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(Da “Lutte de Classe n° 134 – marzo 2011)
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L'incendio delle rivolte popolari sta toccando buona parte del mondo arabo, questo semicerchio a sud e a est del Mediterraneo
delimitato dal Marocco da un lato e dallo Yemen e Oman dall'altro. Questo incendio ha già portato alla caduta di Ben Alì,
dittatore della Tunisia per 23 anni, e a quella di Mubarak che è stato dittatore dell'Egitto per trent'anni. La contestazione
dei regimi del posto ha scosso più o meno fortemente l'Algeria, la Giordania, lo Yemen, il minuscolo stato del Bahrein, la
Mauritania, Gibuti e la Libia.
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In questo ultimo paese la contestazione ha preso un volto particolarmente violento con la repressione sanguinosa di Gheddafi,
portando ad una guerra civile di cui non si può prevedere il risultato.
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Ma anche laddove i regimi hanno dovuto fare concessioni, ci sono stati morti, morti che però non impediscono il proseguire del
movimento.
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Il contagio ha avuto facilità a propagarsi tra paesi che hanno la stessa lingua e la stessa cultura. Ma c'è anche il fatto
che, al di là della diversità, fra i paesi toccati dalla rivolta c'è una grande similitudine sia delle loro strutture
sociali, sia della loro situazione politica: sono dittature appoggiate all'esercito, regimi polizieschi fortemente corrotti,
l'assenza di libertà e dei diritti democratici elementari.
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Tutte queste dittature poggiano su un economia sottosviluppata che dipende dall'esterno, cioè sottomessa all'imperialismo, e
strutture sociali caratterizzate da disuguaglianze sociali spaventose tra la classe privilegiata e le classi mantenute nella
miseria. La varietà delle ricchezze naturali come il petrolio, o create dall'uomo come il Canale di Suez, assicura o meno ai
dirigenti dello stato una rendita sufficiente per potere eventualmente accettare di fare qualche concessione.
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Ma non tutte dispongono di questa possibilità, e anche i paesi che ne dispongono non sono nella stessa situazione quando si
tratta di un paese di più di 80 milioni di abitanti come l'Egitto, o quando si tratta di emirati ritagliati a seconda delle
rivalità tra le varie compagnie petrolifere. Ma a parte alcuni di questi ricchi emirati, dove tra l'altro il mondo del lavoro
è composto da lavoratori immigrati dalle condizioni di semi-schiavitù, le strutture sociali sono simili e gli stati
polizieschi impongono le disuguaglianze a colpi di manganello e eventualmente di mitra.
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Anche solo per il fatto di assumere questa funzione, e qualunque sia peraltro la loro politica estera, questi stati servono
l'ordine imperialista mondiale. Fanno da cani da guardia ai grandi gruppi dei paesi imperialisti che dominano l'economia, che
siano direttamente presenti oppure che prelevino la loro parte di profitti negli scambi internazionali.
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Anche la Libia di Gheddafi, che per qualche anno ha agitato una demagogica fraseologia antimperialista, non è stata di meno a
questo ruolo fondamentale rispetto ai suoi simili apertamente legati alle grandi potenze imperialiste. Il dittatore libico non
ha avuto difficoltà a rientrare nella fila. Lo stato francese si è distinto, come lo fa spesso, con il modo particolarmente
schifoso con cui ha celebrato l'amicizia ritrovata del dittatore che oggi massacra il proprio popolo con le armi vendute dalle
“grandi democrazie” dell'Occidente.
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La parte orientale di questi territori, il Vicino Oriente, è una regione particolarmente sorvegliata dalle potenze
imperialiste, sia per le sue risorse petrolifere che per la sua collocazione geografica e strategica. Nella maggior parte di
questi paesi la dipendenza del regime nei confronti dell'imperialismo si concretizza in modo particolarmente vistoso con il
fatto che il loro esercito, i cui quadri superiori sono stati educati nelle scuole militari di Francia, Inghilterra o Stati
Uniti, mantiene legami stretti con gli eserciti di queste potenze.
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Le radici profonde dell'ascesa della rivolta nei paesi arabi stanno lì, nella grande miseria delle masse sfruttate. Gli operai
hanno salari irrisori: i salari che in Egitto sono quattro volte inferiori a quelli della Turchia incitano le imprese di questo
paese, in generale con capitali occidentali, a delocalizzare sulle rive del Nilo. I contadini sono miserabili. Una buona parte
della piccola borghesia intellettuale, anche piena di diplomi, non trova lavoro. Questa categoria di “disoccupati diplomati”
sembra tra l'altro avere una parte importante nella rivolta, a cominciare dall'uomo diventato simbolo della rivolta in Tunisia,
il giovane diplomato Muhammad Buazizi che faceva il fruttivendolo e, quando si è dato fuoco in seguito all'ultima delle mille
umiliazioni imposte dai poliziotti, ne ha dato il segnale.
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Oltre questo, interviene la crisi dell'economia capitalista. Le sue conseguenze sono già catastrofiche per le classi sfruttate
dei paesi imperialisti. Ma il rialzo del prezzo di qualunque prodotto alimentare, in paesi dove una parte della popolazione già
sta al limite della sopravvivenza, può farla sprofondare nella carestia.
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Gli inconvenienti del sistema per la borghesia
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Questo sistema però, costituito da regimi militari più o meno travestiti, non ha solo vantaggi per la borghesia e neanche per
l'imperialismo. Quando l'esercito assume il potere da cinquant'anni, come nel caso dell'Egitto, ha una tendenza naturale ad
accrescere anche la sua potenza economica. La gerarchia militare egiziana occupa un posto considerevole nell'economia, controlla
direttamente interi settori, non solo nel campo degli armamenti e della tecnologia militare ma anche in campi così variegati
come l'industria agroalimentare, l'industria della plastica, la costruzione edilizia, i lavori pubblici, il turismo, ecc. Tra
l'altro, buona parte degli stabilimenti della zona turistica di Sharm-El-Sheikh appartengono al clan di Mubarak. E anche in
settori in cui non c'è questa presenza dell'esercito, l'accesso della borghesia locale alla mangiatoia è subordinato alle sue
relazioni con il potere politico.
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Inoltre il dittatore stesso, soprattutto quando rimane in posto durante decenni, tende anche naturalmente a favorire la propria
famiglia e i propri alleati. Il clan al potere occupa una parte dello spazio economico della stessa borghesia. Gli ultimi anni
del potere di Ben Alì sono pieni di storie in cui il suo clan, in particolare la famiglia Trabelsi, dal nome della sua moglie,
ha allontanato alcuni membri della borghesia dagli affari più interessanti.
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La difesa dell'ordine borghese porta così ad un potere mafioso di cui la stessa borghesia finisce col pagare il prezzo. Non si
tratta solo di borghesi locali. Anche la potente compagnia Nestlé, servita tanto bene dalla dittatura di Ben Alì che manteneva
così bassi i salari dei lavoratori tunisini, è stata costretta di regalare alla famiglia Trabelsi un pacchetto di azioni delle
sue filiali locali. Non solo costa caro mantenere il cane da guardia, ma di più si permette di mordere le gambe dei suoi
maestri!
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In Egitto si stima la fortuna della famiglia Mubarak tra 40 e 70 miliardi di dollari, quindi dello stesso ordine di quella di
dinastie borghesi tra le più anziane e più ricche del mondo. Questa fortuna enorme viene dalle casse dello Stato, dalla
rendita del Canale di Suez e da molte altre fonti dello stesso genere. Soldi che non sono stati intascati dalla borghesia.
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Come lo spiega in Le Monde l'economista Lahcen Achy dell'Istituto Carnegie del Medio Oriente a Beirut che, da buon teorico
liberale della borghesia d'affari iscrive al passivo delle dittature del Medio Oriente il fatto che i "i semplici cittadini"
desiderosi di investire ne sono impediti dall'esercito o costretti a collaborare, cioè a lasciargli una parte del guadagno:
"così è stata creata un'economia di mercato di facciata". E prosegue i suoi lamenti (dossier Economia - Le Monde dell'8
febbraio 2011): "La privatizzazione delle imprese si è svolta a vantaggio delle personalità del potere che hanno ottenuto
monopoli o quasi-monopoli, un accesso privilegiato ai mercati pubblici, o addirittura un cumulo di posizioni economiche e
politiche che consentono loro di orientare le decisioni economiche o fiscali a vantaggio delle loro sole imprese." E constata
amaro che "in tali condizioni un semplice cittadino che vuole investire o intraprendere deve affrontare l'assenza di accesso ai
crediti, la corruzione è l'inefficienza delle amministrazioni, la posizione dominante delle imprese in posto, la brutalità
della giustizia, le difficoltà di accedere agli aiuti dello stato".
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Già! In tutt'altro contesto, in un ricco paese imperialista, nella Germania dei tempi di Hitler, il rampollo di una vecchia
dinastia borghese probabilmente si lamentava nello stesso modo quando era costretto ad invitare a pranzo l'ex macellaio
diventato generale delle SS! A maggior ragione se gli doveva rendere conti. Ma la borghesia tedesca non aveva altra scelta:
aveva bisogno di questo regime per preservare il suo dominio di classe.
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Non era esattamente la stessa cosa per la Tunisia di Ben Alì e per l'Egitto di Mubarak. I rapporti della borghesia con i
dirigenti dello stato che difende i suoi interessi non sono gli stessi in un paese imperialista come la Germania, con una
borghesia ricca e potente, e in un paese sottosviluppato con la sua borghesia altrettanto avida della precedente ma senza la
stessa base nella società. L'onnipresenza del clan del dittatore e il costo per mantenerlo guastavano però il piacere degli
investitori di trovare in questi paesi dei lavoratori che si potevano sfruttare a volontà per salari miseri. In un’intervista
televisiva la presidente della confederazione padronale francese Laurence Parisot esprimeva, dopo la partenza del dittatore Ben
Alì, un sospiro di sollievo e osservava che nell'ultimo periodo stava diventando decisamente più difficile fare affari in
Tunisia!
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Questa opinione è condivisa da Christophe de Margerie, amministratore delegato del gruppo petrolifero Total e a questo titolo
molto interessato da tutti gli avvenimenti del Medio Oriente: "la partenza del presidente Ben Alì è piuttosto una buona cosa."
E aggiunge a proposito della Tunisia e dell'Egitto che "la caduta di questi regimi non ci destabilizza, non dobbiamo credere
che i padroni siano mascalzoni che preferiscono lavorare con i dittatori". Certamente, certamente...
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Queste grandi compagnie si accontentano di comportarsi da mascalzoni soltanto quando i loro interessi sono direttamente e
immediatamente minacciati, come lo pensavano a torto o ragione la compagnia delle banane United Fruit nel Guatemala di Arbenz,
oppure quelle del petrolio nell'Iran di Mossadeq, quelle del rame nel Cile di Allende e molte altre. In questo mondo dove non
bisogna cercare tanto per trovare, dietro un colpo di stato contro un regime parlamentare, la mano della C.I.A. americana e il
denaro delle multinazionali.
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Il viso parlamentare dell'imperialismo
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L'imperialismo stesso e in particolare il suo capofila statunitense, che è stato tante volte all'origine di colpi di stato
militari e i cui servizi segreti hanno protetto tante dittature, ha fatto col passare degli anni l'esperienza che regimi più o
meno parlamentari potevano essere altrettanto convenienti.
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Butros Butros-Ghali, ex segretario generale dell'Onu, ex ministro di Mubarak e d'altra parte fautore del suo regime fino
all'ultimo momento, ha dichiarato quando le prime manifestazioni si stavano svolgendo al Cairo che l'unica cosa che rimproverava
a Mubarak di cui era un sostenitore, era di avere troppo truccato le precedenti elezioni politiche e di non avere lasciato alcun
posto all'opposizione. Aggiungeva in sostanza: questo avrebbe consentito che il malcontento si esprima nel Parlamento invece che
nelle piazze.
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Questo vecchio servitore dell'imperialismo forse ha torto di attribuire troppe virtù al parlamentarismo, versione paese povero,
perché le sommosse forse sarebbero scoppiate comunque. Infatti tra i motivi della rivolta contro Ben Alì non c'era solo
l'assenza di libertà ma anche la disoccupazione e il carovita. Le rivolte sono numerose in India, in questo paese che la
borghesia chiama affettuosamente "la più grande democrazia del mondo"! Ma lo stesso c'è una parte di verità nella sua
constatazione. Comunque, dopo un lungo periodo in cui l'imperialismo, americano come francese o altro, non tollerava alcun
regime anche vagamente parlamentare nei paesi sotto il suo dominio economico diretto, il suo atteggiamento si è ammorbidito.
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Ai tempi in cui il movimento operaio era o poteva diventare una minaccia, la borghesia non poteva accettare di lasciargli la
tribuna che poteva rappresentare un Parlamento, anche bidone. Da molto tempo però la minaccia del movimento operaio
rivoluzionario si è allontanata. Poi, ai tempi dell'Unione Sovietica e della guerra fredda ci fu il rischio che elezioni
moderatamente truccate avrebbero potuto portare al potere di un regime filo sovietico. Durante gli anni '60, di fronte a questo
rischio rafforzato dalla minaccia di contagio a partire da Cuba, gli Stati Uniti sono stati i primi ad imporre dittature
dappertutto in America Latina. L'imperialismo francese ha fatto altrettanto nella sua sfera d'influenza costituita dalle sue ex
colonie d'Africa. Dalla Costa d'Avorio di Houphouët-Boigny alla Repubblica Centrafricana dell'ex imperatore Bokassa 1° e
molte altre, gli anni '60 sono stati anni di dure dittature, in Africa come dappertutto nella parte sottosviluppata del mondo. E
anche in Europa, bisogna ricordare Franco e Salazar, anche se erano sopravvissuti ad un'altra epoca, ma ai quali si erano
aggiunti nel 1967 i colonnelli greci.
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Anche prima dello scioglimento dell'Unione Sovietica era venuta la moda di questa caricatura di democrazia quale il
multipartitismo. I paesi d'Africa in quanto a loro erano venuti negli anni '80 a questa forma di parlamentarismo che lasciava ad
un sottile ceto privilegiato la possibilità di giocare alle elezioni, in generale truccate certo, e non sempre accettate dagli
sconfitti, ma elezioni lo stesso. Le masse sfruttate pertanto non avevano più libertà e diritti democratici, rimanevano
sottomesse all'arbitrario dei poliziotti o dei militari, ricattate, terrorizzate, ma almeno ciò che si chiamavano le élite di
questi paesi erano autorizzate a concorrere per i posti e le posizioni.
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Questa evoluzione dei regimi dei paesi africani ha lasciato da parte il Maghreb. Il Marocco è rimasto dominato da "nostro amico
il re" Hassan, e poi dal suo figlio. In Tunisia il vecchio dittatore Burghiba è stato messo in disparte dal suo ministro
dell'interno Ben Alì. E in Egitto Mubarak ha dato il cambio a Sadat non grazie ad elezioni, pure truccate, ma grazie alle
scelte dello Stato maggiore.
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La scelta strategica delle grandi potenze a favore di regimi più o meno parlamentari, comunque multipartitici, non andava però
fino al punto di licenziare dei despoti che servivano tanto bene i loro interessi. Tutt'al più se ne sbarazzavano quando il
potere di questi ultimi sapeva di cleptomania o megalomania furiosa come nel caso di Mobutu o di Bokassa. Alcuni dittatori
diventavano decisamente troppo ingombranti.
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L'attualità dimostra però benissimo che, nel caso tunisino, l'imperialismo francese si accontentava perfettamente del regime
di Ben Alì nonostante i suoi aspetti mafiosi. I capitalisti francesi continuavano a cercare buoni affari in Tunisia. Grazie ai
profitti sostanziosi ricavati grazie ai bassi salari dei lavoratori, si potevano distribuire prebende ai dirigenti dello stato.
I ministri ed altri servitori politici della borghesia e le loro famiglie avevano il piacere di accettare i piccoli regali del
dittatore.
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Stessa cosa in Egitto: oggi Obama si meraviglia della transizione democratica, molto relativa poiché incarnata da un
maresciallo, ma Mubarak è stato sostenuto; finanziato dagli Stati Uniti per trent'anni ed è stato sacrificato solo quando
questo è diventato necessario per cercare di calmare la rivolta contro di lui.
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Se l'ammorbidimento della politica dell'imperialismo non va fino al punto di sbarazzarsi di un dittatore che lo serve bene, la
transizione verso il parlamentarismo è però tollerata quando permette di cambiare la testa per non cambiare il resto.
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Sia detto qui che questo cosiddetto cambio democratico, non solo non cambia nulla nelle disuguaglianze sociali spaventose, nel
potere economico della classe privilegiata locale e nell'imperialismo dietro di essa, che sono danno di una popolazione
mantenuta nella povertà, ma non cambia neanche granché rispetto alla dittatura. Infatti la dittatura, cioè l'oppressione da
parte dell'apparato di stato, della polizia, dell'esercito, dell'amministrazione statale, non risulta solo dal monopolio del
potere al vertice di un uomo solo. Nel campo dell'oppressione dei più poveri, degli sfruttati, il regime parlamentare
dell'India non è di meno nei confronti delle peggiori dittature.
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Anche se c'è in questo paese un Parlamento eletto che, al contrario del vicino Pakistan, non è mai stato sciolto e neanche
minacciato da un colpo di stato militare, la stabilità in una società indiana profondamente disuguale deriva anche
dall'integrazione nel sistema parlamentare moderno di anacronismi ereditati dal passato qualche volta lontano, in particolare le
caste. Cosa significa per esempio l'ammissione nel Parlamento di alcuni singoli che appartengono alle cosiddette caste
inferiori, addirittura a quella degli “intoccabili” quando il sistema delle caste, dalla disuguaglianza codificata, protetta
dalla religione, grava a tutti i livelli della società?
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L'imperialismo ha sempre saputo integrare ed associare al mantenimento dell'ordine strutture sociali anacronistiche. Il
carattere fasullo del parlamentarismo in Costa d'Avorio non si limita alle frodi elettorali ed è illustrato dall'episodio
dell'opposizione Ouattara-Gbagbo. Tale parlamentarismo si è sempre accomodato con i capi tradizionali, con i reucci, con la
nobiltà delle micro regioni, con tutta una serie di autorità tradizionali che una volta il potere coloniale era andato a
levare dalla naftalina e si sono mantenute nella Costa d'Avorio indipendente.
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Le democrazie dei ricchi paesi imperialista poggia in gran parte sulla distruzione delle forme sociali anacronistiche da parte
della borghesia all'epoca rivoluzionaria. Ma bisogna aggiungere che anche lì, anche in queste democrazie moderne, rimangono
ridicole vestigia come testimonia in Gran Bretagna l'istituzione reale con i suoi palazzi, le sue carrozze, i suoi matrimoni di
principi.
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Ma se in Inghilterra questo è più comico che tragico -anche se l'istituzione monarchica ha un costo- la democrazia di questi
paesi imperialisti poggia innanzitutto sulla loro ricchezza. Per riprendere un'espressione di Trotsky, la democrazia borghese in
Gran Bretagna si è mantenuta e consolidata con il saccheggio del suo immenso impero coloniale. Si può dire altrettanto della
Francia. Quanto agli Stati Uniti, la loro democrazia si radica nel saccheggio del mondo intero, a cominciare dall'America
Latina.
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Finché nei paesi sottosviluppati i poveri rappresentano masse immense, non vi è posto per una autentica democrazia. Anche
nella Cina che ha saputo, grazie alla rivoluzione contadina del 1948 sotto direzione di Mao, sbarazzarsi delle espressioni più
anacronistiche delle disuguaglianze sociali di una volta, oggi si vede come con il capitalismo liberato aumentano sia la
povertà che le disuguaglianza sociali e, al tempo stesso, l'oppressione per “tenere buoni” i poveri. E il vero problema,
anche in Cina, non è solo il monopolio del partito unico al vertice e la dittatura dello stato centrale, ma anche il fare
l'arbitrario, l'onnipotenza delle feudalità locali. Il fatto che questo possa passare dai canali di un partito che si chiama
“comunista” non cambia niente.
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La portata dei movimenti di contestazione
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I movimenti di contestazione nel mondo arabo rappresentano incontestabilmente un fatto politico importante, che potrebbe
modificare la fisionomia politica di questi paesi. A modificare la situazione c'è l'intervento di una frazione della
popolazione. Però per coglierne la dinamica, è importante capire quali sono le forze sociali che vi prendono parte, quali sono
gli interessi degli uni e degli altri e quali sono le loro relazioni reciproche.
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Dietro l'espressione "transizione democratica" si ritrovano le aspirazioni confuse di larghe masse sfruttate a più libertà e
più diritti, a cominciare da quello di mangiare a sufficienza, ma anche la volontà di cambiamento della borghesia stessa.
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"Né ridere, né piangere, ma capire". Nessuno può prevedere lo sviluppo del movimento di contestazione che percorre i paesi
arabi e neanche se ci sarà uno sviluppo ulteriore. Sarebbe stupidamente pessimista fissare in anticipo dei paletti ed affermare
che esso non potrà fare niente altro che fornire energia per “fare fuori” alcuni dittatori invecchiati che, comunque, anche
la sola età avrebbe scartati a breve scadenza, e dare alle grandi potenze imperialiste l'occasione di dipingere queste
dittature ai colori rosei del parlamentarismo.
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Sarebbe altrettanto stupido battezzare pomposamente il processo in corso nei paesi arabi col nome di “rivoluzione”. Forse il
movimento lo diventerà, perché le masse imparano nel movimento, nel confronto delle classi sociali, e possono imparare solo in
questo modo.
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Allora, finché c'è movimento c'è anche speranza. Bisogna solo ricordare che la classe operaia di Russia, sulla quale già
pesavano tutte le tare di una società feudale e l'oppressione dello zarismo, era entrata nella rivoluzione nel gennaio 1905
cantando canti religiosi dietro un pope, con l'unico desiderio di fare arrivare allo zar i suoi “rispettosi lamenti”.
Certamente alla fine era stata schiacciata da una forza armata superiore, ma nel frattempo aveva imparato ad armarsi, a fare
tremare una monarchia vecchia di parecchi secoli e innanzitutto ad inventare i consigli operai, questi “soviet” che
annunciavano per tutto il periodo storico ciò che può essere l'organo di un potere operaio. Così aveva potuto entrare nella
rivoluzione del 1917 ritrovando sin dall'inizio sia la capacità di armarsi che la volontà di rivolgersi ai soldati della base
per aizzarli contro la gerarchia militare. E innanzitutto aveva naturalmente ridato vita ai soviet. Per passare dal febbraio
all'ottobre del 1917, cioè alla presa di potere cosciente da parte del proletariato, c'era voluto un partito, il partito
bolscevico. Senza questo partito la rivoluzione dell'ottobre 1917 certamente non sarebbe esistita. Ma il partito bolscevico non
avrebbe potuto fare un granché nel 1917 senza questo apprendistato collettivo fatto dell'insieme degli sfruttati nel 1905 e nel
febbraio 1917.
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Parecchi paesi arabi hanno avuto in un passato più o meno lontano la ricca esperienza di un movimento operaio combattivo. La
classe operaia è sorta sulla scena politica negli anni '30 in Palestina, in Iraq. Vi è tornata all'indomani della seconda
guerra mondiale in Egitto, fino agli anni '50 e alla presa di potere da parte di Nasser. Il movimento che si riferiva al
comunismo era potente in Iraq e nel Sudan.
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Il movimento operaio organizzato però era già dominato su scala mondiale dallo stalinismo, una cattiva scuola per una classe
operaia che cercava la sua strada. Le migliaia di militanti operai politicizzati che sorgevano allora erano non solo vittime
della repressione, in particolare da parte delle grandi potenze inglese e francese che all'epoca dominavano il Nord Africa e il
Vicino Oriente, ma anche pervertiti dallo stalinismo. Quest'ultimo, soffocando la voce comunista rivoluzionaria, apriva un varco
alla generazione di giovani ufficiali che da Nasser in Egitto a Kassem in Iraq e a vari ufficiali in Siria incarnavano un
"nazionalismo progressista", cioè dittature più o meno paternaliste all'inizio e sempre meno in seguito che portarono al
potere dell'esercito. L'ascesa islamista portò a termine questa evoluzione.
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Il proletariato dei paesi arabi e però molto più numeroso e ben più giovane che nel periodo che va tra le due guerre a fin
dopo la seconda guerra mondiale. Deve imparare tutto, ma può imparare tutto, in particolare se in seno alla gioventù
intellettuale di questi paesi, certamente piena di diplomi ma lasciata in balìa alla disoccupazione, si troveranno gli elementi
capaci di ricollegarsi alle tradizioni del comunismo rivoluzionario.
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Se la contestazione attuale conquisterà alcune libertà e le consoliderà un po', bisognerà che questa generazione le colga
per ricollegarsi a questo passato comunista rivoluzionario, partendo anche dai libri, per coltivare e trasmettere le sue idee
alla classe proletaria. Se questo sarà fatto, sarà possibile la speranza per il futuro di una autentica "rivoluzione araba",
cioè la rivoluzione dei proletari e degli sfruttati di questi paesi.
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23 febbraio 2011
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