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(Questo testo è stato votato dal Congresso di Lutte Ouvrière, 6 e 7 dicembre 2008)
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L'avvenimento più importante del 2008 sul piano internazionale è la crisi dell'economia capitalista. Essa è passata
successivamente da una crisi immobiliare localizzata negli Stati Uniti ad una crisi finanziaria internazionale e si sta
trasformando in una crisi economica tout court. Il suo sviluppo nei mesi successivi avrà un peso decisivo non solo sui rapporti
di classe all'interno di ogni paese ma anche sulle relazioni internazionali.
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Se la crisi economica continuerà ad aggravarsi, anche le relazioni tra le potenze imperialiste diverranno più difficili.
L'inasprirsi della competizione economica si ripercuoterà inevitabilmente sul terreno politico. Farà saltare la maschera delle
buone relazioni tra le grandi potenze esibita mediante le organizzazioni internazionali permanenti o le riunioni periodiche dei
capi di Stato delle potenze dominanti. Comunque è una maschera. Le relazioni internazionali sono sempre state orientate in fin
dei conti da leggi della giungla in cui solo i rapporti di forza contano. I cosiddetti organismi di cooperazione internazionale
quali WTO o FMI sono dei campi dove si confrontano, in modo morbido o meno, gli interessi degli Stati capitalisti e
particolarmente delle potenze imperialiste, cioè quelli dei loro gruppi industriali. Con lo sviluppo della crisi questi
confronti saranno sempre meno morbidi.
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La crisi aggraverà inevitabilmente la situazione dei paesi sottosviluppati e in particolare dei più poveri. Questo è già
cominciato: le sommosse della fame della primavera del 2008 sono state la prima espressione di speranza delle masse affamate
dalle prime conseguenze della crisi. Spingendo le masse dei paesi poveri nella disperazione la crisi susciterà nuovi focolai di
tensione.
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Tutto questo contribuirà a destabilizzare ancora di più questo "nuovo ordine internazionale" lodato dai dirigenti del mondo
imperialista e dai loro portavoce dalla caduta del muro di Berlino, ma che non è mai stato un ordine stabile.
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Abbiamo già segnalato nel rapporto sulla situazione internazionale del 2007 che “La “mondializzazione”, la
“globalizzazione” dell’economia, l'apertura delle frontiere di fronte alla circolazione dei capitali e in gran misura
delle merci, l'interpenetrazione crescente delle economie non si traducono con l'emergenza di un ordine internazionale più
stabile”. La scomparsa dell'Unione sovietica e la fine della divisione del mondo in due blocchi non ha fatto sparire i focolai
di tensione, i numerosi conflitti aperti o meno, né la corsa agli armamenti. Questo non ha neanche messo fine davvero alla
guerra fredda. Scrivevamo l'anno scorso che un segno tangibile di questa situazione era il fatto che “le spese militari, dopo
essere diminuite durante gli anni di decomposizione dell'ex Unione sovietica per raggiungere il loro livello più basso nel
1996, hanno ripreso la loro ascesa per tornare nel 2005 al livello che era stato raggiunto alla fine della guerra fredda. (...)
Le spese americane per la difesa sono passate da 318 a 478 miliardi di dollari tra il 1996 e il 2005, ossia un aumento del 50%
in nove anni.” Nel 2008 il Senato americano ha votato uno stanziamento di 648 miliardi di dollari per le spese militari degli
Stati Uniti.
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La giustificazione che viene data a questa corsa agli armamenti è la lotta al terrorismo. E' solo un pretesto grossolano. Cosa
c'entrano i missili balistici o le armi sofisticate per favorire la liquidazione di Al Qaeda o per individuare il nascondiglio
di Ben Laden o del Mullah Omar?
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Ma il militarismo è uno degli elementi fondamentali dell'imperialismo, sia in ragione della parte delle commesse d'armamento
nell'economia capitalista, sia per la volontà delle potenze imperialiste di disporre di mezzi militari per difendere i loro
interessi e il loro posto nell'ordine internazionale.
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Da quel punto di vista il risultato delle elezioni americane è un epifenomeno del tutto secondario. La rapidità con cui i due
candidati si sono allineati in sopporto al piano di soccorso ai finanzieri, costoso per tutta la popolazione, che è stato
elaborato dall'amministrazione Bush -con addirittura il premio della rapidità al democratico Obama- dimostra che essi sono
intercambiabili per fare la politica che si augura la grande borghesia degli Stati Uniti. In materia di politica internazionale,
nei confronti della Russia, della guerra in Iraq o in Afghanistan, oppure del conflitto israelo-palestinese, anche i discorsi
elettorali differiscono solo per qualche sfumatura e neanche sempre.
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L'intervento dell'esercito russo in Georgia di cui certi commentatori hanno detto che si tratta di un ritorno alla guerra
fredda, più che una causa è una conseguenza dell'inasprimento delle relazioni americano-russe anche se, a sua volta,
contribuisce ad aggravarlo.
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Malgrado il crollo dell'Urss e il ripiegarsi della Russia all’interno delle sue frontiere, la politica degli Stati Uniti nei
suoi confronti è cambiata ben poco. Pur cercando in vari modi di coinvolgere la Russia al mantenimento dell'ordine
internazionale -il che a dire il vero non è veramente nuovo poiché Stalin ai suoi tempi aveva giocato questo ruolo con ben
più mezzi di Putin-, gli Stati Uniti hanno continuato a considerarla un pericolo potenziale. E proseguono una politica di
isolamento della Russia, sia diplomatico che militare.
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Non solo la Nato, alleanza militare chiaramente diretta contro l'Urss al momento della sua creazione, non è stata soppressa
dopo la scomparsa di quest'ultima, ma gli Stati Uniti hanno condotto una politica attiva nelle ex democrazie popolari per
associarle alla Nato. Come risultato di questa politica, nel 1999 la Repubblica ceca, la Polonia e l'Ungheria sono state
integrate nell'organizzazione militare atlantica, seguite nel 2004 da Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia a cui si sono
aggiunti lo stesso anno i tre paesi baltici, Estonia, Lituania e Lettonia che facevano parte dell'unione sovietica quando
esisteva. Al defunto patto di Varsavia si è sostituita la Nato in Europa centrale ed orientale. La zona d'influenza che l'Urss
si era costituita all'indomani della seconda guerra mondiale si è trasformata in una base avanzata degli Stati Uniti per
accerchiare la Russia.
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Nel contesto dell'estensione all'Europa del sistema antimissili degli Stati Uniti la Polonia ha accettato poco tempo fa la
sistemazione sul proprio territorio di batterie di intercettori di missili nel Nord del paese, a pochi passi dall'enclave russa
di Kaliningrad. La Repubblica ceca da parte sua sta accettando la costruzione sul suo territorio di radar facenti parte di
questo sistema, nonostante l'opposizione della popolazione e le reticenze del Parlamento. L’invocato pretesto avanzato della
sicurezza degli Stati Uniti e dell'Europa di fronte ad una minaccia balistica iraniana vi aggiunge solo un tocco di
provocazione mentre questi sistemi minacciano direttamente le grandi città della Russia. D'altra parte due ex democrazie
popolari, Romania e Bulgaria, già oggi ospitano basi militari americane.
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Gli Stati Uniti, facendo la stessa politica nei confronti di parecchi Stati sorti dal crollo dell'Urss, hanno varcato un nuovo
grado nell'escalation.
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Da parecchi anni intervengono attivamente in questi paesi, direttamente o tramite vari organismi ufficiali per favorire "in nome
della democrazia" l'ascesa al governo di formazioni e di politici legati agli Stati Uniti. Anche se le varie "rivoluzioni",
delle rose in Georgia, arancione in Ucraina, dei tulipani nel Kirghizistan si sono svolte col sostegno più o meno massiccio di
una parte della popolazione di questi paesi, erano incanalate in modo da poter favorire l'arrivo al potere di una squadra
filo-occidentale. Questi interventi politici più o meno discreti sono stati completati con la proposta fatta ad alcuni di
questi paesi di entrare nella Nato.
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Nel frattempo, basi militari americane sono già state sistemate in Georgia, in Uzbekistan e Kirghizistan.
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Il Guam che raggruppa Georgia, Ukraina, Azerbaigian e Moldavia, fondato nel 1996 e finanziato dagli Stati Uniti, è un vero e
proprio fronte comune antirusso.
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I dirigenti del Kremlino avevano accettato l'allontanamento delle democrazie popolari ai tempi di Gorbaciov, cioè anche prima
della dislocazione dell'Unione sovietica. Questo implicava la loro integrazione futura all'Unione europea da un lato, e alla
Nato dall'altro. Ciononostante, non hanno mai abbandonato la loro ambizione di conservare nella loro sfera di influenza "lo
straniero vicino", cioè gli Stati che risultano dalla decomposizione dell'Urss (paesi baltici a parte).
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Ma durante gli anni di Eltsin, quelli della decomposizione continua dello Stato russo, la Russia non era in una situazione tale
da preservare la sua influenza. Stentava perfino a mantenere l'unità del suo territorio di fronte ai feudi burocratici locali.
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La fine almeno momentanea di questo processo di decomposizione, segnata dal consolidamento del potere di Putin e, soprattutto,
favorita dall'aumento dei prezzi del petrolio e del gas il cui controllo è stato ripreso dal potere centrale, ha dato allo
Stato russo alcuni mezzi per reagire o almeno per indicare una linea gialla da non varcare.
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La decisione del presidente georgiano Saakashvili di inviare l'esercito per ristabilire l'autorità del suo governo sulla
regione autonoma dell'Ossezia del sud, di fatto indipendente dal 1992, ha fornito alla squadra Putin-Medvedev l'occasione di
tracciare questa linea gialla. Il presidente georgiano è stato spinto da qualche incoraggiamento degli Stati Uniti o almeno dei
loro servizi segreti e dai consiglieri americani partecipanti all'inquadramento dell'esercito della Georgia? Oppure pensava che
fosse in grado di forzare loro la mano? Comunque l'intervento dell'esercito georgiano in Ossezia del sud, provocando la risposta
dell'esercito russo e il suo intervento in Georgia, ha fatto scoppiare pubblicamente il confronto finora smorzato tra la Russia
e gli Stati Uniti nella regione.
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Questa guerra è stata fatta, da una parte e dall'altra, in nome di "grandi principi": la "difesa della Georgia democratica" e
della sua integrità territoriale contro l'invasione da parte di una grande potenza straniera per quanto riguarda gli Stati
Uniti; la "difesa" del popolo osseto e del popolo vicino abkhaz in ribellione contro il potere centrale georgiano per quanto
riguarda la Russia. La Russia, dopo aver vinto la guerra lampo delle sue truppe contro la Georgia, ha riconosciuto
l'indipendenza dell'Ossezia del sud e dell'Abkhazia sollevando le proteste di tutte le potenze occidentali.
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E’ un'ipocrisia in un caso come nell’altro perché, col riconoscere l'Abkhazia e l'Ossezia del sud, Mosca ha innanzitutto
riconosciuto i despoti locali più o meno legati alla mafia russa. E i dirigenti russi dimostrano, nel caso della Cecenia e in
modo sanguinoso, la scarsa considerazione che hanno per il diritto dei popoli. Quanto alle potenze occidentali, che rimproverano
alla Russia di non rispettare l'integrità territoriale della Georgia col riconoscere unilateralmente l'indipendenza
dell'Abkhazia e dell'Ossezia del sud, non sono messe meglio, dal momento che hanno appena riconosciuto l'indipendenza del Kosovo
calpestando nel medesimo modo l'integrità territoriale della Serbia.
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E' ipocrisia innanzitutto perché l'imperialismo americano alla pari della burocrazia russa si disinteressano completamente
della sorte dei popoli e dei loro diritti.
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Il Caucaso come l'Asia centrale è stato a lungo una zona di conflitti dove prima della prima guerra mondiale si sono scontrati
l'espansionismo della Russia e l'imperialismo britannico. Il ruolo di quest'ultimo viene ripreso dagli Stati Uniti. Alle ragioni
geopolitiche si sommano ragioni economiche. Gli Stati vicini al Mar Caspio, l'Azerbaigian e il Kazakhstan in particolare,
possiedono risorse di petrolio e di gas tra le più importanti del mondo. La Georgia fa passare sul suo territorio l'oleodotto
che trasporta il petrolio azero da Baku ad un porto turco evitando la Russia. Gli interessi economici si intrecciano con gli
interessi politici per fare di tutta la regione una zona di tensioni tra Russia e Stati Uniti.
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I popoli della regione hanno cominciato a pagare il prezzo per il confronto tra le grandi potenze. Per quanto possa essere stata
breve, la guerra ha fatto morti e profughi. La "pulizia etnica" messa in moto ha cacciato i georgiani dalle regioni ossete e gli
Osseti dalla Georgia. In queste regioni dove si compenetra e convive un gran numero di popoli con un passato più o meno carico
di conflitti, le manovre delle due potenze contrapposte versano benzina sul fuoco provocando una situazione simile a quella dei
Balcani ma probabilmente con dimensioni maggiori.
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Le relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina, altro elemento importante delle relazioni internazionali, subiranno e già subiscono
i contraccolpi della crisi finanziaria. Da parecchi anni l'equilibrio finanziario internazionale poggia in gran parte sulle
relazioni tra questi due paesi. Sono i depositi della Cina nel sistema bancario americano e l'acquisto di buoni del Tesoro degli
Stati Uniti a compensare in larga misura l'indebitamento americano. L'atteggiamento della Cina, cioè la sua volontà di
conservare le proprie riserve sotto forma di depositi in buoni del Tesoro americano -dell'ordine di 1 500 miliardi di dollari- o
al contrario l'eventuale scelta di sbarazzarsene, pesa sul futuro del dollaro e quindi sul sistema monetario internazionale.
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Col decidere di iniettare parecchie centinaia di miliardi per riacquistare i titoli tossici in possesso delle banche americane,
il governo americano ha voluto ristabilire la fiducia nel sistema bancario. Ma le spese della Banca centrale americana superano
di gran lunga le sue possibilità e il governo americano, senza per questo essere certo di ripristinare la fiducia tra le
banche, ha preso il rischio di compromettere la fiducia nel dollaro stesso. Tale operazione significa in effetti una crescita
dell'indebitamento degli Stati Uniti o, se il Tesoro ricorresse alla creazione di carta moneta, porterebbe al deprezzamento del
dollaro.
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Se una parte del valore del dollaro andrà in fumo le riserve della Cina diminuiranno in pari misura. Ma quest'ultima ha ben
poche possibilità di difendersi da tale prelievo. Se essa facesse la scelta di ritirare le sue riserve dagli Stati Uniti,
questo accelererebbe ancora di più il deprezzamento del dollaro. Alla Cina non è neanche facile diversificare i suoi depositi
perché la sterlina britannica non è molto più solida e il franco svizzero neppure. Quanto all'euro, che oggi sta meglio del
dollaro, resisterà alla crisi?
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Le importanti riserve accumulate dalla Cina col passare del tempo risultano dal sovrasfruttamento della classe operaia e dalla
rovina dei contadini. Con l'evaporazione di una parte del valore accumulato alle loro spalle, le masse sfruttate della Cina
avranno pagato in anticipo per i disordini del sistema capitalista mondiale da cui nessuna muraglia le potrà proteggere.
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Molti commentatori, prolungando la curva della crescita industriale della Cina, affermano che questo paese sta per superare tra
pochi anni la potenza americana. Questi dimenticano che non si tratta di una competizione fra uguali, bensì tra un grande paese
sottosviluppato e un paese imperialista. Nonostante la crescita rapida del Prodotto Interno Lordo della Cina e per quanto
approssimativa possa essere la stima, in particolare per il carattere arbitrario del tasso di cambio tra le due monete, i suoi
3251 miliardi di dollari rimangono poca cosa rispetto agli Stati Uniti con i loro 13780 miliardi di dollari di PIL. Quanto al
prodotto interno lordo pro capite lo scarto è ancora più importante con i 2507 $ della Cina e i 46000 $ degli Usa.
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Questo è il paragone quantitativo, ma dobbiamo considerare, oltre a ciò, che i settori più redditizi dell'economia cinese
sono subappalti di grandi gruppi dei paesi imperialisti. Le relazioni sono quelle da paese imperialista a paese sottosviluppato
e si riassumono nel fatto che la maggior parte del denaro piazzato dalla Cina nelle banche americane non è altro che risparmio
mentre il denaro piazzato in Cina dagli Stati Uniti (e da Giappone, Gran Bretagna, Germania, Francia...) è trasformato in
capitale, cioè partecipa allo sfruttamento degli operai e dei contadini cinesi.
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Se si può parlare di una crescente interdipendenza a proposito delle relazioni economiche tra gli Stati Uniti e la Cina, è nel
senso in cui Trotsky parlava negli anni trenta dell'interdipendenza tra la Gran Bretagna e l'India: "La dipendenza
dell'Inghilterra dall'India ha naturalmente un carattere qualitativamente diverso rispetto alla dipendenza dell'India
dall'Inghilterra. Ma tale differenza è determinata fondamentalmente dalla differenza del grado di sviluppo delle loro forze
produttive e per nulla dal loro livello di autarchia economica".
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Quanto all'Unione Europea, appena la crisi economica cominciava, essa ha mostrato chiaramente i limiti della sua unità
nonostante le sceneggiate di Sarkozy una volta insediatosi alla presidenza Ue per il puro caso del calendario. La Banca centrale
europea e le banche nazionali si sono ritrovate naturalmente sulla stessa politica di apertura dei cordoni della borsa per
venire in aiuto alle istituzioni finanziarie in mancanza di liquidità o per riacquistare banche per salvarle dal fallimento.
Non c'è lì l'espressione di una politica comune ma un comune riflesso di classe. Le autorità europee sono state invece
incapaci di impegnarsi in una politica concertata di fronte alla crisi bancaria come quella rappresentata dal piano Paulson
negli Stati Uniti. Ogni Stato dell'Unione europea che ha i mezzi necessari è pronto a volare in aiuto alle banche. Ma quelli
che dispongono di questi mezzi, in particolare la Germania, preferiscono dedicarli alle proprie banche, cioè alla propria
borghesia. Il compromesso "unitario" emerso dalla riunione a Parigi dei dirigenti dei quattro più ricchi paesi dell'Unione è
consistito nel decidere tutti insieme... di agire ciascuno per sé.
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Gli interessi della borghesia europea la costringevano ad avere una politica comune, a cominciare da quella di opposizione agli
Stati Uniti perché questi ultimi faranno di tutto per rigettare sugli altri paesi la crisi partita dal loro sistema bancario.
Ma dopo più di mezzo secolo di "costruzione europea" non esiste una borghesia europea che possa contare su uno Stato europeo
che serva i suoi interessi e non quelli di una moltitudine di borghesi rivali.
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Non è neanche sicuro che l'euro, che è la moneta comune solo di una parte dell'Unione europea, resisterà alla crisi. Il
"ciascuno per sé", cioè il salvataggio delle proprie banche e della propria borghesia, porta necessariamente non solo alla
crescita delle spese di ogni Stato ma anche all'inasprirsi delle differenze tra queste spese. Alcuni dirigenti europei
cominciano a parlare di rendere i criteri di Maastricht più flessibili. A nessuno degli Stati però piacerà pagare per
un'inflazione dell'euro di cui sarà responsabile un altro Stato. Per alcuni sarà forte la tentazione di ritirarsi dalla zona
euro per tornare ad una moneta nazionale, più facile da controllare in funzione degli interessi della borghesia nazionale.
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L'Unione europea è un assemblaggio traballante tra alcuni paesi imperialisti e una maggioranza di paesi semi-sviluppati
dell'Europa centrale. Riunendosi urgentemente di fronte alla crisi finanziaria, i dirigenti della Germania, della Francia, della
Gran Bretagna e dell'Italia non hanno nemmeno provato il bisogno di nascondere che volevano prendere delle decisioni in nome
dell'Europa, scartando pure i loro compari imperialisti di peso minore. L'integrazione dei paesi semisviluppati dell'Europa
centrale è stata sin dall'inizio fonte di tensioni. Queste tensioni non potranno che inasprirsi perché di fronte alla crisi la
parte povera dell'Europa non può aspettarsi nessun regalo dalla parte ricca.
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Di più, il complesso costituito da 27 paesi dove si presume che le decisioni essenziali siano prese all'unanimità è divenuto
praticamente ingovernabile. Alle forze centrifughe che agiscono sull'Unione europea si aggiunge l'attrazione degli Stati Uniti
la cui influenza sulla maggior parte dei paesi dell'est europeo è più importante di quella di Francia, Germania e Gran
Bretagna.
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Non torneremo qui sui numerosi conflitti che implicano questa o quella regione del pianeta, né sull'implicazione diretta o
indiretta, visibile o nascosta, delle grandi potenze in questi conflitti. Nessuno di loro è stato superato nel corso di
quest'anno. E il loro sviluppo futuro dipenderà meno da fattori locali che non dall'aggravamento della crisi economica e delle
sue conseguenze sulla politica delle grandi potenze imperialiste.
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In Iraq, in Afghanistan, le potenze imperialiste sono direttamente coinvolte. E' l'esercito americano, accompagnato da alcuni
complici e da truppe ausiliarie locali, che fa la guerra in Iraq. In Afghanistan l'esercito francese fa parte della coalizione
militare che sta occupando il paese.
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In Iraq, anche se la guerra ha fatto meno vittime nell'esercito d'invasione americano quest'anno rispetto all'anno precedente,
gli Stati Uniti sono ben lungi dall'essere in una situazione tale da disimpegnarsene. Tra l'altro, dei due candidati alla
presidenza degli Stati Uniti, uno, Obama, si "augurava" di disimpegnarsi rapidamente da questo paese mentre l'altro, Mac Cain,
era favorevole al mantenimento di truppe. Ma quanto vale "l'augurio" di Obama visto che gli Stati Uniti non sono ancora riusciti
ad istituire un apparato di Stato iracheno che sia al tempo stesso affidabile e rispettoso degli interessi americani? Ora, non
possono immaginare di ritirare le loro truppe finché queste non saranno sostituite da forze di repressione autoctone capaci di
mantenere l'ordine e di impedire il propagarsi del caos iracheno nelle vicinanze.
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In Afghanistan invece, non solo la coalizione delle potenze occidentali è ben lungi dal poter stabilizzare la situazione, ma
soprattutto dimostra che sta sprofondando in un pantano. Oggi, i talebani, allontanati dal potere mediante l'intervento militare
dell'ottobre-novembre 2001, sono in grado di condurre operazioni militari fino alle vicinanze della capitale Kabul. Non è
affatto sorprendente. L'occupazione militare straniera di per sé e i bombardamenti più o meno alla cieca potevano solo
trasformare i risentimenti della popolazione in odio contro gli occupanti. I talebani -o quelli che così vengono chiamati-
costituiscono la forza d'opposizione più organizzata e armata nel paese, e incanalano ed incanaleranno questo odio a loro
vantaggio.
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Ancor peggio per gli Stati Uniti, in quanto è possibile che si apra un nuovo fronte nel paese vicino, il Pakistan. Questo
Stato, che era uno degli alleati privilegiati degli Stati Uniti in questa parte dell'Asia, si sta destabilizzando. E anche lì
come in Afghanistan la passata politica degli Stati Uniti si rivolge come un boomerang contro la loro politica presente.
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Ricordiamo che in Afghanistan furono gli Stati Uniti che finanziarono, armarono e in gran parte addestrarono i talebani per
opporli all'Urss. Nel caso del Pakistan il ruolo dei servizi segreti pachistani nel rafforzamento delle correnti integraliste
islamiche è ben conosciuto. Si sa anche che gli Stati Uniti hanno in gran parte contribuito alla formazione ed all'armamento
dei servizi segreti e dell'esercito pachistano. Di più, nelle cosiddette zone tribali che confinano con l' Afghanistan e fanno
da rifugio ai talebani da quando hanno perso il potere, sembra che militari pachistani addestrati nella guerra contro l'India
nel Kashmir, dopo aver raggiunto i talebani, hanno fornito loro l'inquadramento che li mette in grado di intervenire in
Afghanistan contro l'occupazione occidentale.
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Si potrebbe concludere che, evidentemente, l'imperialismo americano non impara niente dall'esperienza! Ma non si tratta di
questo. Gli Stati Uniti, come prima di loro la Gran Bretagna, si appoggiano sistematicamente nella regione sulle forze più
reazionarie e più retrograde che, quando trovano un sostegno nella popolazione sulla base delle loro idee reazionarie,
finiscono inevitabilmente col ritorcersi contro chi le ha favorite.
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Una destabilizzazione del Pakistan avrebbe conseguenze incalcolabili nella regione. Di più, così come l'Afghanistan ha
trascinato il Pakistan con una specie di effetto domino, l'instabilità nel Pakistan può propagarsi all'India che annovera,
ricordiamolo, un'importante popolazione musulmana.
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Niente è cambiato invece nella situazione del popolo palestinese, se non in peggio. Lo spezzettamento del territorio
palestinese, il proseguimento del radicamento di colonie israeliane, gli sbarramenti militari soffocano sempre di più la debole
vita economica in Palestina. Di più, la persistenza della divisione dei territori palestinesi tra due autorità -quella
ufficiale dell'Autorità palestinese di Mahmud Abbas che controlla la Cisgiordania e quella sotto la direzione di Hamas che
domina Gaza -dà una possibilità supplementare allo Stato d'Israele per opporle l'una all'altra. Cercando di isolare Hamas,
esso finge di iniziare una politica di negoziato con Mahmud Abbas. Ma nessuno può più farsi alcuna illusione sullo sbocco di
queste negoziati.
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Nessun elemento permette di ipotizzare in un futuro prevedibile un esito accettabile per i due popoli. Ancor meno per il popolo
palestinese oppresso un esito accettabile non può limitarsi al riconoscimento di uno Stato palestinese anche se questo
costituisce una condizione preliminare nel contesto creato da più di mezzo secolo di scontro. Bisognerebbe anche che si
potessero superare le disuguaglianze economiche tra le situazioni dei due popoli. Certamente non è in questo periodo di crisi
che ciò si possa anche solo immaginare.
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Per quanto riguarda l’America latina, i socialdemocratici e gli altermondialisti di varie obbedienze si congratulano col
passaggio del potere a governi più o meno di sinistra o che si dichiarano più o meno progressisti. "L'America latina ribelle"
era anche il titolo recente di una pubblicazione a loro vicina.
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Ma a giudicare dalla politica che conducono questi dirigenti più o meno recentemente insediati, tale ribellione non va molto
lontano. In Brasile, dopo sei anni passati al potere, Lula, lodato alcuni anni fa come un rappresentante dei poveri, esegue
servilmente la politica voluta dalla borghesia sia internazionale che nazionale. E' apparso incapace di modificare anche solo
uno degli elementi di arretratezza economica e sociale, vale a dire il fatto che l'1% dei proprietari terrieri possiede la metà
delle terre coltivate mentre 4 milioni di famiglie di contadini poveri sono senza terra. E certamente non è consolante per la
maggioranza povera della popolazione il fatto che, sotto Lula e in gran parte grazie alle illusioni che questi ha seminato nelle
classi lavoratrici, il Brasile sia divenuto un gran paese esportatore... tra l'altro di biocarburanti!
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I ripetuti colpi di Stato contro Chavez nel Venezuela e l'aspra opposizione incontrata da Morales in Bolivia e da Caorrea in
Ecuador dimostrano che anche quando la classe privilegiata locale non è seriamente minacciata, essa, se ne avverte il bisogno,
sa reagire preventivamente e creare delle tensioni in grado di permettere agli Stati Uniti di intervenire, direttamente o
tramite i militari.
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Dopo decenni di dittature militari l'America latina ha conosciuto un periodo di sedicenti governi democratici. Ma nessuno di
loro ha messo fine alle disuguaglianze economiche allucinanti e alla dittatura sociale di piccole minoranze. Entrambe si
aggraveranno con lo sviluppo della crisi e non si potrà in eterno alimentare di illusioni le classi lavoratrici. Le masse
lavoratrici dell'America latina saranno allora infatti spinte verso la ribellione, ma si può solo augurare loro di far nascere
dirigenti diversi, e con una politica diversa da quella di Lula, di Chavez o di Allende. Infatti, come in Cile allora, la classe
privilegiata si difenderà con le unghie e coi denti. Ed essa è sicura di poter contare sugli Stati Uniti perché questi non
lasceranno che si sviluppino movimenti popolari in grado di minacciare i loro interessi economici in una regione che considerano
come il loro cortile di casa. Con l'aggravarsi della crisi economica e le conseguenze che ciò può avere nei rapporti tra le
classi sociali, l'America latina può diventare di nuovo un importante focolaio di tensione.
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La storia non si ripete mai, e comunque non in modo identico. L'avvenire della crisi economica attuale non è ancora scritto,
anche se è già evidente che sarà di una gravità senza precedenti dalla crisi del 1929. Ora nessuno può dimenticare che il
crac borsistico dell'ottobre del 1929 fu seguito dal più lungo periodo di depressione che il capitalismo abbia mai conosciuto e
portò a conseguenze catastrofiche, non solo nel campo economico. In fin dei conti, fu la crisi che, dopo aver favorito
l'avvento di Hitler al potere e lo schiacciamento della classe operaia tedesca, consentì all'imperialismo tedesco di
risvegliare le sue ambizioni territoriali e, partendo da conflitti all'inizio limitati -la rioccupazione della Ruhr da parte
degli eserciti tedeschi, l'occupazione giapponese della Manciuria cinese, l'invasione dell'Etiopia da parte delle truppe
italiane- finì col portare alla guerra mondiale.
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