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24 ottobre 2005
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(Testo approvato dal 97% dei delegati presenti al congresso)
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A giudicare dai commenti della stampa, l'evento più notevole dell'anno 2005 sarebbe il referendum sulla Costituzione europea
del 29 maggio, che avrebbe rappresentato un sisma politico. Ma ciò sarebbe attribuire un'importanza esagerata ad una semplice
peripezia politica.
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Scegliendo di sottomettere il progetto di Costituzione europea a referendum, nel luglio 2004 mentre tutti i sondaggi davano il
"sì" largamente maggioritario, Chirac voleva solo far plebiscitare la sua persona e la sua politica, e costringere il Partito
socialista, tradizionalmente favorevole a tutti i testi che tendono ad organizzare l'Europa così come la vogliono i
capitalisti, ad approvare la sua politica.
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La campagna per il referendum ciononostante ha dato luogo in seno al Partito socialista ad un nuovo episodio della guerra tra
dirigenti che ha ben più a che vedere con la preparazione della prossima elezione presidenziale che col funzionamento
dell'Unione europea. In questa occasione Fabius ha cercato di scavalcare i suoi concorrenti sostenendo il rigetto della
Costituzione europea e presentandosi come il più capace di "riunire la sinistra", come lo indica il titolo della sua mozione.
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La campagna referendaria ha visto costituirsi una specie di consorzio di quelli che si proclamavano fautori di un "no di
sinistra", che riuniva i dirigenti socialisti favorevoli al "no", una minoranza dei Verdi, il Partito comunista francese e la
LCR (anche se chiaramente la presenza del suo portavoce non sempre era benvenuta nei comizi a cui partecipavano alcuni dirigenti
socialisti).
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Ma le nostre ragioni di chiamare a votare "no" non erano le stesse di quelle del PCF, e a maggior ragione di Fabius. E per
quanto ci riguarda ci siamo rifiutati di confluire in questo consorzio dei no et di dare la nostra legittimazione ad uomini
politici che ancora poco prima avevano responsabilità ministeriali in governi che conducevano una politica antioperaia.
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La maggioranza dei lavoratori ha votato a giusto titolo contro un testo reazionario, che in materia di "Europa sociale",
anziché mirare ad unificare i diritti dei lavoratori al livello più alto, al meglio cercava di legittimare lo status quo e non
riconosceva neanche ai cittadini europei... e soprattutto alle cittadine, diritti elementari come il diritto al divorzio, alla
contraccezione ed all'interruzione volontaria di gravidanza. Ma all'evidenza, questi aspetti reazionari del progetto di
costituzione non sono le sole ragioni che hanno portato la maggioranza dei lavoratori a condannarlo. I timori che suscita nel
mondo del lavoro la costruzione di istituzioni europee, di cui anche i sedicenti fautori dell'Europa fanno volentieri un capro
espiatorio, responsabile di tutti i mali, per nascondere le responsabilità dei governanti e delle classi dirigenti francesi,
hanno chiaramente avuto la loro parte in questo rigetto. Come anche il desiderio di sconfessare Chirac e Raffarin nelle urne.
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Ciononostante, sarebbe uno sbaglio dire che il "no" al referendum è stato un "no di sinistra", poiché il rigetto del progetto
di costituzione da parte della maggioranza del mondo del lavoro non sarebbe bastato ad assicurare la "vittoria del no" se tutta
una parte dell'elettorato di destra e di estrema destra, quello che segue i Le Pen e i de Villiers non avesse, per tutt'altre
ragioni, votato allo stesso modo.
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A destra, la sconfitta del referendum è stata uno scacco personale per Raffarin e Chirac. Il primo è uscito di scena. Il
secondo ha dovuto risolversi a fare del suo rivale Sarkozy il numero due del nuovo governo, al posto chiave, per quanto riguarda
la preparazione di future elezioni, di ministro degli Interni.
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Ma il vedere in tali eventi, in seno al PS come in seno all'UMP, i segni di una crisi politica della borghesia francese, vuol
dire scambiare i fremiti che agitano la superficie dell'acqua con una tempesta. Le classi dominanti non hanno nessuna ragione di
preoccuparsi per tale questione. A lei importa poco il nome del futuro inquilino dell'Eliseo. Tutti i candidati che hanno
qualche possibilità di vincere, sia Sarkozy che Villepin, Fabius, Hollande o Strauss-Kahn, senza dimenticare Bayrou e Segolène
Royal, sono fedeli servitori degli interessi della borghesia. Senza voler risalire ancora di più nel passato, dall'elezione di
Mitterand nel 1981, i cambiamenti di formule governative sono stati numerosi, senza mai mettere in discussione la continuità di
una politica che mira solo a difendere gli interessi del grande padronato.
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Lo scacco subito dal "sì" al referendum, se ha portato alla partenza di Raffarin, non ha comportato più cambiamenti della
politica governativa di quanto lo avevano fatto gli scacchi subiti dalle destre alle elezioni regionali, cantonali ed europee
del 2004. Non solo il governo Villepin prosegue nella stessa politica antioperaia di quello di Raffarin, al servizio del grande
padronato, ma in un contesto in cui tutti i sondaggi indicano che gli indici di popolarità del presidente della Repubblica e
del primo ministro sono al punto più basso, esso moltiplica le attenzioni ed i regali verso la piccola e media borghesia,
lusinga con i discorsi xenofobi sulla sicurezza di Sarkozy e di ben altri ministri la parte più reazionaria dell'elettorato, in
previsione delle future scadenze elettorali.
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L'elemento più significativo dell'attuale situazione economica è la debolezza della crescita, inferiore da anni a quella della
maggior parte dei paesi europei, paragonata all'aumento vertiginoso dei profitti delle grandi imprese. Tale progressione è il
risultato dell'offensiva incessante che il padronato conduce da anni contro la classe operaia, con aiuto di tutti i governi
successivi, al di là del colore politico che rivendicano.
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La borghesia per aumentare i profitti non punta all'espansione del mercato. Non investe più, nella maggioranza dei settori, in
attrezzature produttive. Al contrario, preferisce tirare il massimo da quelle esistenti, come lo mostra il ricorso sempre più
frequente al lavoro di notte. Secondo uno studio governativo, nel 2002 il 14, 3% dei salariati lavorano di notte (contro il 13%
nel 1991), il 20,3% degli uomini (contro il 18,7%) e il 7,3% delle donne (contro il 5,8%). Lo stesso studio nota che
"paradossalmente il lavoro di notte diminuisce nei settori come la sanità che non possono farne a meno e aumenta in settori
industriali nei quali sembra meno indispensabile sul piano tecnico e dove altri modi di organizzazione sono stati possibili in
passato. In tali settori l'allungamento dell'utilizzazione dei macchinari corrisponde più ad una ricerca di crescita della
redditività economica che ad imperativi tecnici", e constata che "i salariati(e) di notte cumulano orari variabili e di fine
settimana".
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La borghesia tira sempre più plusvalore dalla frazione della classe operaia in attività, tramite l'aumento dell'intensità del
lavoro. Nel nome del"l'abbassamento del costo del lavoro", ha ottenuto dai governi successivi non solo importanti sgravi degli
oneri sociali, ma anche un abbassamento dei salari reali, degli stessi lavoratori che hanno avuto la fortuna di conservare il
loro posto di lavoro. Poiché se i salari nominali ristagnano (al di fuori delle imprese che ne hanno imposto un abbassamento
col ricatto sul posto di lavoro), se l'inflazione resta moderata (almeno secondo gli indici ufficiali che sottovalutano o non
tengono conto degli aumenti di alcuni prodotti), l'aumento del prezzo del petrolio, del gas, degli affitti, della frutta e delle
verdure, e l'aumento delle spese per la salute delle famiglie dei lavoratori legato alla "riforma" della previdenza sociale,
comporta un abbassamento del potere d'acquisto reale.
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Se il governo pretende fare della lotta per il lavoro la sua priorità, tutte le misure prese, a cominciare dal "contratto per
le nuove assunzioni" di Villepin, portano solo a generalizzare la precarietà. La categoria dei "lavoratori poveri", ridotti
alla condizione di senzatetto perché non hanno neanche i mezzi di trovare un alloggio aumenta tanto più che la speculazione
edilizia, facendo aumentare i prezzi degli appartamenti come degli affitti rende sempre più difficile alle famiglie di
lavoratori di accedere ad un alloggio.
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Pretendendo di lottare contro gli abusi, il governo ha lanciato una campagna contro i disoccupati e ha messo in piedi un sistema
di pressione che mira a fargli accettare qualsiasi posto di lavoro, qualunque sia il salario, dovunque si trovi, pena
l'esclusione dal collocamento. È un modo per sgonfiare artificialmente le cifre della disoccupazione e nello stesso tempo per
procurare al padronato una manodopera a buon mercato.
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Durante un certo periodo molti pensionati avevano la possibilità di aiutare finanziariamente i figli o i nipoti che non
riuscivano a trovare un lavoro. Questi tempi ormai sono passati. Una parte rilevante dei pensionati, a causa del nuovo modo di
calcolo delle pensioni e del fatto che in fine carriera hanno attraversato periodi di disoccupazione, ricevono pensioni
insufficienti. Il governo ha l'intento di varare delle misure che li spingerebbero a riprendere un'attività salariata, il che
costituisce un altro modo per fornire al padronato manodopera a buon mercato.
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Se il cosiddetto disavanzo "abissale" della previdenza sociale serve da pretesto per diminuire continuamente le prestazioni, lo
Stato non dimostra lo stesso rigore quando si tratta del suo bilancio. Malgrado l'istituzione nel 1996 della CRDS (contributo al
rimborso del debito sociale), col pretesto che il debito pubblico rappresentava allora il 57% del PIL, questo oggigiorno ammonta
al 65%, raggiungendo globalmente la cifra veramente "abissale" di 1000 miliardi di euro, nonostante lo Stato consacri sempre
meno fondi al funzionamento dei servizi pubblici essenziali, che si tratti della sanità o delle scuola, così come non
interviene per sviluppare i trasporti pubblici nelle grandi agglomerazioni urbane, o per la costruzione di alloggi accessibili
ai lavoratori in quantità sufficiente per far fronte alla situazione attuale.
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La ragione di questa situazione è semplice. La borghesia trae sempre più i profitti dagli aiuti diretti e indiretti che i
poteri pubblici (non solo lo Stato, ma anche i consigli regionali, i consigli provinciali e le municipalità delle grandi
città) gli offrono a fondo perduto col pretesto di aiutarla a creare posti di lavoro. D'altronde una parte di queste spese sono
finanziate tramite privatizzazioni di imprese pubbliche, che consistono ad offrire agli acquirenti imprese immediatamente
redditizie, senza dover prendere nessun rischio. Ma la cessione di queste imprese da parte dello Stato, che non costituisce una
risorsa inesauribile, non gli permette neanche di equilibrare il suo bilancio.
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Di fronte a questa situazione, il PS ed il PCF non offrono altra prospettiva ai lavoratori che di aspettare il 2007 e di votare
come si deve. Una vittoria della sinistra alle future elezioni presidenziali, vale a dire del Partito socialista, poiché né il
PCF né i Verdi possono pretenderla, evidentemente non è esclusa. La destra, con le sue misure e con la sua arroganza è
d'altra parte il suo miglior agente elettorale, spingendo buon numero di lavoratori a pensare che col Partito socialista la
situazione sarebbe comunque meno peggio. Ma oltre al fatto che tale eventualità non è per nulla sicura (poiché la sinistra è
generalmente minoritaria in Francia), tutte le esperienze passate, dal 1981 in poi, dimostrano che "l'alternanza" è in realtà
una continuità quando la sinistra succede alla destra all'Eliseo o al governo.
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Nei confronti delle diverse misure prese dal 2002 dai governi Raffarin e Villepin, si cerca invano nelle dichiarazioni di
Hollande, primo segretario del Partito socialista, il minimo impegno preciso ad annullare le misure prese dalla destra dal 2002
in poi. Di fronte ai militanti parigini del suo partito riuniti alla Mutualité, Hollande ha esclamato: "se il nostro progetto
fosse un succedersi di abrogazione, perché avremmo bisogno di un congresso?", il che è un modo di affermare che per lui, il
prossimo congresso del partito socialista non si impegnerà ad annullare le decisioni di Raffarin e di Villepin più di quanto
Jospin non avesse annullato la "riforma" delle pensioni di Balladur.
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Quanto al suo rivale Fabius, se dichiara "abrogheremo la legge Chirac-Fillon", è per aggiungere subito dopo "(noi) apriremo
negoziati (...) la questione del calcolo delle pensioni sui dieci migliori anni (...) dovrà essere discussa nella discussione
che avremo con le parti sociali". In altre parole, Fabius sarebbe pronto a tornare indietro sulla legislazione delle pensioni...
se il padronato fosse d'accordo. E quando si pronuncia per la rivalutazione del salario minimo, propone per il 2007 una cifra
che corrisponde esattamente a quella che, se l'inflazione si manterrà al debole livello attuale, tale salario raggiungerà
comunque con l'applicazione delle regole di calcolo già in vigore. I lavoratori non hanno nulla da aspettarsi né da lui, né
dagli altri dirigenti del Partito socialista.
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Ufficialmente, il Partito comunista non ha ancora deciso se presentare o no un suo candidato nel 2007. Il non essere presente
fin dal primo turno di fronte al Partito socialista dispiacerebbe ovviamente ad una buona parte dei suoi militanti e lo farebbe
scomparire dalla scena politica durante la campagna elettorale. Ma ciò presenterebbe il vantaggio di facilitare la presenza del
candidato socialista al secondo turno (e di non ripetere lo scenario del 2002)... e di evitargli di dover contare il suo
elettorato in quel contesto difficile. Ma qualunque sia la sua decisione, la sua sola prospettiva, in quanto "partito di
governo", vale a dire candidato alla gestione degli affari della borghesia, è una nuova versione del "l'unione delle sinistre",
o della "sinistra plurale", qualunque sia il nome che si darà (ma ci vorrà molta immaginazione per trovare un'appellazione
veramente originale).
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Il PCF conosce troppo bene l'aritmetica elettorale per escludere i dirigenti socialisti (la maggioranza) che hanno fatto
campagna per il "sì", ed anche se Fabius aspira ad essere il candidato del PS, né lui né i suoi mezzi-alleati alla Melenchon
o alla Emmanuelli, terranno un ragionamento diverso. E' per questa ragione che tutti quelli che sognavano una "ricomposizione
della sinistra", con i soli elementi che avevano scelto il "no" al referendum, saranno delusi.
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L'unico atteggiamento possibile per noi; come rivoluzionari, lontani dalle nebbie opportuniste, sarà di tenere di fronte ai
lavoratori il linguaggio della verità, vale a dire di presentare una candidatura di Lutte Ouvrière.
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Ma non è nel campo elettorale che i lavoratori potranno imporre una battuta d'arresto all'offensiva che il padronato ed il
governo conducono senza tregua contro il mondo del lavoro. Solo una risposta massiccia della classe operaia potrà costringere
questi ultimi ad indietreggiare. Ed è tale risposta che bisogna preparare. Ma sfortunatamente non è in questa direzione che si
impegnano le direzioni delle grandi confederazioni sindacali.
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Se molti militanti operai sono demoralizzati, se la grande massa dei lavoratori non vede come uscire da questa situazione, la
combattività operaia non è per questo nulla. L'anno scorso ha visto svolgersi un gran numero di lotte, anche se riguardavano
spesso solo un piccolo numero di lavoratori. Alcune erano lotte difensive, condotte con le spalle al muro in imprese minacciate
di chiusura o di piani di riduzione dei posti di lavoro. Ma altre erano lotte per migliori condizioni di lavoro, o per i salari,
ed alcune sono state vittoriose poiché il padronato ed il governo sanno che reazioni vigorose della classe operaia sono sempre
possibili. I lavoratori della SNCM hanno scioperato per quattro settimane e se alla fine sono stati battuti, hanno comunque
obbligato il governo a modificare il suo piano di privatizzazioni. Le giornate di mobilitazione e di manifestazioni del 10
marzo, del 4 ottobre, hanno conosciuto un certo successo. Ma tra queste date non è successo nulla. Il fatto è che per le
direzioni sindacali l'obiettivo di tali giornate non era di ridare fiducia nelle proprie forze ai lavoratori per preparare la
controffensiva generale del mondo del lavoro che la situazione esige, ma di potersi sedere intorno al tavolo verde con i
rappresentanti del governo ed il padronato, di essere riconosciuti come interlocutori. Eppure non saranno tali discussioni a
potere far indietreggiare il padronato ed il governo, bensì ma solo una lotta di classe.
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La lotta dei lavoratori della SNCM, proprio per aver dato prova di una grande combattività e di determinazione fino al momento
in cui il governo ed i dirigenti dell'impresa hanno brandito la minaccia del licenziamento di tutto il personale, ha dimostrato
che non è col lasciare la lotta confinata in una sola impresa che si può far indietreggiare padronato a governo. Non c'è
altra strada che la preparazione di una risposta di tutta la classe operaia agli attacchi di cui è vittima.
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Siamo un gruppo ben troppo piccolo per poter colmare le carenze degli apparati sindacali, e proporre con qualche possibilità di
successo un piano di mobilitazioni che miri, attraverso successi parziali, a vincere i dubbi degli esitanti, a ridare
all'insieme dei lavoratori la convinzione che con la lotta è possibile cambiare il rapporto di forze tra la classe operaia ed i
suoi sfruttatori. Ma la paziente attività che abbiamo condotto da anni per radicare militanti operai rivoluzionari nelle grandi
imprese può metterci in situazione di dirigere lotte locali che potranno essere altrettanti incoraggiamenti ai lavoratori di
altre imprese.
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E' per questo che, qualunque siano le scadenze elettorali, il reclutamento e la formazione politica di giovani lavoratori e di
giovani intellettuali totalmente dedicati alla classe operaia, e l'attività nelle imprese, resteranno al cuore delle nostre
preoccupazioni nel prossimo anno.
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5 ottobre 2005
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Testo votato all'unanimità del congresso
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La crisi dell'alloggio per i lavoratori nei grandi agglomerati urbani si è aggravata ancora una volta, brutalmente, nel corso
degli ultimi anni.
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Una frazione crescente di lavoratori non ha più i mezzi per accedere ad un alloggio stabile e corretto. Il numero di persone
che hanno un tetto solo perché sono ospitate si avvicina al milione. Se in maggioranza si tratta di giovani adulti che restano
- o ritornano - al domicilio familiare, sono tra i 150 000 ed i 300 000 quelli che sono ospitati da terzi nelle condizioni di
sovraffollamento degli alloggi che ciò implica. 700 000 persone vivono in un abitato precario o temporaneo ed il numero di
quelli che non hanno alcun domicilio sarebbe superiore alle 80000 persone. Il numero totale di persone che vivoni in abitazioni
degradate o malsane, è stimato a 3,5 milioni di persone.
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L'aumento degli affitti ben al di là dell'aumento medio dei prezzi, il sovraffollamento degli alloggi esistenti, diventano una
situazione generale. Ciò non colpisce solo la maggioranza dei lavoratori ma anche una parte della piccola borghesia.
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Da un punto di vista generale, il problema dell'alloggio delle classi sfruttate è vecchio quanto l'organizzazione capitalista
della società (addirittura, in fondo, della società basata sullo sfruttamento) : "Una società non può esistere senza crisi
dell'alloggio quando la grande massa dei lavoratori dispone solo ed esclusivamente del proprio salario... quando crisi
industriali violente e cicliche determinano, da una parte, l'esistenza di un forte esercito di riserva, di disoccupati, e,
d'altra parte, getta momentaneamente sul lastrico la grande massa dei lavoratori... e quando, si trovano comunque affittuari
anche per ignobili tuguri, quando infine il proprietario di una casa, nella sua qualità di capitalista, ha non solo il diritto
ma anche, in una certa misura grazie alla concorrenza, il dovere di trarre dalla sua casa, senza scrupoli, l'affitto più alto
possibile. In una tale società, la crisi dell'alloggio non è un caso, è un'istituzione necessaria ; non può essere
eliminata, come anche le sue ripercussioni sulla salute, ecc., che se l'insieme dell'ordine sociale da cui deriva è trasformato
da cima a fondo." (Engels, La questione dell'alloggio, 1887).
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Il problema dell'alloggio non si pone nello stesso modo né con la stessa acutezza negli agglomerati urbani e nelle regioni
rurali, nelle regioni di vecchia industrializzazione ed in quelle che attirano una nuova manodopera. In molte regioni di Francia
(e, più generalmente, in Europa), una parte della classe operaia, sempre legata alla campagna, dispone di una casa, di un
giardino (da cui a volte ricava un reddito complementare). Ma tale vantaggio rappresenta nello stesso tempo un ostacolo per il
lavoratore, che lo incatena ad un luogo se non ad un padrone. Permettendo all'imprenditore capitalista di non pagargli o di
sottopagargli la parte di salario consacrata all'alloggio, pesa sui salari.
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Nelle fasi di espansione dei cicli capitalistici, succede che, anche nei grandi agglomerati urbani, una parte degli stati
superiori della classe operaia accede alla proprietà del suo alloggio e diventa meno dipendente dal mercato dell'affitto. Ciò
si fa al prezzo dell'indebitamento della famiglia operaia, con le conseguenze che ciò può comportare al momento del
rovesciamento della situazione economica, in particolare in caso di perdita del posto di lavoro.
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Nell'affitto intervengono il costo della costruzione aumentato dal profitto dell'imprenditore, le annate di ammortizzamento del
capitale investito dal proprietario, compreso il suo profitto, ma anche il prezzo del terreno, espressione della rendita
fondiaria. A lungo termine, i costi di costruzione sono considerabilmente diminuiti a causa di una certa industrializzazione
delle costruzioni, dell'utilizzazione di elementi prefabbricati, della produzione in serie, ecc. Ma, nello stesso tempo, nei
grandi agglomerati urbani, il prezzo del terreno aumenta continuamente, compensando, anche al di là, la diminuzione dei costi
di costruzione.
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Gli affitti concreti fluttuano ciononostante, come i prezzi di tutte le merci nell'economia di mercato, in funzione dell'offerta
e della domanda. Una diminuzione dell'offerta di alloggi, per esempio con le distruzioni della guerra, o un aumento della
domanda in caso di afflusso dei lavoratori delle campagne verso le città, possono creare situazioni di grave penuria degli
alloggi che si traducono in un rincaro di quanto esiste, tanto alla compera che all'affitto. Queste fluttuazioni, che hanno
preso dell'ampiezza con lo sviluppo della grande industria, che attira in massa dei lavoratori venuti dalla campagna, hanno
accompagnato tutta la storia del capitalismo. Già Engels sottolineava, nel 1872, parlando dei periodi di penuria, che : "Ne
risulta che i lavoratori sono respinti dai centri delle città verso la periferia, che gli alloggi operai, ed in maniera più
generale i piccoli appartamenti, diventano rari e cari e che spesso sono finanche introvabili ; poiché, in queste condizioni,
l'industria della costruzione, per la quale gli appartamenti ad affitto elevato offrono alla speculazione un campo molto più
vasto, non costruirà se non eccezionalmente alloggi operai."
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In alcuni paesi capitalisti ed a certi periodi, in particolare di penuria, succede che lo Stato compensi in una certa misura le
pecche del mercato sovvenzionando in diversi modi la costruzione di "alloggi sociali". E' così che in Francia, per esempio,
confrontato alla grave penuria di alloggi alla portata del salario operaio negli anni trenta e poi dopo la seconda guerra
mondiale, negli anni sessanta, lo Stato ha investito nella costruzione di alloggi relativamente buon mercato, per la maggior
parte di tipo HLM (abitazioni ad affitto moderato, cioè il corrispettivo delle Case Popolari, ndt) per l'affitto. Un relativo
periodo di prosperità per la borghesia quale la fine della guerra d'Algeria, nel 1962, alleggerendo le spese militari, ha dato
mezzi supplementari allo Stato, per di più confrontato ad una richiesta supplementare di alloggi con l'arrivo dei rimpatriati.
2,2 milioni di alloggi sono stati così costruiti. Tale politica di costruzione, di cui il settore edile e dei lavori pubblici,
i promotori ed i costruttori immobiliari hanno tanto più approfittato che hanno potuto costruire risparmiando sulla qualità
per assicurarsi margini di profitto confortevoli, ha riassorbito per un certo periodo di tempo la grave penuria di alloggi del
periodo precedente. All'inizio degli anni settanta, i segni più visibili della miseria dell'abitato operaio, le baraccopoli che
circondavano Parigi e qualche altra grande città, sono state, in maggior parte, sradicati. Gli strati più poveri della classe
operaia continuavano ciononostante ad essere condannati a vivere in alloggi degradati o di cattiva qualità quando non erano
abbandonati ai mercanti di sonno o ai tuguri sovraffollati. Quanti lavoratori, in particolare immigrati, arrivati oggigiorno
all'età della pensione, non hanno conosciuto, lungo i quattro decenni passati sulla catena di produzione o nell'edilizia, solo
tuguri o alloggi collettivi per immigrati ?
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Ciononostante, tale esclusione di una frazione dei lavoratori dall'accesso all'alloggio non è un problema di immigrati e
ridurne le cause a pregiudizi razziali o xenofobi vuol dire farne un problema puramente morale anziché prendersela col sistema
capitalistico stesso. Se pregiudizi di questo tipo intervengono per selezionare le vittime del sistema, il fatto fondamentale è
che, nell'economia di mercato, ci sono e ci saranno sempre dei mal alloggiati. In un passato più lontano, i peggiori tuguri
erano riempiti dagli ultimi arrivanti, venuti dalle campagne : prima di essere portoghesi, gli operai edili erano del Berry o
del Limosino e, prima che Renault faccia venire operai dal Marocco, venivano dalla Bretagna o dall'Alvergna.
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Le case popolari rappresentano in Francia circa il 17% degli alloggi in affitto. La nozione stessa di "alloggio sociale" esprime
il fatto che il gioco normale del mercato capitalista non può assicurare all'insieme della classe operaia alloggi di qualità.
In altri termini, nel calcolo del prezzo della forza lavoro rappresentato dal salario, la parte consacrata ad assicurare il
bisogno essenziale dei lavoratori costituito dall'alloggio permette in regola generale solo alloggi di bassa qualità. E, anche
questi alloggi di bassa qualità non sono alla portata della borsa di una buona parte dei lavoratori che grazie ai finanziamenti
dello Stato, che contribuisce in tal modo a permettere al capitale privato di pagare meno la forza lavoro. Vale per l'alloggio
sociale quanto vale per la previdenza sociale o le pensioni.
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Mentre lo Stato consacra sempre più danaro al finanziamento delle imprese capitalistiche, o addirittura della borghesia in
quanto individui, ne consacra sempre meno ai cosiddetti alloggi sociali, nonostante che l'aumento dei prezzi degli alloggi sul
mercato degli affitti liberi lo renda più necessario. Per di più, una gran parte dei cosiddetti alloggi sociali, costruiti
mezzo secolo fa, di cattiva qualità già alla costruzione, con cattiva manutenzione in seguito, sono in fin di vita, diminuendo
di altrettanto l'offerta di alloggi alla portata dei salariati.
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Su questo fatto generale, si innesta l'atteggiamento delle municipalità borghesi che rifiutano di costruire alloggi sociali sul
proprio territorio. Dato il prezzo del terreno nelle città e nei quartieri borghesi, bisognerebbe requisirli per poter
costruire a buon mercato, cosa evidentemente esclusa da tali municipalità. Inoltre, non hanno l'intenzione di far diminuire il
prezzo dell'immobiliare tramite tale "eterogeneità sociale" così spiacevole per gli abitanti di "Neuilly-Auteuil-Passy"
-comuni o quartieri borghesissimi della zona di Parigi, Ndt- o per i loro simili.
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Al di là della "questione delle abitazioni" per come si pone continuamente alla classe lavoratrice nell'economia capitalista,
la ragione fondamentale dell'attuale aggravamento risiede nella degradazione considerabile della situazione generale della
classe operaia e nella diminuzione globale del suo potere d'acquisto. C'è l'ampiezza della disoccupazione, la durata del
periodo di disoccupazione, la generalizzazione della precarietà. La precarietà si traduce non solo in una diminuzione dei
salari, vale a dire, tra l'altro, l'incapacità di pagare un affitto, ma rende anche un numero crescente di salariati che
ricercano un alloggio incapaci di fornire le garanzie che esigono i proprietari. Non solo c'è una penuria di case popolari ma
anche il cosiddetto affitto moderato è al di là della loro portata per un numero crescente di lavoratori, in attività o
disoccupati. E' significativo il fatto che, anche secondo le cifre ufficiali, un terzo delle persone che non hanno alcun
domicilio hanno ciononostante un posto di lavoro. Colui che lascia un alloggio perché l'affitto è troppo caro, non ne ritrova
un altro a miglior mercato.
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Un'altra ragione dell'aggravamento presente della crisi degli alloggi è l'aumento sempre più forte dei prezzi del settore
immobiliare. Tra il periodo basso del mercato immobiliare, nel 1997, e la fine del 2004, vale a dire in sette anni, l'aumento in
termini reali è stato dell'ordine del 70%. E' stato del 15% solo nel corso degli ultimi dodici mesi - e, ancora, si tratta di
una media ! Questo rialzo dei prezzi all'acquisto ed alla vendita si ripercuote tanto più sull'ammontare degli affitti in
quanto molti proprietari sono tentati di approfittare dei prezzi alti e di vendere le loro proprietà, scacciando gli inquilini.
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Il boom precedente dell'immobiliare, alla fine degli Anni ottanta, riguardava soprattutto gli uffici ed i locali ad uso
professionale. Ed è finito in un crollo. L'accelerazione attuale dell'aumento dei prezzi riguarda soprattutto gli alloggi. E
questa volta non è solo né principalmente nella regione parigina, ma praticamente in tutte le grandi città.
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Sotto l'angolo dell'aumento dei prezzi, l'aggravamento presente della crisi dell'alloggio è una delle conseguenze dirette
dell'attuale tappa della crisi dell'economia capitalistica e della sua natura.
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Da diversi anni, non solo la borghesia grande e media, ma anche una parte della piccola borghesia ed i "manager" delle imprese
private si arricchiscono al punto di non saper più cosa fare dei loro soldi. Tutti gli alti redditi sono continuamente alla
ricerca di investimenti interessanti. "Investire nella pietra" è considerato come un investimento sicuro. Ogni investimento è
suscettibile di diventare oggetto di speculazione non appena l'afflusso di fondi fa aumentare i prezzi e, soprattutto, visto che
gli aumenti odierni sembrano annunciare aumenti ancora più forti per domani. Non si compera più un alloggio solo per viverci,
né per procurarsi un reddito supplementare affittandolo ad un terzo o per assicurare un futuro alloggio ad un rampollo di
famiglia, ma per rivenderlo con profitto. Tutto ciò tira la spirale dei prezzi verso l'alto, e non solo per gli alloggi
destinati alla borghesia grande, media e piccola, ma anche per quelli destinati alle classi popolari. Ma, a differenza dei
dipinti, dei grandi vini, degli yacht o anche degli immobili di lusso, il cui rialzo speculativo riguarda solo una ricca
minoranza, l'alloggio è nello stesso tempo un bene di prima necessità per le classi popolari.
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La spirale speculativa non avrebbe potuto assumere l'ampiezza che ha preso senza le banche. Scottate dalla crisi borsistica del
2001, alla ricerca di settori in cui investire i propri fondi, le banche si sono gettate sull'immobiliare. Non è la prima volta
che succede. Dall'inizio della crisi generalizzata dell'economia capitalista, cominciata all'inizio degli anni 70, le
fluttuazioni della speculazione sulle azioni in Borsa hanno, a diverse riprese, coinciso con fluttuazioni nel senso contrario
della speculazione immobiliare. La diminuzione del corso delle azioni tra la fine del 2000 ed il 2003 ha reso momentaneamente
meno interessante per le banche il lucrativo commercio di azioni per spingerle verso quelle che chiamano "le famiglie",
beninteso quelle solvibili, per proporgli il credito immobiliare. La diminuzione del tasso d'interesse, nello stesso tempo,
anch'essa conseguenza del crollo borsistico, gli ha dato la possibilità di prestiti meno cari. Da allora, le banche si fanno la
guerra per contendersi il mercato del credito immobiliare. Prestano senza scrupoli a quelli che hanno soldi e, soprattutto, con
scadenze di rimborso più lunghe.
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Il credito immobiliare meno caro ha permesso forse ad alcune categorie di salariati meno malpagati di diventare proprietari dei
loro alloggi. Ma i principali beneficiari delle agevolazioni al credito bancario sono stati soprattutto i ceti agiati. Per loro,
finanziare con un credito a relativamente buon mercato la compera di alloggi che si possono rivendere con un guadagno
confortevole, è un buon affare. Ma invece di attenuare la crisi dell'alloggio, in realtà l'aggravano finanziando gli
investimenti speculativi.
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Molti dispositivi governativi, decisi col pretesto di favorire la costruzione, dalla legge Besson (del Partito socialista) alla
legge Robien (dell'UDF), accentuano ancora il fenomeno con regali fiscali destinati a quelli che hanno accesso al credito
bancario e che investono non per alloggiarsi ma per tirar profitto dalle loro proprietà immobiliari. Anche il "prestito a tasso
zero" che non può eccedere il 20% del costo totale dell'acquisto è destinato per definizione solo a quelli che hanno soldi da
investire e a chi le banche fanno credito. L'immensa maggioranza dei lavoratori non può averci accesso.
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I partiti riformisti, il Partito comunista in particolare, che denunciano l'attuale crisi degli alloggi, limitano il problema
alla sola costruzione di alloggi sociali. E quando denunciano gli speculatori, se la prendono solo con la categoria particolare
della borghesia favorita dall'attuale situazione. Queste categorie della borghesia grande e piccola, le cui attività sono
legate all'immobiliare, dai grandi squali delle costruzioni edili, dai promotori fino alle agenzie immobiliari ed ai truffaldini
che comprano immobili in rovina per affittare tuguri a prezzi allucinanti, si arricchiscono in effetti precisamente grazie
all'aumento dei prezzi trainati dal movimento speculativo. Ma la speculazione sull'immobiliare non è che un aspetto della
speculazione generale ed è opera dell'insieme della borghesia, in un contesto di stagnazione economica dove la ricerca di
investimenti "redditizi" si sostituisce agli investimenti produttivi.
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La progressione dei prezzi dell'immobiliare riguarda la maggior parte dei paesi industrializzati, dappertutto per le stesse
ragioni (nel Regno Unito o in Spagna è finanche più rapida che in Francia). Le differenze tra i ritmi di aumento da un paese
all'altro, come tra i livelli di prezzo, hanno tendenza ad aumentare l'internazionalizzazione del mercato immobiliare. La
domanda di alloggi a Parigi ed in molte altre città, come sulla Costa Azzurra, non viene solo dalle classi agiate di Francia ma
anche di Gran Bretagna, oppure di Russia, del Giappone o del Medio-Oriente. Con l'internazionalizzazione del mercato
immobiliare, si internazionalizza ugualmente la speculazione immobiliare. I ricchi di qui o d'altrove, investono i loro soldi in
un alloggio a Parigi - l'alloggio va dal semplice monolocale in un quartiere alla moda all'appartamento dell' "Avenue Foch" -,
in combutta con i speculatori istituzionali. Tale è il caso per acquisti di immobili da parte dei fondi pensionistici, in
particolare americani, e la loro rivendita "al minuto", appartamento per appartamento.
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L'aumento dei prezzi degli immobili di classe (grandi palazzi, appartamenti di lusso nei quartieri borghesi) ha solo conseguenze
indirette sul mercato dell'affitto che riguarda la massa dei salariati. Ma la speculazione colpisce anche appartamenti medi, e
addirittura in certi quartieri le "camere di servizio". Gli appartamenti corretti in affitto diventano inavvicinabili per una
gran parte delle famiglie operaie, ed in ogni caso per quelle che cercano un nuovo affitto. Ciò valorizza i peggiori tuguri. E
se il governo ha dovuto fare marcia indietro sul suo progetto di autorizzare l'affitto di superfici inferiori a 9 mq in quanto
alloggi, il progetto stesso indica bene da che parte sta il governo, dalla parte dei proprietari.
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In questo contesto, i discorsi alla moda nei circoli governativi sul "l'accesso alla proprietà" suonano come una provocazione.
Anche in un periodo di quasi pieno impiego, una parte dei salariati, la loro frazione più povera, è comunque esclusa dalla
possibilità di accedere alla proprietà. A maggior ragione nell'attuale imballarsi dei prezzi.
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L'aumento della domanda di alloggi non si è tradotta immediatamente in un rilancio corrispondente delle costruzioni, neanche di
quelle che si rivolgono alla domanda supplementare che viene dalle classi agiate. Era più redditizio valorizzare le costruzioni
già esistenti e prelevare margini più elevati limitando l'offerta dagli alloggi in costruzione.
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Dalla fine del 2003, le aperture di cantieri aumentano, con un'accelerazione nel 2004 e 2005. Ciò risponde a domande in parte
speculative -gli "investimenti locativi" rappresentano quasi la metà delle vendite di alloggi nuovi - e comportano
inevitabilmente delle speculazioni sui terreni edificabili, sui materiali di costruzione, ecc. Le banche seguiranno ? Una parte
di quelli che hanno comprato per rivendere non saranno tentati dal farlo per "incassare i loro benefici" ? I prestiti
immobiliari aumenteranno l'indebitamento delle famiglie agiate in proporzioni importanti (passate, in dieci anni, dal 50% del
loro reddito lordo disponibile al 60%). Le banche cominciano a preoccuparsi ed a restringere i crediti privati alla costruzione,
tanto più che la domanda di crediti da parte delle imprese ricomincia a crescere, impegnate come sono in una nuova ondata di
fusioni e acquisti reciproci.
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Dagli Stati-Uniti ai paesi industriali d'Europa, il rallentamento dell'aumento dei prezzi dell'immobiliare è sempre più
associato allo spettro di un crollo immobiliare con le conseguenze immaginabili per i lavoratori edili.
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Noi sosteniamo l'azione di associazioni quali il DAL, ATD Quarto Mondo e tante altre, che difendono coloro che sono colpiti più
duramente dalla crisi delle abitazioni : quelli che si vogliono scacciare dalla loro casa popolare per non pagamento
dell'affitto, gli occupanti abusivi espulsi per dare un'immagine di uomo d'ordine ad un Ministro degli Interni che non rispetta
neanche la modesta legge sugli alloggi sociali nella città di cui è sindaco, o quelli che abitano in condizioni inaudite e di
cui si parla solo quando un incendio attira le televisioni.
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Ma non bisogna ridurre la "questione delle abitazioni" a questi soli aspetti, separandola dal funzionamento generale
dell'economia capitalista. L'incapacità della società a soddisfare correttamente il bisogno elementare che è quello di avere
una casa, neanche nei paesi più ricchi, è uno dei numerosi mali che risultano dal modo di produzione capitalistico.
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Se la classe operaia fosse in situazione di pesare sulla politica del governo, metterebbe l'accento dei suoi interventi in
questo settore su rivendicazioni intorno a due assi :
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- risolvere immediatamente i problemi di quelli che non hanno alcun alloggio o che vivono in tuguri, tramite la requisizione di
tutti gli alloggi inoccupati, come anche di una parte delle superfici abitabili sotto-occupate dalla borghesia. La penuria di
alloggi operai è tale solo se si considerano come intoccabili gli alloggi sotto-occupati o inoccupati dei borghesi. Non c'è
nessuna ragione per cui famiglie operaie si ammassino a sette o otto in camere insalubri, mentre appartamenti di 300 o 400 mq
sono occupati da famiglie borghesi, o addirittura da persone sole;
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- imporre allo Stato la requisizione dei terreni, compreso nei quartieri borghesi, e di dedicare una parte delle sue spese a
costruire alloggi corretti impiegando direttamente la manodopera necessaria - il che permetterebbe di ridurre la disoccupazione
- per darli in affitto senza che una parte degli affitti sia dedicata al profitto dei promotori, alla rendita fondiaria o ai
prelievi dei vari intermediari.
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Non si tratta di risolvere il problema dell'alloggio per l'insieme dei lavoratori, cosa impossibile nell'economia capitalista.
Si tratta di proporre alla classe operaia obiettivi di lotta che la oppongano ai veri responsabili delle sue difficoltà, anche
nel campo particolare dell'alloggio : la classe capitalista ed il governo che la rappresenta.
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Bisogna soprattutto imporre obiettivi più generali : controllo e pubblicità delle contabilità delle imprese, aumento generale
dei salari, scala mobile dei salari basata sui bisogni reali, compreso l'alloggio e l'affitto, divieto dei licenziamenti
collettivi per le imprese che fanno profitti e ripartizione del lavoro tra tutti.
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24 ottobre 2005
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(Testo votato dal 98% dei delegati presenti al congresso)
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Nonostante l'assoluto predominio degli Stati Uniti, non c'è una stabilizzazione delle relazioni internazionali. E non puo'
essere diverso in questo mondo imperialista dominato dai rapporti di forza e dalla loro rimessa in discussione incessante dagli
scontri permanenti tra gli interessi divergenti delle varie borghesie e dai sobbalzi incessanti venuti dai popoli impoveriti e
assoggettati.
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Solo qualche anno fa, l'attuale forma della "mondializzazione" dell'economia e la scomparsa dell'Unione sovietica servivano
congiuntamente da argomenti a chi profetizzava un'evoluzione verso il riassorbimento dei conflitti e la pace mondiale, se non
l'armonia universale. Da parte di alcuni ideologhi della borghesia, tali predizioni sono state riassunte nella forma estrema
della "fine della storia". Ma anche nell'intellighenzia dell'estrema sinistra che si dice marxista alcuni, riprendendo le idee
espresse in altri tempi da Kautsky sull'"ultra-imperialismo", annunciavano, per criticarla, l'emergenza di una classe
capitalista internazionale dagli interessi trascendenti i quadri nazionali e spinta da questo fatto a gestire gli affari del
mondo oltrepassando le opposizioni tra gli Stati. Si appoggiavano sull'interpenetrazione crescente dei capitali nei differenti
paesi, sull'abbassamento progressivo delle barriere di fronte agli spostamenti ed agli investimenti di capitali, sulla
deregolamentazione generalizzata, sull'abbassamento delle barriere che tante borghesie dei paesi sotto o semi-sviluppati avevano
eretto intorno ai loro paesi per tentare di proteggere le loro economie nazionali.
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Questa idea più o meno chiaramente espressa sottende anche tante discussioni tra chi presenta la mondializzazione capitalistica
attuale sotto i colori attraenti dell'unificazione dell'economia e delle civilizzazioni e chi che la denuncia, lamenta il ruolo
diminuito degli Stati nazionalie e auspica il loro ritorno per proteggersi dalla "concorrenza eccessiva" o ancora per
"preservare le conquiste sociali".
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Passiamo in questa sede sul fatto che, anche nei periodi protezionisti più accentuati, gli Stati nazionali non proteggevano le
classi lavoratrici, bensi la borghesia. Ma è falsa tutta questa visione che oppone l'interdipendenza crescente delle economie
sotto il dominio del capitale finanziario ed il ruolo degli Stati.
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Il potere crescente dei grandi gruppi capitalisti, la loro interpenetrazione nei paesi imperialisti, il loro dominio
sull'economia mondiale non si oppongono all'esistenza ed al ruolo degli Stati nazionali. L'affermare che numerose multinazionali
hanno un fatturato più elevato del bilancio, o addirittura del prodotto interno di tanti Stati, è significativo della potenza
crescente di questi grandi gruppi. Ma, partendo da ciò, presentare questi consorzi come delle realtà antagoniste allo Stato,
è proprio stupido. Già Lenin parlava di fusione tra i grandi trust ed i loro Stati. La potenza crescente dei trust americani
non toglie nulla al ruolo dello Stato degli Stati-Uniti in quanto strumento di tali trust. Per quanto "multinazionali" possono
essere i grandi gruppi finanziari - e tutti cercano di svilupparsi su scala planetaria -, tutti sono profondamente legati ai
"loro" Stati nazionali (senza parlare dello Stato del paese povero di cui un trust domina la produzione. Come il Guatemala,
Stato soprattutto del trust United Fruit, o il Gabon, strumento statale al servizio di Elf e poi di Total).
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Il dominio dei trust sul mondo non significa la fine degli Stati e l'emergenza di una specie di Stato mondiale, e neanche la
cooperazione permanente ed armoniosa tra le diverse borghesie imperialiste. Le molteplici forme di alleanza o di cooperazione
tra imperialismi sono sempre conflittuali e suscettibili di essere modificate o rimesse in discussione in funzione delle
modifiche dei rapporti di forza economici, finanziari, oppure militare. Sono, per riprendere l'espressione di Lenin, "tregue tra
le guerre". Lo sviluppo del capitalismo ha sempre avuto un carattere allo stesso tempo internazionale e nazionale.
L'imperialismo e la sua evoluzione degli ultimi anni hanno accentuato il carattere contraddittorio di tale realtà.
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Solo i più ottusi difensori dell'imperialismo possono presentare l'evoluzione attuale come un avvio sulla strada della
cooperazione crescente, sulla base capitalista, con un movimento irreversibile verso la democratizzazione all'interno delle
nazioni e la pace tra di loro. Sono gli stessi che salutano il successo del referendum in Iraq o il processo di Saddam Hussein
come un passo in avanti sulla strada della democrazia.
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Il più potente degli imperialismi, gli Stati-Uniti, non opera certo per il progresso dell'umanità, ma per il dominio dei suoi
trust sull'economia mondiale ed il dominio del suo Stato nazionale sugli altri. Ma l'opporre alla mondializzazione imperialista
la "sovranità" degli Stati è un'utopia reazionaria. Quelli che oppongono all'unificazione crescente dell'economia mondiale da
parte del capitale finanziario, il ripiego dietro la protezione dello Stato, strumento "nazionale" del capitale finanziario, non
hanno niente a che vedere col marxismo rivoluzionario che ha come obiettivo l'abolizione del capitalismo.
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Anche tra potenze imperialiste, la guerra economica non si è mai interrotta. Con la stagnazione dell' economia mondiale, si è
intensificata. Se la stampa si focalizza sugli aspetti più spettacolari di tale guerra economica - Boeing contro Airbus, il
razzo Ariane contro i "lanciatori" americani, cinema o produzione televisiva "nazionali" contro l'invasione delle serie
americane, ecc.- questa viene condotta in ben altri settori, dal tessile all'agroalimentare, passando per la banana-dollaro e la
banana delle dipendenze francesi d'oltremare. Gli organismi internazionali del tipo FMI, WTO, Banca mondiale, ecc. non attenuano
gli scontri, anche se ne regolano alcune modalità. Soprattutto gli offrono arene supplementari. Non si sostituiscono agli
Stati, ma offrono un ambito in cui gli Stati si scontrano.
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E se gli Stati-Uniti hanno avuto la parte maggiore nella creazione di tali organismi, non è certo per cedere le loro
prerogative, ma per darsi mezzi supplementari per esercitarle.
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Benché il mondo non abbia conosciuto dal 1945 delle guerre dette mondiali, cioè delle guerre opponendo direttamente tra di
loro le grandi potenze e trascinando le altre tramite un sistema di alleanze e di subordinazione, il militarismo rimane un
tratto fondamentale dell'imperialismo. Malgrado la scomparsa dell'"altra super-potenza", gli Stati-Uniti continuano a sviluppare
il loro arsenale militare. La nuova corsa all'armamento, prendendo il passo di quella che si conduceva nel nome del
"contenimento" del blocco sovietico, è iniziata ben prima degli attentati dell'11 settembre 2001. Questi ultimi hanno fornito
il pretesto per legare la crescita delle spese militari - in aumento spettacolare dal 1999 - allo spettro di una minaccia "che
può venire da ovunque".
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L'aumento delle spese militari ha comportato una crescita accelerata dei grandi trust dell'armamento, la loro concentrazione
traùite fusioni o acquisti intorno ad alcuni gruppi giganteschi (General Dinamics, Lockheed Martin, Northrop Grumman, ecc.)
attirando il capitale finanziario (in particolare quello dei "fondi di investimenti" di cui la parte in tali imprese è
largamente maggioritaria). Gli investimenti nelle imprese di armamento assicurano al capitale finanziario dei rendimenti
borsistici più forti di tutti gli altri settori, e quelle più sicure. In questo settore la fusione tra lo Stato ed i grandi
trust è spinta all'estremo.
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Se le spese militari degli Stati-Uniti oltrepassano quelle di tutte le altre potenze imperialiste riunite, queste ultime
agiscono allo stesso modo. In nessuna di queste, le spese militari sono in diminuzione.
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Benché una grande parte delle spese militari degli Stati-Uniti vada alla ricerca, l'elaborazione e la fabbricazione di sistemi
materiali sempre più sofisticati, la militarizzazione si traduce anche in un largo dispiegamento di uomini. Questo
dispiegamento è, senz'altro, più largo che durante la guerra fredda, anche solo Per la presenza delle truppe americane, sole o
con gli alleati della Nato, in alcune delle ex-Democrazie popolari - Ungheria, Romania, Bulgaria - e in diversi paesi sorti
dalla disgregrazione dell' Unione sovietica, in Georgia o in Asia centrale.
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La potenza economica è così completata e assicurata dalla forza militare, in particolare nelle zone strategiche per il
controllo dell'approvvigionamento in petrolio quali il Medio-Oriente, o per ragioni politiche l'Asia centrale, a prossimità
della Russia, della Cina e dell'India.
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Si può dire la stessa cosa per tutti gli Stati imperialisti, proporzionalmente alla potenza dei loro gruppi industriali e
finanziari. Gli Stati nazionali gli servono da strumento per difendersi nella competizione internazionale contro i loro
concorrenti, le altre potenze imperialiste ed in primo luogo gli Stati-Uniti, ma anche per preservare i loro interessi nei paesi
poveri che fanno parte delle loro zone d'influenza.
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La "costruzione europea" è un tentativo delle potenze imperialiste d'Europa per sfuggire alle conseguenze mortali dello
spezzettamento nazionale - senza peraltro abbandonare gli Stati nazionali. Il processo che ha condotto all' Unione europea non
ha posto fine all'antagonismo tra borghesie imperialiste d'Europa. Il rifiuto della Costituzione europea è solo un epifenomeno
minore da questo punto di vista. La costruzione di un'Europa unita su una base borghese si scontra con forze ben più potenti
dell'accettazione o del rigetto di un testo costituzionale. A cominciare da quelle degli stessi Stati nazionali dei Paesi
imperialisti d'Europa, capaci di associarsi a diversi gradi in funzione del livello di interpenetrazione delle loro economie
rispettive, ma per niente disposte a scomparire e lasciare il posto ad uno Stato europeo. E mentre calpestano la "sovranità"
degli Stati dei paesi che saccheggiano nelle loro zone d'influenza, compresa la parte povera dell'Europa, le borghesie
imperialiste hanno bisogno dei loro Stati, anche per negoziare nelle migliori condizioni l'abbandono parziale di sovranità che
richiede la creazione di un mercato unificato.
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In Europa esiste un mercato unico più o meno unificato, accordi bi o multilaterali tra paesi europei per progetti industriali
del tipo "Arianespace", ma solo embrioni di diplomazia e di esercito comuni. Quanto al bilancio europeo, anche se rappresenta un
bel po' di soldi per i trust che vi attingono, costituisce solo una percentuale minima del bilancio degli Stati. Ed anche su
tale bilancio, le grandi potenze non sono riuscite a mettersi d'accordo quest'anno. La diplomazia francese dà la
responsabilità di tale smacco alla Gran Bretagna, accusata di essere più legata agli Stati-Uniti che all'Europa (almeno su
questo punto, è vero). Ma i rappresentanti della borghesia britannica non vedono perché la maggior parte del bilancio europeo
- più del 40% - dovrebbe andare all'agricoltura ed all'agro alimentare (cosa che favorisce soprattutto la Francia), e non alle
sue proprie imprese. Beninteso, né la Francia né la Gran Bretagna auspicano un aumento delle spese comuni a sfavore delle
spese nazionali.
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La "costruzione europea" è essenzialmente un'alleanza contrattuale tra potenze imperialiste d'Europa e in primo luogo del trio
Germania-Francia-Gran Bretagna. Non passa anno senza che le divergenze di interessi tra queste tre medie potenze esplodano sotto
forma di conflitti o di crisi più o meno gravi. Al di là degli aspetti aneddotici attribuiti alle relazioni tra dirigenti -
dal famoso "l'Inghilterra è un'isola" di De Gaulle al "voglio recuperare i miei soldi" di Margaret Thatcher -, le divergenze
poggiano su differenze di interessi economici.
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Per la complementarità delle loro risorse di materie prime, per l'importanza dei loro scambi - la Francia è il primo cliente
ed il primo fornitore della Germania, e reciprocamente -, la Francia e la Germania sono i paesi che hanno più bisogno di
rendere comuni i loro mercati rispettivi. Da cui risulta anche la loro intesa per una moneta unica, per permettere ai loro
scambi commerciali di sfuggire ai rischi delle variazioni dei tassi di cambio. In particolare, l'imperialismo tedesco è tanto
più favorevole all'allargamento dell' Unione europea verso Est in quanto questa parte del continente costituisce la sua
tradizionale sfera d'influenza. Quanto alla Francia, potenza media sempre meno capace di preservare la sua sfera d'influenza nel
suo ex-impero coloniale d'Africa, ha interesse a "europeizzare" il costo umano e finanziario della sua presenza. Nei primi
balbuzzii di una forza militare europea comune, i suoi iniziatori designano l'Africa come uno dei principali campi di operazioni
nell'ambito del "Recamp" (Rafforzamento delle capacità africane per il mantenimento della pace).
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La Gran Bretagna invece, tanto sul piano economico che politico, è più legata agli Stati-Uniti che alla Germania e alla
Francia. I dirigenti politici dell'imperialismo britannico non hanno mai nascosto che nell'Unione europea gli interessano solo
un mercato più o meno unificato e la soppressione degli ostacoli di fronte al dispiegamento dei loro capitali e delle loro
merci. Se la Germania e la Francia sono andate più lontano, né l'una né l'altra si propongono, anche a lungo termine, di
fondere i loro Stati in uno solo oppure lo scioglimento dei loro Stati rispettivi a favore di un'entità statale su scala
dell'insieme o di una parte del continente.
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Le tre principali potenze imperialiste d'Europa hanno invece in comune l'interesse di rafforzare il loro condominio sulla parte
meno sviluppata e più debole dell' Europa, le ex-Democrazie popolari, i paesi Baltici, oppure al di là, sui Balcani o sulla
Turchia. Ma ciò non gli impedisce di giocare, ognuna, la sua partita in funzione dei suoi interessi particolari. Lo si è visto
al momento dell'esplosione della Jugoslavia, quando la Germania ha favorito l'indipendenza croata e la Francia e la Gran
Bretagna per qualche tempo hanno preso posizione per il mantenimento di uno Stato jugoslavo unificato, il che di fatto
equivaleva a prendere posizione per la Serbia. Lo si è visto anche al momento dei recenti scontri nelle istanze europee in cui
l'Austria ha "ricattato" la Gran Bretagna, favorevole all'inizio dei negoziati per l'adesione della Turchia, minacciando di
bloccare il processo se non iniziavano nello stesso tempo i negoziati con la Croazia.
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I paesi dell'Est europeo restano soggetti passivi dell'unificazione europea. Il fatto di essere integrati all'Unione non cambia
la natura delle loro relazioni con l'Europa occidentale. La loro economia è dominata dai grandi trust occidentali.
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Il trattato di Nizza, che regola le relazioni tra i vari paesi dell'Unione Europea, gli riconosce una rappresentanza nella
Commissione europea che le grandi potenze non hanno l'intenzione di lasciargli. (Mettere fine a tale situazione ed assicurare
alla Francia, alla Germania ed alla Gran Bretagna coalizzati un diritto di veto nelle istituzioni europee era il principale
obiettivo della "Costituzione Giscard").
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Ma il fatto che ci sia un commissario per ogni paese alla Commissione europea oppure che, in molti settori di decisione, la
regola dell'unanimità continui a prevalere, non modifica tale rapporto di forze nella sfera economica. Ciò contribuisce solo a
fare sì che la cosiddetta Europa politica resti nel limbo. Ma per le grandi imprese dell'Europa occidentale non è questo
l'essenziale.
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Mai, grazie ai progressi tecnici nei settori della comunicazione, dell'informazione, degli spostamenti di materiali, il pianeta
era apparso così piccolo come oggi, e la sorte dei suoi abitanti così profondamente collegata. Ma nello stesso tempo, la
frammentazione in diversi Stati non era mai stata tanto forte, completata dalle ascesa nazionaliste un po' dappertutto, compresi
i grandi paesi imperialisti, a cominciare dagli Stati-Uniti.
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Abbiamo avuto l'occasione di sottolineare più volte che mentre l'Europa contava solo 23 Stati prima del 1914 e 33 dopo il 1945,
ne conta oggi 45. Si può aggiungere che su scala mondiale, l'evoluzione è stata simile : una quarantina di Stati prima del
1914 contro più di 180 oggigiorno, senza parlare della moltitudine di regioni indipendenti di fatto o che cercano di esserlo,
dal Kosovo a tale o tale altra regione d'Africa. Questa moltiplicazione di Stati su scala mondiale è certo dovuta in parte alla
decolonizzazione o all'accesso all'esistenza nazionale di alcuni popoli che lo volevano e ci si potrebbe vedere un progresso. Ma
le potenze imperialiste, anche quando sono state costrette ad abbandonare la forma coloniale del dominio, lo hanno fatto
spezzando entità più grandi, aizzando gli uni contro gli altri popoli che, prima, vivevano insieme. Tante regioni del mondo
portano ancora il marchio di tali separazioni fatte nella violenza. Così la divisione dell'India e del Pakistan ; così ancora
la moltitudine di Stati creati artificialmente, eredità del dominio coloniale della Francia in Africa.
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Alcune delle quasi sessanta guerre che continuano oggigiorno sono le conseguenze dirette o indirette della politica delle
potenze imperialiste nei confronti dei popoli che dominano. Altre sono condotte direttamente dalle potenze imperialiste.
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Malgrado le elezioni ed un referendum su un progetto di Costituzione, lo Stato di guerra si prolunga in Iraq. E' difficile
sapere qual'è la parte della sensazione di oppressione nazionale nella lotta contro l'occupante e qual'è la parte dell'
attivismo dei diversi gruppi armati che, anche se pretendono prendersela con gli occupanti americani e britannici, se la
prendono soprattutto con i loro concorrenti sul terreno, sciiti contro sunniti, Curdi contro Arabi, e la parte dei clan rivali
all'interno di ognuna di queste categorie. Non solo la calma non è stata ristabilita in Iraq, ma il rischio di uno scoppio in
funzione delle divisioni religiose o etniche persiste.
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E' possibile che una parte della popolazione irachena, i Curdi massacrati durante la guerra contro l'Iran o gli sciiti il cui
sollevamento alla fine della prima guerra del Golfo è stato schiacciato nel sangue dai carri armati di Saddam Hussein con
l'accordo tacito delle truppe americane vittoriose, si senta vendicata dal processo contro l'ex dittatore. Ma non si può essere
che schifati da questo processo fatto meno per condannare Saddam Hussein che per far dimenticare la schiacciante responsabilità
delle grandi potenze. Le potenze imperialiste vittoriose hanno la lunga tradizione di sacrificare capri espiatori per non
toccare l'essenziale. Il processo di Norimberga ha deciso l'esecuzione di alcuni dei principali criminali del regime nazista per
preservare meglio l'apparato dello Stato tedesco che questi ultimi avevano diretto, e, soprattutto, i grandi gruppi capitalisti
che avevano sostenuto il potere nazista e quelli - non solo tedeschi - che avevano visto con simpatia Hitler schiacciare il
movimento operaio tedesco.
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Saddam Hussein è stato, durante quasi trenta anni, il sicario dell'imperialismo contro il suo popolo innanzitutto, ma
all'occasione anche contro paesi vicini, come l'Iran. Ed è in questa veste, sostenuto ed armato da tutte le grandi potenze
cosiddette democratiche, che Saddam Hussein ha lanciato la guerra tra Iraq ed Iran, una delle più sanguinose nella regione con
più di un milione di morti. Con la sua fine, aggiunge un nome alla lunga lista dei dittatori utilizzati dall'imperialismo fin
quando ciò era suo interesse ed abbandonati alla loro sorte quando non era più il caso.
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E' possibile che il prossimo della lista sia il dittatore della Siria, Bachar El-Assad - il cui padre si rese utile
all'imperialismo ristabilendo l'ordine in un Libano allora dilaniato dalla guerra civile -, e che attualmente ha smesso di
essere utile. Che sia veramente lui il responsabile dell'attentato contro Rafik Hariri, come cerca di dimostrarlo una
commissione d'inchiesta creata appositamente, o che il politico e bacato uomo d'affari libanese sia morto vittima dei suoi
propri loschi affari, non cambia niente al fatto che le grandi potenze, che ne hanno accettato ben altre da parte della
dittatura siriana, cerchino oggigiorno di allontanare la Siria dal Libano e di rendere il regime siriano più cooperativo
facendo incombere la minaccia del suo rovesciamento.
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Ma la situazione di anarchia creata in Iraq dall'allontanamento di Saddam Hussein rende probabilmente più cauti i guerrafondai
americani rispetto ad un rovesciamento brutale del regime siriano senza che sia assicurata una soluzione di ricambio.
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L'oppressione del popolo palestinese da parte dello Stato d'Israele costituisce ciononostante il principale fattore di tensione
nella regione. Ariel Sharon ha accettato di ritirare da Gaza il suo esercito ed i suoi coloni per meglio conservare la maggior
parte delle colonie in Cisgiordania.
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Gli Stati-Uniti sembrano impegnati in un ennesimo tentativo di stabilizzazione della situazione col sostegno dato a Sharon
nell'evacuazione della striscia di Gaza e con la loro pressione sulla nuova direzione palestinese di Mahmud Abbas affinché
l'Autorità palestinese si faccia carico di mantenere l'ordine contro il suo proprio popolo nella zona che gli è stata
concessa. Ciononostante, il principale fattore che si opponeva al ristabilimento dell'ordine sotto il controllo dello Stato
d'Israele non era la pretesa intransigenza di Arafat. Fu in primo luogo il sollevamento della gioventù palestinese contro
l'oppressione nelle due Intifada. Ed è, sempre di più, l'attivismo armato di organizzazioni che l' Autorità palestinese non
ha i mezzi per controllare.
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Nessuno può predire se la popolazione palestinese avrà la stessa energia per continuare la resistenza. Si può solo constatare
che l'evacuazione di Gaza da parte dei coloni israeliani non ha cambiato nulla alla situazione che aveva messo in moto l'
Intifada. La striscia di Gaza resta un immenso campo di concentrazione che racchiude una popolazione la cui grande maggioranza
è condannata alla povertà e che, anche solo per lavorare nell'industria o sui cantieri in Israele, è totalmente dipendente
dal buon volere del governo di quest'ultimo. La povertà, l'oppressione, il "muro", dietro il quale ci si prepara a rinchiudere
tutto un popolo, le vessazioni di un esercito israeliano con forte presenza dell'estrema destra, continuano a mantenere una
situazione esplosiva.
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Ancora una volta bisogna sottolineare il vicolo cieco nel quale gli opposti nazionalismi hanno condotto i due popoli che vivono
sullo stesso territorio e la cui collaborazione avrebbe potuto essere un esempio per tutta la regione. Il nazionalismo dei
fondatori e dirigenti dello Stato oppressore, Israele, prima di tutto, che non hanno saputo e non hanno voluto legare la sorte
del popolo d'Israele a quello delle masse sfruttate in mezzo alle quali si è sistemato. Hanno fatto dello Stato d'Israele lo
strumento dell'imperialismo in generale e dell'imperialismo americano in particolare in questa regione, scavando un fossato di
sangue tra la popolazione israeliana e la popolazione palestinese.
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Il nazionalismo palestinese dell'OLP, dal lato suo, riprendendo per proprio conto la legittima aspirazione della popolazione
palestinese ad opporsi all'oppressione dello Stato d'Israele, non ha saputo, né ha voluto, rivolgersi agli sfruttati d'Israele,
né agli sfruttati arabi dei paesi vicini.
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Numerosi fondatori dello Stato d'Israele si rifacevano ad un sionismo di sinistra, o addirittura al socialismo. La resistenza
palestinese da cui proviene l'OLP si voleva, quanto a lei, progressista, oppure, per alcune delle sue componenti, marxista e
rivoluzionaria.
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Bisogna constatare che portando i loro popoli rispettivi sulla strada dello scontro tra due nazionalismi opposti, hanno favorito
ognuno la propria estrema destra. Ciò è palese tanto in Israele con uno Sharon, uomo di destra contestato soprattutto dalla
sua estrema destra, quanto nei territori palestinesi, dove il centro di gravità della resistenza si sposta sempre più verso
l'organizzazione islamista Hamas.
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Dal canto suo, l'Afghanistan ha diritto alla sua dose di "democrazia" in chiave americana. Ma, anche là, la presenza di truppe
occidentali diverse - tra cui, ricordiamolo, truppe francesi - non ha messo fine allo stato di guerra. La "democratizzazione" si
riduce al fatto che i vecchi capi di clan o capi di guerra hanno fatto consacrare il loro potere dal suffragio universale,
poiché tal'è la nuova moda imposta dagli Americani. Ma a giudicare dal destino imposto alle donne, questa "democrazia" si
combina bene con la peggiore oppressione ed il peggior arretramento sociale. E, da un certo punto di vista, tale
pseudo-democrazia parlamentare è meno democratica ancora di quanto lo fu in altri tempi la dittatura di Najibullah, appoggiata
dai Russi, che almeno aveva fatto in modo che una donna possa passeggiare senza velo islamico nelle strade di Kabul.
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La decomposizione dell'Unione sovietica ha condotto gli Stati-Uniti a prender piede in parecchi Stati sorti da tale
decomposizione. Qualche volta l'hanno fatto in seguito a movimenti popolari più o meno ampi, diretti contro la squadra politica
al potere legata a Mosca. Le rivoluzioni "della rosa" in Georgia, "arancione" in Ucraina, "dei tulipani" in Kyrgyzstan hanno
portato in effetti all'allontanamento di squadre legate a Mosca ed alla loro sostituzione con altre più favorevoli a
Washington. Altrove, come in Uzbekistan, è stato il gruppo dirigente, in un primo tempo, ad accettare la presenza di basi
americane prima di cambiar avviso e di esigerne il ritiro.
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Tutta questa regione, che si trova ad un crocevia strategico tra la Russia, l'India e la Cina, per di più vicina alle regioni
petrolifere, è il teatro di una sorda lotta di influenza tra gli Stati-Uniti e la Russia.
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Malgrado il modo entusiasta in cui i mass media occidentali hanno presentato le rivoluzioni "della rosa" o "arancione", i
cambiamenti di squadre di governo non si sono tradotti in più democrazia né in meno corruzione. In Ucraina, in particolare il
duo presentato come filooccidentale Iuscienko-Timoscienko è scoppiato nove mesi dopo la rivoluzione "arancione" in un clima di
scandali e di corruzione su grande scala.
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Quest'anno non ci sono stati cambiamenti maggiori in Russia. Putin prosegue la sua guerra in Cecenia con la benedizione di tutte
le grandi potenze. Ma, ben al di là della Cecenia, è tutto il Caucaso che vive in un clima di guerra latente con attentati,
prese di ostaggi, scontri tra gruppi militari. Gli Stati-Uniti, che assicurano una presenza con una base militare da poco
stabilita in Georgia, non contestano veramente alla Russia il ruolo di gendarme in questa regione del Caucaso. Tale regione è
sottomessa alle forze centrifughe dei vari nazionalismi e integralismi religiosi contro lo Stato russo e lo Stato georgiano,
come anche agli scontri tra cricche locali, padrini della droga o trafficanti d'armi.
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La fiammata mondiale dei prezzi del petrolio ha concesso all'economia russa un nuovo anno di crescita. Ma, a parte le grandi
manovre dei trust petroliferi, il flusso di investimenti di capitali occidentali verso la Russia rimane debole. La cosiddetta
"crescita" economica dell'anno scorso si è tradotta soprattutto in una nuova accelerazione della fuga di capitali verso
l'Occidente. I burocrati russi riconvertiti in ricchissimi uomini d'affari preferiscono mettere i loro soldi al riparo in
Occidente, piuttosto che scommettere sullo sviluppo della Russia su una base capitalista. Non sarà la condanna a nove anni di
carcere in Siberia del burocrate miliardario Khodorkovski ad incitarli a cambiare atteggiamento. Non basta che Putin riporti a
tutta birra i resti di Denikin in Russia per far sì che l'opinione pubblica borghese gli perdoni la "rinazionalizzazione" di
imprese privatizzate, anche se tali privatizzazioni erano il puro e semplice furto di imprese di Stato.
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Il continente africano, e soprattutto la parte sub-sahariana, resta quello in cui il sistema imperialista mondiale commette le
maggiori devastazioni. Solo qualche paese africano beneficia di investimenti produttivi : l'Africa del Sud, il solo paese
africano semi-sviluppato che costituisce un mercato significativo, oppure i paesi che dispongono di risorse petrolifere. Ma per
la maggior parte dell'Africa, il capitale occidentale è solo predatore : prestiti usurari ai regimi, vendite di armi, saccheggi
puri e semplici delle risorse naturali. L'Africa, messa sempre più al bando dei circuiti del commercio mondiale, sprofonda
nella povertà. La povertà alimenta le guerre locali o etniche che, a loro volta, aggravano la povertà.
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L'Africa ha il triste privilegio di concentrare sul suo suolo le più numerose e le più micidiali guerre locali : nel Sudan, in
Uganda, in Somalia e soprattutto nella Repubblica del Congo (ex-Zaire) e ben altre. Dal sollevamento militare che ha tagliato il
paese in due, la Costa-d'Avorio si aggiunge alla lista dei paesi dilaniati da una guerra civile endemica.
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In Costa d'Avorio il 2005 doveva essere l'anno della stabilizzazione e del riassorbimento della divisione che taglia il paese in
due dalla ribellione militare del 19 settembre 2002. Gli accordi di Marcoussis sotto l'egida della Francia e la successione di
accordi (Accra 1,2,3, Pretoria 1) sotto l'egida dell' OUA (Organizzazione dell'Unità Africana) dovevano condurre al disarmo di
unità ribelli del Nord e di milizie pro-Gbagbo al Sud ed all' organizzazione di elezioni il 30 ottobre 2005, con la
partecipazione di tutti i protagonisti (Gbagbo, Bedié, Uattarà principalmente) la cui rivalità per la successione di
Houphouët-Boigny dilania il paese da anni.
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Nessuno dei due campi ha disarmato e l'elezione presidenziale del 30 ottobre 2005 non si è tenuta. L'ultima trovata della
diplomazia internazionale è di proporre un periodo di transizione di un anno, con Gbagbo mantenuto alla testa dello Stato ma
affiancato da un Primo ministro dai larghi poteri, in particolare quello dell'organizzazione "neutra" dell'elezione
presidenziale prima del 31 ottobre 2006. Ma questa nuova trovata non basterà a disarmare le milizie private né ad impedirne la
moltiplicazione.
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A questa data non sappiamo come si tradurrà la scadenza del 30 ottobre e dopo, su cui pesa l'aggravamento della guerra civile
latente. Il semplice prolungamento dell'attuale crisi già si traduce in un rallentamento della vita economica, un aggravamento
delle condizioni di esistenza delle classi popolari, dei conflitti locali spinti sulla via dell'etnismo dai clan rivali, la
trasformazione del racket praticato dalle bande armate ufficiali e ufficiose in attività permanenti.
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La presenza militare francese non frena la degradazione della situazione. Al contrario l'aggrava. Gbagbo è un demagogo quando
mischia alla sua politica etnista una fraseologia antifrancese. Ma se questa fraseologia trova un largo eco è in ragione del
passato coloniale e delle sue infamie, prolungato in seguito col mantenimento del controllo dei gruppi capitalisti francesi sui
principali settori economici e con una presenza dei loro quadri e di una piccola borghesia affarista originaria della metropoli
che fa fortuna sulle spalle della popolazione. La partenza forzata di molti di loro dopo i fatti del novembre 2004 non ha potuto
cancellare tale passato, né la tendenza dei grandi gruppi capitalisti francesi a spostare il centro delle loro attività
altrove (in Togo in particolare).
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L'unica ragione della presenza dell'esercito francese in Costa-d'Avorio resta la protezione degli interessi economici, politici
e diplomatici dell'imperialismo francese in questo paese e, al di là, nelle vecchie colonie francesi dell'Africa. Noi
riaffermiamo di conseguenza quanto avevamo detto al congresso dell'anno scorso : "truppe e affaristi francesi fuori dalla
Costa-d'Avorio e in generale da tutti i paesi dell'Africa!".
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La commedia pseudo-elettorale in Togo, che ha ufficializzato la trasmissione del potere al figlio Eyadema alla morte di suo
padre, ha concretizzato ancora quest'anno il triste ruolo dell'imperialismo francese nelle sue ex-colonie. La repressione ha
fatto tacere, per il momento, le opposizioni a tale dittatura ereditaria sponsorizzata dall'imperialismo francese, ma niente
indica che questo paese possa continuare a servire da base di ripiego alle imprese capitaliste francesi che l'insicurezza
crescente allontana dalla Costa-d'Avorio.
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L'imperialismo francese si è illustrato recentemente anche nel mar dei Caraibi, intervenendo ad Haiti, al fianco degli
Stati-Uniti, per dimettere all'inizio del 2004 il presidente in carica, Aristide. Certo, l'ex-prete dei poveri, eletto una prima
volta nel 1990 in una vera ondata di entusiasmo della popolazione povera, era diventato al momento del suo rovesciamento un
dittatore avido di potere e di danaro. Ma si può constatare, un anno e mezzo dopo il suo rovesciamento, che la situazione ad
Haiti ha continuato a degradarsi e che la popolazione è sottomessa al regno delle bande armate, alle quali le truppe sotto
l'egida dell'Onu non hanno fatto altro che aggiungere una banda armata di più.
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L'America Latina, dove le ineguaglianze sociali, l'oppressione e il dominio americano hanno prodotto spesso in reazione
movimenti di guerriglia, ha spesso fornito un modello all'estrema sinistra mondiale e soprattutto europea, portata a sostituire
alla difesa delle idee comuniste da lei il suo codismo nei confronti di movimenti condotti altrove e da altri. Il castrismo con
la sua variante guevarista, poi il sandinismo, sono stati così presentati nel passato come dei sostituti del comunismo.
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Il regime sandinista del Nicaragua avendo conosciuto il destino che sappiamo e il regime castrista passando sempre più
difficilmente per un modello, questo codismo si era focalizzato più recentemente sulla persona e sul partito di Lula, in
Brasile. Arrivato al potere, e il suo regime a metà del mandato, Lula appare ormai paralizzato da scandali e corruzione, e
soprattutto è un esecutore leale della volontà dell'imperialismo. Ed è così che il codismo ha trovato un nuovo idolo nella
persona di Chavez, militare che ha conquistato il potere in Venezuela.
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Se ovviamente siamo solidali di Chavez quando si scontra agli intrallazzi dell'imperialismo americano, come continuiamo ad
essere solidali del regime castrista di cui quelli che denunciano il carattere dittatoriale sostengono dittature ben più infami
che non hanno neanche portato alle loro classi popolari quanto il regime castrista ha portato alle sue - educazione, salute
pubblica ed una certa sensazione di dignità -, né l'uno né l'altro rappresentano; neanche da lontano, gli interessi delle
loro classi povere, e ancora meno quelli del comunismo rivoluzionario (a cui Chavez d'altronde non si è mai rifatto).
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Le guerre ed i conflitti si aggiungono alla miseria per alimentare le migrazioni internazionali. Ma le migrazioni permettono
anche il mescolarsi di classi lavoratrici. Quelli che, venendo dal Messico o dall' America Latina, affrontano le barriere
elettriche lungo la frontiera degli Stati-Uniti, quelli che, a Ceuta ed a Melilla, rischiano la vita attraversando gli spinati o
quelli che sfuggono alla morte sulle imbarcazioni di fortuna nei dintorni di Gibilterra o venendo da Haiti sul Mar dei Caraibi e
riescono a raggiungere i paesi imperialisti, finiscono col rendersi conto che questi non sono un paradiso e che non c'è
paradiso per i poveri nell'universo dominato dall'imperialismo. Questo mescolarsi fisico della classe operaia di oggi così come
il rafforzamento numerico di un proletariato moderno in Cina o in India, formano il proletariato mondiale dei nostri giorni. E
non è meno numeroso che in periodi della storia in cui ha condotto grandi lotte, né meno capace di influire, per il posto che
occupa nella produzione, sul futuro dell'umanità.
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Questo proletariato ha i mezzi per ritrovare il ruolo storico che è suo, e non può essere che suo, nella trasformazione della
società. Quello che gli manca è la coscienza politica, vale a dire dei partiti per incarnarla. Conservano tutta la loro
validità queste linee scritte quasi settant'anni fa ne Il Programma di transizione: "la crisi attuale della civiltà umana è
la crisi della direzione proletaria".
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17 ottobre 2005
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(Testo votato dal 98% dei delegati presenti al congresso)
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Il 2004 è presentato, per così dire unanimemente, come un anno di "risultati eccezionali" per l'economia mondiale, con un
tasso di crescita di più del 5%, il più alto dal 1976. E le statistiche elargiscono le cifre_: 4,4% di crescita negli
Stati-Uniti nel 2004 invece del 3% nel 2003, 5% di crescita oltrepassati in America Latina e in Asia dell'Est, ed anche in
Africa (i bambini del Niger o del Malawi, coi loro corpi scheletrici a causa della fame, lo apprezzerebbero, se fossero in
condizione di farlo). Solo per l'Europa occidentale c'è qualche sfumatura, soprattutto se paragonata agli Stati-Uniti.
Ciononostante usufruisce del 2% di crescita per il 2004, con una tendenza al rallentamento nel 2005.
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Queste statistiche dimostrano innanzitutto che la borghesia ed i suoi portavoce si sono adattati, fin nelle statistiche e nel
vocabolario, ad una situazione in cui il progresso della produzione reale è debole, oppure inesistente, in cui gli investimenti
produttivi restano, al di là delle fluttuazioni periodiche, ad un livello basso, in cui le fabbriche chiudono, il numero dei
disoccupati resta drammaticamente alto e la nozione stessa di crescita fa riferimento soprattutto a quella dei profitti delle
imprese, così come all'aumento dei redditi e del consumo della borghesia in senso largo.
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Le fasi di espansione e di recessione che si succedono, i cicli congiunturali, si producono su fondo di un'economia che non
riesce ad uscire dal lungo periodo di depressione cominciato sull'orlo degli anni sessanta e settanta.
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Evocando i tratti accentuati dalla crisi dell'economia capitalistica lungo la trentina di anni della sua durata, il cui
principale è la finanziarizzazione dell'economia mondiale, abbiamo ricordato, del testo del congresso dell'anno scorso:
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"...Il ruolo accresciuto della finanza è stato, in un primo tempo, un effetto della crisi: i capitali inutilizzati negli
investimenti produttivi sono stati riportati verso gli investimenti remunerativi (a seconda del periodo : acquisto di buoni del
Tesoro dei paesi imperialisti, a cominciare da quelli degli Stati-Uniti ; prestito agli Stati dei paesi poveri ; acquisto di
azioni e di obbligazioni ; speculazione monetaria ; finanziamento di operazioni di fusione-acquisizione di grandi imprese,
ecc.). Adesso ne è diventato una delle cause. Il funzionamento che si è installato privilegia il profitto finanziario a breve
scadenza rispetto agli investimenti produttivi a lungo termine.
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"In effetti sembra che, con l'impedire alla crisi di produzione di andare fino in fondo alla propria logica, il suo ruolo
regolatore sia perturbato. Infatti bisogna ricordare che le crisi non sono epifenomeni dell'economia capitalistica, dei
sottoprodotti casuali. Costituiscono fasi essenziali della riproduzione capitalistica. E' precisamente tramite le crisi che
l'economia di mercato, mossa dalla concorrenza cieca, anarchica, ristabilisce gli equilibri tra la produzione e la domanda
solvibile, tra i differenti settori dell'economia, in particolare tra quello dei mezzi di produzione e quello dei beni di
consumo, così come tra le differenti funzioni economiche. Sono le crisi che, distruggendo una parte del capitale produttivo,
rovinando una frazione della classe capitalistica stessa, fanno piazza pulita creando le condizioni del rilancio degli
investimenti produttivi. (...)
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In cambio: "gli "investimenti" realizzati dai gruppi finanziari, come i fondi pensione, i fondi delle società di assicurazioni
o delle mutue ed i fondi speculativi vari, (sono) puri investimenti finanziari. (...) Il denaro non è "investito" (...) per
essere immobilizzato (...) in quanto investimento produttivo. E' destinato a fruttare a breve scadenza."
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L'accrescimento incessante della parte di questo tipo di finanziamento nei capitali di imprese industriali si ripercuote sulla
loro gestione. La ricerca del massimo profitto a breve scadenza si oppone agli investimenti a più lungo termine,
all'immobilizzazione di capitali nella costruzione di una nuova fabbrica, all'acquisto di nuove macchine, ecc. Così, è proprio
il capitale più concentrato, quello che controlla i mezzi di produzione più potenti della società, che gioca sempre meno il
suo supposto ruolo nell'organizzazione della produzione sulla base capitalistica. (...)
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Il 2004, considerato come un anno di crescita economica, non ha invertito la tendenza di fondo dell'evoluzione economica, non
più di quanto lo abbiano fatto le fasi di espansione precedenti - e ce ne sono state tante - che sono finite ogni volta con una
crisi più meno grave, un crac borsistico, una crisi monetaria, una crisi settoriale. Molti elementi che partecipano all'attuale
clima euforico, la speculazione immobiliare, il rilancio della Borsa, la stessa crescita dei profitti, accentuano ancor più la
preponderanza della finanza ed i movimenti erratici di masse monetarie alla ricerca di investimenti celano nuove minacce di
crac.
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Dal 2003, i profitti delle grandi imprese sono di nuovo in rapida crescita, con un record nella prima metà del 2005. Questi
permettono, in primo luogo, di distribuire dividendi floridi agli azionisti, base dell'arricchimento della borghesia. Se una
piccola parte di tali profitti è trasformata in costruzione di nuove fabbriche, di catene di montaggio, ecc., ciò si è fatto
principalmente allo scopo di avvicinarsi a qualche nuovo mercato di consumo risultante dall'apertura dei paesi dell'est europeo
o della Cina. Nei paesi sviluppati, esistono praticamente solo investimenti di rinnovo (per sostituire materiale diventato
obsoleto o per modificare le nuove catene di montaggio in funzione dei nuovi carichi per produrre nuovi modelli, ecc.).
L'essenziale di quanto le statistiche registrano come investimenti consiste in semplici acquisizioni di imprese concorrenti, con
le loro fabbriche già esistenti, i loro brevetti, i loro laboratori di ricerca e, soprattutto le loro parti di mercato. Il
cosiddetto movimento di "fusioni -acquisizioni", dopo un rallentamento dovuto alla crisi del mercato borsistico del 2001-2002,
conosce un nuovo slancio che ridà vigore a questo mercato (progressione del 20% alla Borsa di Parigi dall'inizio del 2005). Un
altro utilizzo alla moda degli alti profitti consiste, per un'impresa, a comperare a prezzi alti le proprie azioni ed a
valorizzare in questo modo sul piano borsistico le fortune dei suoi azionisti. La "crescita" resta quella della finanza e non
dell'investimento produttivo.
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Ci si dice che la fase di espansione dell'economia mondiale sarebbe trascinata da quella, presentata come complementare, degli
Stati-Uniti e della Cina.
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La pretesa crescita americana riposa sullo slancio dell'immobiliare e del consumo. Queste d'altronde sono strettamente legate :
lo slancio del settore immobiliare, per una larga parte speculativo, valorizza la proprietà immobiliare che serve, a sua volta,
come cauzione ipotecaria presso le banche che accordano generosamente crediti al consumo, da cui gli strati più poveri delle
classi popolari, i disoccupati, ecc., sono tenuti alla larga. Le statistiche sulla crescita del consumo americano sono fatte in
modo tale da nascondere il fatto che solo gli alti redditi crescono, per di più favoriti dalle politiche fiscali, mentre nello
stesso tempo diminuisce il potere di acquisto di una gran parte dei salariati ed il montante dell'assistenza sociale è
brutalmente ridotto. Le ineguaglianze sociali raggiungono un'ampiezza senza precedenti.
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Ciononostante è significativo che, anche negli Stati-Uniti, locomotiva dell'economia mondiale, se il consumo interno è
cresciuto del 35% dal 2000, con una netta accelerazione nel 2004, la produzione industriale globale non è aumentata in volume
che del 5% dal 1997, e per niente dal 2000 (le cifre sono quelle del "Bureau of Analysis", organismo statistico dipendente dal
ministero del commercio degli Stati-Uniti).
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Bisogna credere che la classe capitalistica americana stessa non si fa molte illusioni sull'attuale euforia del consumo basato
sul credito e, dunque, sull'indebitamento dei privati. Non vede lì un allargamento del mercato abbastanza promettente per il
futuro da investire massicciamente ed aumentare l'apparato produttivo.
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Le multinazionali americane quest'anno hanno approfittato di un emendamento votato di soppiatto nel 2004 che gli permette di
pagare solo il 5,25% di tasse, invece del 35% teoricamente previsto, in caso di rimpatrio dei benefici realizzati altrove nel
mondo. In un anno, le grandi imprese americane avranno rimpatriato la somma fantastica di 350 miliardi di dollari. L'emendamento
è stato votato per "favorire gli investimenti" all'interno degli Stati-Uniti stessi e per creare posti di lavoro. Ma, come lo
nota giustamente Le Monde, tale somma servirà per così dire esclusivamente ad "alimentare l'andata di fusioni ed acquisizioni
a Wall Street".
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I soli investimenti in ascesa interessano il settore detto delle "nuove tecnologie", che conseguentemente sono uscite dallo
sprofondamento consecutivo al crac del 2001. Sono gli equipaggiamenti in computer, informatica o telecomunicazioni che
permettono alle statistiche di dire che gli investimenti sono di nuovo in crescita dal 2003, dopo un importante ripiego negli
anni precedenti.
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La totalità dell'aumento della domanda interna sarebbe stata soddisfatta dalle importazioni (constatazione del Centro di studi
internazionali, CEPII). In effetti è la fortissima domanda dell'immenso mercato americano che tira l'insieme dell'economia
mondiale.
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Ma il fatto che il consumo privato americano in crescita sia soddisfatto da importazioni si riflette nel disavanzo commerciale,
ugualmente in crescita negli Stati-Uniti, che è passato da 150 miliardi di dollari nel 1997 a 700 miliardi nel 2004. Tale
disavanzo è colmato da investimenti di liquidità provenienti dagli eccedenti commerciali, in particolare di paesi come la
Cina, Taiwan o la Corea del Sud. Malgrado l'indebolimento attuale del dollaro, l'economia americana resta in effetti la più
potente del mondo, la sola a ispirare fiducia alla borghesia dei diversi paesi. E' come se questi paesi sotto o semi-sviluppati
utilizzassero il risparmio forzato realizzato alle spese delle loro classi laboriose per finanziare il consumo delle classi
agiate del paese più ricco. E' una delle espressioni dell'evoluzione dell'economia mondiale in un'economia di redditieri al
profitto della borghesia, grande e piccola, delle potenze imperialiste del mondo, e della prima di loro, gli Stati-Uniti.
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Disponendo, grazie al ruolo del dollaro, principale moneta di scambio e di riserva dell'economia mondiale, del privilegio di far
condividere al mondo intero la deteriorazione della loro moneta, gli Stati-Uniti continuano ad indebitarsi. L'economia americana
funziona su una montagna di debiti_: quelli dello Stato stesso, quelli delle grandi imprese, quelli dei privati. La crescita
incessante di questo indebitamento ha una parte maggiore nella crescita su scala mondiale delle masse monetarie che, se non si
investono, aggravano la finanziarizzazione dell'economia e la minaccia ricorrente dei crac.
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La Cina, dal lato solo, è già da ora presentata come il secondo polo di sviluppo dell'economia mondiale, se non come un futuro
rivale degli Stati-Uniti. Dopo un lungo periodo di quasi-autarchia, da un quarto di secolo il commercio estero cinese
progredisce al ritmo del 15% l'anno. La sua parte negli scambi internazionali è passata nello stesso periodo da meno dell'1% al
5%. Il peso degli scambi internazionali nell'economia cinese sarebbe, oggigiorno, due volte superiore a quello del Brasile o
dell'India e paragonabile a quello dell'economia messicana.
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I dirigenti della Cina sono riusciti a reintegrare il paese nei circuiti dell'economia capitalistica mondiale. Pur mantenendo
allo stesso tempo, al contrario dell'ex Unione Sovietica, l'etichetta comunista del regime, lo Stato cinese è riuscito là dove
lo Stato russo ha parzialmente fallito : conducendo con una mano di ferro una transizione economica che fa sì che oggigiorno
più della metà del prodotto interno lordo cinese sarebbe quello di imprese private.
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Durante quasi trent'anni, tra il 1950 e l'inizio della cosiddetta "strategia dell'apertura" nel 1979, lo Stato cinese ha
preservato la prospettiva di un certo sviluppo borghese grazie alla rottura dei legami anteriori di subordinazione con le
potenze imperialiste in seguito alla presa del potere da parte di Mao. Le barriere protezioniste di cui il regime ha circondato
il paese, completando gli effetti del blocco che gli è stato imposto dall'imperialismo americano, lo statalismo, il monopolio
del commercio estero, hanno tagliato la Cina dall'economia mondiale e dai vantaggi della divisione internazionale del lavoro. Ma
l'hanno ugualmente protetta dall'invasione dei gruppi industriali dei paesi imperialisti e dai loro prelievi diretti. Gli hanno
permesso di centralizzare, tramite l'intermediazione dello Stato, i mezzi necessari ad un certo numero di grandi lavori di
infrastrutture ed all'estensione dell'industria pesante. Ad eccezione di qualche breve periodo, la Cina è stata, durante questi
trenta anni e grazie alla centralizzazione statale, uno dei paesi dove gli investimenti in capitale fisso erano i più elevati.
Questi si sono fatti al detrimento del consumo delle classi lavoratrici delle città e delle campagne.
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Se uno strato privilegiato si è sempre mantenuto, lo sviluppo economico si è fatto però secondo un certo egualitarismo per le
classi popolari che, pur avendo un livello di vita estremamente basso, potevano ciononostante contare su una certa protezione
dello Stato nei settori della sanità, delle pensioni, eccetera. E' questo egualitarismo che si sta completamente smantellando.
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E' sulla base di questa precedente accumulazione che la Cina ha intrapreso l'attuale evoluzione che ha condotto
all'arricchimento eccezionalmente rapido della borghesia cinese. Questo arricchimento è reso spettacolare dall'apparizione di
qualche miliardario alla testa di fortune comparabili a quelle dei loro simili di ben altri paesi semisviluppati del mondo
(Brasile, Messico, ecc.) ma anche dell'emergenza di una borghesia media più vasta, che crea o si appropria una miriade di
piccole imprese disseminate nell'immensità rurale del paese e, a giudicare dalle poche informazioni che arrivano, con
l'appoggio dell'apparato statale locale conducono una guerra di classe feroce contro la popolazione delle campagne. Anche se
proporzionalmente poco numerosa in rapporto all'insieme di una popolazione di un miliardo e trecento milioni di abitanti, tale
classe privilegiata cinese, con abitudini di consumo che imitano l'Occidente, stimata ad una trentina e forse cinquanta milioni
di persone, rappresenta ciononostante,in valore assoluto, un mercato importante. L'arricchimento di questa minoranza
privilegiata poggia sullo sfruttamento della classe operaia e sull'immensa miseria delle campagne. Le due sono collegate come
accade nell'economia capitalistica : la spinta di masse importanti che fuggono dalle campagne che non permettono più di
sopravvivere offre alla borghesia cinese e, ancora più, ai gruppi imperialisti associati all'evoluzione economica del paese,una
manodopera tra le meno care del mondo.
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Constatando lo smantellamento delle protezioni sociali anteriori che assicuravano alla quasi totalità della popolazione urbana
una previdenza sociale ed una pensione, gli organismi internazionali della borghesia, fino alla Banca mondiale, danno allo Stato
cinese consigli per farlo rimediare in una certa misura ad una situazione sociale, addirittura sanitaria, catastrofica e carica
di rischi di esplosione (tale situazione è attribuita al carattere "comunista" del regime). L'ammonizione è tanto più
ipocrita in quanto l'India, grande potenza povera che non ha mai abbandonato il girone dell'imperialismo, non è certo un
modello per quanto riguarda la protezione delle classi povere.
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Parlare, come lo fanno alcuni, del partenariato Stati-Uniti/Cina che sarebbe l'elemento motore dell'economia mondiale, è una
truffa. Così come è una truffa pretendere che la crescita dell'economia cinese rappresenti una minaccia per i paesi
imperialisti sviluppati, in particolare per gli Stati-Uniti. I legami economici tra gli Stati-Uniti e la Cina non sono legami di
uguaglianza, ma legami da paese imperialista a paese sottosviluppato. Le famose esportazioni cinesi che sarebbero tanto
minacciose per l'industria dei paesi sviluppati sono per tre quarti il prodotto di imprese straniere impiantate in Cina o
direttamente associate in partenariato ad imprese cinesi. La Cina è stata, nel 2004, al secondo posto dei paesi destinatari dei
flussi di capitali stranieri, nei primi cinque per l'ammontare totale di tali capitali. La parte di tali capitali che non è
stata semplicemente depositata ma investita in creazione di nuove imprese viene principalmente dal Giappone, da Taiwan o dalla
diaspora della borghesia cinese in Asia del Sud-est, che domina largamente i settori più moderni dell'industria cinese
(elettronica, elettrodomestici, assemblaggio) e le sue esportazioni.
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La maggior parte del commercio estero cinese si fa, tanto all'importazione che all'esportazione, con i paesi più
industrializzati dell'Est asiatico. Una buona parte di tali scambi sono movimenti all'interno degli stessi gruppi industriali
per i quali la Cina non è che un luogo di assemblaggio, una tappa nel processo di produzione, il cui controllo - ed i profitti
- si trovano all'esterno della Cina e che non è per niente destinata al mercato cinese.
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Scambiando le sue merci a bassissimo costo, grazie ai salari estremamente bassi dei suoi lavoratori, la Cina scambia molto
lavoro umano contro meno lavoro umano, al profitto del grande capitale estero. Questo rappresenta il meccanismo stesso del
processo di sottosviluppo. I principali beneficiari dello sfruttamento degli operai cinesi sono, da una parte, queste grandi
imprese straniere, da cui dipende l'industria cinese dell'assemblaggio. Negli Stati-Uniti ed in Europa, le cui importazioni
provengono soprattutto dai settori tradizionali dell'economia cinese (tessile, abbigliamento, scarpe, ecc..), lo sfruttamento
degli operai cinesi approfitta d'altra parte ai mastodonti della distribuzione : le catene dei grandi supermercati americani,
con alla testa Wal-Mart, una delle più potenti imprese americane con un fatturato superiore al prodotto interno della Grecia o
della Finlandia, o, in Francia, Carrefour, prima impresa di distribuzione in Europa. Questi trust che si riforniscono in Cina
approfittano dei bassi salari non certo per abbassare i prezzi per i consumatori in America o in Europa, ma per aumentare il
loro margini di benefici.
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Di più, gli scambi all'interno della "coppia" Stati-Uniti/Cina sono solo parzialmente degli scambi poiché gli Stati Uniti
pagano le loro importazioni provenienti dalla Cina con dollari depositati negli Stati-Uniti in parte dalla Cina stessa. Si
tratta di un trasferimento di valori da un grande paese sottosviluppato verso la principale potenze imperialista. Se nel
passato, contrariamente alle affermazioni dei dirigenti maoisti, non c'era salvezza per la Cina in un'economia che funzionava in
condizioni di quasi-autarchia, l'apertura operata da una ventina di anni verso il mercato capitalistica mondiale sta tessendo e
stringendo il cappio intorno alle classi lavoratrici. Il che non impedisce a i "nostri" capitalisti di qui di evocare una
minaccia delle merci cinesi per ridurre i salari e licenziare i lavoratori da noi.
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Al di là delle imprese a capitali stranieri, imprese a capitali cinesi sono o potrebbero essere capaci, per alcuni prodotti, di
far concorrenza alle merci occidentali sul mercato internazionale. La minaccia di ristabilire delle quote, presentata e più o
meno realizzata dagli Stati-Uniti o dall'Unione europea, ha mostrato che su questo terreno i grandi paesi imperialisti possono
tornare indietro e non lasciar la Cina fargli concorrenza, in ogni caso non sui loro propri mercati. Il principale ostacolo di
fronte alle misure protezioniste dei grandi paesi imperialisti risiede attualmente nel fatto che la Cina stessa rappresenta un
mercato, per di più in crescita. I grandi gruppi capitalisti dell'Europa occidentale o d'America accettano tanto più
facilmente la concorrenza cinese per i T-shirt e altri prodotti tessili come le scarpe, in quanto possono esportare sul mercato
cinese aerei, treni a grande velocità, ecc.
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Il consumo a credito della grande e piccola borghesia, la sarabanda della speculazione al posto degli investimenti produttivi,
ecco le due mammelle della pretesa crescita economica attuale. Ma la diminuzione incessante della parte della classe operaia nel
reddito nazionale si traduce in una riduzione del suo consumo. Abbassando la capacità di consumo delle classi sfruttate, la
classe capitalista si preclude da sola la possibilità di uscire dalla crisi. Per rimediare al sotto-consumo dei salariati, si
aumenta in modo artificiale - regali fiscali e crediti - il consumo degli strati agiati. Ma ciò contribuisce ancora più ad
accrescere la finanziarizzazione dell'economia.
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L'ascesa dei prezzi del petrolio da un anno è una delle manifestazioni della fase attuale della crisi dell'economia
capitalistica. Contrariamente alle menzogne propagate per condizionare l'opinione pubblica mondiale, questa crisi, non più
delle due precedenti crisi petrolifere, non è un fenomeno naturale, espressione del carattere limitato delle risorse
petrolifere. E' dovuta fondamentalmente al fatto che i grandi trust del petrolio non investono o investono poco da anni nella
prospezione e nello sfruttamento di nuovi giacimenti petroliferi (l'ammontare degli investimenti di Total - campione
ciononostante in tutte le categorie del profitto in Francia questo anno - è stimato dagli specialisti alla metà di quello che
dovrebbe essere. Idem per i trust petroliferi degli Stati-Uniti che non hanno costruito nuove raffinerie da 29 anni perché non
produrrebbero con una redditività sufficiente agli occhi dei "maggiori").
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I trust del petrolio preferiscono realizzare più profitti con una produzione stagnante, oppure in diminuzione, approfittando
della loro posizione di monopolio che gli permette di controllare i rifornimenti di petrolio del mondo.
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La novità, fattore aggravante, della crisi attuale del petrolio in confronto al primo "urto petrolifero" del 1973 è che,
durante la trentina di anni che sono trascorsi da allora, la finanziarizzazione dell'economia mondiale si è aggravata e che le
masse incommensurabilmente più importanti di liquidità cercano continuamente ad investirsi in modo vantaggioso. Il movimento
di aumento voluto dai trust del petrolio, attirando gli investimenti finanziari, ne alimenta a sua volta l'aumento. Per il
petrolio è la stessa cosa che, ad altri momenti o nello stesso tempo, per la speculazione borsistica o immobiliare e per la
speculazione su altre materie prime.
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Il primo urto petrolifero è stato all'epoca, tramite il movimento detto di riciclaggio dei petrodollari, un fattore di
aggravamento della crisi monetaria ed una delle fasi essenziali della finanziarizzazione dell'economia. Gli attuali fantastici
profitti dei trust petroliferi rischiano di comportare conseguenze simili. E' possibile che siano parzialmente utilizzati per
nuovi investimenti che renderanno redditizi i giacimenti di bassa qualità oppure più costosi da sfruttare, oppure altre fonti
di energia. Ma niente garantisce che, anche in possesso di liquidità considerabili, i trust del petrolio non proseguano con il
loro atteggiamento maltusiano in materia di produzione è che il loro capitali accresciuti non continuino a gonfiare soprattutto
i circuiti finanziari dell'economia mondiale.
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Questo movimento di acquisizione o di presa di controllo si produce essenzialmente tra grandi gruppi capitalistici americani e
dei paesi imperialisti europei. Le fusioni-acquisizioni che non si producono all'interno stesso degli Stati-Uniti, o dell'Unione
Europea, sono operazioni transatlantiche, vale a dire di capitali americani che vengono ad investirsi in Europa e di capitali
europei che vanno ad investirsi negli Stati-Uniti. La parte delle azioni straniere delle imprese del CAC 40 - le 40 prime
imprese per la loro capitalizzazione borsistica in Francia -, che era del 10% nel 1985, raggiungeva quasi il 44% nel 2003 (i
soli fondi pensione americani e britannici ne detengono più del 25%).
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Inversamente, quasi i tre quarti degli investimenti stranieri negli Stati-Uniti sono europei. Ne risulta un'interpenetrazione
crescente dei capitali dei grandi gruppi industriali e finanziari da una parte e dall'altra dell'Atlantico.
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Ad eccezione di una decina di paesi poveri che attirano investimenti produttivi - oltre alla Cina, la Corea del Sud, la Malesia,
il Messico o il Brasile -, la grande maggioranza dei paesi sottosviluppati sono integrati nei circuiti di capitali solo tramite
l'indebitamento. Quanto ai più poveri, quelli per i quali è stata inventata l'espressione "paesi meno avanzati" (PMA), sono
completamente marginalizzati e la loro parte negli scambi mondiali è diventata insignificante. L'economia capitalista condanna
una frazione crescente dell'umanità ad una morte lenta.
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Fatto caratteristico delle relazioni tra i paesi imperialisti ed i paesi non imperialisti : se delle somme importanti venute non
solo dalla Cina ma anche dal Brasile, dall'India, dal Messico, dalla Corea del Sud, da Taiwan, sono investite negli Stati-Uniti
e permettono a questi ultimi di mantenere la loro bilancia dei pagamenti in equilibrio malgrado il loro disavanzo commerciale,
il movimento dei capitali non è di stessa natura e non ha lo stesso significato nei due sensi.
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Mentre i soldi dei grandi paesi poveri che possiedono un'eccedente si depositano negli Stati-Uniti sotto forma di buoni del
Tesoro, di obbligazioni emesse da imprese private o, più semplicemente, sotto forma di depositi in banca, i capitali americani,
essi, sono investiti sotto forma di prese di partecipazione delle imprese. In altri termini, i capitali depositati dai paesi
poveri negli Stati-Uniti non gli danno nessuna presa per controllare l'economia americana ; i capitali depositati dai trust
americani controllano invece le imprese e le possono rovinare.
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Qualunque sia il modo, semplice o complesso, in cui tale o tale altra categoria della borghesia accede ai "frutti della
crescita", si tratta sempre in ultima analisi del plusvalore estratto dalla classe operaia. L'integrazione di nuovi contingenti
di proletari - quelli della Cina e di qualche grande paese povero detto emergente - nei circuiti economici mondiali è solo uno
dei mezzi per aumentare il plusvalore disponibile per la borghesia mondiale. La grande borghesia, i gruppi capitalistici oggi
non hanno più di ieri fiducia in un rilancio ed in un allargamento continuo del mercato mondiale, in grado di procurargli più
profitti tramite l'accrescimento della produzione. Aumentare il plusvalore assoluto e relativo è il solo mezzo in tale contesto
per accrescere il plusvalore globale. Ciò significa l'abbassamento del costo della forza lavoro, l'accrescimento della durata e
dell'intensità del lavoro. Dappertutto, il padronato abbassa i salari, rimpiazza i contratti stabili con contratti precari,
allunga l'orario di lavoro. I governi, dal canto loro, si sforzano di abbassare i salari indiretti. Da cui gli attacchi contro
le pensioni, contro la previdenza sociale, ecc. Se la guerra di classe condotta dalla borghesia ed i suoi Stati si aggrava in
tutti i paesi del mondo e se tutti i governi agiscono nello stesso senso, è perché ciò proviene da un'esigenza profonda
dell'economia capitalistica.
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Da quasi venti anni crollano o sono demoliti gli ostacoli che, nel periodo anteriore, avevano in una certa misura limitato la
libera penetrazione dei capitali dappertutto nel mondo. Il crollo dell'Unione sovietica gli ha aperto le porte degli Stati che
ne sono sorti. Le ex-Democrazie popolari hanno completamente reintegrato il mercato capitalista mondiale, così come lo fa la
Cina. Quelli dei paesi poveri che avevano tentato in passato di opporre un certo statalismo al controllo dei gruppi imperialisti
hanno levato, gli uni dopo gli altri, tali ostacoli.
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Fatto senz'altro ancora più importante, l'indebolimento del movimento operaio ha lasciato le mani libere ai grandi capitali
dappertutto, compresi i grandi paesi industriali.
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Ma i nuovi campi di azione aperti ai grandi gruppi industriali e finanziari non hanno inaugurato un nuovo periodo di ascesa del
capitalismo. Il dominio del capitale finanziario sull'economia capitalistica aggrava solo il carattere parassitario, usuraio,
del capitale. Le ineguaglianze aumentano senza sosta tra le classi lavoratrici e la borghesia, tra qualche grande fortuna e la
maggioranza della popolazione del pianeta, tra paesi ricchi e paesi poveri.
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Prodotto esso stesso dallo sviluppo capitalistico, agendo all'interno dell'ordine sociale attuale, il movimento operaio non è
mai stato al riparo dalla pressione della società così com'è. Lo sviluppo dell'imperialismo alla fine del XIX secolo aveva
comportato la degenerazione riformista del movimento operaio. Le sconfitte della prima grande ondata di rivoluzioni operaie del
1917-1919 che lasciarono la Russia rivoluzionaria isolata, seguite dieci anni dopo dalla grande crisi economica, l'ascesa dei
regimi reazionari e del nazismo, hanno comportato la degenerazione stalinista. La putrescenza dell'imperialismo di oggigiorno si
traduce, sul piano delle idee, in una crescita di una moltitudine di forme di idee reazionarie, di integralismi religiosi di
ogni genere, dell'etnismo, senza parlare della glorificazione permanente del capitalismo presentato come l'unica forma di
società possibile.
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Il marxismo, anche sotto la versione deformata dello stalinismo, adulterata, è arretrato in conseguenza.
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E' precisamente questa ascesa di idee reazionarie che rende vitale la preservazione e la difesa delle idee e del programma
marxista. Solo il programma comunista, il marxismo rivoluzionario che, per parafrasare Marx, cerca di capire la società per
trasformarla, dà una prospettiva politica alle future lotte della classe operaia. E saranno l'evoluzione stessa del
capitalismo, la sua incapacità a risolvere i problemi della collettività che, presto o tardi, finiranno col far rinascere un
movimento operaio rivoluzionario capace di riprendere il suo ruolo storico. Poiché, al di là dell'evoluzione interna
dell'economia capitalistica,la classe operaia mondiale è sempre la sola forza suscettibile di trasformare la società.
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30 ottobre 2005
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Questo testo sottomesso alla discussione dalla minoranza ha raccolto il 3% dei voti dei delegati presenti al congresso.
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Qualunque sia la posizione assunta dalle varie forze per i referendum, tutte devono constatare che la vittoria del no non ha
cambiato nulla alla politica del governo. Senza preoccuparsi della sua sconfitta del 29 maggio più che delle precedenti nelle
elezioni regionali ed europee, il governo di destra prosegue la sua offensiva in tutte le direzioni contro le classi popolari.
Sotto la nuova direzione di Villepin questa offensiva è anche stata intensificata, procedendo in modo brutale, in un modo
sempre più cinico ed arrogante.
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Così col pretesto di una battaglia per l'occupazione, il governo prende provvedimenti che mirano ad accrescere la precarietà
al lavoro così come nella vita quotidiana e ad abbassare ancora il potere d'acquisto. Così all'emozione suscitata dai
micidiali incendi di case insalubre, che sottolineano la crisi dell'alloggio, Sarkozy risponde con la caccia ai sans-papiers e
col moltiplicare le espulsioni di stranieri. Così dopo vari aumenti dei prezzi, di cui quello della benzina, che danneggiano
ancora un po' di più il potere d'acquisto, il governo non trova meglio che di approvare un'allucinante aumento delle tariffe
del gas e di alleggerire l'imposta sulle grandi fortune e quelle sui redditi più alti. Così ancora, mentre i piani di
licenziamenti o le chiusure di fabbriche si moltiplicano nelle imprese di tutte le dimensioni, dopo il "contratto nuovo impiego"
che sta per trasformare quasi sistematicamente la maggior parte dei nuovi arrivati sul mercato del lavoro in lavoratori precari,
ecco il contratto a durata determinata (CDD) nuovo per i salariati vicini alla pensione. Sarà bastato un poco più di un
trimestre per vedere la precarietà sistemarsi ancora più saldamente alle due estremità di una vita di lavoro.
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Non c'è un solo provvedimento, in particolare quando si dice che viene preso nell'interesse dei piccoli, che non sia in realtà
un regalo ai più grandi e ai più ricchi. Il sogno dei borghesi di tornare ad una situazione simile a quella degli inizi del
capitalismo, sta diventando una realtà. Ogni giorno sembra che sia fatto un nuovo passo verso una classe operaia senza diritti,
a disposizione assoluta del padrone, licenziabile ad ogni momento.
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Le direzioni sindacali si indignano o si lamentano. Ma non hanno altra politica che di mendicare l'apertura di negoziati col
padronato e il governo... a costo di lamentarsi ancora quando questi negoziati, di cui alla fine ministri e Confindustria non
sono avari, non portano a nessun risultato. Così tutte le confederazioni hanno offerto di ridicolo spettacolo di profondersi in
lamentele perché il primo ministro, dopo di averli consultati ai primi giorni del suo governo, ovviamente non ha tenuto nessun
conto delle loro suggestioni. Ma nel frattempo, quattro mesi sono stati persi a non organizzare la risposta che sarebbe stata
immediatamente necessaria dopo l'annuncio schietto della politica che Villepin intendeva condurre.
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Dopo di aver aspettato sette mesi per dare un seguito alla giornata nazionale del 10 marzo, del cui successo si erano pure
congratulate, le confederazioni sindacali hanno così lasciato piena libertà a Villepin per imporre i suoi provvedimenti
tramite legge delega. Invece in pochi giorni si sono trovate d'accordo per indicare che non intendevano dare un seguito
immediato alla giornata nazionale del 4 ottobre. Per loro è urgente aspettare. Aspettare che sei mesi almeno siano passati tra
le due giornate nazionali ? Aspettare che lo slancio che si sarebbe potuto creare il 4 ottobre sia veramente esaurito, come lo
fu quello del 10 marzo?
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Al tempo stesso la CGT dava, alle spese dei marinai della SNCM, una dimostrazione dei limiti del suo radicalismo e della sua
combattività. Lasciando isolato un movimento lanciato da lei stessa e di cui aveva agli occhi di tutti la responsabilità, poi
fermandolo non appena il governo decretò che il tempo dei mercanteggiamenti ormai era passato e minacciò di chiudere
l'azienda, la CGT ha svelato il suo modo di pensare e mandato quel segnale forte che Villepin le chiedeva. Essendo le altre
confederazioni ancora più timorose della CCT, la politica delle direzioni confederali è infatti, al meglio di accompagnare e
sostenere i settori più caldi in un primo tempo per poi circoscriverli, frantumarli, isolarli e infine lasciarli in un vicolo
cieco. Se altre forze, e innanzitutto i lavoratori stessi, non esercitano una pressione importante, le confederazioni sindacali
non faranno niente che possa condurre ad un movimento d'insieme. Con il loro atteggiamento a proposito del 4 ottobre, come negli
scioperi di questo rientro d'autunno, ne hanno praticamente dato la garanzia al governo, e così datogli anche campo libero per
spingere la sua offensiva. Villepin, tra l'altro, l'ha ben capito : infatti appena avevano accettato in pratica la
privatizzazione della SNCM, lui ha deciso di passare a quella dell'elettricità (EDF).
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Sarebbe difficile elencare in modo esaustivo le battaglie di frazioni e di persone che dividono il partito socialista. D'altra
parte questo non ha nessun interesse poiché non vertono affatto sul miglior modo di difendere gli interessi delle classi
popolari. La stessa linea di condotta detta la politica di tutti, fautori del no come fautori del sì, Laurent Fabius come
François Hollande o Dominique Strauss-Kahn : aspettare senza urtare il governo, e neanche disturbarlo, se non sui banchi di
un'assemblea nazionale che non conta per niente ; aspettare che, quando la destra avrà abbastanza irritato questa frangia
dell'elettorato che oscilla tradizionalmente tra i due campi, questo in un prossimo voto si rivolgerà dalla parte della
sinistra ; insomma si tratta di aspettare rispettosamente che sia il suo turno, senza creare difficoltà.
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Dietro un cosiddetto dibattito sul suo programma, il vero e unico motivo delle schermaglie è di sapere chi prenderà la
direzione del partito o chi sarà il candidato alle elezioni presidenziali. Non c'è altro motivo nelle varie prese di
posizione, compreso durante lo scorso referendum. Non c'è nessuna mossa, anche minima, che potrebbe aiutare ad una
mobilitazione contro la politica di Villepin. Tutto quello che si può aspettarsi, al massimo, dal PS, è un sostegno simbolico
alle manifestazioni del sindacato o delle associazioni, soprattutto quando anche queste sono simboliche. Fabius fa anche finta
di volere riprodurre l'operazione riuscita da Mitterrand negli anni 70 : assestarsi in una postura e su un programma di sinistra
(il che non costa niente quando si è all'opposizione) per riprendere in mano un partito socialista indebolito dalle sue
divisioni. Il fatto che la misura emblematica del suo programma sia la promessa di portare il salario minimo a 1400 o 1500
euro... entro il 2012, dimostra quanto irrisorie sono le audacie demagogiche del tutto nuovo rappresentante della sinistra del
PS.
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Messo, grazie al referendum, al centro della sinistra della sinistra, il PCF nutre qualche nuova ambizione. Al tempo stesso vede
l'inasprirsi della tradizionale contraddizione nella quale si è messo. Da molto tempo ha rinunciato ad ogni prospettiva altra
che di arrivare al governo in alleanza con il PS, nell'ambito ed in seguito ad una vittoria elettorale della sinistra. Ma per
assicurarsi il maggior spazio possibile in questa alleanza, deve stabilire col suo futuro interlocutore un rapporto di forze che
lo renda indispensabile. Di cui la necessità di affermarsi critico e radicale nei discorsi, e addirittura in parte nelle
azioni, per raggruppare forze attorno a lui pur continuando ad affermare la sua lealtà verso il suo vecchio complice. Di cui
anche, in modo molto visibile dal giugno, l'incessante oscillazione di Marie-George Buffet tra le dichiarazioni sulla sua
volontà di stabilire una nuova alleanza di tutta la sinistra e gli appelli a definire una politica anti-liberale, secondo la
terminologia di moda, in grado di raggruppare le forze di sinistra esterne al partito socialista.
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Questa contraddizione può portare il PC ad appoggiare una contestazione sociale, degli scioperi e delle manifestazioni, e
addirittura di prenderne l'iniziativa. O almeno può lasciare che alcuni dei suoi militanti lo facciano sotto la pressione dei
lavoratori o spronati dalla concorrenza dell'estrema sinistra. E' un conto però parere essere alla punta del "movimento
sociale", o addirittura mantenere una certa agitazione, e ne è un altro proporsi veramente di raggruppare e fare convergere
queste varie battaglie. Il PCF, come il PS, a come politica fondamentale di prepararsi per le prossime elezioni. Ma nel
frattempo può e deve, al contrario del PS, dimostrare la sua esistenza nelle piazze, nei quartieri e nelle imprese. Deve dare
agli elettori una ragione di dargli i loro voti piuttosto che al suo alleato, comunque al primo turno. Ma per preparare
l'alleanza del secondo turno e l'entrata in un eventuale governo di sinistra, deve dimostrare una grande responsabilità
rispetto alle mobilitazioni popolari, cioè la capacità di aiutare a fermarle, frenarle o sviarle anche quando le ha
contribuito a lanciare.
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Il referendum ha anche permesso almeno facilitato la ridefinizione della politica della LCR. Ha rimesso all'ordine del giorno
l'eventualità di una strutturazione della sinistra della sinistra -se non subito sotto forma di un partito, almeno sotto forma
di un fronte più o meno permanente- vecchio obbiettivo ricorrente di questa organizzazione. E infatti la LCR è, col PCF,
quella che appare come una delle ali marcianti di questa alleanza dai contorni più o meno fluttuanti costituitasi in effetti
dalla campagna del no (LCR, PCF, Verdi, altromondisti, comitato Copernico, José Bové, l'esponente del PS Jean-Luc Mélenchon
ed altri ancora).
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La LCR nondimeno ha, senz'altro, obiettivi diversi dalle altre componenti di questo guazzabuglio della cosiddetta sinistra
radicale. Inoltre varie correnti della LCR hanno essi stessi obiettivi diversi : volontà per alcuni di costituire un nuovo
partito anticapitalista, perfino antiliberale (una alleanza mostruosa di rivoluzionari, di riformisti, e di gente che non è né
l'uno né l'altro); volontà per gli altri di trascinare nelle lotte un numero massimo di militanti attratti da questa sinistra
della sinistra. Tale ambiguità si riflette nei vari aspetti dei discorsi del suo portavoce. Si riflette innanzitutto nella sua
parola d'ordine "di un fronte sociale e politico permanente".
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Per ora, e forse per un bel pezzo di tempo ancora, la LCR può senz'altro vivere con questa ambiguità, addirittura prosperare
sotto le approvazioni e gli incoraggiamenti calorosi di questo ambiente della sinistra della sinistra. Questo, PC compreso, ha
tutto interesse ad andar avanti nel far finta di confondere una alleanza conclusa in vista delle prossime elezioni ed un fronte
costituito per promuovere le lotte. Ma a lungo termine sarà costretta di scegliere. Comunque, un giorno o l'altro, sarà messa
dai suoi stessi alleati di fronte alla scelta.
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Ovviamente, può scegliere per il primo termine dell'alternativa : l'alleanza elettorale durevole con gente il cui solo
obbiettivo è di fare essi stessi una alleanza col PS e di andare al governo con questo. Nessuno può prevedere fino a che punto
tale deriva potrebbe allora portare l'organizzazione trotskista. Questo però la LCR oggi dice e ribadisce che non lo vuole, e
questo è sicuramente vero per un buona parte dei suoi militanti. Tocca a Lutte Ouvrière aiutare questi con la sua politica.
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Infatti questa scelta che si presenterà presto o tardi, la LCR la farà in funzione delle pressioni subite ma anche delle
prospettive offerte da una parte o dall'altra. Ed è evidentemente interesse del movimento rivoluzionario nel suo complesso, e
quindi di Lutte Ouvrière, che la LCR la faccia finita con le ambiguità del suo attuale corso politico, rinunciando
all'obiettivo di una alleanza elettorale con la sinistra della sinistra per conservare solo quello di lavorare ad un fronte per
le lotte.
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Le prossime elezioni presidenziale e legislative sono programmate solo per il 2007, entro un anno e mezzo. Senz'altro è
necessario la stesso esaminare sin da oggi la nostra partecipazione. Fosse solo perché corre la voce che le condizioni per
candidarsi alla presidenziale saranno inasprite, e che per esempio il numero di firme richiesto sarà aumentato.
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Infatti Lutte Ouvrière ha molte ragioni di mettersi in posizione di presentare la candidatura di Arlette Laguiller. Fosse solo
perché, se l'attuale politica delle altre organizzazioni dell'estrema sinistra non cambia, in particolare quella della LCR
rispetto alla sinistra riformista e di governo, è possibile che in queste elezioni la nostra organizzazione sia l'unica a
difendere senza ambiguità una politica operaia rivoluzionaria.
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Quindi dovremo quest'anno dedicare il tempo e l'energia necessari per non essere colti di sorpresa. Ma non di più. I nostri
orientamenti, i nostri compiti, i nostri obiettivi per l'anno 2006 non hanno niente a che vedere con le elezioni dell'anno
successivo. Dall'estrema destra alla sinistra della sinistra, i partiti e tutto l'establishment politico, per chi in effetti la
politica si limita alle elezioni, sono già entrati in campagne elettorali. Noi no. Al contrario, la nostra politica deve
contribuire a demistificare e denunciare questo falso obbiettivo e centrare l'attenzione dei lavoratori sulle loro proprie
lotte, unico modo di cambiare la loro sorte e la società.
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Il numero degli scioperi di questi ultimi tempi è una testimonianza che il livello della reattività e della combattività non
si è abbassato. E quindi neanche le possibilità d'intervento nella lotta di classe dei militanti e delle organizzazioni
rivoluzionarie.
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Questi conflitti hanno qualche volta strappato qualche concessione ai padroni su obiettivi limitati : piccolo aumento di salario
per lavoratori vergognosamente sottopagati, annullamento di una sanzione particolarmente abusiva, leggero miglioramento delle
condizioni di lavoro in un settore ristretto. Ma nelle ultime battaglie importanti, qualunque fosse stata la durata, qualunque
fosse stata la determinazione degli scioperanti o i metodi radicali a cui i lavoratori erano pronti a ricorrere, qualunque fosse
anche il posto dell'impresa nella vita sociale o economica del paese, gli scioperanti non hanno vinto perché sono rimasti
isolati, compreso quando le loro lotte sono state largamente conosciute ed hanno goduto di un'importante simpatia presso gli
altri lavoratori.
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Si è potuto verificare ancora una volta che una piccola frazione della classe operaia, da sola, non è in grado di cambiare le
cose, né per tutti né per se stessa. Comunque quando c'è un obbiettivo che interessa l'insieme dei salariati :
privatizzazione e difesa dei servizi pubblici, occupazione e licenziamenti, salario e potere acquisto, tutele sociali. Al meglio
una battaglia decisa ha potuto ritardare certe scadenze, cambiare un po' le modalità della privatizzazione scaglionandola nel
tempo, per ridurre il numero dei licenziati di un primo piano... il più delle volte nell'attesa di quello successivo, aumentare
un po'il premio di licenziamento, aggiungere qualche euro ad un aumento di salario sempre irrisorio rispetto ai bisogni. Insomma
qualche volta ha potuto ritardare o addolcire un po' i colpi -il che certamente giustifica completamente quelli che hanno osato
impegnare queste battaglie-, ma non evitarli.
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Questo è l'insegnamento degli scioperi di questi mesi di settembre e ottobre 2005, dei marinai della SNCM a Marsiglia, di
quelli della Connex a Nancy o dei lavoratori della raffineria Total in Le Havre, esempi più notevoli tra altri meno conosciuti
o più limitati. Questa constatazione si è potuto fare da molto tempo, compreso in occasione di conflitti ben più importanti
per il numero di lavoratori in movimento o per la durata, come quello degli insegnanti e sulla riforma delle pensioni nel 2003.
Ogni conflitto che non minaccia di estendersi, di mettere in movimento altri battaglioni del mondo del lavoro, addirittura di
appiccare il fuoco all'insieme del paese, è incapace di intralciare e di fermare in modo durevole l'offensiva padronale e
governativa, anche solo sul solo motivo che lo ha provocato.
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Oggi bisogna risalire alla lotta dei ferrovieri del 1995 per trovare l'esempio di una lotta che ha costretto il governo, che in
questo caso era anche il padrone, ad una vera ed importante marcia indietro. Ma a quel momento il ferrovieri, già forti del
loro proprio numero e del ruolo della loro impresa nella vita del paese, avevano minacciato di estendere, e in effetti avevano
esteso in parte lo sciopero ad altri settori del pubblico. Bisogna anche ricordare, mentre di fronte allo sviluppo delle
multinazionali e all'interpretazione delle economie europee si pone sempre di più il problema dell'efficacia delle lotte che si
limitano ai confini nazionali, che 1995, il suo slancio e i suoi modi d'azione, avevano avuto qualche riscontro nei paesi
vicini. Così in Germania era apparso allora la sorprendente, e allora incomprensibile fuori dal contesto, parola d'ordine
"adesso bisognerà parlare francese".
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Questo 4 ottobre, dal numero di partecipanti alle manifestazioni ed agli scioperi, è stato un successo. La partecipazione del
privato, di cui si diceva che non avrebbe risposto, é stata questa volta notevolmente maggiore ed è stata notata. L'insieme
delle organizzazioni sindacali, dei partiti di sinistra e d'estrema sinistra ed un numero consistente di associazioni ci
chiamavano, attuando almeno questa volta questa unità tanto cara ai cuori dei lavoratori.
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Eppure il 4 ottobre, dopo il 10 marzo, ha dimostrato tutti i limiti di queste giornate nazionali d'azione quando non sono
concepite come il punto di partenza di una mobilitazione prolungata e crescente.
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Appena ripiegato l'ultimo striscione, una raffica di nuovi colpi in tutte le direzioni si abbattevano sui ceti popolari : una
legge finanziaria fatta interamente per soddisfare i ricchi alle spese dei più poveri, un nuovo attacco contro la previdenza
sociale con l'istituzione di un ticket di 18 euro su alcuni atti chirurgici, l'inizio della privatizzazione dell'elettricità,
un nuovo passo nella precarietà e la demolizione della legislazione del lavoro con i contratti a durata determinata per i più
anziani.
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Ancora una volta veniva fatta la dimostrazione che il governo e dietro di lui l'insieme della classe capitalistica non
indietreggeranno che di fronte ad una controffensiva della classe operaia che sia all'altezza dell'offensiva che hanno scatenata
da due o tre decenni. Un nuovo giugno 36, un nuovo maggio 68, cioè un movimento d'insieme ed uno sciopero generale fino a
soddisfazione, ecco l'unica azione che può modificare il rapporto di forze a favore del mondo del lavoro, cambiare la vita
delle classi popolari, fare che siano finalmente i produttori e non i parassiti ad avere il sopravvento. Il ruolo dei
rivoluzionari e di dedicarsi alla costruzione di questo movimento d'insieme, di prepararlo con tutti i mezzi, di dedicare tutti
i loro sforzi a questo compito. Ancora più che negli anni precedenti, questo orientamento deve dettare tutti gli aspetti della
nostra politica. Viene messo all'ordine del giorno da tutta l'attualità.
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Nei movimenti, che siano di iniziativa locale o al contrario innescati dall'alto dalle direzioni sindacali, che portino
direttamente o indirettamente su un problema di ordine generale, come i salari, l'occupazione o la difesa dei servizi pubblici,
l'intervento dei rivoluzionari deve avere sistematicamente due obiettivi : la presa in mano della direzione della loro lotta da
parte dei lavoratori stessi ; l'estensione la più larga possibile ad altri servizi, imprese, settori.
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Oggi la posta in gioco non è solo di approfittare di un movimento per alzare la coscienza politica dei lavoratori, della loro
forza e delle loro possibilità, il che è la politica tradizionale di Lutte Ouvrière. Più ancora che in altri periodi, lo si
è visto negli ultimi scioperi, è l'esito stesso della lotta che dipende della sua capacità di insediare un controllo reale
degli scioperanti (assemblee generali che decidano, comitato di sciopero eletto e responsabile davanti a tutti) allo scopo di
evitare che apparati burocratici rinchiudano, sabotino o fermino un movimento contro la volontà dei lavoratori, ed a lottare
per l'allargamento del conflitto (essendo questa minaccia il migliore il più rapido modo di portare i padroni a fare qualche
concessione). Fu quando i marinari avevano il vento in poppa ed erano il punto di mira di tutto il paese, in particolare degli
altri settori pubblici minacciati dalle privatizzazioni anche loro, ferrovie o elettricità, che Villepin ha consentito che lo
Stato conservi una piccola parte nel capitale della SNCM. E' solo dopo che hanno ripreso il lavoro, spinti dalla CGT e senza
aver ricevuto l'appoggio di questi altri settori, che lo stesso Villepin si permette di passare alla tappa successiva del
programma delle privatizzazioni, quella dell'elettricità.
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Ovviamente nessuno può predire da quale settore, intorno a quale lotta, a proposito di quale problema comincerà il futuro
movimento d'insieme. Quello che è sicuro è che, come nel maggio 68 o nel giugno 36, una mobilitazione massiccia dei salariati
delle classi popolari porrà necessariamente all'ordine del giorno la risoluzione dell'insieme dei grandi problemi attuali : il
tenore di vita ed i salari, la disoccupazione, la precarietà e l'occupazione, i servizi pubblici, dalla salute ai trasporti ed
all'educazione.
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In effetti sono la classe capitalistica ed il suo governo che, attaccando su tutti questi fronti, hanno collegato in modo
inestricabile tutte queste questioni e ne fanno degli obiettivi che non potranno essere raggiunti gli uni senza gli altri. Come
si potrebbe difendere i servizi pubblici senza tornare indietro sulle privatizzazioni, e dedicare loro le sovvenzioni che fino a
questa parte vanno al padronato e così permettere di assumere con salari migliori, per esempio ? E' questa stessa urgenza di
passare alla controffensiva che fa l'attualità di un programma che riassuma e colleghi questi obiettivi essenziali.
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E questa urgenza mette all'ordine del giorno la necessità di una campagna sistematica, soprattutto senza aspettare una scadenza
elettorale, per questo programma (che lo si chiami ancora programma d'emergenza o meno, anche se certamente meriterebbe più che
mai questo nome) : aumento generale di salari di 300 euro almeno per tutti e scala mobile dei salari per garantire il potere
d'acquisto ; assunzione massiccia nei servizi pubblici ; trasformazione di tutti i contratti precari, CNE, CDD vecchio o nuovo
stile, in contratti a tempo indeterminato : divieto dei licenziamenti ; requisizione immediata degli alloggi vuoti ; senza
dimenticare la necessità di un controllo dei lavoratori per assicurarsi della realizzazione effettiva di questi obiettivi.
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Nel corso di qualche mese quindi, i lavoratori hanno rifatto simultaneamente le esperienze di una cosiddetta vittoria nelle
elezioni, di scioperi decisi ma che rimangono isolati, di giornate nazionali riuscite ma senza continuazione. Per quelli che
scelgono di non disperare o abbassare le braccia, si impone una conclusione : solo un movimento d'insieme fino a soddisfazione
può mettere in difficoltà l'offensiva padronale e governativa. L'unica politica che corrisponde all'interesse del proletariato
è quella suscettibile di preparare e di aiutare questo movimento.
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Il primo compito di Lutte Ouvrière è di fare campagna intorno a questo obiettivo in tutte le occasioni possibili -sono state
numerose in questo periodo e lo saranno ancora senz'altro nel prossimo- e con tutti i mezzi, dalla sua stampa regolare, in primo
luogo quella d'impresa, agli interventi puntuali con volantini, manifesti, riunioni e comizi, fino ad apostrofare le altre
organizzazioni, sindacati, partiti, associazioni che si riferiscono più o meno al movimento operaio o alla sinistra.
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Lo scoppio di una tale mobilitazione non dipende da nessuna organizzazione, neanche quelle più importanti, come lo ribadiscono
sempre i capi sindacalisti, soprattutto quando non ne vogliono. Dipende ancora meno dell'azione della sola Lutte Ouvrière. Quel
che dipende di lei è di fare sapere che mira ad esserne parte ed a preparare questa mobilitazione con tutti, organizzazioni e
militanti, qualunque siano d'altra parte le divergenze politiche. Cioè a presentarsi come un partito operaio che rivendica il
suo posto nella lotta di classe ma è pronto a parteciparci con tutti quelli che anche loro vorrebbero prendere posto in questa
lotta.
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Il 4 ottobre sarebbe stato un'occasione di rivolgersi così all'insieme del movimento operaio. Lo è ancora poiché nessuna
continuazione è stata proposta da chiunque. Tocca a Lutte Ouvrière rivolgersi il più rapidamente possibile a tutti quelli che
da vicino o da lontano hanno chiamato o appoggiato questa giornata d'azione per esaminare insieme quale può essere questa
continuazione che dovrebbe portare a mobilitazioni sempre più larghi.
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E' evidente che accresceremmo la possibilità di essere sentiti dai militanti e di fare pressione sulle ordinazioni se lo
facessimo con e in nome dell'insieme dell'estrema sinistra, e in primo luogo con l'organizzazione di cui rimaniamo più vicini,
nonostante le molto importanti divergenze attuali, la LCR. Come tra l'altro si potrebbe progettare di rivolgersi all'insieme
delle organizzazioni operaie e di sinistra e dei loro militanti per proporgli l'azione comune, senza rivolgerci prima verso
quelli che sono quelle più suscettibili di condividere i nostri obiettivi di lotta ?
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Lutte Ouvrière è certamente un piccolo partito, ma un partito riconosciuto sulla scena politica dalle altre organizzazioni,
anche nemiche, come dai lavoratori stessi. La modestia è una qualità solo quando non è un intralcio. Lutte Ouvrière, anche
da sola, ha i mezzi politici e militanti di rivolgersi all'insieme del organizzazioni operaie, partiti e sindacati, e quindi
deve averne l'audacia.
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Che altra politica di ricambio ci sarebbe ? Aspettare, qualunque sia il pretesto, quello della nostra debolezza o un altro,
significa lasciare il campo libero senza tentare di opporcisi, alle politiche dei sindacati o dei partiti di sinistra, che loro
stessi non propongono altro che di aspettare... le elezioni. Al meglio !
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14 novembre 2005
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Questo testo, sottomesso alla discussione dalla minoranza, ha ottenuto il 3% dei voti dei delegati presenti al congresso.
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Con l'estensione delle agitazioni innescate nella Seine-Saint-Denis dalla morte di due giovani a Clichy-sous-Bois e le parole
sprezzanti del ministro degli Interni, poi estesesi in una settimana a tutto il paese, la collera ha portato una frazione della
gioventù proletaria nelle strade per la seconda volta quest'anno. Infatti si era già espressa durante i primi mesi del 2005,
quando decine di migliaia di scolari hanno manifestato in tutte le città piccole o grandi.
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Certamente il movimento scolastico dell'inverno e della primavera scorsa e la rivolta dei giovani dei quartieri popolari furono
ben diversi. Il primo, pur rimanendo complessivamente minoritario, è stato molto più largo per il numero di partecipanti alle
manifestazioni, più cosciente per le sue rivendicazioni apertamente espresse, ma più rispettoso nei suoi modi d'azione più
tradizionali -manifestazioni o occupazioni di scuole- di quello più selvaggio di quest'autunno che se la prendeva con le
macchine ed anche con le scuole... ma per distruggerle. Ha anche mischiato giovani di ceti sociali diversi. Eppure la sua
caratteristica fu anche, al contrario di molti movimenti scolastici dei trenta anni scorsi, di essere stato innanzitutto
stimolato e composto dagli alunni delle scuole dei quartieri popolari, in particolare della periferia, ben più che da quelli
dei licei borghesi del centro città, rimasti nella loro grande maggioranza in disparte.
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Così, e anche se si è visto una manifestazione parigina di scolari attaccata violentemente da giovani venuti dalla periferia
(di cui alcuni avevano tra l'altro potuto partecipare alle manifestazioni scolastiche precedenti e senz'altro si ritrovano al
cuore dei movimenti attuali), furono in effetti due espressioni della stessa rivolta della gioventù popolare.
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L'esplosione di quest'autunno ha toccato comuni o quartieri tra quelli più sguarniti, laddove la vita quotidiana è resa più
precaria dalla disoccupazione, dall'assenza di impieghi stabili, dal degrado delle case e delle scuole, da una diminuzione
sempre maggiore del potere d'acquisto. Lì sta la prima spiegazione della rabbia cieca dei giovani che hanno bruciato le
macchine e addirittura le scuole o gli autobus, e preso a sassaiole indifferentemente la polizia o i pompieri.
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Questa rabbia esprime anche lo schifo profondo di una parte di questi giovani rispetto ad una situazione quotidiana segnata dai
controlli basati sull'apparenza fisica, le violenze poliziesche, le discriminazioni quando si cerca un lavoro, il confino negli
stabilimenti scolastici più disprezzati e la chiusura in casermoni di periferia che qualche volta assomigliano ad un ghetto.
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Sono spesso in situazione scolastica disastrosa, ma anche quando hanno una qualifica e dei diplomi questi spesso non gli servono
a niente per trovare un impiego stabile, per cui possono sperare al meglio in un futuro di piccoli lavoretti o di impieghi
discontinui e precari. E' la parte della gioventù più suscettibile di non vedere prospettive fuori dall'individualismo,
dall'arrangiarsi, dai traffici e furti di ogni genere, addirittura di cadere nel sottoproletariato. E' così dalla nascita del
capitalismo e dei grandi agglomerati urbani moderni.
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Senza tradizione politica né sociale, quando le frustrazioni traboccano, prendono di mira la macchina del vicino, la scuola del
quartiere, l'autobus che lo attraversa. Nonostante queste aberrazioni, si tratta però di una rivolta di una frazione della
gioventù proletaria. E se ci fosse bisogno di una prova per convincersene, questa ci viene data dalla preoccupazione delle
autorità e dai loro sforzi per circoscriverla e soffocarla.
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Per questo, come in ogni movimento che gli causa qualche spavento, il governo prova ad usare del manganello e della carota, il
primo ben grosso e la seconda ben sottile : ricorrere alla polizia ed alla giustizia da un lato, chinarsi con l'aria
compassionevole sulla sorte delle periferie dall'altra. Ma i provvedimenti annunciati potranno al meglio aiutare alcuni abitanti
a cavarsela e al peggio peggioreranno ancora la sorte reale della maggioranza. Così per porre rimedio allo sfacelo
dell'educazione, che comincia con la mancanza di insegnanti e il cui risultato è la miseria intellettuale e culturale di molti
giovani, propone l'apprendistato sin da 14 anni che lui stesso non può portare che ad un'educazione al ribasso e ad una cultura
ancora minore.
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In effetti è tutta la classe politica, l'opposizione compresa, che non cerca soluzioni che in una miscela di repressione e di
rattoppi, e l'unica differenza tra i politici dalla destra e della sinistra sta nel punto in cui mettono il cursore. L'estrema
destra vorrebbe solo sentir parlare dell'uso della forza, dell'espulsione degli immigrati, addirittura dell'invio dell'esercito
nelle periferie ; la destra preconizza buona parte di queste stesse misure, smarcandosi semplicemente da quelle più estreme, ed
aggiungendoci qualche intento caritatevole ; la sinistra vorrebbe addolcire la repressione, ma non sopprimerla : si è visto
come il PS, non contento di iscriversi nella guerra delle polizie vantando i vantaggi della polizia di prossimità, ha accettato
in effetti lo stato d'emergenza e il coprifuoco. Vorrebbe mettere un po' più di soldi nelle periferie ; la sinistra della
sinistra lamenta la repressione e prova ad elaborare l'introvabile elenco delle misure che potrebbero cambiare radicalmente le
periferie... senza cambiare la società.
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E' evidente che la situazione delle popolazioni operaie più povere non cambierà fondamentalmente fin tanto che la
disoccupazione non verrà sradicata, che la questione della casa non sarà risolta per tutti, che dei servizi pubblici degni di
questo nome, dall'educazione ai trasporti ed alla sanità, non saranno a disposizione di tutti e dappertutto, che un tenore di
vita decente non sarà garantito a tutti. Fin tanto che non ci sarà questo, nessuna misura a favore delle periferie non sarà
altro che un rimedio privo di efficacia. Né il fatto di distribuire aiuti insufficienti, né la demagogia repressiva potranno
evitare a lungo, e fortunatamente, l'esplosione di collera.
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Gli obiettivi che dovrebbero essere di tutta la classe operaia sono quindi più che mai all'ordine del giorno : divieto dei
licenziamenti e di tutti i contratti di lavoro precario, aumenti dei salari di almeno 300 euro per tutti, soppressione delle
sovvenzioni di ogni genere al padronato e ai capitalisti per dedicare questo denaro al miglioramento ed all'assunzione di
centinaia di migliaia di lavoratori in tutti i servizi pubblici, requisizione immediata di tutti gli alloggi vuoti. Solo questi
obiettivi, che valgono per tutta la popolazione e non specificamente per la periferia, potrebbero cambiare la sorte di tutti e
quindi di quest'ultima.
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Solo una lotta d'insieme può imporli. Non è la strada proposta fino a questa parte, né dalle confederazioni sindacali, né
dai partiti di sinistra. Non più quando si sono trovati di fronte a lotte operaie radicali che alla rivolta di frazione della
gioventù. Nel marzo scorso, agli scolari che mettevano la loro speranza in un collegamento con le manifestazioni operaie, le
confederazioni hanno in realtà voltato le spalle, non dando nessuna continuazione alle loro proprie manifestazioni del 10
marzo. Oggi, ai giovani delle periferie la CGT afferma la sua solidarietà, ma dopo di aver accettato come gli altri che la
continuazione del 4 ottobre sia rinviata sine die, o dopo di aver spinto i marinai della SNCM ad abbandonare la lotta senza
tentare di farne un punto d'appoggio per estenderla ad altri.
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Il movimento operaio non può dare una prospettiva alle brancolanti rivolte della gioventù ed aprire gli occhi dei loro
protagonisti solo se da parte sua conduce delle lotte altrettanto decise ed anche radicali, anche se con metodi ovviamente
radicalmente diversi. Solo in questo caso, dando loro altri punti di mira ed altri obiettivi, potrebbe evitare che queste
rivolte cieche si rivolgano contro i quartieri popolari, i loro abitanti o anche gli stessi giovani. O peggio che possano essere
utilizzate un giorno contro la classe operaia stessa dai suoi peggiori nemici, polizia o vari gruppi d'estrema destra.
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Oggi i rivoluzionari probabilmente non hanno i mezzi di influenzare direttamente queste rivolte spontanee di frazioni della
gioventù. Non sempre comunque, però qualche volta lo possono : così se tutta l'estrema sinistra, LO, la LCR e gli altri
avessero messo tutto il loro peso nel movimento scolastico dell'inizio dell'anno, questo certamente non sarebbe bastato per
evitare la sconfitta, ma questo forse gli avrebbe evitato comunque di finire con una delusione rispetto al movimento operaio.
Purtroppo ma incontestabilmente, nella rivolta attuale delle periferie, siamo ridotti ad affermare una solidarietà di classe ed
a protestare contro una repressione che si annuncia più selvaggia, con pene di carcere ed espulsioni, della rivolta stessa.
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Forse potremo provare ad influenzarla da un'altra strada. Intervenendo in modo che le lotte operaie non siano meno radicali e
decise di quelle dei giovani, ma più efficaci, e così siano un esempio ed un polo attraente per la gioventù ; preparando il
movimento d'insieme che solo potrebbe, come nel maggio 68, unificare le lotte dei lavoratori e quelle dei giovani, ma meglio che
nel maggio 68, dargli le prospettive e gli obiettivi che dovrebbero avere naturalmente in comune.
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Sarà il giorno in cui gli scioperi si estenderanno nel paese, come hanno fatto gli incendi di macchine all'inizio di novembre,
ma questa volta con la coscienza di chi sono i veri nemici, quali sono gli obiettivi da raggiungere, e quali sono i mezzi da
usare, che ci sarà una possibilità di attrarre la gioventù proletaria e di farne una delle ali marcianti della battaglia di
classe.
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Dicembre 2005
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Mozione votata dal 97% dei delegati presenti al congresso.
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Noi riaffermeremo che i partiti socialista e comunista, insieme o separatamente, da molto tempo hanno cessato di difendere gli
interessi vitali del mondo del lavoro vale a dire operai, impiegati, insegnanti, ferrovieri, lavoratori della Posta, degli
ospedali e di tutti i servizi pubblici.
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Il PCF e il PS, malgrado o a causa della loro influenza, sono riformisti che fanno, dal punto di vista sociale e politico,
l'elogio dei "piccoli passi". arrivano fino al punto di affermare che, quando si governa, bisogna accettare di sporcarsi le
mani. Ma oggigiorno il padronato e in particolare il grande, non accetta nessuna concessione, servendosi della minaccia della
disoccupazione.
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Noi non diciamo che ci sia un'identità assoluta tra la sinistra e la destra, anche se tutti sono partiti borghesi nel senso
sociale del termine. A volte, in certi campi, hanno politiche, oppure discorsi un po' differenti. Si somigliano come la mano
sinistra e la mano destra, ma non sono identici.
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Quando sono stati al potere, i partiti di sinistra hanno preso delle misure certamente liberali nel senso sociale o "societale"
del termine, come alcuni dicono, o altre misure ma che non cambiano niente alla situazione dei salariati e non intaccano gli
interessi del padronato. Le 35 ore, che potevano essere una misura favorevole ai salariati, sono state accompagnate da molti
vantaggi per il padronato, come per esempio la flessibilità degli orari, la riduzione dei tempi di pausa pagati sulle catene di
montaggio, gli sgravi degli oneri sui bassi salari. Questo da un lato ha contribuito al disavanzo della previdenza sociale e,
dall'altro, ha spinto i salari verso il basso. Tutte queste cose hanno fatto sì che, per molti lavoratori, il bilancio del
governo PS, PC, Verdi, non era favorevole. Tanto più che alcuni, visto le pressioni, padronali o altre, -gli ospedalieri per
esempio- hanno fatto straordinari e non hanno potuto prendere le ore di riposo a cui avevano diritto in compenso. Quelli delle
piccole imprese non hanno potuto, per così dire, beneficiare delle trentacinque ore.
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Tutto questo la sinistra l'ha pagato con la sua disfatta nel 2002. Colmo del cinismo, invece di analizzare le ragioni della sua
disfatta e i suoi errori al potere, ha scelto tra i due turni una vergognosa capitolazione davanti a Chirac facendolo
plebiscitare col pretesto di evitare un pericolo inesistente, poiché Le Pen non poteva essere eletto. Di colpo abbiamo Sarkozy
che è pressoché uguale a Le Pen e che forse si avrà ben presto come presidente. Si può sempre fare peggio, ma non è affatto
sicuro che Le Pen avrebbe avuto i mezzi per fare peggio della coppia Chirac-Sarkozy.
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La differenza tra l'estrema destra ed il fascismo dipende dagli uomini ma anche dalle circostanze e dalle scelte del grande
padronato di fronte ad una grave crisi sociale.
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Il PC e il PS non sono più, da molto tempo, contro il capitalismo e non denunciano neanche le sue tare. Al contrario, le
coprono. Fondamentalmente si vogliono, allo stesso titolo della destra, al potere o no, dei buoni garanti di questa società
inumana quale la società capitalistica dominata dal profitto, dal mercato e dalla rapacità.
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Di conseguenza, sul piano sociale, nonostante non abbiamo né i mezzi né la forza di suscitare una reazione generale dei
lavoratori per difendersi, affermiamo ciononostante che è questo che bisognerebbe fare, anziché fare scioperi isolati e quasi
corporativi senza domani e senza altro effetto che quello di contribuire a scavare un fossato tra i lavoratori, che così
sembrano avere interessi diversi.
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Legato a questo, uno dei nostri obiettivi destinato ad unificare le rivendicazioni e le lotte è anche di continuare a
popolarizzare il piano rivendicativo che abbiamo già sviluppato da diversi anni sotto il nome di "piano d'urgenza" per il mondo
del lavoro :
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-divieto dei licenziamenti nelle imprese che fanno profitti, e mantenimento dell'occupazione prendendo su tali profitti ;
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-possibilità per i salariati, i consumatori, la popolazione, di accedere a tutta la contabilità delle grandi imprese. Bisogna
fare piena luce sui circuiti del denaro, vedere da dove viene, da dove passa, dove va' e a chi giova. Non vogliamo questo tipo
di bilanci che una volta all'anno si comunicano ai sindacalisti dei comitati d'impresa. Bisogna rendere pubblica mensilmente, o
anche quotidianamente, tutta la contabilità delle grandi imprese per sapere tutto quanto prendono alla collettività e tutto
quello che preparano ;
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-Aumentare il salario minimo di almeno 300 euro e vietare il part-time obbligatorio ed il lavoro precario, perché ci sono
troppi lavoratori poveri ;
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-Imporre la costruzione tramite lo Stato, e non i comuni, di case popolari vivibili all'interno dei grandi agglomerati urbani
requisendo i terreni necessari ; se ne sono ben trovati dall'oggi all'indomani quando si trattava di preparare le Olimpiadi del
2012 a Parigi ;
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-modificare la scolarità affinché, in tutti quartieri, soprattutto i più sfavoriti, tutti i bambini, e in particolare quelli
provenienti dall'immigrazione che non parlano bene il francese, trovino innanzitutto classi materne in numero sufficiente per
non essere sovraccariche ed insegnanti abbastanza numerosi per essere disponibili, che posano fare quanto i genitori non
possono. Bisogna fare la stessa cosa all'inizio dell'insegnamento elementare.
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Sul piano politico continueremo ad operare per tentare di costruire un vero partito comunista che difenda gli interessi politici
del mondo del lavoro.
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Non facciamo un appello, come alcuni l'hanno creduto, ad unificare la moltitudine di gruppetti estremisti, esistenti o meno. Noi
ci daremo ad un paziente lavoro davanti al quale gli altri indietreggiano ma che può, lo speriamo, conoscere accelerazioni. Un
lavoro di reclutamento, in particolare nell'ambiente operaio ma senza per questo trascurare gli intellettuali. Continueremo
anche un lavoro di formazione culturale e politica, non solo per i nostri militanti ma nei confronti di tutti quelli che
simpatizzano con le nostre idee. I nostri sforzi di reclutamento individuale saranno orientati in direzione dei giovani,
lavoratori o intellettuali.
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Continueremo ed aumenteremo lo sforzo attuato con la nostra stampa d'impresa che si rivolge ai lavoratori di base sia sul
terreno politico che sociale, partendo da quello che riguarda la loro propria impresa. Quelli dei nostri gruppi d'impresa che
hanno tale attività, circa 300, si rivolgono così politicamente ai loro compagni di lavoro. Di più, evidentemente, i nostri
compagni salariati militano tutti nel sindacato ed esercitano il più spesso delle responsabilità di eletti.
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Certo, sono anche gli artefici del nostro reclutamento tra i lavoratori : operai, impiegati, personale della sanità, dei
trasporti, dei servizi pubblici, che siano tecnici o insegnanti.
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E' tutto questo che vogliamo proseguire e rafforzare nel 2006.
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Questo testo non è una mozione del Congresso (tanto più che ci siamo già espressi a più riprese nella nostra stampa) ma dopo
discussione sull'argomento, è stato approvato dal 97% dei delegati presenti al congresso.
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L'habitat concentrazionario, la mancanza di posti di lavoro su scala locale e nazionale, il basso livello dei redditi, gli
alloggi spesso sovraffollati e degradati, il razzismo, non solo tutto ciò esiste, ma crea la convinzione, per quelli che non se
la cavano, che tutta la popolazione che abita tali quartieri viene emarginata e non ha accesso a quanto la media della
popolazione conosce. Crea anche la convinzione, per i giovani, che non potranno mai integrarsi.
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Questo è il fondo sociale e noi l'abbiamo detto tante volte da tanto tempo.
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Ma la forma che tali eventi hanno preso pone un reale problema.
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Certo, si può dire, come i giovani che si esprimono, che sono "arrabbiati", e tanto peggio per quelli che ne sono vittime
poiché è questo il solo modo di attirare l'attenzione su di loro. Si tratta di esplosioni di collera certo, ma la scelta di
una reazione cieca contro quelli con i quali vivono, oppure le scuole, senza fare la differenza tra i pompieri e la polizia,
contro gli autobus che circolano nei quartieri che bruciano, a volte con conduttore e passeggeri a bordo, tutti questi atti che
vanno contro i loro propri interessi e dell'opinione che l'insieme della popolazione può farsi di loro, mostrano che sono ben
lontani dal livello di coscienza che caratterizzava, per i marxisti, il movimento operaio.
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Ciononostante alcune manifestazioni contadine che distruggono frutta, verdura e altri beni che farebbero la gioia delle "banche
alimentari" o dei "Ristoranti del cuore", mettono in evidenza lo stesso tipo di reazioni.
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Il rispetto degli strumenti di lavoro durante gli scioperi, se a volte prende forme veramente opportuniste sotto la pressione
dei sindacati, è comunque la manifestazione della coscienza che, anche nella lotta, ci si deve sforzare di non distruggere il
lavoro umano, soprattutto quando il suo prodotto può servire a tutti.
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Non discuteremo la politica del governo poiché, anche nel corso di questa crisi, fu inesistente. Delle promesse per il futuro,
fra cinque o dieci anni, ognuno sa per esperienza che non saranno mantenute e che fra cinque anni, dieci anni, i quartieri
saranno gli stessi o, se saranno cambiati, sarà in peggio.
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Tra le misure immediate, c'è stata quella di rendere precipitosamente alle associazioni di quartiere i crediti che il governo
aveva soppresso. Ma il lavoro di queste associazioni, per quanto utile possa essere nei confronti di una minoranza, non è atto
a cambiare la situazione sociale, morale soprattutto, di questi giovani. Fare del teatro, del cinema, dell'informatica, del
calcio e altre cose dello stesso tipo, può cambiare la situazione sociale e morale di qualche decina di giovani di un quartiere
ma non la situazione di tutti, ed a volte ciò si rivolge a quelli che ne hanno meno bisogno.
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D'altronde i crediti non erano stati soppressi che ultimamente ed il lavoro di tali associazioni, per quanto dedite alla loro
causa, non aveva migliorato la situazione né rimediato a tale frustrazione. Ed a volte è proprio con i centri giovanili che
gli incendiari se la sono presa.
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Oggigiorno, secondo Chirac, a scuola questi giovani si annoiano e quindi perché mantenerli lì fino a sedici anni anziché
farne degli apprendisti a partire da 14 anni ; così, dice, potrebbero avere la fierezza di lavorare con le loro mani, acquisire
la solidarietà con gli altri, fabbricare qualcosa e guadagnare un po' di soldi. Ma per quanto riguarda i soldi, quello che gli
viene proposto per il primo anno di apprendistato è meno di 85 euro al mese. Anche se questi giovani non sapessero
assolutamente contare, capirebbero che li si vuole prendere cinicamente in giro.
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Ma bisognerebbe chiedersi perché questi giovani arrivati verso la fine della scolarità obbligatoria non vogliono più andare a
scuola, non ci si interessano più ed anche perché non ci si sono mai interessati.
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La risposta è che la scuola è un servizio pubblico ma che, come tutti i servizi pubblici, non è veramente al servizio della
popolazione. Niente è stato fatto per dare a tali giovani di questi quartieri lugubri e sovraffollati il gusto dell'istruzione,
della cultura. E non è a 14 anni che ciò può farsi, tranne forse per una minoranza. In questa popolazione, c'è una frazione
di giovani che riesce a seguire gli studi di primo grado, a quelle di secondo grado, nonostante tutte le difficoltà. Un gran
numero li segue male e raggiunge solo un debole livello e, dall'altro lato, una minoranza non conosce nulla, arriva in prima
media o anche oltre senza saper né leggere correttamente, né scrivere senza troppi errori e ancor meno contare.
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Ciò è la responsabilità dello Stato, di tutti i governi, da almeno venticinque o trent'anni, e non delle famiglie !
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Una famiglia di origine immigrata non è in condizione di insegnare a parlare correttamente il francese ai suoi bambini in
tenera età, soprattutto se i due genitori lavorano.
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Oggi, ci dicono che ci sono posti nelle scuole materne. Ma, nel caso di tali quartieri, si tratta di un enorme menzogna poiché
questi bambini non possono trovarvi quello che non trovano nelle loro famiglie.
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Nelle classi delle scuole materne dei quartieri popolari non totalmente sfavoriti e che non sono dei ghetti, anche se queste
classi comportano lo stesso numero di bambini che altrove, la popolazione non è la stessa che nei quartieri più degradati.
Quelli che non hanno imparato un francese corretto in famiglia prima della vera e propria scolarizzazione, durante il periodo
della scuola materna cioè tra i due o tre anni ed i sei anni, dovrebbero poter imparare a parlare correttamente ed acquisire
dei rudimenti di lettura, oppure imparare a contare.
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Ma ciò che non si dice è che in questi quartieri superaffollati, dove i bambini sono numerosi, forse c'è posto nelle scuole
materne, anche se non sempre, ma le classi sono abitualmente sovraccariche, da 27 a 29 alunni, addirittura 30 o 31.
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Anche se giuridicamente sono in maggioranza francesi, in queste classi i bambini parlano a volte quattro o cinque lingue
diverse, e anche di più, secondo la lingua delle madri.
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Molti bambini che usciranno da tali classi materne per entrare nella scuola di primo grado hanno un handicap da cui troppi non
si rimetteranno mai. Cosa potranno imparare nella scuola di primo grado se non hanno la padronanza della lingua o della lettura
e se, soprattutto, gli insegnanti non sono abbastanza numerosi e disponibili per insegnarglielo ? Il percorso nella scuola
primaria sarà inutile per molti di loro.
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Beninteso questi, non potendo seguire, resteranno in fondo alla classe ed anche se termineranno il ciclo di insegnamento,
poiché si preferisce non bocciarli per farli uscire dalla scuola, non avranno il livello necessario. Non si tratta
semplicemente di ricevere diplomi, peraltro svalutati. Per occupare un posto di lavoro, con lo stesso diploma, non bisogna
arrivare ultimi in tale sistema ingiusto e concorrenziale sullo sfondo di un'enorme disoccupazione.
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Allora se il governo si è trovato ieri di fronte ad un'insurrezione di "giovani antisociali" secondo i suoi termini e le sue
lamentele, è lui il responsabile, è lui che li ha educati male, non i genitori.
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E su questo terreno come su ben altri, tutti i governi da 25 o trent'anni hanno fatto la stessa cosa.
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