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da “Lutte de Classe” n° 138, settembre – ottobre 2011
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Venti anni fa, nel 1991, mentre Tito era già morto da più di dieci anni, lo stato federale di Iugoslavia esisteva ancora,
anche se era già in preda a gravi difficoltà economiche e tensioni politiche centrifughe su basi etniche.
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Alla fine del gennaio del 1992 le istanze internazionali, Germania in testa, riconoscevano ufficialmente gli stati indipendenti
di Slovenia e Croazia. La federazione iugoslava a oltre quaranta anni dalla sua nascita subiva l’amputazione dalle sue
province più ricche. L'esercito del potere centrale di Belgrado si era rapidamente fatto una ragione della secessione della
Slovenia, ma in Croazia aveva assediato e distrutto la città di Vukovar e poi assediato Dubrovnik.
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Tre mesi dopo, la Bosnia Erzegovina era a ferro e fuoco, e questo doveva durare fino al 1995.
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Il presidente francese dell'epoca Mitterrand, e con lui un buon numero d’intellettuali, parlarono a tal proposito del
“riemergere di antagonismi plurisecolari”, e dissero la stessa cosa a proposito dei massacri dei Tutsi della Ruanda.
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Si fa un bel uso dei secoli! Pochi anni prima però, i serbi, i croati e le altre nazionalità che fra l’altro parlano in
maggioranza la stessa lingua, vivevano insieme come in molti altri paesi. In realtà il movimento centrifugo era venuto
dall'alto, dai circoli dirigenti delle varie repubbliche componenti della federazione e non da profonde aspirazioni dei loro
popoli.
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La morte di Tito aveva aperto la strada a una lotta aperta per il potere nel seno degli ambienti dirigenti, aiutata
dall'indebolimento del potere centrale. Ogni clan cercò di appoggiarsi ai pezzi di questo stato iugoslavo che erano alla sua
portata. Nel contesto di una profonda crisi economica segnata da lotte sociali, tutti cercarono di esaltare il nazionalismo di
ciascuno: questo era facile e la fiamma delle idee dell'estrema destra ultra nazionalista, facendo leva su un guazzabuglio
reazionario e le ceneri del passato, fu alimentata da parecchie parti, compreso dai circoli intellettuali e artistici, da
scrittori conosciuti, ecc.. naturalmente senza dimenticare la Chiesa.
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Oggi le potenze occidentali giocano la commedia del Tribunale penale internazionale de L’Aia facendo comparire in particolare
i principali dirigenti dell'epoca.
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Dopo Milosevic, dirigente della Serbia, dopo Karadzic, dirigente della Repubblica serba di Bosnia, il generale Ratko Mladic è
stato arrestato il 26 maggio 2011 dopo una latitanza di 15 anni. Fu il comandante capo dell'esercito della Repubblica serba di
Bosnia durante la guerra di Bosnia fra il 1992 e il 1995. È accusato di essere responsabile dell'assedio di Sarajevo dal 1992
al 1995 che causò più di 10.000 morti, di numerosi massacri perpetrati sotto i suoi ordini dalle milizie serbe in molte parti
della Bosnia, in particolare a Srebrenica dove più di 8.000 persone furono assassinate.
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In realtà la sua latitanza era consistita nel trovare rifugio in un villaggio di Serbia dove egli viveva senza nascondersi più
di tanto. Bisogna dire che nell'ambito dei negoziati che si svolgono in questo momento con l'Unione europea, l'arresto di Mladic
era una delle condizioni poste dalle autorità di Bruxelles ad una eventuale adesione della Serbia.
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Qualunque sia il risultato di questo processo -bisogna ricordare che Milosevic è morto prima che un verdetto fosse pronunciato
e che il processo di Karadzic, cominciato nel 2008, è ancora in corso- Mladic ha sicuramente meritato il soprannome di boia dei
Balcanie la sua responsabilitΰ nei massacri di decine di migliaia di persone θ incontestabile. Ma molti altri portano una
responsabilitΰ almeno uguale e scamperanno a ogni tipo di giudizio. Gran parte del personale politico attuale degli stati sorti
dalla disintegrazione della Iugoslavia hanno avuto una parte attiva, a vari livelli, negli scontri sanguinosi di questo periodo
dal 1991 al 1995.
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Ma dietro di loro e sopra di loro, quelli stessi che organizzano i processi, i dirigenti delle potenze imperialiste, portano
anche una responsabilitΰ decisiva e molto antica.
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Gli stati dell'Europa centrale balcanica, una creazione dell'imperialismo
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Tutta questa regione del sud dell'Europa orientale che si chiama i Balcani ha conosciuto da secoli un importante mescolarsi di
popolazioni. Numerosi popoli coesistevano, molto spesso nelle stesse cittΰ, costituendo gruppi intrecciati gli uni con gli
altri senza che si potessero distinguere territori omogenei dal punto di vista etnico. Durante molto tempo, due vasti imperi si
spartirono la regione, l'impero austro-ungarico e l'impero ottomano, all'interno dei quali in assenza di frontiere interne era
possibile spostarsi senza ostacolo.
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Gli stati che si crearono lungo tutto l'Ottocento, approfittando dell'indebolimento di questi due vecchi imperi, furono
immediatamente l'oggetto delle rivalitΰ delle grandi potenze europee. Le loro frontiere si modificarono in funzione dei
rapporti di forze e dei risultati dei periodici conflitti.
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In linea di massima gli stati attuali sono sorti dalla prima guerra mondiale e dai trattati di Versailles imposti dalle potenze
imperialiste francese e britannica dopo la vittoria sul rivale tedesco. Le frontiere erano state tracciate in nome del principio
del "diritto dei popoli all'autodeterminazione", ma non rispettavano per niente i sentimenti e i desideri dei popoli. Al
contrario i dirigenti imperialisti riunitisi a Versailles dilaniarono cinicamente la carne dei popoli, separando attraverso
frontiere artificiali delle popolazioni che erano vissute insieme per secoli .
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Ognuno di questi stati includeva una o parecchie minoranze nazionali che si ritrovavano oppresse dalla nazionalitΰ dominante.
Da parte delle potenze imperialiste, questa era una politica cosciente: i nuovo stati erano tanto piω legati a loro in quanto
erano piω deboli e contestati.
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La Iugoslavia, creata nel 1918, riuniva i "popoli slavi del sud" sotto dominio della monarchia serba, alleata tradizionale della
Francia. Tra l'altro, θ significativo che questo stato mantenne il nome di Regno di Serbia fino al 1929, anno in cui assunse il
nome di Iugoslavia.
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La Iugoslavia di Tito
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Durante la Seconda guerra mondiale, dietro il Partito comunista diretto da Tito si organizzς un movimento di resistenza
all'occupazione tedesca, sulla base di un nazionalismo iugoslavo superando le opposizioni nazionali. Durante il ritiro delle
truppe tedesche davanti all'esercito sovietico, questo movimento fu abbastanza forte da permettere a Tito di prendere il potere
senza avere bisogno del sostegno delle forze militari dell'Urss.
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Tito organizzς una federazione di sei repubbliche: Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia, con
inoltre due “province autonome” facendo parte della Repubblica di Serbia, la Voivodina e il Kosovo. Questo rappresentava
sicuramente un progresso rispetto al regime precedente perchι nessuna nazionalitΰ dominava ufficialmente le altre. Per la
prima volta nella storia di questo paese, una parte della popolazione poteva identificarsi alla nazionalitΰ “iugoslava” e
molte coppie miste, sempre piω numerose, e i loro figli si identificavano a questa sola nazionalitΰ.
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I regime di Tito era una dittatura e, fosse solo per questo motivo, non poteva rispondere completamente alle aspirazioni dei
popoli, soprattutto quelli piω poveri della Iugoslavia, come gli albanesi del Kosovo che legittimamente potevano sentirsi
vittime di una discriminazione, se non di un'oppressione. Detto questo, al Kosovo fu riconosciuto finalmente nel 1974, alla pari
della Voivodina, lo statuto di provincia autonoma che dava alla popolazione albanese un potere locale e una sua
rappresentazione, con diritto di veto, in seno alle istanze federali.
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Comunque il risveglio dei nazionalismi, per riprendere un'espressione tanto spesso utilizzata, non era venuto dal basso, dalla
popolazione, ma dall'alto, dai circoli dirigenti. Negli anni successivi alla morte di Tito nel 1980, la bandiera del
nazionalismo fu innalzata per legittimare la parte crescente di potere che i dirigenti di ogni repubblica costitutiva della
federazione iugoslava cercavano di accaparrarsi, cosμ come in seno a queste repubbliche quelli che si contendevano la direzione
dello stato. Come sempre ci furono sedicenti intellettuali, scrittori, giuristi, membri dell'intellighenzia a farsi complici di
questa impresa d’irreggimentazione della popolazione. Si era in un contesto di aggravamento della crisi economica, e
ricordiamo anche la responsabilitΰ dei banchieri occidentali presso i quali la Iugoslavia era indebitata, che esigevano allora
tramite i rappresentanti del FMI il rimborso dei loro crediti e l'applicazione di piani d'austeritΰ. Con l'aumento della
disoccupazione, sul terreno delle frustrazioni e del malcontento provocati da una vita sempre piω difficile, i demagoghi
nazionalisti alla fine trovarono un certo sostegno.
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Dal momento in cui le cricche nazionaliste e le milizie paramilitari cominciarono a dedicarsi alle prime violenze, un meccanismo
s’innescς alimentato da una parte e dall'altra dalla volontΰ di vendicare i propri morti e di trovare protezione presso “i
nostri”. E cosμ i vari popoli si ritrovarono sempre piω separati da abissi di sangue.
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Le lotte per il potere fra i dirigenti nazionalisti hanno fatto scoppiare la Iugoslavia
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La logica nazionalista non poteva che condurre a scontri e massacri perchι nessuna di queste repubbliche, - forse ad eccezione
della Slovenia - poteva costituire uno stato-nazione, tanto le popolazioni erano mescolate e i popoli erano dispersi
nell'insieme della regione. Il volere costituire uno stato serbo o uno stato croato portava a contendersi il controllo di
territori dove coesistevano popolazioni di nazionalitΰ diverse e a cercare di attuare, come si diceva, una “pulizia
etnica”.
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Questa fu la politica portata avanti da Milosevic, dirigente dell'ex partito comunista, ex membro della burocrazia titista che
era riuscito ad avere la meglio nei confronti dei suoi concorrenti alla testa dello stato serbo riprendendo al proprio conto la
demagogia delle correnti nazionaliste serbe. Cosμ fu anche la politica di Tudjman, divenuto il primo presidente della
Repubblica di Croazia dopo un passato di oppositore nazionalista che gli era valso soggiorni in carcere al tempo di Tito.
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La posizione dei dirigenti serbi non era la stessa degli altri: il peso della Serbia in Iugoslavia, dove i serbi rappresentavano
nel 1991 piω del 40% della popolazione totale della federazione, stimata a 23,3 milioni di abitanti, aveva reso possibile di
imporre un loro controllo sull'apparato di stato centrale. I dirigenti serbi potevano presentarsi al tempo stesso come
protettori degli interessi del popolo serbo e come difensori dell'unitΰ della Iugoslavia, le cui istituzioni erano diventate
elementi dello stato serbo. Ma questa Iugoslavia difesa da Milosevic, contemporaneamente presidente della Serbia e della
Repubblica federale iugoslava, in realtΰ non era altro che una grande Serbia.
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Approfittando della deflagrazione dello stato centrale iugoslavo, politici o capi militari, alla testa di bande armate, imposero
la propria legge, giustificando con discorsi nazionalisti estremisti i loro misfatti, i saccheggi, assassinii e stupri di cui si
resero responsabili nei confronti dei membri delle nazionalitΰ indicate come nemiche, ma anche nei confronti di quelli che per
un motivo o un altro erano indicati come “traditori della patria”. Nella misura in cui questo serviva i loro piani di
conquista di nuovi territori, i dirigenti degli stati serbo o croato li hanno incoraggiati e gli hanno fornito uomini e armi.
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Ma questi reucci e le loro bande armate sfuggivano in gran parte al loro controllo. Perché in questo tipo di situazione, i
peggiori elementi della società trovano un’occasione insperata di dedicarsi all'arbitrario più totale. Così un Karadzic, ex
medico condannato per estorsione di fondi poté autoproclamare presidente di una “Repubblica serba di Bosnia” dove
un'accozzaglia di uomini in armi consentμ a Mladic, ex ufficiale dell'esercito iugoslavo, di giustificare il suo titolo di
comandante capo.
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Tale fu il meccanismo da cui nacque una guerra che fece tra 200.000 e 300.000 morti e piω di 4,5 milioni fra profughi e
popolazioni spostate.
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La guerra in Croazia...
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I primi combattimenti cominciarono quando la Slovenia e la Croazia proclamarono la loro indipendenza nel 1991. I dirigenti di
queste due repubbliche che erano quelle piω ricche della federazione - soprattutto la Slovenia - consideravano di poter
esistere autonomamente. I primi combattimenti cominciarono allora: l'esercito iugoslavo, diventato in realtΰ un esercito serbo
e comunque diretto da uno stato maggiore serbo, intervenne per provare a mantenere con la forza queste due repubbliche in seno
alla federazione. In assenza dell'appoggio di una popolazione serba in questa regione, i dirigenti serbi si rassegnarono
rapidamente alla partenza della Slovenia, con cui i combattimenti durarono solo dieci giorni. Ma la situazione era ben diversa
in Croazia dove vivevano 581.000 serbi, circa il 12% della popolazione di questa Repubblica. Questi serbi potevano
legittimamente temere di diventare una minoranza oppressa in seno al nuovo stato croato. Speculando su questi timori, aizzando
l'odio, si costituirono delle milizie che proclamarono la nascita di una Repubblica serba di Croazia nelle due regioni, Krajina
e Slavonia, dove i serbi erano piω concentrati. In queste zone, si organizzarono le prime operazioni di pulizia etnica,
costringendo piω di 30.000 croati a fuggire per sfuggire alla morte.
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Dopo tre mesi di combattimenti ci fu un cessate il fuoco provvisorio. La Croazia si trovava amputata di un quarto del suo
territorio, passato sotto controllo serbo. Ma in realtΰ questi territori e le popolazioni serbe che ci vivevano non
costituivano altro, agli occhi di Milosevic, che una moneta di scambio in un piano piω vasto. Milosevic e Tudjman, anche prima
dell'inizio della guerra, durante un incontro rimasto a lungo segreto a Karagiorgevo nel marzo 1991, avevano concluso un accordo
per spartirsi la Bosnia. Le conquiste serbe in Croazia erano solo un bottino destinato a essere scambiato al momento della
spartizione della Bosnia. Nel 1995, in conformitΰ con questo piano, l'esercito croato ne riprese il controllo e gran parte
della popolazione serba, abbandonata alla sua sorte da Milosevic, dovette a sua volta prendere la strada dell'esilio. I serbi
oggi rappresentano solo il 4% della popolazione della Croazia.
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...E in Bosnia
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Piω ancora di tutto il resto della Iugoslavia, la Bosnia offriva l'immagine di un mosaico di popolazione mescolate. Su 4,3
milioni di abitanti, contava circa il 21% di serbi, il 17% di croati e piω del 43% di musulmani, denominazione in gran parte
arbitraria data agli altri abitanti che non necessariamente erano di confessione musulmana. Ai tempi della Iugoslavia queste
popolazioni vivevano spesso negli stessi quartieri e si mescolavano senza tener conto delle origini nazionali. Fu questo
mescolarsi a dare un carattere particolarmente orrendo alla guerra, cominciata nel 1992.
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In questo anno, rifiutando di prolungare il faccia a faccia con la potente Repubblica serba in seno alla federazione iugoslava,
la Bosnia proclamς a sua volta la sua indipendenza. I dirigenti nazionalisti bosniaci dovettero far fronte alle milizie serbe
sostenute da Milosevic e alle truppe di Mladic, che si dedicarono a una pulizia etnica sistematica.
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Dovettero anche scontrarsi con le milizie croate. Tudjman dichiarava che i bosniaci erano in realtΰ dei croati convertiti
all'islam. Rimaneva solo da”convincerli” di questo fatto e le milizie croate si dedicarono, anche loro, a una pulizia etnica
nella parte nord della Bosnia.
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Il nazionalismo dei dirigenti bosniaci, che si presentavano come difensori della coesistenza dei popoli in seno ad una Bosnia
multiculturale, sembrava più giustificato di quello dei serbi e croati. Ma questi discorsi non erano sufficienti a convincere i
serbi o i croati, divenuti minoranze nazionali in seno alla Bosnia indipendente, che non avevano niente da temere.
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Tutte le logiche nazionaliste, in questa regione d'Europa come in molte altre regioni del mondo, non potevano che condurre i
popoli a una barbarie sanguinosa e a scontri senza fine.
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L'intervento delle potenze imperialiste
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Se le lotte per il potere dei dirigenti nazionalisti serbi, croati e sloveni furono il punto di partenza del processo di
disintegrazione della Iugoslavia, l'intervento delle potenze Imperialiste in ogni momento nel conflitto lo ha aggravato e
accelerato.
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I Balcani sono divenuti di nuovo per gli imperialisti un campo di manovra sul quale si scontravano i loro interessi concorrenti.
Francia e Germania, in cerca di punti d'appoggio, hanno ritrovato in maniera del tutto naturale i loro alleati di prima del
1945, con cui i legami non si erano completamente sciolti.
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L'imperialismo tedesco in passato si era appoggiato al nazionalismo croato: durante la Seconda guerra mondiale la spartizione
della Iugoslavia imposta da Hitler aveva dato vita ad uno stato croato indipendente alleato della Germania. Così quando
Slovenia e Croazia proclamarono la loro indipendenza, il governo tedesco li riconobbe in fretta.
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Da parte sua il governo francese cominciò nel dare il sostegno ai dirigenti serbi - la monarchia serba manteneva relazioni
privilegiate con la Francia prima del 1945 - dichiarandosi a favore del mantenimento delle frontiere della Iugoslavia. Poi
quando alla fine questa posizione fu difficilmente difendibile, la diplomazia francese si fece il campione della difesa
dell'indipendenza della Bosnia contro i serbi.
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È impossibile conoscere i motivi esatti di tutte le svolte della politica delle diplomazie europee e americana. Ma è sicuro
che il diritto dei popoli all'autodeterminazione era l'ultima delle loro preoccupazioni.
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La loro prima preoccupazione, come sempre e dappertutto, fu il ritorno all'ordine. Per loro, non c'era da rallegrarsi che una
regione d'Europa, così vicina alle grandi capitali occidentali, sprofondasse nella guerra. Si sforzavano quindi di trovare una
soluzione politica che potesse riportare la stabilità. Ma per questi dirigenti si trattava di una stabilità fondata sullo
sfruttamento dei popoli e la loro sottomissione, non si poteva immaginare di fare appello alle popolazioni. Al contrario,
trattarono con gli stessi responsabili delle esplosioni di violenza e dei massacri, con Milosevic che fu il loro principale
interlocutore, con Karadjic e con Mladic.
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Le truppe inviate in Croazia e Bosnia sotto la bandiera dell'Onu dopo il 1992 si accontentarono di assistere ai massacri senza
intervenire per ostacolarli. Alcuni soldati stabilirono addirittura legami di complicità con i carnefici. Bisogna ricordare il
ruolo penoso delle forze Onu a Srebrenica che, dopo di avere promesso la loro protezione alle popolazioni, le lasciarono
massacrare dagli uomini di Mladic.
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Gli accordi di Dayton, firmati sotto il patrocinio dei dirigenti occidentali nel 1995, misero fine ai combattimenti organizzando
la spartizione della Bosnia tra una Repubblica serba le cui frontiere erano state tracciate sul terreno dalle milizie serbe -
poiché integravano le zone “etnicamente pulite”! -, e una federazione croato-musulmana. Questo era come sancire il
risultato della pulizia etnica. Dal loro punto di vista, l'omogeneità etnica ottenuta al prezzo di spostamenti di milioni di
persone era peraltro una promessa di stabilità.
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Per imporre questi accordi ai nazionalisti serbi e bosniaci che si mostravano riluttanti, gli aerei Nato si dedicarono a una
campagna di bombardamenti aerei e soprattutto i dirigenti occidentali si appoggiarono a Milosevic che divenne così “un perno
della pace in Bosnia”. Il Tribunale penale internazionale che all'epoca chiese l'apertura di una procedura contro Milosevic fu
richiamato all'ordine.
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Nel 1999 gli Stati Uniti alla fine decisero di utilizzare la loro forza militare contro Milosevic per costringere l'esercito
serbo a evacuare il Kosovo. Gli aerei Nato bombardarono le forze serbe ma anche e soprattutto le città e le infrastrutture
della Serbia: strade, ferrovie, centrali elettriche. L'esercito serbo non fu molto indebolito da queste azioni militari, e tale
non era l'obiettivo dei dirigenti imperialisti: l'esercito serbo doveva conservare la capacità di tenere a bada le popolazioni,
a cominciare dalla popolazione serba. Fu quest'ultima a pagare il prezzo più alto per i bombardamenti.
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Oggi le armi hanno taciuto nella regione, e dal punto di vista degli imperialisti si può parlare di una relativa
stabilizzazione. Ma a quale prezzo e per quanto tempo? Ci vuole poco perché, ogni tanto, si producano nuovi scontri nel Kosovo
tra albanesi e minoranza serba.
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Complessivamente, l'insieme della regione è minacciata da tremendi scontri se le stesse logiche nazionaliste si rafforzassero
di nuovo, poiché come abbiamo già detto in tutti questi stati creati all'indomani della Prima guerra mondiale esistono
minoranze nazionali: tra le altre cose, in Ungheria vivono popolazioni di lingua rumena mentre in Romania vive una forte
minoranza di lingua ungherese; in Bulgaria vive un importante popolazione di lingua turca; e dispersi, in tutti questi stati,
vivono i rom.
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Il mescolarsi delle popolazioni è tale che nessun stato “etnicamente puro” è possibile, proprio come in Iugoslavia.
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E questo mescolarsi, che potrebbe e dovrebbe essere fonte di ricchezza in tutti i campi, diventa al contrario fonte di minacce.
Infatti in questi anni, la crisi economica con le sue conseguenze sulla vita delle popolazioni prepara un terreno favorevole
allo sviluppo dell'estrema destra nazionalista: lo si è visto ultimamente in Ungheria e in Romania dove movimenti di questo
tipo hanno avuto una eco nella popolazione, in particolare sul terreno della demagogia contro i rom.
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L'esempio della Iugoslavia ha dimostrato come, sul terreno dell’ascesa del nazionalismo, si fosse potuto innescare un
meccanismo infernale e dove questo ha potuto condurre. Potrebbe essere forse un segnale precursore di una regressione ancora
più forte.
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In questa regione non esisterà alcuna vera soluzione che consenta ai popoli di vivere a lungo in pace, senza il rovesciamento
di questi stati il cui mantenimento giova solo a una minoranza di possidenti, senza il rovesciamento dell'imperialismo che ha
trasformato questa regione del mondo in una polveriera che si può infiammare da un momento all’altro.
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18 settembre 2011
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