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Testo della maggioranza
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Abbiamo vissuto fino al giugno del 1999, quattro elezioni "nazionali" in meno di quattro anni : presidenziale, legislativi,
regionali ed europei e, al contrario degli altri partiti, non abbiamo lo sguardo fisso sull'orizzonte delle elezioni comunali
del 2001.
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Per noi, non sono ancora veramente di attualità, anche perché, bisogna sottolinearlo, se i rivoluzionari, per motivi di
principio partecipano il più possibile alle elezioni, non hanno mai considerato le elezioni altrimenti che come un termometro
dell'opinione dei lavoratori.
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I risultati stessi non possono influire sulla situazione delle classi lavoratrici. Possono avere solo un'influenza indiretta, se
mettono in luce una spinta dei rivoluzionari nell'opinione popolare. In questo caso, i risultati possono ridare fiducia e
rafforzare le posizioni dei rivoluzionari nei confronti delle altre organizzazioni politiche che pretendono di rappresentare i
lavoratori. Possono anche rafforzare la fiducia e la coscienza dei lavoratori ; ed anche, se sono ottimi, ispirare un certo
timore agli avversari, perfino ai padroni ed al governo, e talvolta condurre questi ultimi a moderare i loro attacchi contro i
lavoratori, per timore di rafforzare la posizione dei rivoluzionari e di incoraggiare le reazioni delle classi popolari.
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Fatto sta che c'è ancora tempo prima delle elezioni comunali, un anno e mezzo, sicché non abbiamo nient'altro da dire in
proposito per il momento.
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Gli sforzi militanti dell'organizzazione quest'anno non si svolgeranno quindi su questo terreno.
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Su scala locale, sul terreno appunto, le nostre forze limitate ci riducono al ruolo di organizzazione propagandista, perché
abbiamo solo poche capacità d'intervento autonomo nelle lotte. Il basso livello delle lotte della classe operaia limita ancor
di più questa possibilità.
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Infatti, le organizzazioni sindacali, benché il loro fondamentale riformismo le spinga tante volte a non andare fino in fondo
alle possibilità offerte da certe lotte dei lavoratori, stanno in generale aldilà della combattività di questi e raramente
uno sciopero, se c'è, è capace di coinvolgere su rivendicazioni di stipendio o di carica di lavoro, più del 10 % dei
lavoratori di una grande impresa. Questa percentuale è sorpassata, quando c'è una minaccia di chiusura o di riduzione notevole
dell'organico, o di licenziamenti collettivi importanti. Non è poi neppure sempre il caso, perché la politica dei cosiddetti
"piani sociali", molto utilizzata dal padronato, divide i lavoratori tra quelli che stanno per essere prepensionati e ne sono
soddisfatti, quelli che non saranno licenziati, quelli che saranno in mobilità o ai quali la si promette e quelli che saranno
semplicemente licenziati o con una indennità che li fa esitare sulla necessità di una lotta da retroguardia. Molto spesso,
nonostante l'opposizione dei sindacati più vicini ai lavoratori, è la maggioranza degli stessi lavoratori che approva questi
piani.
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In un altro contesto, con una combattività più grande, in cui i lavoratori siano decisi a scendere in lotta contro ogni
attacco dei padroni, in cui gli scioperi siano estesi alla maggioranza dei lavoratori della stessa impresa e soprattutto ad
altre imprese e se, in questo contesto, l'azione dei sindacati si porrà in contraddizione con le attese dei lavoratori, i
militanti rivoluzionari, anche se minoritari, potranno intervenire in modo efficace.
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Finora queste condizioni non sono raggiunte, ma noi militeremo, come sempre, in questa prospettiva. Non possiamo prevedere
niente, tutt'al più possiamo sperare, ma non di meno dobbiamo cogliere la più piccola possibilità politica di cambiare la
situazione. E le manifestazioni, le azioni alle quali il PCF chiama i suoi militanti e i lavoratori, forse possono contribuire a
modificare questa situazione. Certo, questo andrebbe oltre agli obiettivi del PCF che non ricerca questo risultato e soprattutto
non vuole essere scavalcato, ma questo potrebbe preparare una situazione in cui potremmo intervenire efficacemente. Ecco perché
dobbiamo non solo partecipare alle manifestazioni previste ma anche, nelle imprese, convincere i lavoratori di parteciparci e i
militanti PCF e sindacali di farne la propaganda e dobbiamo spiegare senza tregua come queste manifestazioni possano permettere
di creare una situazione in cui i lavoratori potranno finalmente difendersi.
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Ovviamente, tutto questo rimane per ora nell'ambito della propaganda ; propaganda scritta e propaganda militante, individuale.
Ma in questo caso, questa si colloca nell'ambito di obiettivi definiti, concreti, in un momento preciso, e non si limita più ad
una propaganda generale.
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La preparazione delle manifestazioni previste alla metà di dicembre sarà dunque l'occasione di avere queste discussioni
individuali nelle imprese e nei quartieri, con i militanti e simpatizzanti del PCF, i militanti sindacali e l'insieme dei
lavoratori.
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I giornali economici, il governo, possono pure annunciare che la disoccupazione regredisce, nella classe lavoratrice c'è poco
motivo di credere nelle statistiche ufficiali. Infatti, anche se è vero che la disoccupazione diminuisce, ciò rappresenta, per
la migliore delle statistiche, solo 100 o 150 000 disoccupati in meno all'anno, per un totale che era di tre milioni, senza poi
contare tutti i disoccupati parziali che non sono presi in conto come "disoccupati" e il cui numero viene stimato ancora sui due
milioni almeno.
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Allora, prima che questo ribasso omeopatico possa cambiare la vita della popolazione lavoratrice, ne passerà d'acqua sotto i
ponti.
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Il tenore di vita invece diminuisce davvero in modo permanente, qualunque siano le statistiche così ottimistiche quanto
menzognere.
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Si parla di stabilità del costo della vita e dell'aumento dello stipendio medio il quale, benché debole, rappresenterebbe un
potere d'acquisto superiore. Invece non si tiene assolutamente conto, in queste statistiche, dei contributi che gravano sempre
di più sui salariati.
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Fin dal governo di destra, c'era già l'aumento del 2 % dell'IVA su tutti i prodotti di grande consumo. C'è stato l'aumento di
vari contributi sociali, che si applicano anche su salari e pensioni assai modeste, anche se è compensato per i salariati dalla
diminuzione dei contributi della Previdenza Sociale (che diminuisce di più per i datori di lavoro). Queste statistiche non
prendono nemmeno in conto l'aumento sensibile delle tasse locali e dell'Irpef, che non doveva aumentare ma è aumentato lo
stesso. Tutto ciò fa sì che il tenore di vita dei lavoratori, non solo quelli ridotti al salario minimo ma anche quelli che si
guadagnano 10000 o 12000 franchi (3 - 3,6 milioni di lire) al mese di salario lordo, diminuisce notevolmente.
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Tutte queste tasse colpiscono proporzionalmente molto di più le classi popolari che le classi agiate o ricche, che approfittano
di sgravi fiscali che si potrebbero chiamare specifici, sgravi di cui non è avaro il governo di sinistra rispetto a queste
classi di cui spera un sostegno elettorale, o di cui vuole almeno neutralizzare l'ostilità. Sgravi fiscali per la servitù, per
la custodia dei bambini, per lavori nella casa, di cui un proletario può forse beneficiare per qualche migliaia di franchi
mentre un borghese ne approfitterà sui 100 o 200 000 franchi ed oltre, che il rinnovamento della casa gli costerà.
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Tutto questo senza poi parlare delle condizioni di lavoro.
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Il peso della disoccupazione aumenta da anni e sta in base ad un cambiamento di rapporto di forze tra mondo del lavoro e
padronato. Quest'ultimo trova sempre tutta la mano d'opera che vuole, soprattutto per i posti di lavoro meno qualificati.
Numerosi salariati si sono sentiti dire che se non erano contenti, ce n'erano altri dieci dietro alla porta, che sarebbero
felici di prendersi il posto. Non si sta più nel XIX° secolo, ma il padronato ci si crede ancora.
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Per di più, sui luoghi di lavoro, i guadagni di produttività nell'industria e perfino nel terziario, non sono dovuti solo al
progresso tecnico. Sono stati realizzati anche dall'intenso sfruttamento di chi deve seguire il ritmo delle macchine più
moderne.
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La stessa cosa si verifica dagli impiegati del terziario, delle banche o dei servizi pubblici o privati. L'informatica consente
più cose, ma per chi ci lavora, le tastiere sono sempre lì e gli schermi dei computer non hanno diminuito la stanchezza, al
contrario.
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La recente legge delle 35 ore della ministra Aubry forse diminuirà un po il tempo di lavoro, ma con compensi a favore del
padronato tali da rappresentare un carico in più per la stragrande maggioranza dei lavoratori.
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Infatti, le imprese, in particolare quelle grandi, non possono imporre piani di licenziamenti e di diminuzione dei posti di
lavoro senza intensificare il lavoro di quelli che rimangono, a volte in condizioni insopportabili.
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Di fronte a tutto ciò, le reazioni dei lavoratori sono rimaste finora sporadiche. Da mesi, perfino da anni, non si è assistito
a nessun movimento generale, tranne gli scioperi delle ferrovie della fine del 1995, che si sono appena allargati a stabilimenti
pubblici come la Posta, e niente affatto al privato.
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Vale a dire che il rapporto di forze è per ora a sfavore dei lavoratori e che cambiare questo rapporto di forze necessiterà
una controffensiva generale del mondo del lavoro.
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In questo contesto, la direzione del PCF ha deciso di fare un passo, piccolo, a sinistra.
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Il risultato delle elezioni europee ha infatti dimostrato che il PCF era ancora, come già da anni, in un processo di
indebolimento che poteva condurre alla sua rovina. Infatti, i suoi risultati elettorali, anche se sono talvolta in rialzo da
un'elezione all'altra, si sono notevolmente ridotti col passare del tempo, situazione che lo ha ridotto ad un ruolo decorativo
nel governo della sinistra plurale, di cui è una delle componenti. Questa partecipazione è anche une forma di suicidio,
perché rispetto alle classi popolari, gli tocca assumere il discredito della politica di questo governo.
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D'altra parte, il PCF può rinunciare solo con tanta difficoltà alla sua partecipazione governativa. Se rinunciasse ancora una
volta, come lo aveva fatto per l'Unione delle sinistre, volterebbe le spalle a tutta la politica che da anni è sua.
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La giustificazione della sua esistenza è proprio la partecipazione ad un'alleanza delle sinistre, all'infuori della quale non
avrebbe prospettive elettorali, il che è la cosa peggiore per un partito elettoralistico e riformista.
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Il PCF giustifica la sua partecipazione col pretendere che questa è un mezzo per ottenere dal governo qualche gesto a favore
dei lavoratori. Dice per esempio che l'ultima legge delle 35 ore di Aubry, che lui ha votata, sarebbe stata meno a favore dei
lavoratori senza gli emendamenti che ha proposto.
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Ma per modificare la legge Aubry, e in particolare per modificare il costo dei sussidi al padronato, il Medef, sindacato
padronale, è stato molto più efficace del PCF.
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Per di più, non è stato abolito l'aspetto peggiore della legge Aubry, cioè la possibilità legale data ai padroni d'imporre
la flessibilità dell'orario di lavoro, la sua possibile modifica alla settimana, al mese o all'anno.
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I lavoratori che finora non ne sono ancora stati vittime mediante gli accordi già firmati, lo saranno quando la legge verrà
generalizzata, al primo gennaio del 2000.
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Finora, il PCF aveva scelto il sostegno senza riserve al governo, facendogli nello stesso tempo qualche critica confidenziale
nel suo giornale "L'Humanité", ma senza che si traduca nell'atteggiamento dei deputati comunisti, il cui sostegno è
indispensabile al governo Jospin.
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E' in queste condizioni, dopo la disapprovazione espressasi nelle elezioni Europee, che Robert Hue ha lanciato l'appello a
scendere in piazza per l'occupazione e contro i licenziamenti. Era la prima volta fin dall'inizio del governo.
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Certo, in modo molto ipocrita, ha anche rivolto il suo appello al Partito Socialista, per rassicurarlo e confermargli che non si
trattava di un'attacco al governo. Il che era già la convinzione di Lionel Jospin. Tuttavia, Robert Hue si è anche rivolto
all'estrema sinistra.
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Il governo Jospin non ha visto di buon occhio l'appello a questa manifestazione e i principali ministri socialisti, senza farne
un affare di Stato, non hanno lesinato sulle critiche. Quello che temevano, evidentemente, non era di essere scavalcati
dall'estrema sinistra, ma dalla base stessa del PCF, se questi non fosse riuscito a controllare le sue truppe. Infatti, un
successo troppo largo, troppo popolare, di questa manifestazione, avrebbe potuto provocare slogan che mettessero il governo a
disagio, cioè slogan francamente antigovernativi.
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L'estrema sinistra poteva ovviamente cercare di avere questo atteggiamento, ma lei non poteva basarsi su un sostegno popolare
che scavalchi la politica del PCF e in ogni modo, non avrebbe potuto cambiare la tonalità della manifestazione.
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Infatti, le decine di migliaia di manifestanti erano soprattutto militanti PCF. I ceti socialdemocratici, come le altre grandi
centrali sindacali, avevano esercitato tutte le pressioni richieste perché la CGT rifiuti di chiamare ufficialmente alla
manifestazione. Per i Verdi, non ci fu bisogno di nessuna pressione, essendo loro completamente estranei agli interessi del
mondo del lavoro. La loro direzione ha chiamato alla manifestazione a fior di labbra, ma solo un centinaio di persone o due
hanno risposto all'appello.
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Con la scelta di una manifestazione centrale a Parigi, la direzione del PCF sapeva che escludeva in questo modo un gran numero
di lavoratori e di militanti di base, che non potevano progettare una giornata di viaggio a Parigi.
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In questa manifestazione, in gran parte composta da militanti del PCF, che ostentavano distintivi sia PCF che CGT, questi non
hanno oltrepassato le parole d'ordine del loro partito, tranne una piccolissima minoranza che rappresenta tendenze senza peso
reale in seno al PCF.
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Perfino quelli tra i militanti che, in modo individuale, potevano criticare il governo e la sua politica od anche essere delusi
dall'atteggiamento del partito in tale e talaltro caso, come per esempio sulla legge Aubry, nella loro gran maggioranza non sono
opposti alla partecipazione governativa del PCF perché non hanno nessun'altra prospettiva.
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Un seguito alla manifestazione del 16 ottobre è previsto dal PCF, l'11 dicembre, sotto forma di "una giornata nazionale di
raduno e di manifestazione, organizzata dovunque insieme, nelle città, nei dipartimenti e le regioni... contro i licenziamenti,
la disoccupazione, per l'occupazione" (dal progetto preliminare di appello redatto dal PCF).
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Ovviamente, saremo solidali con quest'appello e parteciperemo a queste manifestazioni. Per quanto è possibile, cercheremo di
porre l'accento, secondo le circostanze e i rapporti di forze locali, sulla flessibilità imposta dal padronato (il che viene,
tra l'altro, citato nel "progetto di appello").
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Tutti i lavoratori non sono stati coinvolti e colpiti dalla possibilità giuridica data al padronato dalla legge Aubry d'imporre
questa flessibilità in cambio di una diminuzione dell'orario di lavoro. Bisogna dire che il padronato non ha neanche aspettato
la legge Aubry per imporre o cercare di imporre quello che voleva in questo campo, con o senza compenso.
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Detto questo, parteciperemo alla preparazione e alle manifestazioni previste l'11 dicembre, su questi obiettivi, insieme ai
militanti del PCF e a tutti i militanti operai che vi si assoceranno, senza cercare però di trasformare queste manifestazioni
in un regolamento di conti con il resto della politica del PCF. Il che significa che romperemo la solidarietà con chi abbia
voglia di farlo e di coinvolgerci in tale atteggiamento.
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Conosciamo il carattere limitato di questi gesti del PCF, sappiamo che il PCF cerca di riconquistare il suo credito nei
confronti dei lavoratori e delle classi popolari, molto probabilmente nella prospettiva delle elezioni comunali.
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Detto questo, il terreno scelto è un terreno che corrisponde agli interessi dei lavoratori. Ovviamente, se il movimento si
svilupperà, noi faremo chiarezza presso i lavoratori sulla necessità di prevedere e organizzare loro stessi la continuazione
della loro lotta.
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Questo non si farà in un giorno solo, perché il morale e la combattività dei lavoratori non stanno al livello più alto. Ma
nel contesto degli attacchi padronali attuali, tale giornata di manifestazioni e di azione può contribuire a ridare loro
fiducia in loro stessi e nella lotta. Tutto dipende dalla partecipazione, dalla forza di questa giornata d'azione, dal numero di
lavoratori che mobiliterà in ogni città. Tutto dipende anche dalla prospettiva che bisogna ostentare, cioè l'affermare, tra
l'altro, che tale giornata non deve rimanere senza futuro.
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Noi militeremo, nella misura delle nostre possibilità, perché così non sia, e perché le giornate successive siano
accompagnate di appelli a scioperi interprofessionali di 24 ore. E' in quel senso che i nostri compagni interverranno presso i
militanti del PC e dei sindacati.
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Ma, di nuovo, se prepareremo questa giornata con i nostri propri obiettivi e se ci appariremo con le nostre proprie parole
d'ordine, rimarremo sul terreno dei licenziamenti, della disoccupazione e delle condizioni di lavoro, cioè dell'opposizione
alla flessibilità. Non ne approfitteremo per criticare l'intera politica del PCF o dei sindacati che si saranno schierati con
l'appello locale o nazionale.
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Non bisogna illudersi, la modifica del rapporto di forze tra mondo del lavoro e padronato non è cominciata con la
manifestazione del 16 ottobre, anche se sarà seguita da altre giornate. Questo appello a ripetizioni generali per una reazione
dell'insieme dei lavoratori, sola capace di modificare il rapporto di forze col padronato, dà ai lavoratori mezzi per
esprimersi ed intervenire. Ma ovviamente, solo il successo di ogni giornata può convincere e portare con sé ceti sempre più
larghi di lavoratori per partecipare alle giornate successive e, finalmente, riprendere l'offensiva.
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La manifestazione del 16 ottobre, chiaramente ha mobilitato solo militanti. Neanche tutti. Forse una nuova giornata d'azione
nelle città principali del paese potrà mobilitare in modo più largo, ma verosimilmente saranno ancora i militanti, o forse
lavoratori impegnati in lotte locali, che risponderanno a questo appello.
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Ecco perché i nostri compagni cercheranno di convincere il più gran numero di militanti possibile delle prospettive aperte da
quest'inizio di mobilitazione e cercheranno anche di convincere il più gran numero possibile di sindacalisti della necessità
di fare corrispondere la nuova giornata d'azione con un appello allo sciopero, almeno - se non lo fanno le centrali sindacali -
da parte dei sindacati locali.
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Non abbiamo mai risparmiato le nostre critiche al PCF e alla sua politica. La nostra stampa, sia essa mensile, settimanale o si
tratti della nostra stampa di fabbrica, ha sempre espresso chiaramente ciò che pensavamo di tale o talaltro aspetto della sua
politica e, in particolare, della sua partecipazione alla sinistra plurale e al governo.
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Detto questo, soprattutto durante le campagne elettorali, in cui eravamo per forza concorrenti del PCF (è lo stesso per i Verdi
o i socialdemocratici), abbiamo sempre affermato che non eravamo avversari, né del PC né dei suoi militanti e che il nostro
obiettivo non era di diminuire i suoi risultati elettorali.
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Non siamo estremisti che interpretano il calo dei risultati elettorali del PCF come una cosa positiva mentre i risultati della
socialdemocrazia, quelli dei Verdi, ossia di nuove liste come quella dei "cacciatori", si mantengono o aumentano.
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L'abbiamo detto e ribadito in tutte le nostre campagne elettorali, in un modo o nell'altro, in particolare fin dal 1995. Certo,
la stampa ci ha attribuito il suo proprio modo di pensare, in modo più o meno onesto. Alla maggioranza dei commentatori
politici, siano di destra o socialdemocratici, sarebbe piaciuto che i nostri risultati indeboliscano il PCF e non i risultati
dei responsabili di destra o di sinistra della politica passata, presente e da venire.
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Anche quando, dopo la sua decisione di partecipare al governo, il PCF si è lanciato in una campagna, presto abbandonata, di
"riunioni di cittadini", in cui le critiche alla sua politica potevano essere smorzate, abbiamo chiesto ai nostri compagni di
partecipare a queste riunioni, giacché erano aperte a tutti, senza criticare la partecipazione governativa del PC, ma lo stesso
col criticare la sua politica, per dire in sostanza che indeboliva non solo i lavoratori, ma anche se stesso col sostenere un
governo socialista che lo porterà prima o poi a condividerne il discredito.
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Oggi, non abbiamo cambiato atteggiamento nei confronti del PC e soprattutto dei suoi militanti, dei quali non siamo gli
avversari anche se a volte, sul terreno, siamo divisi.
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Da allora, all'infuori di queste "riunioni di cittadinanza" e di situazioni nelle imprese in cui, in seno ai sindacati, ci
ritroviamo al fianco dei militanti del PCF, non ci siamo mai trovati nella situazione in cui eravamo il 16 ottobre.
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Non torneremo sull'argomento del nostro atteggiamento rispetto al PCF a proposito di questa manifestazione o di altre che
seguiranno.
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Ma bisognava dimostrare ai militanti del PCF, non solo che non eravamo avversari del loro partito, ma anche che non eravamo
sempre critici rispetto alle sue proposte e che al contrario, quando organizzava una manifestazione conforme agli interessi dei
lavoratori, poteva trovarci al suo fianco con tutte le nostre forze, pur limitate che siano.
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Il nostro obiettivo non era far conoscere la nostra politica e tutte le nostre critiche del PCF ai suoi militanti presenti nella
manifestazione. Abbiamo sufficientemente partecipato a diverse campagne elettorali perché le nostre critiche siano conosciute.
Il nostro obiettivo era far sapere e mostrare loro che potevamo rispondere presente quando gli obiettivi del loro partito
corrispondevano ad una politica operaia.
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Non cerchiamo neppure di fare impressione ai militanti del PCF con le nostre forze. Anche se l'avessimo voluto, non l'avremmo
potuto, poiché il nostro 10 % dei manifestanti, tutt'al più, non sarebbe bastato. Spesso un rapporto di forze può convincere.
Un rapporto di forza elettorale tra noi e il PCF ha scosso un certo numero di militanti, perché dimostrava che se il PCF
tenesse un linguaggio più radicale, forse potrebbe riconquistare voti. Invece, tutti i militanti sanno che, molte volte, non ci
incontrano sul terreno, e i più ostili tra loro ce lo rimproverano.
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Se il PCF avesse voluto fare una dimostrazione di forza, sarebbe stata riuscita lo stesso senza di noi e questo l'hanno capito
un certo numero di militanti. Altri sono stati sensibili agli sforzi fatti da noi perché la manifestazione sia un successo. Ma
quelli che sono stati colpiti dal nostro numero lo sono stati ancor di più dal numero dei manifestanti comunisti.
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E lì si trova il problema. Quello che diciamo trova un notevole riscontro presso una frazione delle classi popolari quando
abbiamo l'occasione di rivolgerci a loro, al momento di elezioni importanti, per il tramite dei mass media.
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Ma la frazione della popolazione lavoratrice che raggiungiamo con le nostre attività, laddove siamo, è infinitamente più
piccola.
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Oggi, è di moda in certi ambienti estremisti dire che, siccome il PC non diventerà mai rivoluzionario, esso sia perso per le
lotte, e quindi quasi trascurabile rispetto alle "nuove sensibilità".
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Alcuni dicono che al futuro partito rivoluzionario al servizio dei lavoratori, ovviamente andrebbero associati militanti "di
tradizione" socialdemocratica o comunista, ma anche i militanti dei cosiddetti "movimenti sociali". Dicono che questi militanti
siano oggettivamente rivoluzionari, anticapitalisti, benché non lo pretendano affatto, e benché siano tanto estranei agli
interessi della classe operaia da avere rifiutato di partecipare al 16 ottobre. A questi alcuni cercano perfino delle scuse,
accusando Robert Hue di averli chiamati alla manifestazione senza averli consultati. Eppure, non aveva neanche consultato né la
LCR, né LO, e questo non ha impedito alle due organizzazioni di darsi da fare perché il 16 ottobre sia un successo.
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Secondo noi, queste organizzazioni sedicenti "socialiste" sono più che riformiste, anche se sono a volte radicali, le due cose
non si oppongono, e non si sentono parte del movimento operaio.
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Secondo noi, se si crea un giorno in questo paese un partito rivoluzionario degno di questo nome, che difenda gli interessi
politici dei lavoratori, la sua influenza proverrà da un gran numero di militante e militanti che appartengono oggi ad
organizzazioni socialdemocratiche, al PCF, ai sindacati, perfino ai cosiddetti movimenti sociali. Ma se ci verranno con le loro
idee, le loro opinioni ed i loro pregiudizi attuali, questo partito non difenderà gli interessi politici dei lavoratori.
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Per creare un autentico partito rivoluzionario, bisognerà che tutti questi militanti facciano loro la visione marxista
rivoluzionaria della società e capiscano e accettino l'idea che sono stati preceduti da altri partiti operai e rivoluzionari
che si collocavano nella stessa prospettiva. Dovranno anche capire, per esempio, che la rivoluzione russa rimane sempre un
modello, degenerato è vero, imperfetto certamente, ma del quale si devono capire gli insegnamenti e di cui si deve essere
solidale.
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Siamo convinti da questa prospettiva ed è questo che cerchiamo di costruire. Forse non ci riusciremo, poiché il futuro non è
scritto da nessuna parte, ma non vogliamo riuscire altrimenti che in questo modo. Perché costruire un partito riformista di
più, anche se fosse possibile, non servirebbe a niente, tranne a procurare posti a qualche arrivista, e non corrisponderebbe
agli interessi dell'umanità.
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5 novembre 1999
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