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Documenti in italiano
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America latina : i governi, tra collaborazione e tentativi di liberarsi dal dominio degli Stati Uniti
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24 novembre 2006
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America latina : i governi, tra collaborazione e tentativi di liberarsi dal dominio degli Stati Uniti (Relazione del Circolo Lev Trotsky - 24 novembre 2006)
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L'America Latina è un quasi-continente popolato da poco meno di 600 milioni di esseri umani. E'un vasto complesso di paesi
dalle dimensioni molto differenti. Il Messico occupa una superficie pari a quasi sette volte l'Italia con una popolazione di
poco superiore ai 100 milioni di abitanti. Il Brasile, unico paese di lingua portoghese in questo complesso dove tutti gli altri
parlano lo spagnolo, ha una popolazione che si avvicina ai 200 milioni di abitanti su un territorio pari a 25 volte l'Italia. Ma
altri paesi hanno dimensioni ben più modeste, cosí il Nicaragua, grande come la metà dell'Italia con poco più di 5 milioni
di abitanti.
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D'altra parte i paesi dell'America Latina conoscono condizioni geografiche e climatiche molto variegate che si riflettono nella
grande diversità delle loro risorse minerali e delle loro produzioni agricole. Ne risulta che le loro economie, in gran parte
dedicate alla produzione delle materie prime, sono molto differenti.
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Ma tutti questi paesi e questi popoli hanno in comune il fatto di vivere sotto il dominio degli Stati Uniti.
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Lasciando da parte le isole caraibiche, abbiamo scelto di parlare solo dei vari governi latino-americani, dal Messico a Nord al
Cile a Sud, che hanno tentato, almeno per qualche tempo, di liberarsi dal dominio degli Stati Uniti.
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In balia di Spagna e Portogallo
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La conquista da parte della Spagna e del Portogallo di questa America che fu poi chiamata latina, ha profondamente sconvolto la
vita dei popoli che vi abitavano. I conquistadores hanno attraversato l'Atlantico in cerca di tesori, d'oro. Per trovarne hanno
saccheggiato, rubato, torturato, massacrato. Dai popoli cacciatori-raccoglitori agli imperi azteco ed inca, tutti hanno subito
questo trauma brutale del sedicesimo secolo. Non sono state distrutte solo le culture, le civiltà, le società, ma spesso anche
le popolazioni stesse.
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In qualche decennio, gli spagnoli e i portoghesi hanno razziato i metalli preziosi che generazioni di indiani avevano raccolto
dai fiumi di un intero continente. L'oro e l'argento sono stati caricati sui galeoni e hanno preso la direzione dell'Europa.
Questo fu il primo atto di un immenso impoverimento dell'America Latina e di un arricchimento considerevole della borghesia in
pieno sviluppo in Europa occidentale. In questo processo storico la Spagna e il Portogallo fecero solo da tramite nel
trasferimento delle ricchezze dell'America Latina verso le casseforti della borghesia dei Paesi Bassi, d'Inghilterra o di
Francia. Lo sviluppo del capitalismo commerciale fu fortemente accelerato grazie al prelievo delle risorse naturali d'America.
In questo senso, se la scoperta e la colonizzazione dell'America da parte degli europei fu una catastrofe per i suoi abitanti,
ha avuto un ruolo importante nella storia dell'umanità: unificò l'economia su scala mondiale e diede alla borghesia in Europa
la possibilità di accelerare lo sviluppo capitalistico.
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Gli spagnoli hanno scoperto, alla metà del sedicesimo secolo, grandi giacimenti minerari di metalli preziosi. Nelle zone che
dominavano, si costituirono anche immense proprietà fondiarie. Si trattava di produrre cibo per i grandi concentramenti di
indiani sottomessi al lavoro forzato nelle miniere. Vicino alla miniera d'argento di Potosi, situata nell'attuale Bolivia,
nacque in appena 30 anni una città di 100 000 abitanti, le dimensioni di Londra o di Parigi all'epoca. Per centinaia di
chilometri attorno, le miniere convogliavano gli indiani, che vi erano inviati a viva forza e spesso vi morivano sul lavoro. Dal
Messico al Cile attuale, nacquero aziende minerarie, in particolare d'argento, ma anche d'oro. L'Europa era sommersa da queste
ricchezze strappate al sottosuolo americano con lo sfruttamento degli indiani.
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Una miscela di modernismo e di arcaismo
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Il futuro Brasile, da parte sua, vide nascere un'economia di piantagioni, con l'introduzione della canna da zucchero ad opera
dei portoghesi. Terre sempre più vaste furono dedicate a questa coltura. C'era una forte domanda di zucchero e dei suoi
derivati sul mercato europeo. Il piantatore accumulava rapidamente una fortuna, tanto più che aveva acquistato la proprietà
delle terre senza sborsare niente, solo col diritto di conquista, ed usava fino alla morte gli indiani ridotti a manodopera
schiavizzata. A tal punto che molti indiani preferivano scappare nelle profonde foreste dell'interno del continente. Per questo
si cominciò ad importare degli africani, più facili da mantenere in schiavitù, così lontano dalle loro regioni d'origine.
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In questo primo sviluppo del Brasile si mischiarono caratteristiche sociali ed economiche moderne con altre perfettamente
retrograde. La produzione era organizzata in modo razionale, con l'obiettivo di soddisfare il mercato europeo. Si creavano porti
commerciali amministrati da mercanti. Queste erano caratteristiche derivanti dalla società borghese in pieno sviluppo in Europa
nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo. Ma al tempo stesso, sulle vaste tenute accaparate dai grandi proprietari terrieri,
generazioni di contadini senza terra lavoravano in assenza di ogni sviluppo tecnico. La rinascita su grande scala della
schiavitù fu in effetti un freno a qualsiasi progresso tecnico. Questa società brasiliana in costruzione era una miscela di
modernismo e di arcaismo. Era anche una miscela, e in gran parte un meticciato, di tre popolazioni: gli indiani, gli europei e
gli africani.
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La Gran Bretagna primo cliente dell'America Latina
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L'America Latina, quella portoghese come la spagnola, ha conosciuto una successione di rapine sistematiche delle ricchezze del
continente valorizzate dal lavoro delle popolazioni indiane ed africane. Il legno, lo zucchero, il caffè, il cacao, il sisal,
il tabacco e molte altre produzioni agricole hanno seguito la rotta delle materie prime minerarie in direzione dell'Europa. In
America Latina solo la classe dei proprietari fondiari ha sviluppato una propria ricchezza, ma l'ha fatto come intermediaria del
saccheggio. Il funzionamento a senso unico di questa economia comune, che la borghesia ha sviluppato collegando l'Europa
all'America e all'Africa, ha impedito per tutto un periodo la possibilità di uno sviluppo industriale in America Latina.
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Questa economia rurale necessitava solo di pochi manufatti, forniti a buon mercato dall'Inghilterra. Inoltre la Gran Bretagna ha
utilizzato la propria crescente influenza sul Portogallo nel diciottesimo secolo perché fossero vietate le raffinerie di
zucchero in Brasile, in modo tale che la sua colonia restasse nella posizione di esportatrice di succo di canna. Così il
Portogallo ordinò di bruciare le tessiture e filature del Brasile, per offrire questo mercato all'industria tessile inglese.
L'America Latina si limitava a produrre sempre più materie prime, poco trasformate, e a sviluppare porti importanti che
collegavano le grandi tenute dell'hinterland al mercato europeo. I ricchissimi proprietari vivevano alternativamente nelle loro
tenute , la cui gestione veniva spesso affidata ad un amministratore bianco, e nel loro palazzo privato situato nelle grandi
città portuarie. Spendevano la loro fortuna in prodotti di lusso importati dall'Europa, contribuendo di nuovo al concentramento
della ricchezza sulla riva europea dell'Atlantico.
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Questa evoluzione senza sviluppo della società latino-americana sotto dominio spagnolo e portoghese poggiava ovviamente sullo
sfruttamento senza limiti della manodopera disponibile. Questo non avrebbe potuto svolgersi per tre secoli senza che
scoppiassero delle rivolte. Molte volte gli schiavi africani insorgevano nelle piantagioni, oppure scappavano nel folto delle
foreste. Anche gli indiani insorsero, qualche volta, sotto la direzione di capi che promettevano il ritorno ad una mitica età
dell'oro inca. Ma l'indebolimento del sistema coloniale venne dai proprietari fondiari stessi.
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Nel diciottesimo secolo il capitalismo britannico era diventato il principale cliente per le materie prime dell'America Latina.
Il sistema delle piantagioni legava sempre di più le classi dominanti dell'America Latina al capitalismo britannico mentre i
legami col Portogallo e innanzitutto con la Spagna si allentavano. Questi due paesi europei entravano in decadenza rispetto alla
loro gloria passata. Quando nel 1808 la Francia di Napoleone I invase la penisola iberica, le colonie americane si trovarono in
situazione di governare da sole i propri affari. E quando la monarchia spagnola cercò di riprendere con la forza il controllo
dell'impero, la guerra civile cominciò in molti punti.
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Le guerre d'indipendenza
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La guerra condotta dalla Spagna fu tremenda, piena di atrocità e di massacri. Dal 1810 al 1824, le guerre d'indipendenza,
dominate dalla figura di Simon Bolivar, devastarono l'America Latina. Le lotte d'indipendenza durarono lunghi anni perché
all'inizio le truppe spagnole riuscirono a reclutare neri e indiani che vedevano nelle forze indipendentiste i loro oppressori
più diretti. Bolivar era l'erede di una ricca famiglia di proprietari che possedevano piantagioni e schiavi nell'attuale
Venezuela e rappresentava quella classe sociale oppressiva che egli conduceva in battaglia. Fu solo a partire dal 1816 che
Bolivar fece la scelta di promettere ai neri la fine della schiavitù, diritti per gli indiani e l'uguaglianza per i meticci. In
questo modo Bolivar cercò ed ebbe il sostegno popolare che prima era mancato alle forze indipendentiste, ciò che gli consentí
di rovesciare il rapporto di forze e di scalzare la potenza spagnola in modo decisivo.
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Gli eserciti di Bolivar poterono finalmente liberare il Venezuela dalle truppe regie spagnole nel 1821, poi fu la volta della
Colombia. Bolivar progettava allora di creare un grande Stato che riunisse la maggior parte dell'ex America spagnola. Proseguì
la guerra più a Sud attraverso l'Equador e il Perù. Lì, incontrò le truppe indipendentiste venute dall'Argentina che avevano
respinto gli spagnoli a Nord, attraverso l'attuale Paraguay e il Cile. Ma, mentre diminuiva la minaccia militare spagnola e
s'ingrandivano i territori liberati, le forze centrifughe aumentavano ed ostacolavano il progetto unitario di Bolivar.
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Furono i ricchi proprietari ad esercitare il potere politico quando la Spagna fu cacciata. Lo fecero al meglio dei loro
interessi. Ora, non esisteva nessuna unità economica in questo vasto continente americano. I piantatori di caffè del Venezuela
non commerciavano con i proprietari di aziende del Messico, né con gli allevatori argentini, né con i proprietari di miniere
del Perù. La produzione di ogni regione era soltanto destinata ad essere venduta ai capitalisti d'Europa, principalmente
britannici. I proprietari fondiari si arricchivano facendo da tramite tra le ricchezze naturali dell'America, prodotte dal
lavoro degli indiani e dei neri, e il capitalismo europeo in pieno sviluppo. Non avevano nessun bisogno per questo di uno Stato
di dimensioni continentali. Al contrario, in ogni regione i possidenti hanno creato il loro proprio Stato locale, a loro
esclusivo servizio, sulle polverose rovine dell'impero spagnolo.
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I nuovi Stati indipendenti dell'America Latina non hanno mantenuto le promesse di Bolivar sull'emancipazione degli schiavi. Nel
Venezuela solo i figli di schiavi nati dopo il 1821 furono liberi, ma solo dopo aver lavorato per il loro maestro fino all'età
di 25 anni. L'abolizione totale della schiavitù dovette aspettare, nella maggior parte dei paesi dell'America Latina, la metà
dell'Ottocento. E gli schiavi brasiliani furono liberati solo nel 1888.
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Grandi proprietari fondiari, ma borghesia embrionale
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Ogni Stato era dominato da una classe di proprietari fondiari che non era affatto interessata allo sviluppo industriale del loro
paese. Erano i capitalisti di Liverpool e di Londra a decidere cosa si sarebbe prodotto in America Latina, a quale prezzo
sarebbe stato venduto e cosa l'industria inglese avrebbe fornito in cambio. Il giogo spagnolo fu sostituito tanto più
saldamente dal dominio inglese in quanto le distruzioni materiali e le centinaia di migliaia di morti delle lotte d'indipendenza
avevano mandato in rovina le finanze dei nuovi Stati latinoamericani. Si trovarono molto rapidamente costretti a farsi prestare
capitali dalle banche inglesi che, oltre ai profitti ricavati dagli interessi di questi prestiti, beneficiarono allora di un
potere considerevole di costrizione che esercitarono per imporre a queste nazioni, che si dicevano indipendenti, una politica
estera e una politica economica favorevoli ai capitali britannici. Il meccanismo crudele del debito, di cui l'America Latina
ancora oggi è prigioniera, fu innescato molto presto in questa parte del mondo.
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I latifondi, questi immensi territori posseduti da un solo individuo o da una sola compagnia straniera, erano il fondamento
dell'economia. Infatti i proprietari esercitavano diritto di vita o di morte sui contadini che lavoravano per loro e li
mantenevano in una quasi schiavitù. Con l'indebitamento personale, con gli acquisti forzati nel negozio del proprietario, con
le costrizioni di ogni genere, gli operai agricoli erano incatenati alla terra tanto saldamente quanto i servi del medioevo.
L'analfabetismo, l'isolamento, insieme alla forte presenza, tra questi dannati della terra, di indiani che non parlavano o
parlavano male lo spagnolo, si sommavano allo spezzettamento di questa classe rurale estremamente povera ed oppressa. La grande
proprietà era spesso un mondo chiuso, in seno al quale si cercava di isolare ancora di più i lavoratori dal resto del paese
per impedirgli di scappare o di rivoltarsi.
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In America le grandi proprietà non sono le vestigia del feudalesimo. Non ci fu mai feudalesimo da questo lato dell'Atlantico.
Le forme sociali e di proprietà furono imposte dagli europei in funzione dello sviluppo dell'economia capitalista. Gran parte
di queste grandi tenute furono create per produrre il cibo necessario alle concentrazioni umane nelle regioni delle piantagioni
e nelle zone minerarie. Altre sono nate dal bisogno dei commercianti di approvigionare i mercati europei con i prodotti esotici,
quali lo zucchero e, più tardi, il caffé e il cacao. Questa economia antiquata che incatena ancora oggi milioni di contadini a
terre possedute da altri, è il prodotto di un capitalismo allora in crescita su scala mondiale.
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Verso la fine dell'Ottocento l'America latina è diventata un terreno d'investimento per i capitali sempre più abbondanti delle
borghesie opulente dell'Europa occidentale o degli Stati Uniti. Ma questi capitali, strumenti del dominio imperialista,
servivano innanzitutto a comprare delle miniere e delle aziende agricole, e molto poco a sviluppare l'industria. La borghesia
locale esisteva solo allo stato embrionale. Furono per esempio i capitali esteri a sviluppare le ferrovie,... ma solo nella
misura in cui era necessario per collegare le fonti di materie prime ai porti che ne permettevano l'esportazione per via
marittima verso l'Inghilterra, la Germania, la Francia o gli Stati Uniti.
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Nel Messico, una rivoluzione contadina per "la terra e la libertà"
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Fu nel Messico che per la prima volta queste strutture economiche e sociali furono profondamente stravolte da una rivoluzione
contadina di grande ampiezza. Nel 1910, per cacciare il vecchio dittatore Diaz al potere da 35 anni, un giovane politico di nome
Madero aveva lanciato un proclama chiamando all'insurrezione. Madero faceva parte di una ricchissima famiglia del nord del
paese. Rappresentava i possidenti, i borghesi e i proprietari terrieri riuniti, che erano stanchi della troppo lunga dittatura
di Diaz e del suo clan. Avrebbe potuto essere nient'altro che uno di quei numerosi colpi di mano, così frequenti in America
Latina, con i quali i possidenti sostituiscono un vecchio dittatore con un altro più nuovo, cambiando il meno possibile le
strutture sociali.
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Ma i contadini messicani posero in Madero una speranza che andava ben oltre ciò che egli era pronto davvero a fare. Presero sul
serio le sue promesse di restituire le terre ingiustamente sottratte ai contadini.
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Nel nord del paese, un ex vaccaio, Pancho Villa, prese le armi e alla testa di bande contadine mise in rotta l'esercito alla
fine del 1910. Al sud, nello stato di Morelos, dove il quarto delle terre era accaparato da una quarantina di tenute che
producevano zucchero, Emiliano Zapata, un contadino che possedeva un po' di terre, ma non abbastanza per poterne vivere, si mise
alla testa dei contadini insorti. Due mesi dopo l'inizio dei combattimenti, 4000 uomini avevano raggiunto l'esercito di Zapata e
le truppe di Diaz scappavano davanti ai contadini in armi. La divisione delle terre delle tenute cominciò allora immediatamente
nel Morelos.
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Non potendo contenere la marea montante della rivoluzione, Diaz fuggì nel maggio 1911. Madero volle immediatamente disarmare i
contadini del Morelos provando a convincere Zapata che la rivoluzione era finita. Allo stesso tempo l'esercito si riorganizzò e
lanciò un'offensiva contro l'esercito contadino del sud. Ma Zapata non voleva in nessun modo disarmare i contadini e rendere le
terre già distribuite. L'esercito fu di nuovo cacciato dal Morelos alla fine del 1911 e Zapata ruppe politicamente con Madero
pubblicando un programma politico di rivoluzione agraria, riassunto nello slogan "terra e libertà". Al contrario di tutte le
riforme agrarie organizzate dall'alto, prevedeva una divisione immediata delle terre delle tenute e, se ce ne fosse stato
bisogno, la loro difesa armi alla mano. All'inizio del 1912 i contadini di altri tre Stati del sud del Messico cominciarono ad
applicare a loro volta questo programma.
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Se una parte dei proprietari terrieri aveva incoraggiato Madero a rovesciare Diaz, non era per vedere sorgere una rivoluzione
contadina che avrebbe confiscato loro le terre. Da parte sua, la debole borghesia messicana aveva visto di buon occhio l'idea di
Madero di prendersela con le compagnie straniere che saccheggiavano il paese ed impedivano lo sviluppo dei loro affari. Ma ormai
i possidenti ritenevano Madero incapace di far rientrare i contadini nei ranghi. Nel febbraio 1913 il generale Huerta organizzò
un golpe militare e, con la complicità dell'ambasciatore degli Stati Uniti, assassinò Madero.
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Tuttavia l'arrivo al potere di questo generale non risolse il problema dei grandi proprietari messicani. Infatti dappertutto,
nel paese, i contadini erano portati a pensare che solo la loro propria determinazione avrebbe permesso di prendere possesso
della terra cui ambivano. E la rivoluzione, lungi dall'essere finita, riprese vigore.
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Pancho Villa, incarcerato, poi evaso, entrò di nuovo in campagna. Nel 1914 era alla testa della divisione del Nord che non era
solo una forza militare ma, nella sua marcia su Città del Messico, giocò un ruolo rivoluzionario. Nelle regioni liberate dalla
divisione di Villa, le tenute venivano sia divise tra i contadini, sia requisite per rifornire l'esercito, direttamente o grazie
al denaro proveniente dalla vendita della produzione agli Stati Uniti. Il proprietari, i grossi commercianti, i giudici, tutti
questi personaggi abituati ad opprimere i contadini, scappavano davanti all'avanzare di Villa. Sulla scia delle sue truppe,
Villa, che aveva imparato a scrivere solo un anno prima, in carcere, fondava delle scuole.
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Nell'agosto 1914 la pressione degli eserciti contadini fu tale che Huerta fuggí da Città del Messico, lasciando il posto a due
politici borghesi: il generale Obregon e Carranza, un proprietario fondiario che si presentava come il continuatore di Madero.
Carranza rappresentava tutti i privilegiati che volevano che la rivoluzione si fermasse, che la grande proprietà fosse
rispettata e i contadini tornassero al lavoro sottomessi come prima. Obregon, da parte sua, capiva che per fermare la
mobilitazione rivoluzionaria i ricchi avrebbero dovuto fare concessioni. Insisteva presso Carranza perché fosse riconosciuta la
giornata di otto ore, venisse fissato un salario minimo e instaurato il riposo domenicale. Questo gli attirava la simpatia dei
sindacati operai, che potevano svilupparsi liberamente. Ma niente era fatto per soddisfare la sete di terra dei contadini.
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Ma appunto, gli eserciti rivoluzionari che avevano permesso a Carranza e Obregon di governare a Città del Messico erano
costituiti da questi contadini arrabbiati, rappresentati da Zapata al sud, che aveva già avviato la divisione delle terre nei
territori che controllava, e da Pancho Villa al nord. Entravano in ribellione contro il potere. I dirigenti della borghesia
neanche cercarono di opporsi alla marea montante della rivoluzione contadina. Semplicemente non avevano le forze sufficienti per
opporvisi. Carranza e Obregon scapparono a loro volta da Città del Messico per rifugiarsi ad est del paese, sotto protezione
delle truppe degli Stati Uniti che avevano invaso la zona petrolifera per proteggere direttamente gli investimenti
nordamericani. Decisamente, nessun governo messicano riusciva ad arginare la rivoluzione.
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Gli eserciti contadini prendono Città del Messico... e se ne vanno
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Così Pancho Villa e le sue truppe entrarono a Città del Messico alla fine del novembre 1914, raggiunti pochi giorni dopo da
Zapata e dal suo esercito. Quattro anni di combattimenti accaniti erano stati necessari perché gli elementi più radicali della
rivoluzione messicana s'impadronissero della capitale del paese. Quattro anni durante i quali le parole "terra e libertà"
venivano gridate dai contadini poveri, in maggior parte indiani. Ma se i contadini in armi si erano impadroniti di Città del
Messico, non avevano preso il potere e i loro dirigenti neanche. Volevano solo tornare alle terre che finalmente erano loro, che
avevano strappato ai proprietari fondiari con la lotta e che volevano coltivare senza subire l'oppressione dei ricchi. Non
avevano un altro programma politico.
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Zapata e Villa visitarono il palazzo presidenziale. Si sedettero, ognuno, a sua volta, nella poltrona presidenziale "per vedere
che effetto faceva". E nel gennaio 1915 lasciavano Città del Messico, Zapata e le sue truppe verso sud, Villa e le sue verso
nord, mostrando in questo modo i limiti di una rivoluzione contadina, seppur estremamente radicale.
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Da parte loro, la debole classe operaia e i suoi dirigenti non hanno offerto nessun'altra prospettiva ai contadini armati che
campeggiavano nella più grande città del paese. E una parte dei sindacati operai, diretti da anarchici assai curiosi, stava
per giocare un ben triste ruolo.
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Tornati a Città del Messico, Carranza e Obregon cercavano sostegni popolari per farla finita con la rivoluzione contadina.
Obregon fece concessioni ai dirigenti sindacali, limitando la durata della giornata di lavoro, instaurando un salario minimo e
innanzitutto dando loro aiuti sociali da gestire, il che dava loro un'influenza importante sui poveri delle città. In cambio,
la maggior parte dei dirigenti sindacali si schierò dietro Obregon e, nonostante l'opposizione di parecchi sindacati,
irregimentarono migliaia di membri delle organizzazioni operaie nell'esercito borghese in seno a cosidetti "battaglioni rossi".
Così, assicuratosi una base popolare, Obregon riprese l'offensiva contro la Divisione del Nord di Villa, che fu battuta a più
riprese. La rivoluzione rifluí in tutto il Nord del paese a mano a mano che l'esercito di Villa sbandava. Pancho Villa fu
ridotto a condurre la guerriglia nelle montagne.
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Ma dopo questi successi, Carranza e Obregon ritennero che non avevano più bisogno di pagare il sostegno dei sindacati. I
battaglioni, abusivamente chiamati "rossi", furono sciolti nel febbraio del 1916. In parecchie città i dirigenti operai più
attivi furono arrestati dalle forze armate. Una crescente agitazione toccò la classe operaia. E nel luglio 1916 Obregon
reprimeva un tentativo di sciopero generale, ponendo fine per tutto un periodo alla contestazione operaia.
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La rivoluzione indietreggiava in tutto il Messico. Ma la resistenza dei contadini era molto più dura nel Morelos, lo Stato dove
Zapata aveva messo in pratica la proprietà contadina sin dal 1912, che viveva in quasi autonomia. Ci vollero ancora tre anni, a
partire dal 1916, alle truppe del governo, per farla finita con Zapata e i suoi compagni. La guerra civile era stata
particolarmente devastante nel Morelos. Nelle città e nei villaggi che cadevano nelle mani dei soldati di Carranza la
repressione era feroce. Saccheggio, furti, assassinii, stupri, deportazione della popolazione, tutto l'arsenale della
controrivoluzione era utilizzato contro i contadini, il cui unico crimine era stato di volere una terra da coltivare per conto
proprio.
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Quando Zapata scriveva a Lenin
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L'assassinio di Zapata, in un agguato, nell'aprile 1919, segnò la fine della rivoluzione messicana. Pancho Villa depose le
armi, il che non impedì che venisse assassinato a sua volta nel 1923. E gli anni successivi videro il ritorno dei proprietari
terrieri che riprendevano le terre migliori ai contadini. L'economia messicana era di nuovo preda delle imprese nordamericane
che erano interessate alle materie prime e, innanzitutto, al petrolio.
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Ma questa rivoluzione contadina, che finí nel momento stesso in cui l'Europa veniva scossa dalla crisi rivoluzionaria che
seguì la prima guerra mondiale, avrebbe potuto integrarsi in uno sconvolgimento di tutto l'ordine capitalistico mondiale.
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Due mesi prima di essere assassinato, Zapata scriveva a Lenin, il quale non è neanche sicuro abbia mai ricevuto questa lettera:
"guadagneremmo molto, e l'umanità e la giustizia guadagnerebbero molto, se tutti i popoli d'America e tutte le nazioni della
vecchia Europa capissero che la causa del Messico rivoluzionario e la causa della Russia sono e rappresentano la causa
dell'umanità, l'interesse supremo di tutti i popoli oppressi. (...) Qua come laggiù ci sono grandi signori, inumani, ambiziosi
e crudeli che di padre in figlio hanno sfruttato fino alla tortura grandi masse contadine. E qua come laggiù, gli uomini
asserviti, gli uomini la cui coscienza è stata addormentata, cominciano a risvegliarsi, a scuotersi, ad agitarsi, a vendicarsi.
(...) Per questo davvero non c'è da meravigliarsi se il proletariato mondiale applaude ed ammira la rivoluzione russa, nello
stesso modo che darà la sua adesione, la sua simpatia e il suo appoggio a questa rivoluzione messicana, quando si renderà
veramente conto di cosa siano i suoi obiettivi".
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Ovviamente lo schieramento della socialdemocrazia dalla parte dell'ordine capitalista, poi la degenerazione staliniana, hanno
fatto sì che, fino a questa parte, in tutti i movimenti sociali che hanno scosso in seguito l'America Latina, la prospettiva
della rivoluzione proletaria non venisse più difesa presso le masse in lotta. Essa, come stiamo per verificare, è mancata in
modo terribile. Ma rimane l'unica prospettiva valida per il futuro.
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Il Messico di Cardenas
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Il Messico, dopo Zapata e Villa, rimase però fortemente segnato dalla rivoluzione che l'aveva così profondamente scosso. E
questo fu particolarmente visibile durante la grande crisi economica degli anni 30. L'agitazione popolare ricominciò. Il
generale Lazaro Cardenas, che fu alla testa del paese dal 1934 al 1940, scelse allora di dare soddisfazione fino ad un certo
punto ai contadini e agli operai. Si appoggiò sulla costituzione del 1917 per condurre una politica ispirata a quella di
Obregon. Il suo obiettivo era di appoggiarsi sulle masse povere nell'ambito di una politica di indipendenza nazionale di fronte
agli Stati Uniti è ai loro trusts che dissanguavano il paese.
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Cardenas avviò una riforma agraria. Le terre erano per lo più prese alla Chiesa, che veniva domata, piuttosto che ai
proprietari individuali e alle compagnie che sfruttavano le tenute agricole per l'esportazione. Inoltre le terre attribuite ai
villaggi erano per lo più terre non irrigate. Nonostante tutti questi limiti ci furono più terre distribuite ai contadini
sotto la presidenza di Cardenas che sotto quella di tutti i suoi predecessori dal 1917.
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Cardenas cercava anche l'appoggio dei sindacati operai e diede ai dirigenti che lo sostenevano il monopolio sindacale. Un
sindacalista divenne ministro. I sindacati diventarono, insieme alle organizzazioni contadine, un fondamento del regime, a
condizione di accettare il controllo del partito di Cardenas, il partito della rivoluzione messicana. Fu col loro appoggio che
Cardenas nazionalizzò l'industria petrolifera nel 1938.
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Ovviamente le borghesie americana e inglese protestarono e parlarono di furto, mentre per anni avevano rubato al popolo
messicano tutte le sue risorse naturali. Il Messico allora subì un boicottaggio petrolifero, ma Cardenas l'aggirò con la
vendita di petrolio messicano alla Germania e all'Italia. Invece di sottomettersi alla volontà di Washington e di Londra,
nazionalizzò anche le ferrovie. Grazie al sostegno popolare di cui godeva, il regime di Cardenas poté tenere testa
all'imperialismo.
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La crisi tra il Messico e gli Stati Uniti fu superata con l'approssimarsi della seconda guerra mondiale. Cardenas indennizzò le
compagnie petrolifere straniere. Il suo successore sostenne Washington dichiarando la guerra alla Germania. In cambio, il
Messico poté sviluppare fino ad un certo punto le sue industrie a complemento dell'economia di guerra degli Stati Uniti.
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Oggigiorno l'industria messicana è ancora fondamentalmente in una posizione di economia d'appalto al servizio delle grandi
imprese americane. Si sono sviluppate, nel corso degli anni ottanta e novanta, le maquiladoras, queste fabbriche che assemblano
i pezzi perché l'industria degli Stati Uniti possa approfittare delle zone franche e della manodopera messicana a buon mercato.
Tuttavia il vantaggio della prossimità geografica con gli Stati Uniti non è una garanzia per l'economia messicana e le
maquiladoras ormai sono in declino, perché i capitali americani le mettono in concorrenza con le fabbriche cinesi dove, pare,
si può sfruttare una manodopera ancora tre volte meno cara.
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L'Argentina alla fine della seconda guerra mondiale
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Adesso vogliamo fare un salto nello spazio verso il sud del continente ed interessarci a ciò che succedeva in Argentina durante
questo stesso periodo della seconda guerra mondiale.
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Come il resto dell'America Latina, l'Argentina era, in quest'epoca, la sede delle rivalità continentali tra la Gran Bretagna,
potenza imperialista in declino, e gli Stati Uniti, la cui egemonia si stava rafforzando. Così il gruppo dei militari di cui
faceva parte il colonnello Peròn, che prese il potere con un golpe nel 1943, voleva approfittare della guerra che occupava
queste due potenze per liberare il paese dall'influenza dell'una e dell'altra. L'Argentina, pur sotto pressione, accettò solo
negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale di dichiarare guerra alla Germania.
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La situazione economica generale favoriva l'economia argentina, duramente colpita, nel periodo precedente, dalla crisi degli
anni trenta. I prodotti agricoli trovavano di nuovo un ampio sbocco nel nutrimento delle popolazioni e delle truppe dei paesi in
guerra e l'industria poteva svilupparsi in mancanza delle merci provenienti dagli Stati Uniti o dall'Inghilterra. Per la prima
volta nella storia del paese, il valore della produzione industriale superò quello della produzione agricola.
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Il proletariato si sviluppava, il numero degli operai raddoppiò nel corso degli anni quaranta e lanciavano rivendicazioni. Ma i
sindacati, influenzati dal Partito Comunista e dal Partito Socialista, cercavano di ostacolare le lotte operaie e si opponevano
agli scioperi per non rallentare il contributo dell'Argentina allo sforzo di guerra alleato. Volevano l'entrata in guerra dietro
gli Stati Uniti e la Gran Bretagna ed erano particolarmente ostili ad ogni rivendicazione dei lavoratori nelle compagnie a
capitali americani e britannici, cioè le più grandi imprese. La loro popolarità diminuiva e Peròn, segretario di Stato al
lavoro, vedeva in questo la possibilità di mettere direttamente dietro di sé la classe operaia. Voleva creare dei sindacati
corporativisti, che associassero cioè operai e padroni di uno stesso ramo di economia, sotto la direzione dello Stato.
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Cercando il sostegno della classe operaia, Peròn diede soddisfazione ad alcune rivendicazioni del movimento operaio. Il regime
delle pensioni fu esteso a due milioni di lavoratori, e furono concesse le ferie pagate. Gli affitti furono bloccati. Gli operai
agricoli ottennero un salario minimo e condizioni di lavoro regolate da uno statuto. Peròn curava la sua popolarità personale
organizzando iniziative di beneficenza a favore dei poveri, aiutato dalla moglie Eva, più conosciuta sotto il diminutivo di
Evita, di modeste origini.
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Peròn inventò un nome per designare la sua politica, che pretendeva ricercare la giustizia sociale, il "giustizialismo". Ma
questo giustizialismo non aveva niente a che vedere col socialismo, come proclamava Peròn stesso il 1 maggio 1944: "Vogliamo
sopprimere la lotta delle classi sostituendola con un giusto accordo tra operai e padroni, sotto tutela della giustizia che
emana dallo Stato". Davanti ai padroni, spiegava che "bisogna sapere dare il 30% in tempo, per non perdere tutto subito"; e
davanti agli ufficiali dell'esercito: "se non facciamo la rivoluzione pacifica, il popolo farà la rivoluzione violenta". Peròn
assegnava chiaramente alla sua politica l'obiettivo di irregimentare il movimento operaio sottomettendolo allo Stato, al fine di
riuscire, poggiando su una base popolare, a conquistare un'indipendenza rispetto alle potenze imperialiste.
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Ma l'influenza dell'ambasciatore degli Stati Uniti a Buenos Aires si faceva sentire. Gli Stati Uniti spingevano i generali al
potere a sbarazzarsi di Peròn e a ricercare buone relazioni con essi.
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Il sostegno popolare impone Peròn
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Il 10 ottobre del 1945, Peròn fu costretto a dare le dimissioni dal governo e fu incarcerato in una fortezza. Il 15 ottobre, il
sindacato degli operai dello zucchero della provincia di Tucuman cominciava uno sciopero di sostegno a Peròn. I lavoratori
temevano in effetti di perdere il beneficio delle misure sociali recenti. Eva Peròn, annunciatrice alla radio, chiamò alla
mobilitazione e i sindacati legati a Peròn lanciarono la parola d'ordine dello sciopero per il 18 ottobre. Ma nell'agglomerato
di Buenos-Aires, già dal 17 ottobre, dai 200 ai 300 mila lavoratori confluirono verso il palazzo presidenziale. Nel caldo del
pomeriggio molti di loro si tolsero la camicia, il che valse loro il soprannome di descamisados, i senza camicia, che la
propaganda peronista utilizzò in seguito per illustrare il sostegno dei poveri a Peròn. Davanti all'irrompere dei quartieri
operai il governo fu colto dal panico e sin dalla serata del 17 ottobre si affrettò a riportare Peròn a Buenos Aires per
calmare la folla. Peròn si trovava in una posizione di forza in seno all'esercito.
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Non si trattò più allora di accontentarsi di un ruolo di secondo piano. Peròn impose un'elezione presidenziale rapida e
condusse la sua campagna poggiando sulla parte del movimento operaio che lo sosteneva e creando comitati di base nei quartieri.
Alla fine del 1945 Peròn concedeva ai salariati una tredicesima obbligatoria. Le imprese rifiutarono di pagare ed organizzarono
una specie di "sciopero padronale". Il governo, da parte sua, appoggiò uno sciopero operaio per costringerli a pagare.
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Le elezioni del febbraio 1946 furono organizzate sotto il controllo dell'esercito e... dell'ambasciatore degli Stati Uniti che
faceva campagna contro Peròn. Per questo forse, furono le elezioni più regolari che il paese abbia mai conosciuto. Peròn ebbe
la meglio e diventò il capo dello Stato libero di fare la sua politica. Richiamò subito all'ordine il movimento operaio,
nonostante fosse stato il suo principale sostegno. Ovviamente i sindacalisti che si allineavano a lui erano i benvenuti nel
nuovo partito peronista che cercava di inquadrare i lavoratori, ma quelli che volevano conservare la loro indipendenza venivano
trattati da nemici. I militanti furono gettati in carcere su denuncia di burocrati sindacali peronisti. I partiti politici
furono vietati, ad eccezione del partito peronista. Le leggi sociali furono confermate ma il diritto di sciopero fu soppresso
nella nuova costituzione.
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Peròn lanciò una politica d'industrializzazione del paese. Per questo, si sforzò di concentrare nelle mani dello Stato
argentino il controllo dell'economia. Nazionalizzò le ferrovie che erano possedute da capitali britannici. Instaurò un
monopolio del commercio estero in modo che lo Stato potesse disporre delle valute estere frutto della vendita dei prodotti
agricoli argentini sul mercato mondiale. Riorientò questi capitali verso la creazione di un'industria siderurgica, poi
automobilistica. Ma abbastanza rapidamente l'economia argentina si ritrovò davanti alla realtà di un mondo dominato, dopo la
seconda guerra mondiale, dagli Stati Uniti. E per vendere o per comprare bisognava accettare le condizioni dei trusts americani.
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Il regime di Peròn incontrò delle difficoltà. L'aumento del tenore di vita dei lavoratori in seguito alle leggi sociali era
rimesso in discussione dall'inflazione, nonostante i salari fossero cresciuti dell'80% dal 1943 al 1949. Il periodo propizio
durante il quale l'economia argentina aveva rifornito le potenze in guerra e poi, dopo la guerra, l'Europa devastata ed
affamata, finì verso il 1950. Davanti alla minaccia di bancarotta, l'Argentina incitò gli Stati Uniti a sfruttare il petrolio
della Patagonia e chiese un prestito finanziario, segnando così la sua sottomissione all'imperialismo. In tale contesto la
borghesia argentina non aveva nessuna voglia di concedere nuove briciole alla classe operaia, il che però sarebbe stato
necessario a Peròn per conservare la sua popolarità.
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Certo, fu rieletto presidente, ma non finí il suo secondo mandato. Nel giugno 1955 l'aeronautica militare bombardò la
presidenza e la folla raggruppatavi di fronte, facendo 200 morti, ma non riuscì a prendere il potere. E fu l'esercito, proprio
il corpo del colonnello Peròn, a rovesciarlo qualche mese dopo. Partì in esilio e lasciò il posto ad un'altra fazione
dell'esercito per fare una politica più classica in cui gli interessi dei proprietari terrieri argentini e dei trusts americani
avevano la precedenza. Peròn tornò al potere nel 1973, e ne riparleremo. Ma questo avvenne per utilizzare l'influenza che
aveva ancora sui lavoratori per ingannarli ed aprire la strada alla peggiore dittatura che l'Argentina avesse conosciuto.
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Infatti gli uomini politici che, come Peròn, possono in certi momenti appoggiarsi su una base popolare, sono assolutamente
capaci, quando gli interessi dei possidenti lo esigono, di condurre una politica diametralmente opposta.
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Torneremo quindi in Argentina. Ma prima, dobbiamo fare un salto a nord ed interessarci alla Bolivia, che sin dall'inizio degli
anni ‘40 aveva conosciuto un'evoluzione politica simile a quella dell'Argentina.
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Il "Movimento Nazionalista Rivoluzionario" in Bolivia
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La Bolivia era, ed è ancora, il paese più povero dell'America del sud. A metà del ventesimo secolo il 70% dei 3 milioni di
boliviani stentavano a vivere con l'agricoltura, e una proporzione analoga era analfabeta. Le campagne erano molto arretrate e
per gli indiani, che costituivano la maggioranza della popolazione, esisteva ancora la corvé. Il paese possedeva ricche miniere
di stagno, ma erano sotto il controllo degli Stati Uniti che avevano costruito una fonderia nel Texas per trattare lo stagno
boliviano. Sostituendo le imprese britanniche, le compagnie americane trasportavano e trasformavano lo stagno. Ne controllavano
il mercato e i prezzi. La Bolivia non traeva da questa ricchezza nessun beneficio per il proprio sviluppo economico.
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Le miniere di stagno erano situate in regioni ad alta quota, praticamente prive di agricoltura, il che metteva i minatori e le
loro famiglie nella dipendenza dei negozi delle compagnie minerarie, che imponevano prezzi alti per i prodotti di base. I
minatori, che erano circa 50 000, costituivano una forza sociale importante, soprattutto rispetto alla debolezza della borghesia
boliviana, in un paese in cui tutta l'economia moderna era nelle mani dei consorzi stranieri.
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Il Movimento Nazionalista Rivoluzionario, l'MNR, un partito che partecipava al governo boliviano negli anni quaranta, cercò di
utilizzare la potenza delle organizzazioni dei minatori e la loro combatività a suo vantaggio. L'MNR riuscì a far adottare una
legge che aboliva le corvé nelle campagne. Era un tentativo per modernizzare il paese. E benché la pratica della corvé non
fosse sparita completamente con questa legge, l'MNR acquistò popolarità tra la popolazione povera. Provando a conquistare
un'autonomia rispetto agli Stati Uniti, il governo boliviano resisteva alle pressioni per fargli dichiarare la guerra alla
Germania. Al contrario, i dirigenti staliniani del Partito Comunista militavano per l'alleanza con gli Stati Uniti. Con
l'opporsi all'MNR su questo terreno, i militanti staliniani persero gran parte della loro influenza sui minatori. Lasciarono il
campo libero a Lechin, il dirigente della federazione sindacale dei minatori che sosteneva l'MNR e che, invece, non era avaro di
discorsi rivoluzionari contro l'imperialismo americano.
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L'intervento della classe operaia
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Il governo a cui partecipava l'MNR fu rovesciato dall'esercito nel 1946. I suoi capi scapparono in esilio, ma l'influenza
dell'MNR rimaneva, anche nell'esercito e alcuni ufficiali vi aderirono clandestinamente. Nell'aprile 1952 il capo della polizia
della capitale La Paz passò all'MNR, e questo scatenò subito degli scontri tra l'esercito e la polizia. Ciò che poteva essere
un tentativo di colpo di stato quasi banale in un paese che ne aveva conosciuto tanti, cambiò di natura quando i minatori si
armarono e affluirono verso la capitale per partecipare ai combattimenti. L'insurrezione, che fece 500 morti, fu vittoriosa. Le
forze dell'esercito svanirono e il capo dell'MNR, Paz Estensorro, prese il potere. La folla l'acclamò, ma rivendicò anche la
nazionalizzazione delle miniere e la riforma agraria. Lechin fu nominato ministro delle miniere. Ma il Movimento Nazionalista
Rivoluzionario, che si appoggiava alle classi popolari, non voleva fare niente contro gli interessi dei possidenti boliviani.
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Lechin creò la Centrale Operaia Boliviana, la COB, e diresse di fatto l'insieme del movimento operaio. La COB, di cui la spina
dorsale era la federazione dei minatori, ebbe cinque ministri nel governo dell'MNR, garantendogli il suo sostegno in tutte le
circostanze. Lechin chiese la nazionalizzazione delle miniere e delle ferrovie, ma non volle imporla con la mobilitazione della
classe operaia.
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Il governo MNR esitò molto a nazionalizzare le miniere. Alla fine lo fece, ma con indennizzo dei proprietari. Questo costò
alle finanze dello Stato l'equivalente dei due terzi delle sue riserve in dollari. L'MNR affidò alla burocrazia sindacale della
COB posti di amministratori nella nuova società nazionale delle miniere come ricompensa per il suo sostegno al governo. Ma
purtroppo la nazionalizzazione non cambiò niente alla situazione della Bolivia, che dipendeva dagli Stati Uniti per la
commercializzazione dello stagno.
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L'MNR era ancora più reticente per quanto riguarda la riforma agraria. Nelle campagne, i contadini senza terra avevano invaso
delle haciendas senza attendere il permesso del governo, costringendo i proprietari a scappare nelle città. I governo finí
coll'ufficializzare questa situazione, e un quarto delle terre coltivate passò nelle mani dei contadini. L'MNR diede anche il
diritto di voto alle donne e agli analfabeti, cioè a un buon numero di contadini. Ma sin dal 1954 il paese dovette confrontarsi
con una grave crisi economica. I possidenti, che non avevano visto di buon occhio la politica consistente nell'appoggiarsi ai
minatori, adesso si volgevano contro l'MNR. L'inflazione e il mercato nero si sviluppavano, le tasse non rientravano più, le
casse dello Stato erano vuote.
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Il discorso nazionalista dell'MNR non gli impedì di fare appello agli Stati Uniti. Questi inviarono denaro e consiglieri per
aiutarlo a ricostituire l'esercito boliviano. Vedevano negli appelli all'aiuto finanziario un eccellente modo di riprendere il
controllo del paese. Imposero condizioni drastiche alla Bolivia, fra l'altro la riduzione delle spese dello Stato, il ritorno
delle compagnie americane e la fine delle sovvenzioni alimentari. Quest'ultimo punto toccò particolarmente i minatori, che
dipendevano dai negozi delle miniere, ormai nazionalizzate. I prezzi aumentarono brutalmente nel 1956. Lechin,
contemporaneamente ministro e dirigente della Centrale Operaia Boliviana, fece di tutto per impedire ai minatori di lanciarsi in
uno sciopero per la difesa delle loro conquiste.
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Da parte sua l'MNR accusava i minatori di voler difendere i privilegi corporativisti e di non voler fare sacrifici in un momento
in cui il paese era in crisi. Questa propaganda contribuì ad isolare i minatori dai contadini e dagli altri ceti popolari
urbani. In questa crisi Lechin e la COB persero gran parte della loro influenza. Lechin non riuscí ad impedire ai minatori di
scioperare, ma i loro scioperi furono disorganizzati dalla loro stessa centrale sindacale. Il governo, da parte sua,
imprigionava i dirigenti sindacali combattivi.
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Dopo le elezioni del 1960, che videro la vittoria dell'MNR e di Paz Estensorro, fu quest'ultimo a rompere con la COB e con
Lechin. I minatori dovettero confrontarsi con l'esercito senza che la politica della COB li avesse aiutati a farvi fronte, il
che portò alla demoralizzazione dei militanti. Nelle campagne, i proprietari assumevano delle milizie per rimettere in
discussione la riforma agraria con la forza. L'esercito, ricostituito dall'MNR, completò il processo controrivoluzionario nel
1964 col rovesciamento di Paz Estensorro e l'instaurazione di una dittatura militare. Dodici anni di potere di quelli che si
definivano "nazionalisti rivoluzionari" avevano lasciato la Bolivia ugualmente dipendente dai trusts americani.
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Bisognerà aspettare il 2006 per vedere un capo di stato boliviano tentare di nuovo di prendere le distanze dall'imperialismo.
Ci torneremo.
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Il Brasile di Getulio Vargas
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Anche il Brasile, il più vasto e più popolato dei paesi latino-americani, è stato teatro, durante questo stesso periodo,
intorno alla seconda guerra mondiale, di un tentativo di allentare la morsa degli imperialismi americano e britannico sul paese.
Ciò avvenne sotto la direzione di Getulio Vargas, un ex ufficiale arrivato al potere nel 1930 in seguito ad un colpo di Stato.
Per 15 anni impose la sua dittatura contemporaneamente ad una politica di riavvicinamento con la Germania. Tuttavia, poiché né
i capitali stranieri né i capitali brasiliani erano investiti nello sviluppo industriale del paese, lo Stato brasiliano
investí direttamente nella siderurgia e nell'elettricità idraulica.
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La dittatura di Vargas si esaurí completamente verso la fine della guerra. Venne rovesciato da un colpo di stato militare nel
1945, ma ritrovò il potere nel 1951, questa volta grazie alle elezioni. Rilanciò allora l'intervento dello Stato
nell'economia, tra l'altro con la creazione di una compagnia petrolifera nazionale. Nel suo confronto con gli Stati Uniti,
Vargas cercò allora il sostegno del movimento operaio. Ma temeva di essere scavalcato dalle lotte operaie. Nel 1953 uno
sciopero di 300 000 operai scoppiò a Sao Paulo, illustrando lo sviluppo dell'industria e della classe operaia in questa città.
Fu seguito da un altro sciopero che trascinò in tutto il paese 100 000 portuali. Vargas raddoppiò il salario minimo, ma non
riuscí ad ostacolare l'ascesa popolare. Questo non piaceva alla borghesia brasiliana, e l'esercito si agitava dietro le quinte.
Di fronte ad una crisi imminente Vargas scelse di rinunciare, e si suicidò nel 1954.
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L'emozione popolare fu tale, all'annuncio della sua morte, che i militari, accusati di avere spinto Vargas al suicidio,
rinunciarono ad un colpo di Stato in preparazione. Il regime di Vargas continuò quindi senza lui. Le multinazionali erano
invitate ad investire nel paese, cosa che fecero le ditte automobilistiche europee. Le lotte operaie si sviluppavano di nuovo,
all'inizio degli anni sessanta, mentre nelle campagne i contadini senza terra si mobilitavano. Davanti a questa situazione,
l'allora presidente brasiliano Gulart lanciò nel 1964 una riforma agraria e nazionalizzò le raffinerie di petrolio. Quindici
giorni dopo, scoppiava un colpo di Stato militare appoggiato dagli Stati Uniti. Gulart non voleva assolutamente appoggiarsi ai
lavoratori per opporsi ai generali. Non resistette. L'esercito instaurò una dittatura militare che doveva durare venti anni e
fare del Brasile il più sicuro appoggio degli Stati uniti in America Latina.
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L'esempio di Vargas come quello di Gulart è significativo di questi politici della borghesia che per qualche tempo possono
cercare il sostegno delle masse. Ma nell'ora decisiva dell'intervento dell'esercito, si ritirano o... si suicidano, e comunque
lasciano le masse disarmate di fronte alla repressione.
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L'anno 1954, che fu quello del suicidio di Vargas, fu anche segnato dall'intervento militare diretto degli Stati Uniti nel
Guatemala. Figuriamoci, il presidente del Guatemala Arbenz aveva osato far votare una riforma agraria che riguardava le terre
dei grandi latifondi incolti, e solo questi. Ma per il trust americano United Fruit Company, questo era inaccettabile. Dei
mercenari allenati dagli Stati Uniti e appoggiati da aerei americani cacciarono Arbenz che diede le dimissioni ed andò in
esilio in Messico.
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Lo sviluppo dei movimenti di guerriglia
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Negli anni sessanta, un'altro tipo di contestazione del dominio degli Stati Uniti sull'economia latino americana stava per
nascere. Non entreremo qui nello specifico dei Caraibi in generale e della rivoluzione cubana in particolare, alla quale un
Circolo Lev Trotski è già stato dedicato. Tuttavia la guerriglia cubana, vittoriosa nel 1959 perché aveva incontrato un
sollevamento contadino, e il confronto con gli Stati Uniti dal quale Castro era uscito senza sottomettersi, ebbero un riscontro
considerevole in tutta l'America Latina. Negli anni sessanta il castrismo ha beneficiato di un'immensa popolarità. Castro è
diventato il maestro di una generazione di militanti che si sono lanciati nelle attività di guerriglia.
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Questi militanti erano di diversa provenienza: partiti comunisti, sindacati operai o studenteschi, movimenti cattolici di
sinistra... La diversità delle opinioni non era un problema, perché molte volte il radicalismo della loro azione armata faceva
da programma politico. I guerriglieri uruguaiani dei Tupamaros scrivevano chiaramente che "le parole ci dividono, l'azione ci
unisce". La miseria delle città e delle campagne, l'oppressione brutale delle dittature, facevano da reclutatori, innanzitutto
nella gioventù. Ma la maggior parte delle guerriglie avevano raggruppato solo delle piccole minoranze. Qualche decina di uomini
partivano per la sierra e cercavano di disturbare l'esercito. Era la teoria dei focos, i focolai rivoluzionari che si
accendevano nelle zone remote. Al momento stesso in cui la popolazione d'America latina diventava a maggioranza urbana, i
militanti della guerriglia se ne allontanavano.
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Il miglior esempio del vicolo cieco in cui portava questa politica fu senz'altro il tentativo di Che Guevara, nel 1967, di
sviluppare una guerriglia nella giungla boliviana con la speranza di contestare la dittatura militare con i metodi che erano
riusciti a Cuba dieci anni prima... perché lí avevano incontrato un sollevamento contadino. Alla testa di una truppa di
qualche decina di militanti, Guevara lanciò un appello ai minatori boliviani, che avevano un'impressionante tradizione di
lotte. Si rivolgeva a loro in termini che riflettono bene la mentalità di questi militanti: "compagno minatore, non ascolta
più i falsi apostoli della lotta di massa che la interpretano come una marcia del popolo, compatta e di fronte, contro le armi
della repressione. (...) La lotta di massa nei paesi sottosviluppati (...) va condotta da una piccola avanguardia mobile". La
proclamazione finiva con: "compagno minatore, le guerriglie (...) t'aspettano a braccia aperte". Nello stesso momento i minatori
si scontravano violentemente con l'esercito boliviano ogni volta che scioperavano, ma questo non era il problema di Guevara. E
fu solo dopo la sua morte e quella dei suoi uomini, nell'ottobre 1967, in montagna, che molti minatori boliviani seppero della
loro presenza in Bolivia.
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La maggior parte dei gruppi guerriglieri sono periti, isolati dai contadini e dagli operai, in uno scontro impari con forze di
repressione più numerose, meglio armate e più centralizzate. In tutta l'America Latina migliaia di giovani, che si erano
rivoltati alla miseria e all'oppressione, sono caduti vittime della repressione, ma anche di una politica che li portava in un
vicolo cieco.
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In alcuni paesi la guerriglia si è radicata in modo durevole, senza riuscire a rovesciare le dittature. Il controllo di zone
intere per decenni ha portato a termine la trasformazione delle organizzazioni dei guerriglieri in mini-apparati di Stato che
impogono la loro presenza e la loro volontà ai contadini, nell'ambito di relazioni che sono tutto fuorché democratiche. Nel
Perù e in Colombia, tra l'altro, oggigiorno i guerriglieri continuano a finanziarsi col narcotraffico e non esitano ad
assassinare i militanti sindacali che non gli piacciono.
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Nicaragua : dall'insurrezione sandinista alla nuova presidenza di Ortega
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L'unico paese dove un movimento di guerriglia sia riuscito a rovesciare una dittatura, ispirandosi all'esempio cubano, è il
Nicaragua. In questo piccolo paese dell'America centrale i sandinisti hanno combattuto la dittatura infame di Somoza per una
quindicina d'anni. La vittoria venne nel 1979 dalla combinazione di azioni di guerriglia che poggiavano su una mobilitazione
popolare e di un'alleanza con le forze borghesi opposte al clan di Somoza. Al termine di una guerra civile che fece 50 000
morti, un governo in cui si ritrovavano dirigenti sandinisti e rappresentanti delle forze borghesi classiche s'installò al
potere. Il governo nicaraguense includeva allora, accanto a ministri sandinisti come Daniel Ortega, la dirigente
dell'opposizione borghese a Somoza, un ex dirigente del padronato, un ex presidente della Camera di Commercio, quattro preti, un
ex colonnello che diventò ministro degli interni, e un proprietario terriero appartenente alla democrazia cristiana come
ministro dell'agricoltura.
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I metodi dei sandinisti per arrivare al potere erano stati radicali, avevano condotto una lotta armata decisa per rovesciare
Somoza. Ma il fondo della loro politica era lo stesso di tutti i regimi che avevano sognato di emancipare il loro paese
dall'egemonia degli Stati Uniti che li avevano preceduti in America Latina. I sandinisti governarono con le stesse
contraddizioni, consistenti nel volere modernizzare il paese e sviluppare l'economia nazionale senza voler rimettere in
discussione il potere della borghesia. Ortega ha chiesto molta pazienza agli operai e ai contadini, contando sui loro sforzi per
appoggiare la ricostruzione del paese. Il governo limitò le nazionalizzazioni alle banche e ai beni della famiglia Somoza per
non ledere la borghesia niguaraguense. Fu solo dopo due anni che una riforma agraria abbastanza moderata venne avviata, mentre
il diritto di sciopero veniva sospeso. In queste condizioni il sostegno popolare al regime sandinista cominciò a sgretolarsi.
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La moderazione dei sandinisti non impedí però ai rappresentanti della borghesia di lasciare il governo. Tanto più che gli
Stati Uniti, con il loro denaro e i loro mezzi militari, avevano messo in piedi una contro-guerriglia, la "contra", inquadrata
dagli ex sbirri di Somoza. Ciò che poneva un problema agli Stati Uniti non era tanto la politica dei sandinisti, rispettosa
della proprietà privata, compreso quella delle imprese americane. Era il fatto che erano arrivati al potere rovesciando Somoza,
l'uomo che gli Stati Uniti avevano scelto per governare il Nicaragua. E questo poteva, involontariamente da parte dei
sandinisti, essere un esempio per gli altri popoli della regione, anche loro di fronte a dittature al servizio dell'imperialismo
americano.
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All'inizio degli anni ottanta, in effetti, il Nicaragua non era l'unico paese in cui erano cominciate delle lotte contro questo
tipo di dittatura. Ma i dirigenti delle guerriglie non vedevano al di là del loro orizzonte nazionalista. Non erano stati i
popoli a dividere l'America centrale in sette paesi i cui confini non tengono conto affatto delle popolazioni indiane e della
loro unità culturale. Ma nonostante nel vicino El Salvador una guerriglia avesse combattuto, al prezzo di 30 000 morti, una
dittatura sostenuta dagli Stati Uniti, mentre contemporaneamente il regime di Ortega nel vicino Nicaragua si scontrava con
l'assalto dei "contras" generati dalla CIA, queste due lotte sono rimaste separate. Ognuna era isolata dal nazionalismo dei
dirigenti della guerriglia.
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Nel corso degli anni ottanta, il Nicaragua ha pagato cara questa guerra impostagli dagli Stati Uniti. Nel 1990, i sandinisti,
abbandonati dai rappresentanti tradizionali della borghesia a cui si erano associati, hanno perso il potere, in seguito alle
elezioni, a vantaggio di questi ultimi. Il movimento sandinista si è poi trasformato in una forza politica classica, lasciando
dietro di sé le teorie che giustificavano la guerriglia. Il ritorno al potere di Daniel Ortega, che ultimamente ha vinto
l'elezione presidenziale in Nicaragua, non ha ormai che un rapporto lontano con ciò che rappresentavano i sandinisti nel 1979.
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Eppure, questo movimento aveva suscitato molte speranze, non soltanto presso gli intellettuali di sinistra europei, che vedevano
lí la rivoluzione socialista in marcia -il che non ha nessuna importanza !-, ma anche presso i contadini poveri del Nicaragua.
Aveva suscitato straordinari esempi di dedizione e di abnegazione nella gioventù nicaraguense. Ma tutto questo è sfociato nel
nulla.
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Questo spreco è anche il prezzo che paghiamo per il fatto che, da tre quarti di secolo, lo stalinismo ha soffocato la voce del
comunismo, dell'internazionalismo proletario, l'unica che avrebbe potuto offrire un'altra prospettiva a tutti quelli che si
erano rivoltati a questi regimi in cui l'imperialismo dettava legge.
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Il Cile, da Allende a Pinochet
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A partire dal 1970 in Cile, il socialista Salvador Allende nel tentativo di modernizzare il paese, aveva preso una strada ben
più classica rispetto a quella della guerriglia. Eletto presidente con l'appoggio della democrazia cristiana, Allende
nazionalizzò -si diceva "cilenizzare"- le miniere di rame che prima erano nelle mani dei trusts americani e rappresentavano
l'80% delle esportazioni cilene. Si trattava di attribuire allo Stato cileno una parte maggiore di risorse finanziarie
risultanti dalle attività minerarie.
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Ma il sostegno delle masse popolari alla politica di Allende non era un sostegno passivo. La classe operaia si mobilitò.
Avrebbe potuto costituire il migliore punto d'appoggio del regime contro tutti i tentativi che si preparavano per rovesciarlo.
Ma, come buon servitore dell'ordine borghese, Allende temeva questa mobilitazione operaia più di un golpe militare. Non solo
Allende non preparò per niente i lavoratori a resistere al colpo di stato militare che si preparava con l'aiuto della C.I.A.,
ma ha fatto di tutto per "cloroformizzarli", facendo sbattere in carcere i marinai che denunciavano i loro ufficiali
cospiratori.
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Eppure il pericolo era evidente. Già nel giugno 1973 un primo tentativo di golpe militare si svolse a Santiago, la capitale del
paese. Ma da tutti i quartieri popolari i lavoratori scesero verso il centro della città e, davanti a questa mobilitazione, i
militari tornarono alle loro caserme. L'unica decisione presa da Allende in seguito fu di fare entrare al governo il capo
dell'esercito, il generale Pinochet.
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L'11 settembre 1973 questo stesso Pinochet lanciò le sue forze all'assalto del governo e della classe operaia. Per evitare il
ripetersi degli avvenimenti di giugno, i quartieri operai furono sottomessi ad un bombardamento vero e proprio. Allende
cominciò col minimizzare il colpo di Stato e raccomandò la calma ai lavoratori mentre il suo stesso palazzo governativo veniva
bombardato . Alla fine, preferí suicidarsi piuttosto che chiamare i lavoratori a difendersi, abbandonandoli cosí in balia dei
loro boia. La repressione condotta da Pinochet fece migliaia di morti, scomparsi, esiliati, incarcerati, operai licenziati a
centinaia di migliaia. Il movimento operaio cileno, uno dei più vecchi e meglio organizzati d'America Latina, ha subito
un'importantissimo regresso, le cui conseguenze pesano ancora oggi.
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Sotto Pinochet lo Stato cileno assunse pienamente di nuovo il suo statuto di vassallo degli Stati Uniti, e il suo ruolo
nell'economia diminuí al ritmo delle privatizzazioni.
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Ma in questa America Latina dove le masse hanno tanto combattuto, la tragedia cilena non ha impedito che altri popoli si
alzassero per nuove lotte.
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In Argentina, dal ritorno di Peròn alla dittatura militare
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In Argentina, nel 1969, quindici anni dopo la caduta di Peròn, una rivolta popolare trascinando insieme operai dell'automobile
e studenti, scosse la città industriale di Cordoba. Fu il punto di partenza di una mobilitazione operaia crescente. Per far
fronte alla situazione, la borghesia si rassegnò a fare appello al vecchio generale Peròn che, richiamato dall'esilio, fu
trionfalmente eletto presidente. Ma questa volta non si trattava per Peròn di soddisfare qualche rivendicazione operaia. La sua
fama di difensore dei poveri, conquistata 30 anni prima, fu utilizzata per richiamare all'ordine gli operai e gli studenti in
lotta. Dal suo ritorno dall'esilio alla sua morte, un anno dopo, Peròn preparò le condizioni che consentirono all'esercito di
prendere direttamente il potere nel 1976.
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Un periodo di repressione su vasta scala si aprì allora, in seguito a questo colpo di Stato, contro tutti i militanti argentini
che avevano avuto tante illusioni nel peronismo. 30 000 vittime sparirono durante i sette anni della dittatura, giovani
intellettuali, ma anche migliaia di militanti operai.
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Dobbiamo ricordare, per inciso, che l'esercito argentino, alla pari dell'esercito cileno e dell'esercito brasiliano al potere
dal 1964, ha beneficiato delle lezioni in repressione impartite dall'esercito francese, che inviò degli ufficiali, forti
dell'esperienza acquisita in Algeria, a offrire corsi di tortura. Così il sinistro generale Aussaresses fu inviato in missione
negli anni settanta per prodigare consigli agli ufficiali brasiliani, in un periodo in cui le dittature dell'America del sud si
aiutavano reciprocamente ad assassinare gli oppositori dei paesi vicini in esilio da loro, ciò che fu chiamato il "piano
Condor".
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Ma bisogna dare agli Stati Uniti quel che gli appartiene, cioè il ruolo principale nel sostegno alle dittature militari che
spesso hanno pesato sulle spalle delle classi popolari dell'America Latina. La CIA e l'esercito americano hanno allenato decine
di migliaia di ufficiali latinoamericani alle tecniche di repressione, alla contro-guerriglia, alla caccia a tutto ciò che
poteva più o meno somigliare a dei comunisti. Questi ufficiali sono diventati molto spesso i quadri di dittature
filostatunitensi. Gli Stati Uniti possiedono addirittura una scuola militare specializzata per questo, chiamata Scuola delle
Americhe, impiantata fino agli anni ottanta nel Panama, nella zona del canale direttamente sotto la loro amministrazione.
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Esercitata fino in fondo, odiata dalla grande maggioranza della popolazione, la dittatura argentina dovette lasciare il posto
nel 1983, dopo l'avventura della guerra delle Isole Malvine, ad un regime parlamentare. Ma questo non ha affatto arrestato il
processo d'impoverimento della popolazione lavoratrice in Argentina. Nel corso degli anni ottanta, la privatizzazione massiccia
di tutte le imprese statali, al prezzo di 300 000 licenziamenti, condotta -ironia della storia- da un politico che si rifaceva
all'eredità di Peròn, ha fruttato 50 miliardi di dollari che sono finiti nelle casseforti delle banche straniere. Le pensioni
sono diminuite, cosí come i salari degli statali, addirittura non pagati nelle province lontane da Buenos Aires. Il paese ha
sofferto d'iperinflazione. Il governo ha legato la moneta al dollaro. Niente di tutto questo ha impedito al debito di aumentare
in proporzioni gigantesche. Le economie della piccola-borghesia sono anche state bloccate per evitare il crollo del sistema
bancario.
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Eppure il collasso economico si è prodotto ugualmente nel 2001, dopo una crisi di parecchi anni. I 20 e 21 dicembre 2001, delle
sommosse scoppiarono a Buenos Aires al grido di "se ne vadano tutti", rivolto a tutti i politici corrotti che avevano fatto
piombare il paese nella povertà. Nonostante la repressione poliziesca che uccise 36 manifestanti e ne ferì altri 400, il
presidente fu costretto a dare le dimissioni.
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Questa rivolta non impedì che le conseguenze sociali del collasso fossero devastanti. Nel 2002, su una popolazione di 35
milioni di argentini, si contavano 20 milioni di poveri, sia che lo fossero sempre stati, sia che lo fossero diventati di
recente. E tra questi 20 milioni di persone, nove milioni erano da considerare come indigenti. Questo nel paese che aveva
beneficiato più a lungo del tenore di vita più alto della regione.
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Chavez e la "rivoluzione bolivariana"
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Da qualche anno il Venezuela prova a seguire una via di sviluppo nazionale cercando un appoggio nelle nazionalizzazioni e nel
sostegno dei poveri per ostacolare il peso crescente dell'imperialismo americano. Davanti alla corruzione dei partiti borghesi
tradizionali e, innanzitutto, alla loro incapacità a mantenere la stabilità della società venezuelana, profondamente
disuguale, un gruppo di ufficiali aveva tentato due golpe successivi nel 1992, in nome di un Movimento Rivoluzionario
Bolivariano con una caratterizzazione prevalentemente nazionalista. L'insuccesso di questi colpi di Stato aveva portato un certo
luogotenente-colonnello Chavez in carcere per due anni.
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Libero, Chavez si candidò alle elezioni promettendo di cambiare la Costituzione e di spazzare via i partiti corrotti. Fu votato
da molti poveri, toccati dalla crisi economica nella quale si dibatteva il paese, e fu eletto presidente nel 1998. Il Venezuela
è un importante produttore di petrolio e, da quando Chavez è al potere, i prezzi del petrolio, partendo da un livello basso,
non hanno smesso di aumentare, per toccare le vette di questi ultimi mesi. E il Venezuela e Chavez ne approfittano. Chavez non
si oppone ai trusts mondiali del petrolio, che sono invitati ad estrarne sempre di più nel Venezuela. Semplicemente, impone una
divisione dei profitti più favorevole allo Stato. A prescindere dagli insulti che Bush e Chavez si scambiano a vicenda, il
petrolio venezuelano è sempre venduto al cliente più importante della regione, gli Stati Uniti. Tra le altre cose, è sul
territorio americano che si situano le raffinerie che trattano il petrolio greggio estratto nel Venezuela. Questo circuito
economico, che è fondamentalmente quello del saccheggio delle ricchezze delle regioni sottosviluppate sottomesse alla
dominazione dei paesi ricchi, continua a funzionare benissimo, anche se frutta un po' di più al Venezuela che non in passato.
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Pur continuando a pagare il debito estero del paese, Chavez ha utilizzato una parte delle finanze dello Stato per rispondere ai
bisogni vitali delle classi povere. Ovviamente, questo non è il solito tipo di funzionamento dello Stato venezuelano, che
tradizionalmente forniva una fonte di redditi, spesso illeciti, alla borghesia. La parte delle spese pubbliche è passata dal
12% del Pil nel 1999 al 34% nel 2004. Questo ha dato molti mezzi a Chavez. Prima ha utilizzato l'esercito per mobilitare i
soldati in programmi di educazione, di sanità pubblica e di alloggio. Ha soppresso le tasse d'iscrizione scolastica e
utilizzato le caserme come scuole per i figli dei poveri, che finalmente potevano accedere all'educazione. Grazie alle sue
relazioni diplomatiche con Cuba, il Venezuela ha beneficiato dell'aiuto di medici cubani e i poveri hanno potuto avere accesso a
centri sanitari.
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Chavez ha costruito la sua popolarità su dei provvedimenti che i politici del paese non avevano mai considerato, tanto
disprezzano l'80% della popolazione costituito di poveri. Ha impiantato dei "circoli Bolivariani", specie di comitati di
quartiere, per assicurarsi il controllo dei ceti popolari. E ne ha avuto bisogno, quando a tre riprese ha dovuto affrontare le
forze reazionarie legate agli Stati Uniti. Nell'aprile 2002 un colpo di Stato lo ha espulso dal potere, con grande soddisfazione
degli Stati Uniti, ma solo per 48 ore. Questo fu il tempo necessario perché la maggioranza dell'esercito venezuelano scegliesse
di sostenerlo, tenendo conto cosí delle manifestazioni popolari che crescevano a suo favore nelle piazze. Nel dicembre dello
stesso anno, il padronato lanciò una parola d'ordine di sciopero per costringere Chavez alle dimissioni, e pagò i giorni di
sciopero per spingere i salariati a parteciparvi. La prova di forza durò parecchie settimane. Lo sciopero paralizzò i servizi
pubblici e innanzitutto l'impresa petrolifera nazionale. Ma fece cilecca, perché i simpatizzanti di Chavez rimisero in moto le
imprese senza l'aiuto dei padroni e dei dirigenti. Non essendo riuscito ad abbatterlo, né con la forza, né con il sabotaggio
economico, gli avversari di Chavez cercarono di abbatterlo con le elezioni. Utilizzando tutto il loro peso finanziario e
particolarmente i mass-media che controllano, hanno chiesto, nel 2004, un referendum per la destituzione del presidente. Fu
fatica sprecata: Chavez in questa occasione diede ancora dimostrazione della sua popolarità e vinse questo scrutinio.
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Questo odio tenace dei possidenti si spiega con la paura che essi hanno della popolazione povera che sostiene Chavez. Questa
paura è alimentata dal linguaggio socializzante del regime –a Chavez piace parlare di "socialismo del ventunesimo secolo"- e
dalla sua ostentata alleanza con Cuba, ovviamente mal vista dagli Stati Uniti. Eppure Chavez non ha attaccato i privilegi della
borghesia venezuelana. Si accontenta solo di incoraggiare i sindacati a rimettere in moto le fabbriche che i padroni chiudono.
Questa è una necessità vitale, perché, ad eccezione del petrolio, l'economia rimane debolissima, la disoccupazione massiccia
e i tre quarti dei salariati sono impiegati nel settore informale. Chavez non ha neanche attaccato l'onnipotenza dei grandi
proprietari terrieri nelle campagne. La sua riforma agraria ha toccato solo il 10% delle terre, la maggior parte delle quali
appartengono allo Stato che le mette a disposizione delle famiglie contadine. Per quanto riguarda le grandi proprietà private,
solo le terre incolte, cioè quelle meno produttive, sono teoricamente coinvolte nella riforma agraria. Ma i proprietari si
difendono da soli, armi alla mano, non esitano ad uccidere i contadini troppo rivendicativi e per questo beneficiano spesso
della complicità di autorità locali che sono profondamente corrotte.
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E' stata la ripartizione dei redditi petroliferi ad essere veramente rimessa in discussione da Chavez. La legge impone ormai
alle compagnie straniere di associarsi alla compagnia nazionale, che così gestisce l'estrazione petrolifera col 60% delle
azioni di queste nuove società miste, che pagano il 30% di royalties allo Stato venezuelano, invece del solo 1% precedente, e
il 50% di imposte sui benefici, invece del 36% di prima. I trust petroliferi non sono da compiangere, poiché, allo stesso
tempo, l'aumento del prezzo del greggio ha consentito loro di aumentare lo stesso i profitti che fanno nel Venezuela. E ci
tengono a rimanere lí, anche se sono costretti, come il trust francese Total, a pagare più di 100 milioni di euro di tasse
arretrate. Questa nuova divisione dei redditi del petrolio a favore dello Stato, da cui trae tre quarti dei suoi mezzi
finanziari, ha comunque fortemente contrariato i trust petroliferi, così poco abituati alla contestazione della loro voracità
di profitti. Il loro braccio armato, il governo degli Stati Uniti, esercita una pressione costante sul regime di Chavez.
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Chavez può condurre la sua politica di fronte ad avversari come gli Stati Uniti e ai sostegni che questi trovano nella
borghesia venezuelana solo perché si appoggia alle classi popolari. Per questo utilizza una parte dei redditi del petrolio per
rispondere alla povertà più evidente e per sviluppare innazitutto l'educazione e la sanità. Invece, fare uscire il Venezuela
dal sottosviluppo economico e dalla sua relazione fondamentalmente disuguale con i paesi ricchi, non è alla sua portata. Chavez
non ha toccato la proprietà delle ricchezze delle classi possidenti venezuelane. L'economia del paese è tanto dipendente dal
petrolio quanto lo era prima, e basterebbe che i prezzi si abbassassero perché il Venezuela venisse rapidamente soffocato dal
suo debito.
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Non sappiamo quanto tempo Chavez potrà mantenere la sua politica in un contesto così instabile, né ciò che succederebbe se i
lavoratori entrassero in lotta per i loro obiettivi. Ma è sicuro che se la classe operaia ha gli stessi nemici di quelli che
Chavez affronta oggi, non ha gli stessi interessi fondamentali.
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In Bolivia, Evo Morales sulle tracce di Chavez
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In Bolivia, sembra che Evo Morales abbia seguito i passi di Chavez. Oggigiorno, non è più lo stagno come negli anni cinquanta,
bensí gli idrocarburi boliviani, il petrolio e innanzitutto il gas, ad essere oggetto di cupidigia delle grandi compagnie
straniere a cui lo smantellamento della compagnia nazionale nel 1996 aveva lasciato campo libero, in cambio di una tassa modica
del 18% dei benefici. Un'ondata di massicce privatizzazioni, nel corso dei 15 anni scorsi, allo scopo di trovare i fondi per
pagare il debito dello Stato boliviano presso le grandi banche occidentali, ha toccato l'insieme dei servizi pubblici e tra
l'altro l'acqua. Tale politica ha profondamente rivoltato la popolazione povera che, con le sue mobilitazioni, ha costretto lo
Stato ad infrangere i contratti che davano la gestione dell'acqua al trust americano Bechtel, nel 2000, e al trust francese
Suez, nel 2005.
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Tuttavia è intorno alla questione del gas che le classi popolari hanno conosciuto recentemente le loro più forti
mobilitazioni, in un paese dalle lunghe tradizioni di lotte operaie. Nel settembre 2003, l'intento del presidente boliviano
Lozada di dare la concessione del gas ad una compagnia americana ha provocato il blocco delle strade da parte dei contadini, lo
sciopero generale e l'irruzione a La Paz degli abitanti del sobborgo popolare di El Alto che sovrasta la capitale. La
repressione, che ha fatto decine di morti, non ha intaccato questo movimento che, dopo un mese, ha costretto Lozada a dare le
dimissioni dalla presidenza. E' stato sostituito dal suo vice presidente, Mesa, che ha promesso di aumentare al 50% dei profitti
le tasse alle compagnie straniere.
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L'agitazione si fermò solo provvisoriamente. Nel maggio 2005, quando Mesa volle applicare questa nuova tassazione, ma sempre
senza nazionalizzare il gas, l'agitazione ricominciò. I manifestanti affluirono da tutto il paese verso la capitale, invasa
altresí dai lavoratori di El Alto. Tre settimane dopo Mesa era costretto a sua volta a dare le dimissioni. Il suo successore
doveva essere il presidente del Senato, un politico reazionario che tutto il paese sapeva essere ostile alla nazionalizzazione
del gas. Davanti alla pressione della strada, ancora raddoppiata, e senza neanche aver avuto il tempo di salire al potere,
dovette lasciare il posto al presidente della corte suprema. Quest'ultimo personaggio, pervenuto alla presidenza, capì che era
più prudente calmare le acque promettendo nuove elezioni presidenziali.
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Evo Morales, dirigente del Mas -Movimento Al Socialismo- si è candidato come aveva già fatto prima, scegliendo di frenare la
mobilitazione delle masse. Morales è un ex minatore riconvertitosi nella coltura della coca. E' uno dei dirigenti sindacali che
rappresentano i coltivatori di coca, molto opposti agli Stati Uniti che fanno pressione per estirpare questa coltura. Gli operai
e i contadini si possono quindi riconoscere in lui. Tanto più che rivendica con fierezza il fatto di essere un'indiano, in un
paese dove la maggioranza della popolazione si sente indigena e rigettata dal sistema politico per questo motivo.
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Morales ha vinto le elezioni e governa la Bolivia dall'inizio di quest'anno. Ha dato annuncio, il 1 maggio 2006, della
nazionalizzazione dei giacimenti di idrocarburi tramite la presa di controllo del 51% delle filiali locali delle compagnie
straniere da parte della compagnia nazionale. Morales non ha ordinato un'espropriazione. Ha aperto una fase di sei mesi di
rinegoziazione dei contratti petroliferi e del gas per arrivare ad una spartizione dei redditi a favore dello Stato boliviano
che non lasci più del 18% dei benefici ai trust, mentre 10 anni prima era l'inverso: il 18% soltanto andava allo Stato.
Chiaramente le imprese straniere, quali la francese Total, la spagnola Repsol, l'americana Exxon o la brasiliana Petrobras,
hanno protestato vivamente, direttamente o tramite i loro governo. Ma sembra che si siano fatte una ragione, firmando nuovi
accordi con la Bolivia. I prezzi mondiali dell'energia sono tanto alti che le loro prospettive di profitto sono ancora buone, in
questo paese. Se questa nazionalizzazione non cambia fondamentalmente niente nella posizione dipendente della Bolivia nei
confronti dell'imperialismo, nondimeno il regime di Morales ha osato affrontare questi padroni del pianeta che sono i trust
petroliferi.
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E fino ad oggi, ha resistito. Quest'estate Morales ha raddoppiato il salario minimo che permette alla parte dei lavoratori che
sono assunti nelle imprese ufficiali di percepire un salario almeno equivalente ad un centinaio di euro al mese. Ha anche
lanciato una riforma agraria, limitata alle terre possedute dallo Stato. Morales non ha toccato la grande proprietà terriera.
Ma ha già dovuto far fronte, a settembre, ad una giornata di sciopero organizzata dai partiti politici reazionari. Per ora
l'esercito, che pure ha un passato pieno di repressioni contro i poveri, dà il suo sostegno a Morales la cui politica rimane
sul terreno del nazionalismo statale. Gli operai e i contadini boliviani che sostengono Morales non sono entrati in lotta per i
loro interessi. Se lo faranno, sarebbe un'illusione credere che Morales rappresenterà gli interessi dei lavoratori fino in
fondo, di fronte alla borghesia boliviana, al suo Stato e al suo esercito. Comunque il dovere dei rivoluzionari sarebbe quello
di prepararli a far fronte ad un voltafaccia di Morales.
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Il Brasile di "Lula"
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Lula, in Brasile, conduce una politica molto più conciliante nei confronti delle potenze imperialiste. Al potere da quattro
anni, Lula prova a fare di questo paese il "buon alunno" del sistema capitalistico internazionale, permettendosi oggi
addirittura di rimborsare le cambiali del debito in anticipo sul calendario dell'FMI. Peraltro, la combinazione di industrie che
funzionano in collegamento con gli Stati Uniti, e di produzioni minerarie ed agricole su un territorio immenso, consentono
all'economia brasiliana di approfittare pienamente dei prezzi attualmente alti delle materie prime e dei profitti record delle
grandi imprese americane, e allo Stato brasiliano di beneficiare di entrate finanziarie eccezionali.
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Da quattro anni Lulla non ha travolto le strutture sociali profondamente disuguali del Brasile. Se da un lato ha esteso il
sistema delle "borse alle famiglie", una specie di sussidio, a più poveri di quanto abbiano fatto i suoi predecessori, non ha
affatto dato le terre dei grandi proprietari ai contadini che le potrebbero coltivare. Al contrario, ha favorito i grossi
esportatori di prodotti agricoli, allo scopo di utilizzare le valute estere che portano al paese per fare riprendere loro la
strada delle banche occidentali creditrici del Brasile. Si è attaccato ai redditi degli statali per abbassare le spese dello
Stato, mentre allo stesso tempo aumentava notevolmente i tassi d'interesse pagati agli operatori finanziari perché lasciassero
i loro capitali sul posto.
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Lula, tuttavia, ha aumentato fortemente il salario minimo, portandolo intorno a 150 euro al mese. Ma chi ne approfitta davvero,
quando si sa che più della metà dei lavoratori brasiliani sono impiegati nel settore informale, cioè da padroni che non
rispettano la legge in materia di tasse, di salari o di diritti dei salariati?
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Sicuramente molti poveri del Brasile hanno mantenuto la speranza che un giorno Lula cambierà la loro sorte, e questo ha reso
possibile che venisse rieletto il mese scorso alla presidenza. Questo nonostante la corruzione di cui la sua stessa cerchia,
composta da alti dirigenti del PT, il Partito del Lavoratori, ha dato prova durante il suo incarico. Il PT è diventato
apertamente ciò che, in fondo, è sempre stato: un partito come gli altri nel Brasile. Solo il suo elettorato popolare e il suo
capofila, sorto dalla classe operaia, lo distinguono. Ma il PT si allea con qualunque altro partito politico borghese appena
questo gli consente di conquistare un posto di governatore o di sindaco di una grande città. E Lula ha scelto un politico di
destra come suo vicepresidente.
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Il PT e Lula sono al potere, ma le classi povere del Brasile sono sempre di fronte alle stesse difficoltà, anche se alcuni
hanno visto la loro sorte migliorare un po'. Nelle regioni rurali dove il problema della terra è tanto impellente, i
proprietari conducono in piena impunità la loro guerra civile, all'occorrenza assassinando i contadini che occupano le terre
non coltivate. La povertà, la fame, l'analfabetismo sono ancora delle piaghe quotidiane. E l'economia brasiliana, nonostante la
cortina di fumo di chi parla di nuovo di "miracolo brasiliano" è sottomessa quanto lo era prima ai grandi gruppi capitalisti
mondiali e ai rischi della congiuntura internazionale. Lo Stato brasiliano è dominato dall'imperialismo americano che ne ha
fatto da tempo il suo principale punto d'appoggio nella regione. Questo, all'occorrenza, permette al Brasile di giocare la sua
carta di potenza regionale. Così, da parecchi anni, gli Stati Uniti danno in appalto alle truppe brasiliane la loro presenza
militare in Haiti.
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Peraltro, il Mercosur, una specie di mercato comune che il Brasile prova a sviluppare da quindici anni, raggruppando attorno a
sé parecchi paesi dell'America del sud, tra i quali l'Argentina e recentemente il Venezuela, non è in nessun modo una minaccia
per il dominio degli Stati Uniti. Poichè ciascuna delle economie del Mercosur ruota intorno alle esportazioni di materie prime,
solo l'11% degli scambi commerciali si svolgono tra partner del Mercosur. Questo tentativo non offre prospettive reali di
mercato interno abbastanza vasto da sfociare su uno sviluppo economico autonomo rispetto ai grandi trusts occidentali.
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Il futuro è della classe operaia
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Malgrado i molteplici tentativi fatti per provare ad allentare la morsa dell'imperialismo americano, l'America Latina è rimasta
sotto la sua dipendenza. Un paese come il Brasile dimostra cos'è lo sviluppo combinato, con concentrazioni industriali
gigantesche e zone rurali dove dominano ancora strutture ereditate dal sedicesimo secolo. La povertà non indietreggia. Da un
quarto di secolo, la proporzione di latinoamericani che vivono con meno di due dollari al giorno è rimasta la stessa, il 25%
circa, secondo la Banca mondiale. Una parte importante della popolazione ha fame e non ha accesso all'educazione, all'acqua
potabile corrente, all'elettricità, ad alloggi decenti di mattone. In America Latina la disoccupazione è massiccia e molti
lavoratori sopravvivono solo grazie all'economia informale. Molti contadini chiedono ancora la proprietà della terra che
coltivano. Altri vengono ad ingrossare le file degli abitanti delle baraccopoli che fanno di Sao Paulo e Città del Messico le
città più popolate del mondo. La corruzione è estesa, così come la produzione e il traffico di droga. La criminalità pesa
sui poveri, quotidianamente nelle baraccopoli, o contro quelli che si difendono e si organizzano e sono vittime delle bande
private di uomini armati al servizio dei ricchi, oltre che della polizia e dell'esercito. La mancanza di prospettive spinge
latinoamericani sempre più numerosi a provare a passare negli Stati Uniti clandestinamente, attraversando una frontiera sempre
più sorvegliata.
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Dall'inizio del ventesimo secolo i lavoratori dell'America latina, operai e contadini poveri, hanno trovato in sé stessi
straordinarie risorse per lottare per la difesa dei loro interessi e per più giustizia sociale. Da tutte le parti, nel sotto
continente, i contadini hanno affrontato i sicari dei proprietari terrieri. Nel Cile, un primo tentativo di golpe dell'esercito,
nel giugno 1973, aveva dovuto retrocedere di fronte alla mobilitazione della classe operaia. In Argentina, nonostante la
sanguinosa repressione scatenata dai generali nel 1976 e l'assassinio di migliaia di lavoratori combattivi, dei nuclei militanti
si sono mantenuti in piedi durante tutta la dittatura.
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Purtroppo questo coraggio, questa combatività sono sempre stati messi al servizio di politiche che volevano solo allentare un
po' la morsa dell'imperialismo e difendevano solo ciò che ritenevano essere gli interessi condivisi dalla borghesia nazionale,
e che al momento delle battaglie decisive finivano per capitolare pietosamente ed abbandonavano alla loro sorte le masse che vi
avevano riposto la fiducia. Non è stata la volontà di lotta a mancare ai lavoratori latino-americani, è stata la coscienza
chiara dei loro interessi di classe. Hanno saputo affrontare molte volte i loro nemici aperti. Ma ogni volta sono anche stati
abbandonati o traditi dai loro falsi amici.
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Eppure la classe operaia dell'America Latina ha nelle mani, oltre alle sue tradizioni di lotta, delle possibilità notevoli. E'
numerosa e in certi paesi, come il Brasile, è molto concentrata. Ha il vantaggio della quasi unità linguistica di un
sotto-continente diviso tra due lingue cugine, lo spagnolo e il portoghese. E il proletariato latino-americano costituisce
inoltre una componente molto importante della classe operaia degli Stati Uniti, e unito al resto dei lavoratori di questo paese
potrebbe cambiare la faccia del mondo.
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Non c'è sviluppo economico nazionale possibile in un paese sottosviluppato. Ma i proletari dell'America latina hanno dei
diritti, come i lavoratori degli Stati Uniti, sulle ricchezze che le banche ed i trust hanno accumulato nella metropoli
imperialista grazie al loro sfruttamento.
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Solo se si mettono tutte le ricchezze accaparrate dalle potenze imperialiste al servizio dei lavoratori di tutto il mondo,
dell'umanità intera, sarà possibile costruire una società da cui saranno bandite la fame, la miseria e lo sfruttamento. Se
c'è un compito che oggi s'impone a tutti quelli che si riferiscono alle idee rivoluzionarie, è certamente di lavorare a
restituire questa coscienza internazionalista ai lavoratori di tutti i paesi.
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