Internationalist Communist Union

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Da "Lutte de classe" n° 47 (Testi della conferenza nazionale di Lutte Ouvriere)

Dicembre 1999 - gennaio 2000


Testi della conferenza nazionale di Lutte Ouvriere

Come ogni anno, pubblichiamo i testi votati nella nostra organizzazione nel corso della nostra conferenza nazionale.
Questa conferenza ha discusso peraltro, come ogni anno, delle attività dell'anno scorso e degli orientamenti del prossimo anno. Come ogni anno anche, la conferenza ha eletto la direzione di Lutte Ouvrière che, ricordiamolo, è collegiale, vale a dire che tutti i suoi membri hanno gli stessi diritti e funzioni. Per esempio, Lutte Ouvrière non ha presidente o segretario generale come certe altre organizzazioni politiche.
Il testo maggioritario intitolato la situazione internazionale ha raccolto il 96% dei voti.
Il testo maggioritario intitolato la situazione economica internazionale ha raccolto il 98% dei voti.
Il testo maggioritario intitolato situazione interna ha raccolto il 96% dei voti.
La frazione minoritaria esistente da parecchi anni nella nostra organizzazione ha, da parte sua, sottomesso un testo politico al voto. Intitolato i nostri orientamenti e i nostri compiti, ha raccolto il 3% dei voti.

La situazione internazionale

Testo della maggioranza
Quest'anno ancora è stato un anno di conflitti, di guerre, di massacri per ragioni politiche o etniche. Il numero delle zone di conflitti non è diminuito fin dalla scomparsa del blocco sovietico. In alcune di queste zone, come il Medio-Oriente, si perpetuano situazioni che sono apertamente conflittuali da tempo. In altre, come nel Timor orientale, dove gli avvenimenti hanno preso un corso particolarmente drammatico quest'anno, si tratta dell'esplodere di bombe a scoppio ritardato, poste tempo fa. In altre ancora, come in alcuni paesi dell'Africa, si stanno creando tutti gli elementi di conflitti futuri.
Ai tempi dei blocchi, la burocrazia sovietica aveva le sue zone proprie di conflitti. Ma quelle del mondo imperialistico, molto più numerose, nella maggioranza non dovevano niente all'esistenza dell'URSS, anche se questa aveva trasformato alcuni conflitti locali come posta in gioco nel confronto tra superpotenze. Il dominio dell'imperialismo sul pianeta ha sempre generato guerre, perfino nei cosiddetti periodi di pace, che hanno preceduto o seguito le due conflagrazioni mondiali.
La responsabilità dell'imperialismo è diretta in una gran maggioranza di guerre locali, sia dal fatto degli interventi militari delle stesse potenze imperialiste, in associazione o in rivalità ; sia perché aizzare i popoli gli uni contro gli altri è una delle forme di competizione tra le varie potenze e una tra le principali forme di dominio per ciascuna.
La responsabilità dell'imperialismo è più generale ancora perché è questo sistema che mantiene la maggior parte del pianeta nella miseria e impedisce all'umanità di poter regolare le eventuali dispute tra i popoli in modo democratico e pacifico.
La guerra che ha segnato di più l'opinione in Europa, perché ci si è svolta, è ovviamente la guerra aerea delle grandi potenze imperialistiche contro la Serbia. Abbiamo denunciato questa guerra, denunciando nello stesso tempo la politica di genocidio e di terrore utilizzata per spostare la popolazione albanese ; politica battezzata "pulizia etnica" e praticata da Milosevic, dal suo esercito e dalle bande armate dell'estrema destra serba.
Ci siamo differenziati da quelli che hanno presentato questa guerra come una "guerra americana", oppure, il che è un altro modo di dire la stessa cosa, come l'espressione dell'impotenza dell'Europa a regolare lei stessa i conflitti scoppiati sul continente. Le relazioni gerarchiche tra le potenze imperialistiche che partecipavano alla coalizione militare rispecchiavano i rapporti di forze, ma non significavano tuttavia gradi diversi di responsabilità.
Lo scopo comune delle grandi potenze era dimostrare che toccava a loro, e non a Milosevic, definire l'ordine da far rispettare nella regione. Per ognuna delle potenze, la presenza militare, qualunque sia la sua importanza, prolungava e garantiva la sua presenza politica ed economica nei Balcani.
L'ordine imperialista, una volta ancora imposto ai Balcani dall'esterno e con la forza delle armi - questa volta con argomenti umanitari -, è tuttavia il motivo fondamentale della situazione catastrofica in cui si trovano i Balcani. I popoli di questa regione non sono mai stati maestri del proprio destino. Fin dall'inizio dell'imperialismo, i trattati che hanno fatto e disfatto i confini sono sempre stati imposti loro dall'esterno, secondo i rapporti di forze tra potenze occidentali rivali. Le conseguenze di questo passato, fatto d'interventi militari, successivi o simultanei, di tutte le grandi potenze, almeno europee, che si sono illustrate nei bombardamenti di quest'anno, si prolungano fino a oggi. Le distruzioni ed i saccheggi da tempi di guerra che hanno accompagnato le guerre balcaniche del 1912 e del 1913, e poi i successivi passaggi degli eserciti austro- ungheresi, turchi, tedeschi, francesi e inglesi, durante la Prima guerra mondiale, e finalmente gli interventi tedeschi ed italiani prima e durante la Seconda guerra mondiale, costituiscono una delle maggiori cause dell'incapacità di questa regione dell'Europa ad uscire dalla povertà. Altra causa è il "saccheggio ordinario", più discreto, da tempi di pace, cioè lo sfruttamento da parte dell'Occidente imperialista delle ricchezze miniere e degli uomini. E si sa che la povertà è il terriccio sul quale crescono l'oppressione e la violenza.
Ma la responsabilità delle potenze imperialiste non riguarda soltanto il passato. Le grandi potenze hanno incoraggiato quelli che hanno spinto verso lo scoppio di questa Iugoslavia, che non era un modello ai tempi di Tito ma dove i popoli almeno coesistevano, si mescolavano e dove si poteva ignorare la propria "etnia" per essere semplicemente Jugoslavo. Hanno contribuito ad imporre come confini di Stato dei limiti amministrativi che hanno separato i popoli e, così facendo, hanno contribuito a creare una situazione in cui praticamente ogni popolo veniva trasformato in minoranza oppressa in tal o talaltro Stato. Non restava più ai demagoghi nazionalisti e alle bande armate estremiste che inasprire i nazionalismi, scavare un fosso di sangue e di odio. Con l'opporre le cricche nazionaliste le une alle altre, e di conseguenza coll'incoraggiare la loro esistenza, le grandi potenze non hanno smesso di buttare olio sul fuoco.
Benché l'intervento militare abbia avuto un carattere ed una durata limitati, una vera "Unione sacra" si è costituita in Occidente, nei ceti politici, nei mass media, tra quelli che fabbricano "l'opinione pubblica", per imporre un'apparenza meramente umanitaria dell'intervento, cancellando il suo carattere imperialista e, a maggior ragione, le responsabilità delle potenze che intervenivano.
A tal proposito, bisogna sottolineare l'atteggiamento dei cervelloni dell'intellighenzia, che si sono divisi tra una maggioranza che giustificava il bombardamento della Serbia e del Kosovo ed una minoranza opposta ai bombardamenti ma che giustificava Milosevic e la sua politica. Bisogna anche notare che il pacifismo dei Verdi vale solo in tempi di pace.
La maggioranza della popolazione delle potenze occidentali che partecipavano ai bombardamenti è stata disorientata dall'assenza di prospettive alternative, espressa con frasi come : "ma che cosa si può fare per fermare le stragi etniche ?". Senza mai diventare "guerrafondaia", la popolazione ha subito un ricatto del tipo : non bombardare vuole dire lasciare le mani libere a Milosevic ed accettare "la pulizia etnica". I bombardamenti hanno però confortato il potere di Milosevic e contribuito a scatenare l'attivismo micidiale dell'estrema destra serba contro la popolazione albanese del Kosovo (e dopo il ritiro delle truppe serbe, da parte delle milizie albanesi contro la minoranza serba).
Pur sostenendo il diritto dei popoli del Kosovo all'autodeterminazione, compreso fino a scegliere l'indipendenza nei confronti dello Stato serbo, non siamo stati solidali con l'UCK, principale organizzazione che militava per l'indipendenza del Kosovo. Più che rappresentante della volontà di combattere della popolazione albanese del Kosovo, quest'organizzazione era la forza suppletiva dell'intervento della NATO ed il veicolo nella popolazione, di una politica di pulizia etnica a rovescio rispetto a quella delle bande armate di Milosevic. Associata oggi al potere, mette in pratica quando lo può questa politica, senza neanche parlare delle sue attività apertamente mafiose.
Coll'ottenere il cedimento di Milosevic, le potenze imperialiste escono dalla guerra a buon conto. Possono rivendicare la fine dell'oppressione e dell'esodo degli Albanesi del Kosovo. Tuttavia, sono gli Serbi e gli Zingari che sono oggi costretti alla partenza. I bombardamenti non potevano colmare l'abisso delle opposizioni etniche. Infatti, l'hanno aggravato, spingendo ancor di più ogni popolo a rendere l'altro responsabile, non solo dei crimini dei suoi nazionalisti estremisti, ma anche delle bombe occidentali che hanno fatto vittime da ambe le parti.
Lo statuto di protettorato internazionale, la divisione del territorio kosovaro tra più truppe di occupazione, si aggiungono all'ufficializzazione del frazionamento della Bosnia tramite gli accordi di Dayton, frazionamento ugualmente protetto da truppe di intervento straniere. Gli interventi diplomatici e militari successivi dell'imperialismo hanno contribuito a rendere la situazione dell'ex-Iugoslavia sempre più inestricabile, senza risolvere nessun problema della regione. A cominciare da quello della povertà, perché l'economia della regione sarà riportata indietro, anche se la ricostruzione del Kosovo - e forse, domani della Serbia - determinerà lo sblocco di alcuni crediti occidentali che saranno intascati dai Bouygues di ogni paese.
E se i popoli del Kosovo da una parte, e quelli della Serbia e del Montenegro dall'altra, escono dissanguati dalla guerra - senza neanche parlare dell'Albania e della Macedonia che hanno ugualmente sofferto delle conseguenze della guerra -, Milosevic è sempre al potere. In mancanza di un rivale un po più presentabile, e soprattutto capace di soppiantarlo, le potenze imperialiste potrebbero benissimo trattare con Milosevic, per consolidare i nuovi confini usciti dalla guerra e per ristabilire relazioni commerciali con la Serbia.
Il ruolo diplomatico della Russia nei confronti della Serbia, uno tra i pochi atti da grande potenza di cui l'ex supergrande è stato ancora capace in questi ultimi anni, non può tuttavia nascondere il continuo erodersi del potere centrale nell'ex-URSS. La scadenza elettorale del 2000 che, teoricamente, non permette a Eltsin né di mantenersi né di ricandidarsi, inasprisce le lotte tra le diverse cricche dei vertici della burocrazia. Fin dall'inizio dell'anno, la Russia ha già visto passare tre primi ministri. Ovviamente, non si tratta dell'avvenire personale di Eltsin, ma di quello della cricca che lo circonda e che cerca con tutti i mezzi di assicurare la sopravvivenza delle proprie posizioni. Questo perché, per i "nuovi ricchi" della Russia, come per la burocrazia dell'ex-URSS, dalla quale provengono generalmente, la posizione nell'apparato dello Stato rappresenta l'accesso più sicuro alle possibilità di costruire fortune, utilizzando la prevaricazione, l'inganno, il saccheggio dei fondi dello Stato e delle imprese. La posta della battaglia tra oligarchi è il controllo delle banche, dei gruppi industriali e, ovviamente, della stampa e della televisione, mezzo di controllo dell'opinione pubblica : il pretesto democratico fa sì che le posizioni di potere devono ormai essere confermate da elezioni.
Durante le lotte di cricche, il saccheggio continua. L'essenziale del denaro sottratto in Russia continua a prendere la via delle banche occidentali. Esperti bancari svizzeri ritengono che l'ammonto totale del denaro accumulato col passare del tempo nelle banche occidentali, proveniente dai paesi sorti dallo smembramento dell'ex-Unione sovietica, si aggira sui 100 miliardi di dollari, una somma il cui aumento annuale sarebbe di 12 miliardi di dollari.
A titolo di paragone, gli investimenti stranieri nel settore produttivo sono stati di 2,2 miliardi nel 1998 (in calo del 65 % rispetto all'anno precedente). Il che significa che l'ammonto delle somme che hanno lasciato la Russia per essere investite nel sistema finanziario occidentale è stato sei volte più importante di quello che ci è entrato sotto forma di investimento.
Come i capitalisti d'Occidente, i burocrati saccheggiatori non si fidano ancora abbastanza dell'insediamento e del consolidamento di un capitalismo russo per rischiare i propri soldi coll'investire in Russia. Ceto parassitario da sempre, la burocrazia trova nuove fonti di profitto col riciclare, nel sistema finanziario internazionale,il denaro sottratto.
I banchieri occidentali stessi esprimono, stando ai loro esperti, la propria incapacità a determinare, tra le somme deposte da loro, ciò che proviene da operazioni commerciali cosiddette normali e ciò che proviene da sottrazioni illegali o addirittura da attività mafiose.
Il dominio economico e sociale della burocrazia assume un carattere sempre più mafioso.
Il cumulo delle conseguenze del crollo del vecchio sistema di produzione e del saccheggio burocratico è catastrofico per l'economia russa. Dallo studio recente di un ufficio di consulenti americani risulta che il prodotto interno lordo pro capite sia crollato del 40 % solo dal 1992. Eppure, conseguenza inattesa del crollo del rublo, quest'anno c'è stato una ripresa della produzione in qualche settore, come l'agroalimentare o l'industria leggera. Infatti, le importazioni provenienti dall'Occidente sono state ridotte da questo crollo del rublo - essendo lui stesso una delle fasi della "crisi asiatica" dell'anno scorso - che ha spazzato via questo "ceto privilegiato" che stava emergendo e sul quale contavano le imprese occidentali esportatrici verso la Russia. E' stato necessario che vengano sostituite dalle imprese locali. Invece di un nuovo calo della produzione interna annunciato per il 1999, si annuncia la sua stabilizzazione, il che è risentito come un successo.
Gli osservatori occidentali dell'economia russa parlano sempre meno di "economia di mercato", pure "in trasformazione", per sottolineare invece la demonetarizzazione dell'economia russa. Un indicatore tra altri : secondo le statistiche ufficiali, la parte del baratto negli scambi tra imprese continua ad aumentare ed è passata dal 47 % nel 1997 al 52 % nel 1998.
I rapporti degli esperti americani citati qui sopra, nell'analizzare le ragioni per cui l'introduzione del capitalismo si invischia in Russia, sottolineano anche la connivenza ed i legami di corruzione tra poteri locali e dirigenti d'imprese e la loro comune volontà di "mantenere una pace sociale relativa col sovvenzionare in un modo o nell'altro l'occupazione in industrie all'agonia" (rapporto citato dal giornale Le Monde).
Quest'atteggiamento prudente delle burocrazie locali tuttavia non impedisce la progressione della disoccupazione che colpisce ufficialmente il 12,5 % della popolazione attiva. E' una cifra paragonabile a quella della Francia, però in un paese in cui, qualche anno fa, la disoccupazione non esisteva.
L'abbassamento del livello di vita della stragrande maggioranza della popolazione è catastrofico. Lo stipendio reale di chi ha un posto di lavoro - e spesso bisogna averne parecchi per sperare di prendere almeno uno stipendio senza ritardo - ha perso il 15 % del valore in un'anno, solo per causa del crollo del rublo. Lo Stato censisce 40 milioni di persone - sui 148 milioni della popolazione russa - che vivono al di sotto della soglia della povertà : ne fanno parte l'80 % dei pensionati ed il 40 % dei bambini.
Mentre membri dell'alta burocrazia, "nuovi ricchi" e noti capi della mafia russa - per quanto si possano distinguere queste categorie - condividono i favori degli alberghi e dei commerci di lusso della Costa Azzurra, una frazione sempre più grande della popolazione sprofonda nella miseria.
I dirigenti della burocrazia russa hanno fatto una campagna xenofoba contro i Ceceni, o addirittura contro tutti i Caucasici designati come capri espiatori alla popolazione, e soprattutto hanno ripreso la guerra in Cecenia. Una guerra abietta in cui, sotto il pretesto di combattere l'ascesa dell'integralismo e la criminalità, l'esercito russo aggredisce la popolazione civile. Le ragioni della ripresa della guerra - ricordiamo che l'esercito russo aveva subito una grave sconfitta nella regione durante una prima guerra condotta tra il 1994 ed il 1996 - stanno senza dubbio nella prossimità delle elezioni, perché la cricca al potere vuole dimostrare la sua autorità a danno della popolazione civile di Cecenia. Gli scandali che hanno segnato la guerra precedente hanno mostrato inoltre che le sottrazioni a scapito delle truppe impegnate nella guerra, costituiscono una fonte di reddito apprezzata dai dignitari dell'esercito.
Del resto, questa guerra incontra solo un discreto rimprovero da parte delle grandi potenze imperialiste. E' vero che loro se ne intendono di bombardamento sistematico delle città, dei paesi e delle loro popolazioni civili !
Per quanto riguarda le altre repubbliche ex sovietiche, il crollo del rublo dell'estate del 1998 ha ricordato a che punto le loro economie erano interdipendenti. Col crollo del rublo, le monete di tutte queste repubbliche sono crollate anche loro, con conseguenze sociali ed economiche tanto più drammatiche, in quanto l'economia della maggioranza di questi Stati è meno sviluppata di quella della Russia.
Questa situazione è stata aggravata dalle scelte fatte, dopo il crollo dell'Unione sovietica, dalle burocrazie dirigenti locali che hanno spesso puntato tutto ai pochi prodotti naturali facili da esportare sul mercato internazionale e suscettibili di costituire una fonte di reddito in valute. Ma la specializzazione in una monocoltura o una produzione unica quale il gas, o nell'esportazione di uno o due prodotti minerali, mette questi Stati in una situazione di dipendenza verso il mercato mondiale, e subiscono l'urto frontale del calo generale del corso delle materie prime.
Le più povere tra queste repubbliche, Kirghizie, Tagikistan e perfino Georgia o Armenia, possono solo contare sull'aiuto della Russia per sopravvivere.
Per quanto riguarda le due grandi repubbliche non russe della parte europea dell'ex-Unione sovietica, l'Ucraina e la Bielorussia, le loro economie rimangono largamente integrate a quella della Russia, e la Bielorussia mantiene per di più la maggioranza delle forme e modi di funzionamento sovietici.
Delle ex repubbliche sovietiche, soli i paesi baltici hanno avuto un'evoluzione paragonabile alle ex Democrazie popolari. Questo risulta certamente tanto dalle dimensioni ridotte di questi paesi e della loro economia, quanto dalla data più recente della loro integrazione nell'ex URSS. Ma solo una di loro, l'Estonia, ha spinto le trasformazioni e l'integrazione nell'economia occidentale abbastanza lontano da stare, dietro alla Polonia, la Repubblica Ceca, l'Ungheria e la Slovenia, tra i paesi la cui integrazione nell'Unione europea sia oggi progettata.
Siccome da parecchi anni, la trasformazione dell'economia e della società dell'ex URSS non va avanti, proprio stando a quelli che si sono augurati che sia veloce, non abbiamo ragioni per cambiare la nostra caratterizzazione della società, dell'economia e, pertanto, dello Stato sovietico, più di quanto ne avevamo due o cinque anni fa. La Russia, come la maggioranza degli Stati nati dall'URSS, rimangono ancora sotto il dominio di burocrazie, frazionate tra una moltitudine di centri di potere, all'interno stesso di ogni nuova entità, con economie che legano la predazione fortemente mafiosa con la pratica del baratto in quanto espressione più diffusa della divisione del lavoro. Molti dei tratti essenziali delle entità statali nate dalla disgregazione dell'ex URSS sarebbero incomprensibili senza riferirsi al passato sovietico, alla sua economia centralizzata e pianificata e ai suoi rapporti sociali. Possiamo solo riprendere ciò che abbiamo detto l'anno scorso per concludere l'analisi delle trasformazioni, dieci anni dopo la perestrojka : "L'economia ex sovietica è stata rovinata, ma non ancora ristrutturata su una base capitalistica. Malgrado lo sfacelo economico - o meglio, precisamente a causa di questo - dovremmo ancora oggi proporre la politica che avremmo portata avanti otto o dieci anni fa se avessimo avuto forze militanti laggiù... A parte il fatto che non si tratta più di lottare per il mantenimento dell'economia pianificata, ma per il suo ristabilimento sotto il controllo della democrazia proletaria".
Dieci anni dopo la caduta del muro di Berlino e la scomparsa dei cosiddetti regimi di "democrazia popolare", dopo le congratulazioni di rigore, i giornalisti evocano qualche volta con un certo stupore la "nostalgia" per il passato che sopravvive in questi paesi, come se si trattasse di un sentimentalismo fuori luogo. Ma questa "nostalgia" si basa su realtà sociali.
I regimi delle Democrazie popolari erano infami, e non solo per causa dell'assenza di libertà, ma anche della differenziazione sociale crescente, ben prima che i sostenitori di questi regimi smettano di proclamarsi "socialisti" o "comunisti" (differenziazione che ha del resto largamente preparato il cambiamento del dopo 1989). Ma nello stesso tempo, questi regimi avevano assicurato una certa protezione sociale per tutti e la disoccupazione non esisteva. Per i disoccupati, per i lavoratori minacciati di diventarlo, per i pensionati, per le categorie più vulnerabili della popolazione, il cambiamento di regime si esprime nel degrado delle loro condizioni di vita, nell'insicurezza e, per l'insieme dei paesi, nell'aggravamento della povertà. E l'arricchimento sfacciato di un ceto della popolazione non è affatto una consolazione per gli altri. La sufficienza e l'arroganza trionfante dei profittatori del capitalismo sembrano più insopportabili ancora di quella dei dirigenti della dittatura declinante - tanto più che si tratta spesso delle stesse persone !
Non c'è stato peraltro nessun avvenimento politico maggiore nei paesi dell'Est dell'Europa. Tutt'al più si può menzionare che tre dei paesi meno poveri della zona, la Polonia, l'Ungheria e la Repubblica Ceca, che sono anche quelli più legati all'economia dell'Europa occidentale e più subordinate ai suoi capitali, hanno avuto quest'anno il grande onore di essere integrati alla NATO (ben prima che la loro domanda di adesione all'Unione Economica Europea sia accettata). Quest'integrazione alla NATO ha preso effetto appunto durante le settimane in cui l'alleanza militare occidentale ha cominciato i bombardamenti sulla Serbia ed il Kosovo. Benché il ministro degli Esteri polacco, uno tra gli ex dirigenti di Solidarnosc, abbia salutato l'evento coll'affermare che "l'entrata nella NATO significa accostare in un porto tranquillo", la prima manifestazione di questa "tranquillità" è stata per questi paesi il fatto di ritrovarsi in stato di guerra con la Serbia vicina. Oltre ciò che questo significava dal punto di vista delle relazioni tra i popoli di questa regione, l'economia di tutti i paesi che costeggiano il Danubio ha subito, per causa della guerra prima e della distruzione dei ponti dopo, le conseguenze dell'interruzione della navigazione fluviale, essenziale per gli scambi.
Per quanto riguarda la Romania, una tra le più estese e più popolate delle ex Democrazie popolari, e anche tra le meglio provviste in ricchezze naturali, la sua economia continua a sprofondare, con un calo del suo prodotto nazionale di più del 5 %, che si aggiunge al più del 20 % nei dieci ultimi anni. Questo regresso economico si unisce ad un aumento folgorante dell'ineguaglianza sociale per fare di questo paese uno di quelli in cui la miseria delle classi popolari è più insopportabile ; ed anche il più grande provveditore di candidati all'emigrazione verso l'Europa occidentale. Emigrazione clandestina per forza : le restrizioni all'ingresso nei paesi occidentali hanno sostituito la "cortina di ferro" di una volta. L'anno è stato segnato in questo paese dalla lotta decisa dei minatori. Sfortunatamente, quelli che si trovano da parecchi anni alla testa della lotta dei minatori sono legati all'estrema destra ultranazionalista. L'eventualità che i nazionalisti estremi incanalino il malcontento sociale è una minaccia tanto più grave per la classe operaia e l'insieme della società, che il paese comporta importanti minoranze nazionali e che, in mancanza di forze politiche che possano dare prospettive alle classi lavoratrici, esiste il pericolo di un'evoluzione "alla Jugoslava".
Dall'altra parte del mondo, le stragi dell'esercito indonesiano prima di lasciare il Timor orientale non possono essere evocate senza sottolineare le responsabilità schiaccianti delle potenze occidentali. C'è ovviamente una responsabilità storica : la specificità del Timor orientale - ex colonia portoghese in un arcipelago a lungo colonizzato dai Paesi Bassi - risulta da secoli di rivalità tra potenze europee. Ma c'è anche una responsabilità molto più attuale : l'esercito indonesiano che ha massacrato è stato ammaestrato dagli Stati Uniti per altre stragi "dimenticate" dalla maggioranza di quelli che hanno fatto finta di indignarsi di fronte a quello che è successo nel Timor : la strage delle massi lavoratrici della stessa Indonesia e del Partito comunista indonesiano. E quando l'esercito indonesiano ha occupato il Timor, vent'anni fa, l'ha fatto con l'accordo, almeno tacito, di tutte le grandi potenze.
Ovviamente, era escluso per noi raggiungere il coro di tutti quelli - e le loro file hanno perfino contato parte dell'estrema sinistra - che, di fronte all'orrore delle stragi, hanno chiesto l'intervento delle potenze imperialiste. Oltre il carattere ridicolo della domanda, era un modo per assolvere l'imperialismo per le sue responsabilità passate e un'appoggio per quello che farà in futuro, nella regione o altrove, a nome di questo "diritto d'intervento" che è di moda giustificare con argomenti umanitari.
Le potenze imperialiste possono essere condotte ad intervenire in tante circostanze per cercare di risolvere una situazione inestricabile creata da loro stesse. I comunisti rivoluzionari non hanno da giustificare nessun aspetto della politica imperialista, e ancora meno hanno da suggerire all'imperialismo una "buona" politica . Devono fare sì che il proletariato prenda coscienza della necessità di distruggere l'imperialismo.
Le discussioni per lo statuto definitivo della Palestina sono cominciate. Probabilmente sboccheranno sulla proclamazione di uno Stato palestinese. Tuttavia non è difficile prevedere la realtà, dietro a quel cambiamento di statuto giuridico.
Essendo il suo esercito incapace di fermare la "guerra delle pietre", Israele ha fatto, qualche anno fa, la concessione di un mini-stato palestinese, in scambio con il fatto che Arafat e l'OLP accettino di utilizzare la loro autorità per calmare la popolazione palestinese. Quello che è stato presentato da alcuni come la prima tappa del percorso verso uno Stato palestinese si è rivelato invece un mezzo di respingere questa scadenza.
Il territorio concesso all'Autorità palestinese è minuscolo, frazionato, non vitale economicamente e per di più, asfissiato ogni volta che il governo israeliano decide di chiudere i passaggi sulle linee di demarcazione.
Le poche concessioni fatte hanno tuttavia rafforzato l'estrema destra israeliana, insieme al rafforzamento delle organizzazioni integraliste palestinesi di fronte al carattere irrisorio di queste concessioni.
Anche se Israele finisce coll'accettare che l'Autorità palestinese si trasformi in uno Stato internazionalmente riconosciuto, sarà uno di quelli mini-Stati di cui il mondo è pieno, che permetterà ad un piccolo ceto di dirigenti di dividersi alcuni posti e posizioni. Tutti quelli che la povertà costringe ad andare a lavorare in Israele dovranno farlo ancora, a parte che i reticolati che circondano i territori sotto autorità palestinese si trasformeranno in confini di Stato. Ciò non permetterà né una coabitazione su un piede di parità tra popolo palestinese e popolo israeliano, né soprattutto alla maggioranza della popolazione palestinese di vivere in modo corretto.
Ma il fatto che non ci sia soluzione per il popolo palestinese implica anche che non ce ne sia per il popolo israeliano. In base alla politica che è quella dei suoi dirigenti fin dalla creazione dello Stato d'Israele, cioè la scelta di essere l'alleato fedele delle potenze occidentali in generale e degli Stati Uniti in particolare, contro le masse popolari dei paesi arabi vicini, la popolazione d'Israele sarà sempre costretta al ruolo di guardia carceraria.
Noi siamo sempre stati e siamo ancora per il diritto di ogni popolo della regione a viverci. Appare però evidente che né i dirigenti d'Israele, né quelli dei regimi arabi vicini, sono capaci di portare avanti una politica che permetta ai loro rispettivi popoli di stabilire relazioni democratiche che consentano una fraterna coesistenza. E' difficile immaginare tali relazioni tra popoli nell'ambito di un sistema basato, all'interno stesso dei popoli, su relazioni di sfruttamento e di oppressione.
Il continente africano è diventato quello che comporta probabilmente il più grande numero di conflitti di ogni genere. Gran parte del continente sta sprofondando nel caos ed il regno di bande di uomini armati, ufficiali o ufficiose.
In alcuni di questi paesi, come lo Zaire, il potere centrale si esercita solo in zone limitate. In altri, come la Somalia, non c'è affatto un potere centrale. Malgrado "piani di pace" e "riconciliazioni nazionali" periodiche, il Liberia e la Sierra Leone non riescono ad uscire dalla guerra civile che li insanguinano da tanti anni, non più che il Ruanda ed il Burundi. In Angola sono stati conservati apparati militari che risalgono ai tempi della lotta contro il dominio coloniale portoghese. Tra l'Etiopia e l'Eritrea, si tratta di una pace armata.
Sia il loro reclutamento in base ad un'opposizione politica oppure semplicemente etnica, le bande armate reclutano molto spesso innanzi tutto perché il possesso di un'arma diventa una possibilità di sopravvivenza, o addirittura l'unica.
Il regno delle bande armate, più o meno strumentalizzate da potenze imperialiste quando queste ci hanno interesse per poi essere abbandonate quando questo interesse svanisce, è uno dei fattori che aggravano le conseguenze del saccheggio imperialista. L'Africa è il continente che, nel suo complesso, continua ad impoverirsi, non solo nei confronti dei paesi imperialisti, ma anche in assoluto.
Benché la Costa d'Avorio non sia tra i paesi d'Africa più sfavoriti dalla sorte, conviene parlare della situazione di questo paese che è la base principale di estensione dell'imperialismo francese, in direzione della sua "riserva" dell'Africa occidentale. Questo statuto gli permette di beneficiare della presenza di un numero abbastanza grande di gruppi industriali e bancari francesi, così come dell'esercito francese.
La campagna per l'elezione presidenziale del 2000 ha preso una piaga sempre più aspra tra i due principali candidati, Konan Bedié e Alassano Ouattara. Tutti e due sono uomini della borghesia e per di più, usciti dallo stesso serraglio politico, quello del vecchio partito unico di Houphouet-Boigny. L'uno è stato l'ultimo primo ministro di Houphouet-Boigny, mentre l'altro era presidente dell'Assemblea nazionale nello stesso periodo. L'unica differenza tra loro è certamente che Bedié, l'attuale presidente della Repubblica, è più legato alla Francia e ai suoi interessi di Ouattara, a lungo importante funzionario internazionale del FMI e più vicino agli Americani.
Bedié, il presidente in posto, protetto dalla Francia, ha subito collocato la campagna della presidenziale sotto il segno dell'etnismo, coll'accusare il suo rivale, nato da un'etnia del Nord a cavallo con il Burkina Faso, di non essere della Costa d'Avorio e negandogli il diritto di aspirare alla presidenza. Le truppe di Ouattara non hanno tardato a rispondere nello stesso modo, prendendosela col monopolio dei Baoule - etnia di fu Houphouet-Boigny e di Bedié -sul potere.
I mass media agli ordini del potere riprendono ed accentuano il carattere etnico degli scontri, col propagandare delle idee in nome delle quali, domani, si potranno mobilitare le etnie le une contro le altre, il che in questo paese che ne conta una sessantina avrebbe conseguenze drammatiche. Tanto più che l'etnismo può fare, e fa già, da diversivo di fronte ad una situazione economica in via di deterioramento, segnata da importanti aumenti dei prezzi dei prodotti di grande consumo in un paese dove già il potere d'acquisto delle masse lavoratrici è irrisorio.
I due uomini che, nella loro lotta per il potere, si servono della demagogia etnista, per il momento se ne servono solo in modo verbale. Nel Liberia vicino, non completamente uscito da una lunga guerra civile, la lotta per il potere si è svolta le armi alla mano, ma anche con delle pseudo-giustificazioni etniche. Bisogna ricordarsi che, nel Ruanda, i massacri etnici sono anche stati preceduti e preparati dall'etnismo verbale. E' sotto gli occhi dei loro protettori delle grandi potenze imperialistiche sedicenti civilizzate, della Francia in particolare, che gli ambienti dirigenti stanno innescando nella Costa d'Avorio una bomba a scoppio ritardato che potrà esplodere a qualsiasi momento.
In Algeria, con le dimissioni di Zeroual, l'esercito ha lasciato il proscenio politico. Ma le condizioni stesse che hanno portato all'elezione di Buteflika alla presidenza della repubblica hanno dimostrato quanto l'esercito rimane in prima fila per controllare e sorvegliare la vita politica. La stampa internazionale ha insistito sul successo che il recente referendum sulla concorda nazionale avrebbe rappresentato per Buteflika. Ma se Buteflika dovesse riuscire a riassorbire il terrorismo islamista, questo certamente non risulterebbe dal suo successo elettorale ma dal disgregamento della guerriglia islamista stessa.
E' ben difficile sapere fino a che punto tale disgregamento è reale poiché ogni tanto degli attentati ricordano che l'esercito rimane ben lungi dall'avere vinto l'islamismo armato. Ma, ben al di là di questo aspetto della situazione, il regime più o meno civile di Buteflika non sarà capace, più dei suoi predecessori, di porre fine alla corruzione e innanzitutto alla povertà. Ora, è stata questa povertà a fornire il terriccio dal quale sono cresciuti i movimenti islamici in genere e le loro emanazioni armate in particolare.
E bisogna anche lì ricordare la schiacciante responsabilità dell'imperialismo francese e i danni da lui causati in questo paese durante 130 anni di dominio coloniale, poi durante gli otto anni di una guerra atroce. E l'indipendenza dell'Algeria non è stata la fine del saccheggio con cui la borghesia francese continua di accrescere i suoi profitti, col mantenere nella miseria le classi lavoratrici dell'Algeria, come d'altra parte dell'insieme del Nord- Africa.
Il recente colpo di Stato militare nel Pakistan ricorda la fragilità dei regimi di un gran numero di paesi poveri che vengono abusivamente chiamati "democrazie". Non è neanche sicuro che i militari che hanno ripreso il potere non abbiano beneficiato di un certo consenso, tanto la democrazia pakistana era notoriamente corrotta. Evidentemente le cose non andranno diversamente con i militari, ma la dittatura avrà più possibilità di nascondere la corruzione.
In materia di corruzione le cose sono uguali nell'India vicina che il linguaggio giornalistico chiama con grande compiacenza la più grande democrazia del mondo.
Le forme parlamentari, che non sono mai sparite in India e sono state più o meno generalizzate in un gran numero di paesi poveri durante lo scorso decennio, mal nascondono in questi paesi l'onnipotenza dell'esercito, della polizia e delle bande armate private, e innanzitutto della dittatura della fame.
Se pare che le potenze imperialistiche, spinte dai loro interessi commerciali, riallaccino rapporti col regime dell'Iran, detto "in via di democratizzazione" per l'occasione, la situazione dell'Iraq rimane immutata. La popolazione di questo paese nel suo complesso, come le sue minoranze curde e sciite, continua, non solo di sopportare la dittatura di Saddam Hussein, ma anche di subire il boicottaggio economico e i bombardamenti periodici delle grandi potenze, Stati Uniti in testa.
L'imperialismo punisce il popolo iracheno per i crimini del suo dittatore, pur accettando facilmente l'esistenza di una dittatura di più in questa regione, con le sue forti tensioni nazionali e sociali.
Il periodo rimane caratterizzato su scala del mondo dall'ascesa dei micro nazionalismi, dell'integralismo di tutte le religioni, dell'etnismo, e dalla regressione che tutto questo rappresenta.
Conviene però ricordare che l'imperialismo, pur "mondializzato" che sia, ha sempre saputo convivere con molte forme di nazionalismo o di micro- nazionalismo nei paesi poveri, quando non le ha create lui stesso. Ricordiamoci dei mini-Stati creati in America centrale, le cui frontiere coincidevano spesso con i limiti delle terre dell'United Fruit o simili. O di questi mini-Stati disegnati intorno ai pozzi di petrolio nel Koweit, Abu-Dabi o in questi Emirati Arabi, cosiddetti Uniti per derisione.
Ma le idee progressiste hanno bisogno di essere portate da forze sociali. Da molto tempo la borghesia non è più portatrice di alcun idea progressista. Con il crollo dello stalinismo che le ha fatto da modello, l'intellighenzia piccolo- borghese stessa ha abbandonato le sue infatuazioni passate per quello che chiamava "socialismo", "comunismo" o "nazionalismo progressista", per ricollegarsi con le idee più reazionarie.
La rinascita della vitalità delle idee progressiste è legata alla rinascita del proletariato quale forza politica portatrice delle idee autenticamente comuniste e capace, in nome di queste idee, di pesare sulla vita politica.
10 novembre 1999

La situazione economica internazionale

Testo della maggioranza
L'anno scorso è stato considerato un buon anno dai commentatori del mondo capitalistico. La crisi finanziaria dell'anno precedente che ha devastato il Sudest asiatico, poi la Russia, non si è trasformata in un collasso generalizzato. In quanto ai danni per la popolazione lavoratrice di queste regioni, le fabbriche chiuse, la disoccupazione aumentata, ovviamente i finanzieri non ci fanno caso.
Delle grandi potenze imperialistiche, solo il Giappone è un recessione. Invece la situazione economica degli Stati-Uniti viene celebrata ed alcuni affermano che con otto anni di continua crescita, la maggiore potenza imperialistica ha vissuto uno dei più lunghi periodi senza recessione della sua storia economica. L'Europa occidentale rimane un po' indietro, ma la Francia avrebbe un buon risultato.
Stando ai profitti delle grandi imprese, infatti la situazione è soddisfacente per la classe capitalista. Prosegue il movimento di ascesa del saggio di profitto, cominciato all'inizio degli anni ottanta. Il prezzo è il degrado della situazione delle classi lavoratrici che si sa, cioè lo sfruttamento accresciuto di chi sta al lavoro mentre una frazione importante della classe operaia viene ridotta alla disoccupazione totale, parziale o intermittente.
In Francia, con il 12% ufficiale di disoccupati, il 6% di contratti a tempo determinato o interinali ai quali bisogna aggiungere quelli che sono sotto contratti formazione lavoro e quelli che non si iscrivono più nemmeno all'ufficio di collocamento, chi non ha un lavoro stabile o non ha affatto lavoro rappresenta tra un quinto e un quarto dei salariati. In quanto alle cifre della disoccupazione, più basse in alcuni paesi come la Gran Bretagna e innanzi tutto gli Stati Uniti, anche a prescindere dalle ciarlatanerie statistiche, nascondono stentatamente il carattere precario dell'occupazione, e quindi l'abbassamento drastico del potere d'acquisto di una proporzione crescente della classe operaia.
La borghesia capitalistica continua ad approfittare del rapporto di forza creato dalla disoccupazione per accrescere il saggio di sfruttamento con tutti i mezzi a disposizione : abbassamento dei salari reali, intensità crescente del lavoro, allungamento del tempo di lavoro reale.
Durante gli anni ottanta, i profitti accumulati hanno alimentato quasi esclusivamente i circuiti finanziari. Lo fanno ancora.
Da qualche anno però, sembra di nuovo che le attività produttive siano tanto redditizie quanto le attività finanziarie.
La capacità delle imprese di produzione di accumulare alti profitti in modo duraturo non è dovuta ad un movimento di allargamento dei mercati paragonabile al periodo che ha preceduto la crisi (tranne alcuni settori, di cui quelli legati all'informatica). Il rilancio del consumo di cui parlano i commenti tendenziosi riguarda la borghesia, piccola o grande; L'ampiezza della disoccupazione e l'abbassamento del potere d'acquisto delle classi popolari limitano la possibilità di un'accrescimento importante e continuo della domanda di beni di consumo. E malgrado il ritorno ad un alto saggio di profitto, gli investimenti non hanno ancora raggiunto il livello di prima della crisi. Per aggiunta, riguardano attrezzature che richiedono meno immobilizzazioni in capitale fisso e per meno tempo.
La continua crescita dei profitti deriva quasi esclusivamente dall'aggravamento dello sfruttamento in imprese che producono in quantità uguale, o anche maggiore, con un organico diminuito e mal pagato.
Però questa capacità delle imprese di produzione di accumulare profitti alti nel lungo periodo fa sì che i capitali in cerca di investimenti, a cominciare da quelli accumulati dalle imprese stesse, sono di nuovo attratti da questo cosiddetto "investimento" che consiste nel comprare altre imprese e la parte di mercato che detengono.
Gli acquisti e le vendite di imprese, tramite accordi consensuali o tramite battaglie borsistiche che mobilitano somme allucinanti, hanno segnato l'anno scorso. Il recente rapporto di una commissione dell'ONU accenna ad "un impressionante movimento di fusioni-acquisti" ed afferma che "il totale degli acquisti mondiali di imprese ha raggiunto 411 miliardi di dollari nel 1998, in aumento del 74% rispetto al 1997, anno già segnato da una progressione del 45%". Il rapporto afferma d'altra parte che "le transazioni del primo semestre del 1999 equivalgono già al totale delle fusioni del 1998". Senza parlare nemmeno degli acquisti di imprese a fini puramente speculativi, le concentrazioni che ne risultano sono in genere solo finanziarie e non ne consegue un aumento della capacità produttiva, e ancora meno delle creazioni di posti di lavoro. Quando Renault, approfittando di un'opportunità offerta dalla crisi asiatica, acquista Nissan, il suo "investimento" nel Giappone non crea fabbriche supplementari, anzi ne sopprime. La crescente concentrazione del capitale da un lato, le soppressioni di posti di lavoro dall'altro, sono due aspetti inseparabili del movimento di "ristrutturazione" in corso nel settore produttivo, come d'altronde nel settore bancario e nel gran commercio.
Una parte crescente del capitale è concentrata nelle mani di un numero limitato di grandi trust. Il medesimo rapporto dell'ONU parla di cento imprese che impiegano direttamente 6 milioni di persone e rappresentano complessivamente un fatturato di 2100 miliardi di dollari, ossia una volta e mezza il prodotto interno lordo della Francia, e sono "i nuovi maestri del mondo" che "impongono i loro obiettivi e ridisegnano il mondo".
Se ci si aggiungono anche le 60000 multinazionali che rappresentano il 25% della produzione mondiale, queste società sono infatti i maestri -non tanto nuovi insomma- dell'economia mondiale e della vita di 6 miliardi di esseri umani.
Le imprese attraggono anche, da parecchi anni, i capitali puramente finanziari.
La dominazione del capitale finanziario sul capitale produttivo è tanto vecchia quanto l'imperialismo. Da un secolo, il sistema finanziario e bancario non si limita più, e ci mancherebbe, alla parte dell'intermediario in carica dell'accentramento del capitale-denaro per metterlo a disposizione dell'economia capitalistica, sotto forma di crediti e dei fondi necessari per rendere la circolazione del capitale la più rapida possibile e nello stesso tempo contribuire alla perequazione del saggio di profitto.
Una delle conseguenze maggiori dell'evoluzione dell'economia capitalistica sin dal 1975-1976, cioè da quando è entrata in un periodo in cui le recessioni economiche ravvicinate si alternano a riprese deboli, sta nel fatto che gli investimenti finanziari sono stati a lungo, e rimangono in gran parte, più lucrativi degli investimenti nella produzione. Ne deriva la valorizzazione sempre più finanziaria dei capitali disponibili. Ne deriva anche l'abbondanza dei "prodotti finanziari" e lo sviluppo dei fondi specializzati negli investimenti finanziari.
Questi fondi d'investimento che attraggono i capitali disponibili di imprese o di ricchi privati rappresentano un potere considerevole. Il più importante di questi controlla fondi superiori al totale delle azioni quotate alla Borsa di Parigi. Vale a dire che possono comprare azioni delle maggiori multinazionali in quantità sufficiente da potere imporre loro una linea strategica.
In Francia, per esempio, i fondi d'investimento e fondi pensioni detengono il terzo e perfino la metà delle azioni di alcune delle più grandi imprese, dalla BNP alla Saint-Gobain, alla Elf-Total o alla Pinault-Printemps. La preoccupazione maggiore di questi fondi non è lo sviluppo a lungo termine dell'impresa, ma la sua capacità ad accumulare questo profitto del 15% circa che pare sia necessario, stando agli ambienti finanziari, per un aumento ben più importante del prezzo delle azioni e quindi della fortuna degli azionisti. Infatti questi fondi d'investimento ricercano un rialzo rapido del corso delle azioni ben più che l'ammonto e la regolarità dei dividendi.
Il loro investimento è quindi molto volatile e può ritirarsi non appena pare che la redditività finanziaria non sia più garantita. Ne risulta che la strategia stessa delle imprese di produzione è in gran parte influenzata dall'evoluzione a breve termine delle azioni in Borsa.
L'introduzione massiccia nel capitale produttivo di capitali in cerca di un investimento proficuo a breve termine apre un grande spazio a tutte le speculazioni.
Nello stesso modo del sistema bancario, il mercato borsistico ha sempre avuto una parte indispensabile nell'economia capitalistica. Facilita la mobilitazione e la concentrazione del capitale e, teoricamente, la sua trasformazione in capitale produttivo. Ma il prezzo delle azioni che, ricordiamolo, rappresentano una parte di proprietà dell'impresa che le emette, non è più solo tratto in avanti dai profitti risultanti dalla produzione presente. Sono stimolati ancora di più dalle anticipazioni sui profitti futuri, fondate o meno, il cui sbocco inevitabile è la speculazione.
L'involo surrealista del prezzo delle azioni delle società in rapporto coll'Internet ne dà un'illustrazione. Così la capitalizzazione borsistica della società Yahoo!, la più importante del settore, - cioè il prezzo complessivo delle sue azioni in Borsa- supera quella del gigante del petrolio Texaco. Si specula su queste azioni come si speculava ieri sulle monete asiatiche (o contro di loro), con lo stesso risultato prevedibile.
La crescente dipendenza delle imprese, cioè la produzione di beni materiali, rispetto ai capitali speculativi e ai loro imprevedibili sobbalzi, mette l'economia internazionale sotto una minaccia permanente. La crisi asiatica, anche se è rimasta limitata, ha ricordato l'acutezza di questa minaccia.
Lo sviluppo dei fondi d'investimento è il tributo pagato dal capitale produttivo al capitale finanziario. Il fatto che ambedue stiano bene è un'altra espressione del maggiore sfruttamento della classe operaia. Il capitale produttivo riesce a riportare sulla classe operaia tutto il peso del parassitismo del capitale finanziario.
Una delle funzioni del sistema bancario è sempre stata di drenare verso il gran capitale il risparmio delle classi popolari. Tale fenomeno prende delle dimensioni mai raggiunte prima. I fondi pensione che centralizzano il denaro risparmiato dai salariati per assicurare la loro pensione sono divenuti attori maggiori della speculazione mondiale. Ma l'importanza assunta da questi fondi pensione non è solo dovuta alle deregolamentazioni della mondializzazione, ma anche al fatto che dappertutto le protezioni sociali sono indebolite e che, dappertutto anche, lo Stato attinge alle casse sociali per accordare favori al gran padronato.
Il capitalismo in putrefazione trasforma una frazione crescente della classe operaia stessa in "risparmiatori forzati". E chi non ha un salario sufficiente per risparmiare o per assicurarsi in modo conveniente contro la malattia è ridotto, al meglio, all'elemosine pubblica o privata, e al peggio non gli resta più, venuta la vecchiaia, che da sparire.
Sotto certi aspetti, quello che viene chiamato "la mondializzazione finanziaria", cioè la libertà del capitale finanziario di spostarsi ed investirsi al di là delle frontiere, non è un fenomeno nuovo. Era almeno tanto importante all'inizio di questo secolo quanto lo è oggi. Con l'oro come strumento di pagamento internazionale e la convertibilità in oro delle monete delle grandi potenze imperialistiche, gli spostamenti di capitali su scala mondiale in cerca di investimenti redditizi, incontravano ancora meno ostacoli che oggi.
Dopo un primo periodo di regolamentazione durante la prima guerra mondiale, è la crisi del 1929, poi la seconda guerra mondiale che hanno portato i vari Stati, compresi quelli delle maggiori potenze imperialistiche, ad abbandonare, parzialmente in quanto agli Stati-Uniti e totalmente per gli altri, la convertibilità della loro monete in oro e ad imporre un regime di regolamentazione delle operazioni finanziarie, di controllo dei cambi e dei movimenti di capitali. La "mondializzazione finanziaria" attuale risulta nello stesso tempo dall'abbandono di questi controlli degli Stati in seguito alle misure di deregolamentazione iniziate da venti anni circa, dalla soppressione delle barriere tra i mercati finanziari nazionali e dalla loro interpenetrazione e, in fine, dalla despecializzazione progressiva delle banche che non sono più sole ad agire sui mercati finanziari.
Questa "mondializzazione finanziaria" a sua volta dà un formidabile colpo di acceleratore alla crescita delle operazioni finanziarie. Non solo il controllo, ma anche la semplice misura delle transazioni finanziarie, diventano impossibili.
La natura stessa della deregolamentazione ricorda però che questa "mondializzazione finanziaria" non è il risultato della sola evoluzione economica di fronte alla quale gli Stati rimarrebbero impotenti. Si è svolta con l'aiuto dei governi, tutti desiderosi di spianare il terreno di fronte al capitale finanziario. Basta ricordarsi delle lodi alla Borsa e alle attività borsistiche del defunto primo ministro socialista francese Bérégovoy. La deregolamentazione è stata l'opera dei governi.
Certamente non abbiamo da contrapporci alla "mondializzazione finanziaria" in nome del ripiegamento nazionale, né agli aspetti liberisti del capitalismo in nome dei suoi aspetti statalisti. Tanto meno che gli aspetti liberisti non hanno per nulla fatto sparire gli aspetti statalisti.
Raramente nel passato gli Stati hanno dedicato una parte così importante del loro bilancio ad aiutare la classe capitalista. I più grandi trust del mondo si appoggiano sulla potenza dei loro Stati per fare prevalere i loro interessi, nelle negoziazioni internazionali come sul terreno stesso ; con la diplomazia internazionale come, se necessario, con la presenza militare.
Il problema non è che gli Stati imperialistici stiano diventando impotenti di fronte alla mondializzazione. Sta nel fatto che questi Stati sono al servizio del gran capitale.
Trattandosi delle potenze imperialistiche, il problema non sta neanche nelle "rinunzie alla sovranità", come viene affermato non solo dai demagoghi di destra, ma anche da correnti che si pretendono di sinistra, addirittura d'estrema sinistra. Quando gli Stati nazionali trasmettono ad istituzioni sovranazionali una parte della loro autorità, è perché ritengono che gli interessi dei loro mandatari sono meglio protetti in associazione con altri Stati.
I "mercati comuni" regionali, le Unioni doganali, esprimono fondamentalmente il fatto che lo sviluppo dell'economia e la divisione internazionale del lavoro avrebbero dovuto, da molto tempo, ridurre le frontiere e le barriere economiche nazionali ad un semplice ricordo di un periodo della storia dell'umanità ormai superato. Ma la sopravvivenza del capitalismo fa sì che questo periodo non è chiuso. L'emergenza di complessi economici più vasti esprime la sopravvivenza del sistema capitalistico così come la necessità della sua sparizione.
Questi "raggruppamenti economici", che non uniscono le entità nazionali in un complesso omogeneo, ma al contrario fortemente gerarchizzati, in genere costituiscono la sfera d'influenza di una o parecchie potenze imperialiste dominanti (quando non corrispondono semplicemente ad un ex impero coloniale o semicoloniale).
Il NAFTA (North American Free trade Agreement - Accordo di libero scambio Nord Americano) che raggruppa Stati-Uniti, Canada e Messico, è uno strumento di dominazione dei primi. E il Mercosur, il mercato comune del cono sudamericano, ha un bel atteggiarsi ad un'alternativa al dominio degli Stati Uniti, è in realtà uno dei suoi vettori, così come lo è il CARCOM, il mercato comune della zona dei Caraibi. In quanto all'AFTA (Asian Free Trade Union - Unione asiatica di libero scambio), rappresenta più o meno l'ex zona d'influenza del Giappone.
Così è per l'Unione europea con questa originalità che le tre principali potenze imperialistiche d'Europa, la Germania, la Gran Bretagna, la Francia, con altre potenze imperialistiche ancora più deboli, pur rivali tra di loro, sono state costrette ad associarsi per salvaguardare i loro interessi di fronte a potenze più forti di loro. L'Unione non ha affatto posto termine a questa rivalità, come lo dimostra la recente "guerra della carne di manzo" che oppone Francia e Gran Bretagna.
Ma altre guerre commerciali, come per esempio la guerra della banana che oppone tra di loro due entità imperialistiche, gli Stati-Uniti e l'Unione europea, di cui né l'una né l'altra produce sul proprio suolo delle banane in quantità significativa, ricordano che una delle ragioni di essere dell'Unione europea è di permettere a potenze imperialistiche di secondo ordine di tentare di preservare insieme delle sfere d'influenza economica che esse non sono più in grado di preservare solo con le proprie forze. Le difficoltà dell'imperialismo francese a preservare la sua "zona riservata" africana dall'influenza americana e dalle merci giapponesi, illustra tale necessità.
L'Unione europea, la moneta unica, non sono solo destinate a sopprimere le barriere interne delle potenze imperialistiche d'Europa, a permettere loro di fronteggiare meglio la concorrenza americana o giapponese ed a facilitare il loro dominio sui piccoli paesi non imperialistici del continente. Sono anche destinate a garantire meglio l'accesso degli imperialismi d'Europa al saccheggio del Terzo Mondo.
Fatto sta che il saccheggio e lo sfruttamento dei paesi sottosviluppati continuano a giocare un ruolo di primo piano nella prosperità della borghesia dei paesi imperialistici. Questo saccheggio si svolge sempre più tramite gli interessi usurari pagati da questi paesi al sistema finanziario occidentale. Ma non è solo finanziario. Non bisogna dimenticare il dominio, di nuovo in crescita oggi, passate le ondate di nazionalizzazioni che hanno seguito la decolonizzazione, sui settori economici di questi paesi in grado di produrre profitti.
Uno degli elementi della "decolonizzazione finanziaria", la pressione esercitata sui paesi poveri per privatizzare le imprese nazionalizzate e spianare il terreno davanti alla circolazione dei capitali, toglie a questi paesi gli strumenti di resistenza di cui alcuni di loro disponevano. Anche la Cina, sulla strada di un ritorno rapido al capitalismo privato, ha in progetto la convertibilità della sua moneta, la generalizzazione delle privatizzazioni ed un'apertura crescente alle merci e ai capitali imperialistici, e lo ha espresso con la sua richiesta d'adesione all'Organizzazione Mondiale del Commercio. Il ceto privilegiato nazionale forse troverà interesse, come la borghesia parassitaria di tutti i paesi sottosviluppati, a riallacciare così i rapporti con l'imperialismo -anche se questo non è scontato. Ma in Cina come altrove, i capitali occidentali - nella misura in cui non saranno puramente speculativi- andranno ai pochi settori proficui. Le privatizzazioni si tradurranno inevitabilmente con chiusure di fabbriche, con la distruzione di una parte più o meno consistente di un'industria nazionale faticosamente costruita al prezzo dei sacrifici imposti dal regime alle classi lavoratrici, che dovranno ormai fronteggiare una disoccupazione massiccia.
La Conferenza di Seattle, che doveva aprire un nuovo ciclo di negoziazioni nell'ambito dell'organizzazione Mondiale del Commercio, è stata presentata come un passo in avanti nell'organizzazione del mercato mondiale. Ma gli urti tra gli interessi contraddittori delle potenze imperialistiche d'Europa e quelle dell'America e del Giappone dimostrano che non si tratta affatto di un mercato armonioso, nel quale ogni paese abbia diritti, privilegi ed inconvenienti simili. Così come, molto esattamente, sarebbe ridicolo parlare di uguaglianza sui mercati interni, sarebbe ridicolo parlare di uguaglianza tra Carrefour ed un piccolo bottegaio di quartiere, tra un gigante dell'industria agroalimentare ed il piccolo contadino, o ancora, sul mercato del lavoro, tra il padrone capitalista ed il disoccupato che bussa alla sua porta per chiedere un lavoro.
Il mercato mondiale, anche organizzato -perché in effetti l'OMC rappresenta un tentativo d'organizzazione e fino ad un certo punto di regolazione sovranazionale- è e rimarrà un luogo di confronti e di guerre commerciali dove solo contano i rapporti di forza. Il commercio internazionale, di cui all'avvicinarsi della conferenza di Seattle è stato lodato il ruolo determinante nella crescita economica, sta sotto il dominio di alcuni grandi monopoli, appoggiati dagli Stati. Di più, una parte crescente del commercio internazionale rappresenta semplicemente la circolazione di prodotti tra le imprese di uno stesso trust.
Siamo sempre più spesso di fronte all'attività, anche solo verbale, di associazioni o raggruppamenti come ATTAC (Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie per l'aiuto ai cittadini) oppure i comitati per l'annullamento dei debiti del terzomondo.
Creatasi appena due anni fa, ATTAC, senz'altro la più conosciuta di queste tendenze in Francia e il cui obiettivo è riassunto nel suo titolo, sembra abbia trovato un certo riscontro non solo in seno alla piccola-borghesia intellettuale, ma anche presso alcuni apparati sindacali o associazioni che fanno parte di quello che viene chiamato abusivamente "il movimento sociale". La rivendicazione della cosiddetta tassa Tobin, l'idea di una tassazione dei capitali speculativi, viene anche assunta da un certo numero di politici, innanzitutto dell'ambiente del Partito socialista o del PC.
Le correnti come ATTAC o i comitati per l'annullamento dei debiti del terzomondo se la prendono con alcuni degli aspetti più schifosi del capitalismo, ma non al capitalismo stesso. Si atteggiano a combattenti contro il capitale finanziario ma per questo fanno appello agli Stati che sono gli esecutori del capitale finanziario. Anche nel campo particolare del rapporto tra paesi imperialistici e paesi sottosviluppati, se la prendono con una delle forme di saccheggio dei paesi poveri, il saccheggio tramite i prestiti usurari, ma non al saccheggio stesso. Nello stesso tempo diffondono molte illusioni riformistiche, mentre la crisi e il ruolo squallido dei partiti riformisti al potere dimostrano il vuoto di queste illusioni.
Con i loro obiettivi tanto limitati quanto utopici di un capitalismo un po' più "pulito", così come con i metodi moderati e rispettosi delle autorità stabilite che propongono, gli iniziatori di queste correnti sarebbero al meglio degli innocui sognatori, se non fossero innanzitutto ostili alla lotta di classe ed anticomunisti. Fanno parte in realtà di questo ambiente socialdemocratico che contro gli "eccessi" del capitalismo è generoso solo di parole vuote, ma i cui capi politici al governo conducono la politica che il gran capitale chiede loro di condurre.
Spesso, quelli che partecipano alle iniziative ed alle manifestazioni di queste correnti sono spinti da una sincera indignazione contro questi aspetti delle devastazioni del capitalismo quali la speculazione o il saccheggio usurario del terzomondo. Questa sincerità nell'indignazione non significa necessariamente che chi si organizza in ATTAC o manifesta con i comitati per l'annullamento dei debiti o "giubileo 2000" non sia in fase con gli iniziatori riformistici di queste correnti e con le loro idee, e neanche che voglia andare più lontano del poco che gli viene proposto. Gli ambienti sensibili a queste questioni, almeno per il momento, fanno parte della base sociale dei Partiti socialisti.
Può darsi che per alcuni di loro, raggiungere queste correnti sia un primo passo verso una presa di coscienza di che cosa è l'organizzazione capitalistica dell'economia e della società e, forse, una prima e timida espressione della volontà di combatterla. A maggior ragione spetta ai comunisti rivoluzionari spiegare a questa minoranza gli obiettivi ed i limiti di queste correnti. Non si combattono gli aspetti schifosi del capitalismo con vane risoluzioni rivolte ai dirigenti del mondo imperialistico e, innanzitutto, non li si combattono nel rispetto del capitalismo stesso ma, invece, con la lotta di classe del proletariato per rovesciare il capitalismo. E questo comincia col riallacciarsi alle idee della lotta di classe, e non coll'ignorarle o col combatterle.
Quanto a mobilitarsi contro l'OMC ed a raggiungere il largo arco che va dalla destra alla sinistra, da Pasqua a Chevènement e al PC, di chi chiede una moratoria sulle prossime negoziazioni, sarebbe partecipare ad un'operazione d'inganno politico che devia i lavoratori dagli obiettivi necessari e dall'azione efficace. Quando i lavoratori scenderanno in lotta, sarà loro interesse farlo contro i capitalisti -francesi o no- che hanno sotto mano e che possono fare andare indietro, e non contro la riunione lontana di un'organizzazione inafferrabile che, di più, non è la causa ma solo una delle molteplici espressioni del dominio dei trust e del capitale finanziario sul mondo.
Anche nei suoi periodi d'espansione, il capitalismo sviluppa l'economia in modo irrazionale rispetto ai bisogni reali e coll'aggravare le disuguaglianze tra la borghesia e le classi lavoratrici, come tra i paesi imperialistici ed i paesi poveri. Ma fin dall'inizio della crisi, l'economia capitalista è diventata sempre più usuraria e la sua putrefazione si palesa con l'interpenetrazione dell'economia del crimine -droga, mafie, traffico d'armi e corruzione- e la cosiddetta economia normale. Questa economia non può essere migliorata, emendata o riformata.
La guerra che la classe operaia dovrà condurre non sarà contro la "mondializzazione" ma contro il capitalismo. Gli obiettivi fondamentali non sono cambiati da quando sono stati espressi da Marx e da quando la rivoluzione operaia di Russia ha provato a realizzarli.
5 novembre 1999

Situazione interna

Testo della maggioranza
Abbiamo vissuto fino al giugno del 1999, quattro elezioni "nazionali" in meno di quattro anni : presidenziale, legislativi, regionali ed europei e, al contrario degli altri partiti, non abbiamo lo sguardo fisso sull'orizzonte delle elezioni comunali del 2001.
Per noi, non sono ancora veramente di attualità, anche perché, bisogna sottolinearlo, se i rivoluzionari, per motivi di principio partecipano il più possibile alle elezioni, non hanno mai considerato le elezioni altrimenti che come un termometro dell'opinione dei lavoratori.
I risultati stessi non possono influire sulla situazione delle classi lavoratrici. Possono avere solo un'influenza indiretta, se mettono in luce una spinta dei rivoluzionari nell'opinione popolare. In questo caso, i risultati possono ridare fiducia e rafforzare le posizioni dei rivoluzionari nei confronti delle altre organizzazioni politiche che pretendono di rappresentare i lavoratori. Possono anche rafforzare la fiducia e la coscienza dei lavoratori ; ed anche, se sono ottimi, ispirare un certo timore agli avversari, perfino ai padroni ed al governo, e talvolta condurre questi ultimi a moderare i loro attacchi contro i lavoratori, per timore di rafforzare la posizione dei rivoluzionari e di incoraggiare le reazioni delle classi popolari.
Fatto sta che c'è ancora tempo prima delle elezioni comunali, un anno e mezzo, sicché non abbiamo nient'altro da dire in proposito per il momento.
Gli sforzi militanti dell'organizzazione quest'anno non si svolgeranno quindi su questo terreno.
Su scala locale, sul terreno appunto, le nostre forze limitate ci riducono al ruolo di organizzazione propagandista, perché abbiamo solo poche capacità d'intervento autonomo nelle lotte. Il basso livello delle lotte della classe operaia limita ancor di più questa possibilità.
Infatti, le organizzazioni sindacali, benché il loro fondamentale riformismo le spinga tante volte a non andare fino in fondo alle possibilità offerte da certe lotte dei lavoratori, stanno in generale aldilà della combattività di questi e raramente uno sciopero, se c'è, è capace di coinvolgere su rivendicazioni di stipendio o di carica di lavoro, più del 10 % dei lavoratori di una grande impresa. Questa percentuale è sorpassata, quando c'è una minaccia di chiusura o di riduzione notevole dell'organico, o di licenziamenti collettivi importanti. Non è poi neppure sempre il caso, perché la politica dei cosiddetti "piani sociali", molto utilizzata dal padronato, divide i lavoratori tra quelli che stanno per essere prepensionati e ne sono soddisfatti, quelli che non saranno licenziati, quelli che saranno in mobilità o ai quali la si promette e quelli che saranno semplicemente licenziati o con una indennità che li fa esitare sulla necessità di una lotta da retroguardia. Molto spesso, nonostante l'opposizione dei sindacati più vicini ai lavoratori, è la maggioranza degli stessi lavoratori che approva questi piani.
In un altro contesto, con una combattività più grande, in cui i lavoratori siano decisi a scendere in lotta contro ogni attacco dei padroni, in cui gli scioperi siano estesi alla maggioranza dei lavoratori della stessa impresa e soprattutto ad altre imprese e se, in questo contesto, l'azione dei sindacati si porrà in contraddizione con le attese dei lavoratori, i militanti rivoluzionari, anche se minoritari, potranno intervenire in modo efficace.
Finora queste condizioni non sono raggiunte, ma noi militeremo, come sempre, in questa prospettiva. Non possiamo prevedere niente, tutt'al più possiamo sperare, ma non di meno dobbiamo cogliere la più piccola possibilità politica di cambiare la situazione. E le manifestazioni, le azioni alle quali il PCF chiama i suoi militanti e i lavoratori, forse possono contribuire a modificare questa situazione. Certo, questo andrebbe oltre agli obiettivi del PCF che non ricerca questo risultato e soprattutto non vuole essere scavalcato, ma questo potrebbe preparare una situazione in cui potremmo intervenire efficacemente. Ecco perché dobbiamo non solo partecipare alle manifestazioni previste ma anche, nelle imprese, convincere i lavoratori di parteciparci e i militanti PCF e sindacali di farne la propaganda e dobbiamo spiegare senza tregua come queste manifestazioni possano permettere di creare una situazione in cui i lavoratori potranno finalmente difendersi.
Ovviamente, tutto questo rimane per ora nell'ambito della propaganda ; propaganda scritta e propaganda militante, individuale. Ma in questo caso, questa si colloca nell'ambito di obiettivi definiti, concreti, in un momento preciso, e non si limita più ad una propaganda generale.
La preparazione delle manifestazioni previste alla metà di dicembre sarà dunque l'occasione di avere queste discussioni individuali nelle imprese e nei quartieri, con i militanti e simpatizzanti del PCF, i militanti sindacali e l'insieme dei lavoratori.
I giornali economici, il governo, possono pure annunciare che la disoccupazione regredisce, nella classe lavoratrice c'è poco motivo di credere nelle statistiche ufficiali. Infatti, anche se è vero che la disoccupazione diminuisce, ciò rappresenta, per la migliore delle statistiche, solo 100 o 150 000 disoccupati in meno all'anno, per un totale che era di tre milioni, senza poi contare tutti i disoccupati parziali che non sono presi in conto come "disoccupati" e il cui numero viene stimato ancora sui due milioni almeno.
Allora, prima che questo ribasso omeopatico possa cambiare la vita della popolazione lavoratrice, ne passerà d'acqua sotto i ponti.
Il tenore di vita invece diminuisce davvero in modo permanente, qualunque siano le statistiche così ottimistiche quanto menzognere.
Si parla di stabilità del costo della vita e dell'aumento dello stipendio medio il quale, benché debole, rappresenterebbe un potere d'acquisto superiore. Invece non si tiene assolutamente conto, in queste statistiche, dei contributi che gravano sempre di più sui salariati.
Fin dal governo di destra, c'era già l'aumento del 2 % dell'IVA su tutti i prodotti di grande consumo. C'è stato l'aumento di vari contributi sociali, che si applicano anche su salari e pensioni assai modeste, anche se è compensato per i salariati dalla diminuzione dei contributi della Previdenza Sociale (che diminuisce di più per i datori di lavoro). Queste statistiche non prendono nemmeno in conto l'aumento sensibile delle tasse locali e dell'Irpef, che non doveva aumentare ma è aumentato lo stesso. Tutto ciò fa sì che il tenore di vita dei lavoratori, non solo quelli ridotti al salario minimo ma anche quelli che si guadagnano 10000 o 12000 franchi (3 - 3,6 milioni di lire) al mese di salario lordo, diminuisce notevolmente.
Tutte queste tasse colpiscono proporzionalmente molto di più le classi popolari che le classi agiate o ricche, che approfittano di sgravi fiscali che si potrebbero chiamare specifici, sgravi di cui non è avaro il governo di sinistra rispetto a queste classi di cui spera un sostegno elettorale, o di cui vuole almeno neutralizzare l'ostilità. Sgravi fiscali per la servitù, per la custodia dei bambini, per lavori nella casa, di cui un proletario può forse beneficiare per qualche migliaia di franchi mentre un borghese ne approfitterà sui 100 o 200 000 franchi ed oltre, che il rinnovamento della casa gli costerà.
Tutto questo senza poi parlare delle condizioni di lavoro.
Il peso della disoccupazione aumenta da anni e sta in base ad un cambiamento di rapporto di forze tra mondo del lavoro e padronato. Quest'ultimo trova sempre tutta la mano d'opera che vuole, soprattutto per i posti di lavoro meno qualificati. Numerosi salariati si sono sentiti dire che se non erano contenti, ce n'erano altri dieci dietro alla porta, che sarebbero felici di prendersi il posto. Non si sta più nel XIX° secolo, ma il padronato ci si crede ancora.
Per di più, sui luoghi di lavoro, i guadagni di produttività nell'industria e perfino nel terziario, non sono dovuti solo al progresso tecnico. Sono stati realizzati anche dall'intenso sfruttamento di chi deve seguire il ritmo delle macchine più moderne.
La stessa cosa si verifica dagli impiegati del terziario, delle banche o dei servizi pubblici o privati. L'informatica consente più cose, ma per chi ci lavora, le tastiere sono sempre lì e gli schermi dei computer non hanno diminuito la stanchezza, al contrario.
La recente legge delle 35 ore della ministra Aubry forse diminuirà un po il tempo di lavoro, ma con compensi a favore del padronato tali da rappresentare un carico in più per la stragrande maggioranza dei lavoratori.
Infatti, le imprese, in particolare quelle grandi, non possono imporre piani di licenziamenti e di diminuzione dei posti di lavoro senza intensificare il lavoro di quelli che rimangono, a volte in condizioni insopportabili.
Di fronte a tutto ciò, le reazioni dei lavoratori sono rimaste finora sporadiche. Da mesi, perfino da anni, non si è assistito a nessun movimento generale, tranne gli scioperi delle ferrovie della fine del 1995, che si sono appena allargati a stabilimenti pubblici come la Posta, e niente affatto al privato.
Vale a dire che il rapporto di forze è per ora a sfavore dei lavoratori e che cambiare questo rapporto di forze necessiterà una controffensiva generale del mondo del lavoro.
In questo contesto, la direzione del PCF ha deciso di fare un passo, piccolo, a sinistra.
Il risultato delle elezioni europee ha infatti dimostrato che il PCF era ancora, come già da anni, in un processo di indebolimento che poteva condurre alla sua rovina. Infatti, i suoi risultati elettorali, anche se sono talvolta in rialzo da un'elezione all'altra, si sono notevolmente ridotti col passare del tempo, situazione che lo ha ridotto ad un ruolo decorativo nel governo della sinistra plurale, di cui è una delle componenti. Questa partecipazione è anche une forma di suicidio, perché rispetto alle classi popolari, gli tocca assumere il discredito della politica di questo governo.
D'altra parte, il PCF può rinunciare solo con tanta difficoltà alla sua partecipazione governativa. Se rinunciasse ancora una volta, come lo aveva fatto per l'Unione delle sinistre, volterebbe le spalle a tutta la politica che da anni è sua.
La giustificazione della sua esistenza è proprio la partecipazione ad un'alleanza delle sinistre, all'infuori della quale non avrebbe prospettive elettorali, il che è la cosa peggiore per un partito elettoralistico e riformista.
Il PCF giustifica la sua partecipazione col pretendere che questa è un mezzo per ottenere dal governo qualche gesto a favore dei lavoratori. Dice per esempio che l'ultima legge delle 35 ore di Aubry, che lui ha votata, sarebbe stata meno a favore dei lavoratori senza gli emendamenti che ha proposto.
Ma per modificare la legge Aubry, e in particolare per modificare il costo dei sussidi al padronato, il Medef, sindacato padronale, è stato molto più efficace del PCF.
Per di più, non è stato abolito l'aspetto peggiore della legge Aubry, cioè la possibilità legale data ai padroni d'imporre la flessibilità dell'orario di lavoro, la sua possibile modifica alla settimana, al mese o all'anno.
I lavoratori che finora non ne sono ancora stati vittime mediante gli accordi già firmati, lo saranno quando la legge verrà generalizzata, al primo gennaio del 2000.
Finora, il PCF aveva scelto il sostegno senza riserve al governo, facendogli nello stesso tempo qualche critica confidenziale nel suo giornale "L'Humanité", ma senza che si traduca nell'atteggiamento dei deputati comunisti, il cui sostegno è indispensabile al governo Jospin.
E' in queste condizioni, dopo la disapprovazione espressasi nelle elezioni Europee, che Robert Hue ha lanciato l'appello a scendere in piazza per l'occupazione e contro i licenziamenti. Era la prima volta fin dall'inizio del governo.
Certo, in modo molto ipocrita, ha anche rivolto il suo appello al Partito Socialista, per rassicurarlo e confermargli che non si trattava di un'attacco al governo. Il che era già la convinzione di Lionel Jospin. Tuttavia, Robert Hue si è anche rivolto all'estrema sinistra.
Il governo Jospin non ha visto di buon occhio l'appello a questa manifestazione e i principali ministri socialisti, senza farne un affare di Stato, non hanno lesinato sulle critiche. Quello che temevano, evidentemente, non era di essere scavalcati dall'estrema sinistra, ma dalla base stessa del PCF, se questi non fosse riuscito a controllare le sue truppe. Infatti, un successo troppo largo, troppo popolare, di questa manifestazione, avrebbe potuto provocare slogan che mettessero il governo a disagio, cioè slogan francamente antigovernativi.
L'estrema sinistra poteva ovviamente cercare di avere questo atteggiamento, ma lei non poteva basarsi su un sostegno popolare che scavalchi la politica del PCF e in ogni modo, non avrebbe potuto cambiare la tonalità della manifestazione.
Infatti, le decine di migliaia di manifestanti erano soprattutto militanti PCF. I ceti socialdemocratici, come le altre grandi centrali sindacali, avevano esercitato tutte le pressioni richieste perché la CGT rifiuti di chiamare ufficialmente alla manifestazione. Per i Verdi, non ci fu bisogno di nessuna pressione, essendo loro completamente estranei agli interessi del mondo del lavoro. La loro direzione ha chiamato alla manifestazione a fior di labbra, ma solo un centinaio di persone o due hanno risposto all'appello.
Con la scelta di una manifestazione centrale a Parigi, la direzione del PCF sapeva che escludeva in questo modo un gran numero di lavoratori e di militanti di base, che non potevano progettare una giornata di viaggio a Parigi.
In questa manifestazione, in gran parte composta da militanti del PCF, che ostentavano distintivi sia PCF che CGT, questi non hanno oltrepassato le parole d'ordine del loro partito, tranne una piccolissima minoranza che rappresenta tendenze senza peso reale in seno al PCF.
Perfino quelli tra i militanti che, in modo individuale, potevano criticare il governo e la sua politica od anche essere delusi dall'atteggiamento del partito in tale e talaltro caso, come per esempio sulla legge Aubry, nella loro gran maggioranza non sono opposti alla partecipazione governativa del PCF perché non hanno nessun'altra prospettiva.
Un seguito alla manifestazione del 16 ottobre è previsto dal PCF, l'11 dicembre, sotto forma di "una giornata nazionale di raduno e di manifestazione, organizzata dovunque insieme, nelle città, nei dipartimenti e le regioni... contro i licenziamenti, la disoccupazione, per l'occupazione" (dal progetto preliminare di appello redatto dal PCF).
Ovviamente, saremo solidali con quest'appello e parteciperemo a queste manifestazioni. Per quanto è possibile, cercheremo di porre l'accento, secondo le circostanze e i rapporti di forze locali, sulla flessibilità imposta dal padronato (il che viene, tra l'altro, citato nel "progetto di appello").
Tutti i lavoratori non sono stati coinvolti e colpiti dalla possibilità giuridica data al padronato dalla legge Aubry d'imporre questa flessibilità in cambio di una diminuzione dell'orario di lavoro. Bisogna dire che il padronato non ha neanche aspettato la legge Aubry per imporre o cercare di imporre quello che voleva in questo campo, con o senza compenso.
Detto questo, parteciperemo alla preparazione e alle manifestazioni previste l'11 dicembre, su questi obiettivi, insieme ai militanti del PCF e a tutti i militanti operai che vi si assoceranno, senza cercare però di trasformare queste manifestazioni in un regolamento di conti con il resto della politica del PCF. Il che significa che romperemo la solidarietà con chi abbia voglia di farlo e di coinvolgerci in tale atteggiamento.
Conosciamo il carattere limitato di questi gesti del PCF, sappiamo che il PCF cerca di riconquistare il suo credito nei confronti dei lavoratori e delle classi popolari, molto probabilmente nella prospettiva delle elezioni comunali.
Detto questo, il terreno scelto è un terreno che corrisponde agli interessi dei lavoratori. Ovviamente, se il movimento si svilupperà, noi faremo chiarezza presso i lavoratori sulla necessità di prevedere e organizzare loro stessi la continuazione della loro lotta.
Questo non si farà in un giorno solo, perché il morale e la combattività dei lavoratori non stanno al livello più alto. Ma nel contesto degli attacchi padronali attuali, tale giornata di manifestazioni e di azione può contribuire a ridare loro fiducia in loro stessi e nella lotta. Tutto dipende dalla partecipazione, dalla forza di questa giornata d'azione, dal numero di lavoratori che mobiliterà in ogni città. Tutto dipende anche dalla prospettiva che bisogna ostentare, cioè l'affermare, tra l'altro, che tale giornata non deve rimanere senza futuro.
Noi militeremo, nella misura delle nostre possibilità, perché così non sia, e perché le giornate successive siano accompagnate di appelli a scioperi interprofessionali di 24 ore. E' in quel senso che i nostri compagni interverranno presso i militanti del PC e dei sindacati.
Ma, di nuovo, se prepareremo questa giornata con i nostri propri obiettivi e se ci appariremo con le nostre proprie parole d'ordine, rimarremo sul terreno dei licenziamenti, della disoccupazione e delle condizioni di lavoro, cioè dell'opposizione alla flessibilità. Non ne approfitteremo per criticare l'intera politica del PCF o dei sindacati che si saranno schierati con l'appello locale o nazionale.
Non bisogna illudersi, la modifica del rapporto di forze tra mondo del lavoro e padronato non è cominciata con la manifestazione del 16 ottobre, anche se sarà seguita da altre giornate. Questo appello a ripetizioni generali per una reazione dell'insieme dei lavoratori, sola capace di modificare il rapporto di forze col padronato, dà ai lavoratori mezzi per esprimersi ed intervenire. Ma ovviamente, solo il successo di ogni giornata può convincere e portare con sé ceti sempre più larghi di lavoratori per partecipare alle giornate successive e, finalmente, riprendere l'offensiva.
La manifestazione del 16 ottobre, chiaramente ha mobilitato solo militanti. Neanche tutti. Forse una nuova giornata d'azione nelle città principali del paese potrà mobilitare in modo più largo, ma verosimilmente saranno ancora i militanti, o forse lavoratori impegnati in lotte locali, che risponderanno a questo appello.
Ecco perché i nostri compagni cercheranno di convincere il più gran numero di militanti possibile delle prospettive aperte da quest'inizio di mobilitazione e cercheranno anche di convincere il più gran numero possibile di sindacalisti della necessità di fare corrispondere la nuova giornata d'azione con un appello allo sciopero, almeno - se non lo fanno le centrali sindacali - da parte dei sindacati locali.
Non abbiamo mai risparmiato le nostre critiche al PCF e alla sua politica. La nostra stampa, sia essa mensile, settimanale o si tratti della nostra stampa di fabbrica, ha sempre espresso chiaramente ciò che pensavamo di tale o talaltro aspetto della sua politica e, in particolare, della sua partecipazione alla sinistra plurale e al governo.
Detto questo, soprattutto durante le campagne elettorali, in cui eravamo per forza concorrenti del PCF (è lo stesso per i Verdi o i socialdemocratici), abbiamo sempre affermato che non eravamo avversari, né del PC né dei suoi militanti e che il nostro obiettivo non era di diminuire i suoi risultati elettorali.
Non siamo estremisti che interpretano il calo dei risultati elettorali del PCF come una cosa positiva mentre i risultati della socialdemocrazia, quelli dei Verdi, ossia di nuove liste come quella dei "cacciatori", si mantengono o aumentano.
L'abbiamo detto e ribadito in tutte le nostre campagne elettorali, in un modo o nell'altro, in particolare fin dal 1995. Certo, la stampa ci ha attribuito il suo proprio modo di pensare, in modo più o meno onesto. Alla maggioranza dei commentatori politici, siano di destra o socialdemocratici, sarebbe piaciuto che i nostri risultati indeboliscano il PCF e non i risultati dei responsabili di destra o di sinistra della politica passata, presente e da venire.
Anche quando, dopo la sua decisione di partecipare al governo, il PCF si è lanciato in una campagna, presto abbandonata, di "riunioni di cittadini", in cui le critiche alla sua politica potevano essere smorzate, abbiamo chiesto ai nostri compagni di partecipare a queste riunioni, giacché erano aperte a tutti, senza criticare la partecipazione governativa del PC, ma lo stesso col criticare la sua politica, per dire in sostanza che indeboliva non solo i lavoratori, ma anche se stesso col sostenere un governo socialista che lo porterà prima o poi a condividerne il discredito.
Oggi, non abbiamo cambiato atteggiamento nei confronti del PC e soprattutto dei suoi militanti, dei quali non siamo gli avversari anche se a volte, sul terreno, siamo divisi.
Da allora, all'infuori di queste "riunioni di cittadinanza" e di situazioni nelle imprese in cui, in seno ai sindacati, ci ritroviamo al fianco dei militanti del PCF, non ci siamo mai trovati nella situazione in cui eravamo il 16 ottobre.
Non torneremo sull'argomento del nostro atteggiamento rispetto al PCF a proposito di questa manifestazione o di altre che seguiranno.
Ma bisognava dimostrare ai militanti del PCF, non solo che non eravamo avversari del loro partito, ma anche che non eravamo sempre critici rispetto alle sue proposte e che al contrario, quando organizzava una manifestazione conforme agli interessi dei lavoratori, poteva trovarci al suo fianco con tutte le nostre forze, pur limitate che siano.
Il nostro obiettivo non era far conoscere la nostra politica e tutte le nostre critiche del PCF ai suoi militanti presenti nella manifestazione. Abbiamo sufficientemente partecipato a diverse campagne elettorali perché le nostre critiche siano conosciute. Il nostro obiettivo era far sapere e mostrare loro che potevamo rispondere presente quando gli obiettivi del loro partito corrispondevano ad una politica operaia.
Non cerchiamo neppure di fare impressione ai militanti del PCF con le nostre forze. Anche se l'avessimo voluto, non l'avremmo potuto, poiché il nostro 10 % dei manifestanti, tutt'al più, non sarebbe bastato. Spesso un rapporto di forze può convincere. Un rapporto di forza elettorale tra noi e il PCF ha scosso un certo numero di militanti, perché dimostrava che se il PCF tenesse un linguaggio più radicale, forse potrebbe riconquistare voti. Invece, tutti i militanti sanno che, molte volte, non ci incontrano sul terreno, e i più ostili tra loro ce lo rimproverano.
Se il PCF avesse voluto fare una dimostrazione di forza, sarebbe stata riuscita lo stesso senza di noi e questo l'hanno capito un certo numero di militanti. Altri sono stati sensibili agli sforzi fatti da noi perché la manifestazione sia un successo. Ma quelli che sono stati colpiti dal nostro numero lo sono stati ancor di più dal numero dei manifestanti comunisti.
E lì si trova il problema. Quello che diciamo trova un notevole riscontro presso una frazione delle classi popolari quando abbiamo l'occasione di rivolgerci a loro, al momento di elezioni importanti, per il tramite dei mass media.
Ma la frazione della popolazione lavoratrice che raggiungiamo con le nostre attività, laddove siamo, è infinitamente più piccola.
Oggi, è di moda in certi ambienti estremisti dire che, siccome il PC non diventerà mai rivoluzionario, esso sia perso per le lotte, e quindi quasi trascurabile rispetto alle "nuove sensibilità".
Alcuni dicono che al futuro partito rivoluzionario al servizio dei lavoratori, ovviamente andrebbero associati militanti "di tradizione" socialdemocratica o comunista, ma anche i militanti dei cosiddetti "movimenti sociali". Dicono che questi militanti siano oggettivamente rivoluzionari, anticapitalisti, benché non lo pretendano affatto, e benché siano tanto estranei agli interessi della classe operaia da avere rifiutato di partecipare al 16 ottobre. A questi alcuni cercano perfino delle scuse, accusando Robert Hue di averli chiamati alla manifestazione senza averli consultati. Eppure, non aveva neanche consultato né la LCR, né LO, e questo non ha impedito alle due organizzazioni di darsi da fare perché il 16 ottobre sia un successo.
Secondo noi, queste organizzazioni sedicenti "socialiste" sono più che riformiste, anche se sono a volte radicali, le due cose non si oppongono, e non si sentono parte del movimento operaio.
Secondo noi, se si crea un giorno in questo paese un partito rivoluzionario degno di questo nome, che difenda gli interessi politici dei lavoratori, la sua influenza proverrà da un gran numero di militante e militanti che appartengono oggi ad organizzazioni socialdemocratiche, al PCF, ai sindacati, perfino ai cosiddetti movimenti sociali. Ma se ci verranno con le loro idee, le loro opinioni ed i loro pregiudizi attuali, questo partito non difenderà gli interessi politici dei lavoratori.
Per creare un autentico partito rivoluzionario, bisognerà che tutti questi militanti facciano loro la visione marxista rivoluzionaria della società e capiscano e accettino l'idea che sono stati preceduti da altri partiti operai e rivoluzionari che si collocavano nella stessa prospettiva. Dovranno anche capire, per esempio, che la rivoluzione russa rimane sempre un modello, degenerato è vero, imperfetto certamente, ma del quale si devono capire gli insegnamenti e di cui si deve essere solidale.
Siamo convinti da questa prospettiva ed è questo che cerchiamo di costruire. Forse non ci riusciremo, poiché il futuro non è scritto da nessuna parte, ma non vogliamo riuscire altrimenti che in questo modo. Perché costruire un partito riformista di più, anche se fosse possibile, non servirebbe a niente, tranne a procurare posti a qualche arrivista, e non corrisponderebbe agli interessi dell'umanità.
5 novembre 1999

I nostri orientamenti e i nostri compiti

Testo della minoranza
La situazione economica, sociale, politica e morale della classe operaia non è cambiata in modo sostanziale durante l'anno scorso. La ripresa economica giova non solo ai capitalisti ma anche ad una buona parte della piccola borghesia, cioè sicuramente a milioni di persone quando vi si aggiungono i ceti salariati superiori. Per i lavoratori, la ripresa non ha portato né ad un aumento del salario, né ad una vera riduzione della disoccupazione, la quale diminuisce solo nella misura in cui aumenta la precarietà. Almeno per una frazione dei lavoratori, le condizioni di lavoro sono peggiorate.
L'offensiva delle classi possidenti sta proseguendo sistematicamente per aumentare la quota di plusvalore a scapito dei salari. Le soppressioni massicce di posti di lavoro, o addirittura i licenziamenti nelle grandi imprese, ciò che viene chiamato "piani sociali", continuano allo stesso ritmo degli anni precedenti. Durante un certo periodo, la "crisi" e le difficoltà economiche, spesso in buona parte inventate o esagerate per l'occasione, hanno fatto da pretesto a quest'offensiva. Oggi, gli sfruttatori non ne hanno neanche più bisogno. Rassicurati dall'assenza di reazioni importanti che mettano il loro sistema in pericolo, proclamano apertamente i loro obbiettivi. Licenziamenti, blocco dei salari, aumento dell'intensità e del carico di lavoro non sono dettati dalla necessità di garantire la sopravvivenza delle imprese, ma dal desiderio di aumentare i profitti. L'arroganza e la brutalità di Michelin sono solo state l'esempio più recente e più lampante dell'atteggiamento attuale del padronato, che ritiene di dover mostrare che non tratta i lavoratori con i guanti, per potere meglio corteggiare i ceti finanziari e gli azionisti.
Il governo Jospin, in continuità con i suoi predecessori di sinistra e di destra, coordina quest'offensiva antioperaia. La porta avanti in prima persona nei servizi pubblici (con tra l'altro la riforma ospedaliera, in cui i tagli programmati dalla CNAM -Commissione Nazionale dell'Assicurazione Malattia- significherebbero la soppressione di 160000 posti di lavoro) e nei campi che dipendono direttamente da lui, come il progetto di riforma delle pensioni per il quale ha ricevuto, anticipatamente, il sostegno aperto della CFDT e la complicità della CGT ormai aperta all'idea dei fondi pensione.
Solo una maggiore ipocrisia lo differenzia da Juppé, dovendo i partiti di sinistra e le direzioni sindacali giustificare l'aiuto e il sostegno che portano a questa politica antioperaia. Così le leggi Aubry permettono ai padroni di aumentare la flessibilità e l'intensità del lavoro, di bloccare i salari, di nascondere delle soppressioni di posti di lavoro e di ricevere, di più, nuove sovvenzioni per farlo. Ma il governo e tutta la sinistra, PCF compreso, tentano di farle accettare ai lavoratori scambiandole per delle misure di riduzione del tempo di lavoro.
Per il piano d'emergenza e il movimento d'insieme
Certamente la classe operaia è delusa, ma non è stata sconfitta. Da molti anni cede terreno, ma senza che abbia ancora condotto battaglie di grande portata. In questi ultimi mesi ancora i movimenti sono stati numerosi, in reazione alle minacce di licenziamenti ma anche agli accordi Aubry, contro la flessibilità, la rimessa in discussione delle conquiste, la soppressione dei tempi di pausa, l'allungamento della giornata di lavoro o ancora il blocco dei salari. Ma sono rimasti dispersi, limitati, il più delle volte sconosciuti dagli altri lavoratori, anche dello stesso gruppo, perfino della stessa impresa. Infatti la maggior parte delle organizzazioni sindacali non militano per un 'estensione, che i lavoratori stessi non progettano, bensì non adempiono neanche al loro elementare compito d'informazione o di coordinamento. Certamente, molte delle reazioni attuali alle misure di applicazione delle 35 ore si svolgono ad iniziativa dei sindacalisti locali. Questo è il margine di iniziativa lasciato loro dagli apparati nazionali, e che perfino questi gli consigliano di utilizzare : battersi localmente e settorialmente per una migliore applicazione nell'ambito di accordi generali firmati o di fatto accettati da tutti. Ma è anche almeno l'indicazione che se, per il momento, i sindacati non sono sotto pressione, trovano un'eco tra i lavoratori quando li chiamano a reagire. L'atteggiamento delle direzioni sindacali, compreso la CGT, rifiutando di associarsi all'appello del PCF a manifestare il 16 ottobre, è caratteristico della loro volontà di non fare nulla che possa contribuire ad una mobilitazione dell'insieme dei lavoratori.
Pochi movimenti hanno richiamato un'attenzione più grande, anche per un istante, come quello dei macchinisti delle ferrovie questa primavera. Ancora più rari sono stati gli scioperi che hanno durato per settimane, o addirittura per mesi e hanno finalmente vinto, come quello dei lavoratori di ELF, grazie a circostanzi eccezionali che opponevano i capitalisti tra loro.
La classe operaia non è demoralizzata, ma non vede o non crede ad una possibilità di battaglia generale contro il padronato, tanto più che capisce molto bene che questo ha il sostegno totale del governo, nonostante i finti scatti d'ira di Jospin o Aubry o le presentazioni tendenziosi dei sindacati e della sinistra plurale.
Eppure, proprio questa battaglia generale, un movimento d'insieme, uno sciopero generale, sarebbero gli unici a poter capovolgere la situazione, porre fine all'offensiva della borghesia, riconquistare il terreno perduto e perfino riprenderne all'avversario e mettere i lavoratori in posizione di forza nei confronti dei loro sfruttatori. Avanzata da qualche anno da Lutte Ouvrière, per essere poi ripresa da altri gruppi o correnti di estrema sinistra, l'idea di un "piano d'emergenza" è stata l'abbozzo delle misure possibili e auspicabili da imporre per cambiare la situazione del mondo del lavoro. Ma fino a questa parte, l'agitazione e la propaganda a favore di questi obbiettivi sono state fatte soprattutto nelle campagne elettorali, che non sono le circostanze più adatte, volendo o no, per insistere anche sulle lotte, il movimento d'insieme o lo sciopero generale, cioè sui mezzi per imporre questo piano d'emergenza. Durante quest'intervallo eccezionale di due anni senza elezioni, il primo compito della nostra organizzazione è dunque difendere questa prospettiva presso i lavoratori, tanto più se sono scettici, disincantati o increduli.
Per l'estensione della nostra attivita militante
Né le campagne elettorali, e neppure i successi, saranno sufficienti perché le nostre idee, e soprattutto le nostre prospettive, siano sempre meglio ascoltate dal mondo del lavoro. Per questo, bisognerebbe toccare con la nostra attività militante une frazione maggiore della popolazione lavoratrice.
Per questo, il volantino di fabbrica è stato il mezzo essenziale finora utilizzato dalla nostra organizzazione. Ovviamente, non è né l'unico, né adatto ad ogni circostanza, ma rimane nella situazione che conosciamo ancora oggi un mezzo che permette di far conoscere le nostre posizioni, i nostri argomenti e la nostra stessa esistenza all'insieme dei lavoratori di base ; è anche un mezzo per trovare e raggruppare i lavoratori più combattivi e più sensibili alle nostre idee o alla nostre prospettive. Dobbiamo dunque moltiplicare i volantini di fabbrica.
Dalla crescente notorietà di LO fin dall'elezione presidenziale del 1995, ancora rafforzata dal recente esito delle europee, risulta appunto che un certo numero di lavoratori, spesso ex militanti o simpatizzanti dell'estrema sinistra, di LO o di altre correnti, trotzkisti, comunisti, libertari, guardano verso la nostra organizzazione, di cui almeno alcuni lavorano in fabbriche dove non siamo presenti. Ricercarli sistematicamente e proporgli di aiutarci a cominciare un lavoro politico nella loro fabbrica, nel loro cantiere, laboratorio o ufficio, può permetterci un'apparizione politica in qualche decina di nuove aziende, forse di più se sappiamo utilizzare tutti i sostenitori che conosciamo, trovare quelli con chi non abbiamo ancora stabilito un contatto diretto.
Il primo obbiettivo della pubblicazione di questi volantini rimane ovviamente le fabbriche più grandi. Ma la tendenza attuale del capitalismo è di ridurre i concentramenti di lavoratori nello stesso stabilimento, per disperdere la mano d'opera in posti più piccoli, in particolare per quanto riguarda le aziende di produzione. Dobbiamo dunque mirare anche alle aziende di media dimensione, che rappresentano tutt'al più qualche centinaia di lavoratori. Per di più, nelle aziende di questa dimensione, essendo la presenza sindacale debole o inesistente, al lavoro politico si aggiunge quello di far vivere o rivivere il sindacato, che rimane uno dei compiti permanenti dei militanti operai comunisti.
Spinti dalla stessa volontà di utilizzare tutti i nostri eventuali sostegni, possiamo perfino progettare in qualche posto un volantino locale, in una zona industriale per esempio. Certo, bisogna stare attenti che non faccia da surrogato al volantino di fabbrica che rimane in tutti i casi prioritario. E un volantino per parecchie piccole fabbriche di un settore unico o di una zona industriale - che necessita fin dall'inizio, per non essere una finzione, sostegni più numerosi di quelli di un volantino normale di fabbrica - in tanti casi è superiore alle nostre forze. Ma forse non in tutti i casi. Tale volantino locale potrebbe allora contribuire ad aumentare il nostro radicamento e, tramite contatti che forse prenderemmo, potrebbe dare all'organizzazione l'opportunità di essere meglio informata delle piccole lotte e forse di averci un intervento.
Lo scatenarsi di grandi lotte dipende da molti fattori, di cui molti ci sfuggono, e praticamente non dall'agitazione delle organizzazioni politiche, anche se fosse più estesa che ora. Però il morale e la fiducia della classe operaia nelle proprie capacità, e quindi la sua fiducia nelle prospettive che difendiamo, dipende almeno in parte dallo svolgimento e dall'esito delle lotte limitate di ogni giorno, cioè dal fatto che siano condotte fino in fondo alle loro possibilità, sia dal punto di vista dei risultati materiali che dei progressi nella coscienza dei lavoratori. E tale compito rimane infatti quello dei militanti rivoluzionari, anche in un periodo di relativa calma sociale. Il più delle volte, solo quando i lavoratori non vogliono battersi le organizzazioni sindacali tutt'al più manifestano un'apparente combattività. Quanti accordi sulla legge Aubry sono stati firmati da queste organizzazioni sindacali, certo senza l'opposizione attiva ma contro la volontà dei lavoratori ? E innanzitutto quante organizzazioni sindacali, di fronte al più piccolo movimento, anche minoritario, anche molto limitato, anche solo del 10% del personale, non hanno altra volontà che di stroncarlo al più presto ?
Per l'azione comune con il pcf e le organizzazioni operaie
L'elezione un anno fa di venti consiglieri regionali di Lutte Ouvrière, quella di deputati europei quest'anno, non hanno cambiato l'importanza e la forza di Lutte Ouvrière nella società, il numero dei suoi militanti e simpatizzanti attivi. Hanno cambiato la sua importanza sulla scena politica, agli occhi dei mass media e dei partiti politici, di sinistra in particolare.
Tale peso elettorale, concretizzato da questi eletti, ha portato il PCF, la cui politica è essenzialmente determinata dalle elezioni e l'attività parlamentare, a cambiare politica nei nostri confronti. Al parlamento di Strasburgo ha accettato l'integrazione degli eletti trotskisti nel gruppo della Sinistra Unita Europea, accordo solo tecnico ma di cui spera alcune ricadute e profitti politici. Poi ha proposto l'organizzazione comune della manifestazione per l'occupazione del 16 ottobre, nell'attesa forse di altre azioni comuni su questo tema o quell'altro.
L'azione comune con il PCF, così come con altri partiti, sindacati, associazioni più o meno legate al movimento operaio, o anche semplicemente di sinistra, è auspicabile. Dobbiamo anche prendere l'iniziativa e ricercarla sistematicamente. Lutte Ouvrière deve avere una politica, cioè delle proposte sui modi d'azione come sugli obiettivi, nei confronti del PCF e delle organizzazioni che possono contare nel movimento operaio, in primo luogo le grandi confederazioni sindacali. Questo non solo è reso possibile, viene addirittura imposto dal peso politico raggiunto oggi dalla nostra organizzazione, almeno relativamente a queste organizzazioni. Lo indica il fatto che il PCF stesso abbia ritenuto opportuno di farci una proposta.
Era giusto quindi rispondere positivamente alle proposte del PCF ed accettare, non solo di partecipare ma anche di essere coorganizzatori. Era giusto proporre di dare un seguito al 16 ottobre sotto forma di azioni che siano in grado di allargare la mobilitazione. Ed è giusto dedicare le nostre forze ad una mobilitazione per il successo delle manifestazioni dell'11 dicembre. Bisognerà rispondere nello stesso modo ad eventuali proposte simili nel futuro. O meglio ancora, farne noi stessi.
Ma il PCF fa parte della sinistra plurale. Partecipa al governo e sostiene la sua politica antioperaia, con solo alcune riserve e critiche per giustificare il suo accodamento finale. Così, il 16 ottobre, tutto era accuratamente bilanciato e calcolato perché il risultato della manifestazione sia di confortare la politica della direzione, quella di cui Robert Hue si vanta con buona dose di cinismo "un piede nelle istituzioni", "un piede nel movimento popolare" : il vago degli obiettivi dell'appello comune come l'annuncio della convergenza con la legge Aubry alla vigilia della manifestazione. Anche l'invito fatto all'estrema sinistra a partecipare, ed anche a coorganizzare, aveva lo scopo di rafforzare la dimostrazione ; il PCF poteva fare sfilare per strada le sue proprie truppe, di cui una parte prova riluttanza verso la politica di Jospin, e addirittura aggiungerci le truppe di queste note organizzazioni antigovernative quali LO e la LCR, senza cambiare, scuotere o danneggiare il suo sostegno e la sua partecipazione al governo.
Questo non ci deve impedire di cogliere le occasioni di ritrovarci con i militanti e simpatizzanti del PCF, o di altre organizzazioni più o meno legate al movimento operaio, quando all'appello della loro direzione scendono in piazza per esprimere, pur confusamente, delle rivendicazioni ed aspirazioni che sono quelle dei lavoratori. Il numero dei manifestanti può allora essere un fattore che contribuisce a rialzare il morale, di loro come di altri. Dobbiamo quindi, nella misura delle nostre possibilità, contribuire dimostrativamente ed apertamente ad aumentare questo numero, a chiamare ed organizzare; Ma questo non ci deve portare a chiudere gli occhi sulla politica del loro partito, assolutamente contraria a queste aspirazioni e rivendicazioni.
Con il PCF, oggi, c'è la necessità per Lutte Ouvrière e l'estrema sinistra di dimostrare ai militanti la nostra volontà di agire insieme con loro. Ma c'è anche la necessità di non dare neanche l'impressione che facciamo, pur in modo implicito, un fronte politico con la sua direzione sulla base della sua politica attuale. Anche solo per la chiarezza delle dimostrazione che vogliamo fare nei confronti dei militanti e lavoratori PCF : se siamo pronti ad agire insieme con Robert Hue per l'occupazione, non siamo pronti ad approvare, anche minimamente, il suo sostegno al governo. E quando lui stesso mischia le due cose con il suo atteggiamento, spetta a noi separarle con il nostro. Il 16 ottobre, era sbagliato per i rivoluzionari sfilare accanto o a braccetto con genti che allo stesso tempo riaffermavano apertamente il loro sostegno al governo, votavano la legge Aubry, approvavano una politica contraria agli obiettivi stessi della manifestazione e intendevano apertamente servirsene per confortare questa politica, senza differenziarsi su queste questioni.
Per proporre l'azione comune, al PCF come ad altri partiti, sindacati o associazioni del movimento operaio, non si tratta chiaramente di porre delle condizioni inaccettabili per la direzione come per i militanti, di esigere come preliminari l'abbandono degli elementi di una politica che condanniamo, come il sostegno al governo, o di non essere pronti ad agire intorno ad obiettivi limitati sui quali possiamo essere d'accordo. Ma ad ogni passo fatto insieme, le modalità dell'apparizione della nostra organizzazione, le parole d'ordine e slogan portati avanti, dipendono dal contesto come dagli obiettivi che ci assegniamo, e anche che gli altri si assegnano. In una manifestazione dagli obiettivi limitati, ma chiari, era perfettamente normale limitarci a questi. Se il 16 ottobre si fosse trattato solo di manifestare "per l'occupazione", Lutte Ouvrière forse sarebbe stata fondata a limitarsi a porre l'accento soltanto sul "divieto dei licenziamenti" o "il controllo dei conti". Ma per la volontà della direzione del PCF -vedi l'annuncio della sua convergenza con la legge Aubry-, si trattava anche e innanzitutto di un'operazione politica mirante a giustificare la sua presenza ed il suo mantenersi in seno al governo.
Non trascineremo altre correnti, militanti o organizzazioni in azioni comuni, e a maggior ragione in una mobilitazione crescente, come LO lo propone oggi al PC e ai sindacati, se non certo col dimostrare che siamo perfettamente leali nell'azione. Ma la lealtà significa anche dire chiaramente ciò perché siamo pronti a combattere con loro, ciò perché questo è escluso, e ciò a che ci opponiamo. E bisogna dirlo ai militanti individualmente o collettivamente, alle direzioni e, quando è necessario, nelle azioni condotte insieme.
Per il proseguimento del fronte d'estrema sinistra con la LCR
Grazie all'elezione di due deputati europei della Ligue Communiste révolutionnaire e di tre di Lutte Ouvrière, il fronte costituitosi tra le due organizzazioni in occasione di queste elezioni è stato mantenuto. Ma sin da giugno, si è espresso innanzitutto nel parlamento europeo o nell'attività dei deputati europei.
La dichiarazione d'intenti comune, base politica dell'alleanza conclusasi per le elezioni, era un programma non per le elezioni ma per le lotte, come l'hanno ribadito Arlette Laguiller e Alain Krivine stessi nel corso della campagna. Infatti riproponeva l'essenziale del piano di emergenza popolarizzato da LO che la nostra organizzazione, anche quando lo proponeva come piattaforma elettorale, ha sempre presentato come la serie di obiettivi che la classe operaia potrà e dovrà prefiggersi quando scenderà in lotta.
Le elezioni sono passate e per fortuna si rappresenteranno solo fra un anno e mezzo. Le grandi lotte non sono ancora qua. Ma la necessità di prepararle nella misura delle nostre possibilità, e quindi la necessità di un'agitazione e di una propaganda per il movimento d'insieme e le misure di emergenza, rimangono più che mai. La LCR e LO che hanno fatto quest'agitazione in occasione delle elezioni, pur dicendo che era per preparare il seguito, si trovano ora in questo seguito.
Seguendo il filo di ciò che hanno detto, fatto e promesso insieme, devono ora prolungare la loro campagna elettorale con una nuova campagna comune sul piano di emergenza e il movimento d'insieme. E LO lo deve proporre esplicitamente alla LCR.
Le modalità e il ritmo -comizi, incontri militanti, manifesti, volantini, ecc- di tale campagna, fuori dalle scadenze elettorali, sono da definire e da discutere. I suoi assi e punti d'attacco lo sono anche, per toccare il massimo di lavoratori e di militanti in funzione delle loro preoccupazioni del momento : attualmente è impossibile dissociare una campagna sul piano di emergenza da una denuncia della legge Aubry -veicolo attuale, e soprattutto futuro, degli attacchi in tutte le direzioni di padroni e governo- e probabilmente, domani, dai progetti di riforma della previdenza sociale, della salute o delle pensioni.
Comunque non c'è dubbio che tale campagna sarebbe necessaria. Permetterebbe di consolidare l'alleanza con la LCR su una politica di lotta di classe, di fare apparire la forza politica dei rivoluzionari su un terreno diverso da quello delle elezioni o del parlamento europeo, di rivolgersi alle altre organizzazioni politiche o sindacali operaie con più credibilità e più forza, e senz'altro di trascinare e raggruppare intorno a noi un certo numero di militanti e gruppi, di estrema sinistra almeno.
La Ligue Communiste Révolutionnaire ha fatto da due mesi un certo numero di proposte di attività comuni. Sono state giudicate troppo puntiforme ? Non sufficientemente inserite in una prospettiva più larga e dando l'impressione di non avere altra finalità che di dimostrare un'unità più simbolica che reale ? Può darsi. Ma se Lutte Ouvrière le respingesse per l'essenziale senza coglierle per proporre questa prospettiva più larga, non risponderebbe meglio ai compiti presenti, e lascerebbe sfuggire un'occasione di far fare un passo in avanti alle due organizzazioni.
12 novembre 1999