo economico si tradusse con un accumulo che, a sua volta,
portava a dei cambiamenti sociali poco percettibili, ma ben reali.
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La società sovietica diventava più complessa. Mentre la classe operaia continuava a crescere numericamente, anche la
burocrazia cresceva, allargava la sua base e si diversificava. Cresceva anche la differenziazione sociale tra un'alta burocrazia
che, dal suo modo di vivere, si avvicinava alla borghesia occidentale, e una massa di piccoli burocrati che, pur approfittando
di qualche vantaggio, aveva solo un tenore di vita poco superiore a quello dei lavoratori. D'altra parte, diventava più
consistente la piccola borghesia fatta di artisti, scrittori, scientifici, sportivi di alto livello ed altri che approfittavano
delle lacune della pianificazione burocratica per fare affari più o meno legali.
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Nonostante tutto questo la società sovietica conservava un'originalità fondamentale : di fronte ad un proletariato numeroso,
non esisteva una borghesia capitalistica nel senso marxista del termine, cioè una classe che possedeva a titolo privato i mezzi
di produzione, accumulava capitali e li reinvestiva nella produzione per accrescere il suo profitto.
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L'unico ceto privilegiato era la burocrazia, il ceto di quelli che amministravano, gestivano, comandavano, dall'alto verso il
basso, i vari apparati dello Stato e del partito. C'era al vertice il migliaio di persone che dirigevano i ministeri, i grandi
apparati dello Stato, i membri dell'ufficio politico. Poi, sotto, c'erano i membri delle direzioni di partito e dei governi
nazionali e regionali, i direttori delle imprese di Stato, poi ancora più giù i presidenti dei soviet delle città, ecc.
Questo ceto sociale, per riprendere l'espressione di Trotski e più ancora che ai tempi di Trotski, era "privilegiato e
dominante nel significato più ampio della parola". Era una casta sempre più cosciente dei suoi interessi e della sua
identità come ceto dominante, e che tendeva ad aumentare i suoi grandi e piccoli privilegi.
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Per molti aspetti, il suo posto nella società somigliava a quello della borghesia delle società capitaliste, almeno della
borghesia nel significato più ampio. Cioè non solo l'alta borghesia, ma anche questa borghesia media che domina la società
locale delle città, che i giornalisti chiamano volentieri "l'élite", che a sua volta poggia sul largo zoccolo della
piccola borghesia, cioè tutti quelli che possiedono qualcosa, uniti intorno all'idea di proprietà privata.
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A differenza della borghesia, la dominazione della burocrazia non era collegata alla possessione di capitali, bensì al potere.
Il posto di ogni burocrate nella gerarchia sociale era legato alla sua posizione nella gerarchia statale. Più alta era questa
posizione, e più aveva accesso a vantaggi che il sistema burocratico prelevava collettivamente sui lavoratori.
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L'ultima immagine rimasta di quel periodo tra la morte di Stalin e gli anni '80 è di questi dirigenti invecchiati, allineati
sulla piazza Rossa nei giorni di parata, e di un regime che sembrava ben sistemato.
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