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Il venerdì 25 aprile, i primi operai che arrivano alle 6 e un quarto per cominciare alle 6 e mezzo trovano alla porta un
picchetto che diffonde un volantino brevissimo. Non è un volantino ordinario. E' un ordine del comitato di sciopero. Ordine
dato in nome dei lavoratori che hanno dato un mandato al comitato :
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ORDINE DI SCIOPERO
Il comitato di sciopero, composto dai compagni:
Quatrain, Bois, Merlin, Leveque
(reparto 31), Vayer (magazzino), Shartmann, Lopez (reparto 30), Alvarez (reparto 101), Faynsilberg (reparto 317), Delaunoy,
Gadion (reparto 236),
eletto democraticamente dalla maggioranza degli operai dell'assemblea generale del 23 aprile
1947 e incaricato di impegnare la battaglia per i 10 franchi, dà la parola d'ordine di sciopero agli operai dei reparti 6 e 18
per il VENERDI' 25 APRILE alle ore 6 e mezzo del mattino.
La rivendicazione presentata è :
I - Dieci
franchi di aumento all'ora sulla paga base.
II - Pagamento delle ore scioperate.
Il comitato di sciopero
mette in guardia gli operai contro certi elementi disfattisti che non esitano ad affermare anticipatamente che saremo vinti.
Questa gente ha tanto paura della NOSTRA VITTORIA che ha già tentato manovre poliziesche di spionaggio per scalzare l'autorità
dei membri del comitato.
Il comitato di sciopero invita gli operai scioperanti ad attenersi strettamente alle
direttive che saranno date loro.
Nella battaglia che impegniamo, ogni operaio avrà un compito preciso da assolvere.
Dobbiamo essere disciplinati e decisi. Quello che ciascuno fa OGNI giorno per il padrone, dobbiamo essere capaci di farlo per
noi stessi.
La vittoria è a questo prezzo.
TUTTI UNITI NELL'AZIONE, E STRAPPEREMO LE NOSTRE LEGITTIME
RIVENDICAZIONI.
Il 25.04.1947. Il comitato di sciopero.
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Gli operai arrivano, leggono l'ordine di sciopero. I più rimangono vestiti e aspettano l'arrivo degli operai dell'orario
normale alle sette e mezzo, poi l'ora del comizio alle otto. Alcuni sono scettici, per loro è difficile liberarsi dalle
abitudini. Vanno allo spogliatoio, si infilano la tuta, lentamente si avviano verso la loro macchina.
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Fine aprile, alle sei e mezzo, non c'è ancora tanta luce. Girano l'interruttore. Niente luce ! Premono sul bottone di comando
della loro macchina. Niente. Stavolta, pare veramente che ci sia lo sciopero.
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Quelli che ci hanno creduto dall'inizio e che non si sono svestiti vengono a guardarli. Sorridono con aria maliziosa.
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"Allora, non hai letto il volantino, non lo sai che c'è lo sciopero ? Faresti meglio ad andare a rivestirti; la corrente non
tornerà così presto. Guarda un po' !".
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Effettivamente, in fondo al reparto, laddove si trova un trasformatore sul quale si legge "Corrente 5000 volt. Pericolo", i
cancelli di sicurezza sono stati tolti, la manopola è giù, la corrente tolta e un picchetto di una decina di scioperanti monta
la guardia.
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Ad un certo punto, un capo, che è appena giunto e che non crede ai suoi occhi, si avvicina al picchetto: "Avete tolto la
corrente, bisogna accenderla subito, ci sono apparati di sicurezza che non possono funzionare senza corrente; rischiate di fare
saltare tutto!"
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Imperturbabilmente, un membro dei picchetti di sciopero gli ribatte:
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"Non ti preoccupare, Papà, abbiamo preso le nostre precauzioni e se hai paura non hai che da tornare a letto a ritrovare la
moglie".
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Alla porta i picchetti di sciopero diffondono l'ordine di sciopero a tutti gli operai che arrivano. La maggior parte raggiunge
il terrapieno dove gli operai sono invitati al comizio, alcuni, troppo felici nel vedere che "tutto va bene", vanno di nuovo a
bere un goccio al bar vicino all'ingresso dei reparti.
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Alle otto, il comizio comincia nell'atrio. Pierre Bois ricorda le ragioni di questo sciopero. Spiega agli scioperanti le ragioni
che hanno indotto il comitato di sciopero a dare inizio allo sciopero questo venerdì:
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"Adesso l'azione è cominciata. Andrà fino all'ultimo".
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Chiede un'ultima volta agli operai di confermare la loro scelta, e di impegnarsi.
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"Se siamo dei conigli, è ancora ora di indietreggiare. Se no, avanti!".
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Per quest'ultima votazione, Pierre Bois chiede agli operai del reparto che sono a favore dello sciopero di portarsi alla sua
sinistra. La grande massa dei lavoratori prende posto a sinistra. Quelli che sono contro, a destra. I delegati e alcuni membri
del PC si ritrovano soli a destra. Le astensioni in fondo all'assemblea. L'insieme delle "tute bianche" e alcuni "grembiuli
grigi" vanno in fondo. La votazione è fatta. Lo sciopero è effettivo.
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Il segretario generale del sindacato, Plaisance, che è venuto ad assistere al comizio, chiede allora la parola. Non approva
questo sciopero ma, da militante responsabile della CGT, ha assistito alla votazione (sorrisi nell'assemblea) e s'inchina
davanti alle decisioni dei lavoratori.
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Questi decidono una delegazione. Plaisance il segretario della CGT e alcuni delegati, vi si uniscono.
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I membri della delegazione, degli operai del settore Collas, sono sbalorditi quando vedono con quale facilità i "responsabili"
sindacali si muovono negli uffici, sorridono ai grandi boss, stringono loro le mani. Veramente sono a casa loro.
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Però, malgrado la loro conoscenza dei luoghi e delle persone, quando la delegazione arriva davanti all'ufficio del presidente
direttore generale Lefaucheux, non c'è nessuno per riceverla. Il signor Lefaucheux è, a quanto pare, nel Camerun.
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Siamo ricevuti dal capo del personale e alcuni altri importanti personaggi che non possono fare niente senza il signore
Lefaucheux. L'incontro finisce presto.
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Pierre Bois dice allora al capo del personale, il signor Le Garrec, che chiede ai membri della delegazione di riprendere il
lavoro finché il direttore generale non sia tornato.:
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"Constatiamo che i suoi poteri sono limitati. L'abbiamo avvertita. Se il signor Lefaucheux vuole vedere la sua fabbrica
funzionare di nuovo, si obblighi a tornare per concederci i dieci franchi sulla paga base."
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Nei Dipartimenti 6 e 18, il comitato di sciopero si organizza. S'impossessa di un ufficio. Riceve delle informazioni, dà gli
ordini. Alcuni allegri operai passano dei periodi un po' troppo lunghi al bar. Il comitato di sciopero decide di lasciare uscire
gli operai solo se presentano un buono di uscita firmato dal comitato. Si danno consegne ai picchetti che le eseguono
scrupolosamente.
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Al comitato, si è più liberali. Si rilascia facilmente un buono di uscita, salvo a quelli che cominciano ad avere la lingua un
po' impastata. Sono pochi, e la grande maggioranza degli operai approva questa misura. Sono fieri del loro movimento e non
vorrebbero che fosse macchiato dagli eccessi di alcuni individui che non si controllano. Del resto tutto si svolge benissimo e
senza scossoni.
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Parallelamente, a richiesta del comitato di sciopero, si sono costituiti dei gruppi di operai che si sparpagliano nella fabbrica
per chiamare gli operai allo sciopero.
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Reparti interi staccano, ma i delegati e i militanti della CGT rimettono in funzione i motori, esortando i lavoratori a non
lasciarsi trascinare.
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Ne risulta una confusione abbastanza grande. Nei reparti, gli operai staccano, riprendono il lavoro, staccano di nuovo. Lo
sciopero è totale soltanto nei Dipartimenti 6 e 18: i reparti sono chiusi, i camion che devono passare per questo settore per
andare da un reparto all'altro sono fermati.
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Solo il reparto 5 (Trempa, Cementazione), quello che aveva staccato da solo un mese prima, dominato da uno stalinista, continua
imperturbabilmente il lavoro.
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Gli scioperanti dei Dipartimenti 6 e 18 li lasciano lavorare. Le porte sono chiuse; quando non avranno più pezzi, alla fine
raggiungeranno il movimento o si fermeranno.
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Del resto, le donne di questo reparto, che fanno un lavoro assolutamente spaventoso, simpatizzano già con gli scioperanti.
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A un certo momento, il capo del personale viene nel Dipartimento a chiedere al responsabile del comitato di sciopero di lasciare
passare i camion.
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Davanti al suo rifiuto lo minaccia:
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_ Rischiate assai, c'è impedimento alla libertà di lavoro.
_ Scusi, è lei che ostacola il diritto di sciopero, ma
se vuole chiedere lei stesso agli operai di sabotare il loro sciopero, a lei la parola.
_ Presentato così, ha lei la
parte più facile.
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E quel signore va via.
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A mezzogiorno, in piazza Nazionale, Plaisance, segretario del sindacato CGT, arringa i lavoratori:
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"Stamani, una banda di anarco-hitlero-trotskisti ha voluto fare saltare la fabbrica".
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Protesta indignata di quelli che sanno. Stupore di quelli che non sono al corrente.
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Questo primo venerdì di sciopero termina con due visite.
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Plaisance che nella mattina aveva detto agli operai di Collas che, pur non approvando questo movimento, aderiva alle decisioni
dei lavoratori, si vede rimproverare con vigore il suo atteggiamento del mezzogiorno, quando aveva preteso che delle bande di
"energumeni anarco-hitlero-trotskisti" avessero voluto fare saltare la fabbrica.
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Gli operai se la prendono con lui con forza e lui tenta di giustificare sostenendo "che nel 1936, fare saltare una fabbrica
significava metterla in sciopero".
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"Come, amici, non ve lo ricordate ?"
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Vecchia volpe ipocrita! Deve lasciare il reparto tra gli urli degli operai e soprattutto delle operaie.
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Poi c'è il capo del personale, il signore Le Garrec, che viene a vedere cosa succede e tenta di influenzare i lavoratori.
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Bisogna segnalare che Le Garrec aveva preso la tessera del PCF alla "Liberazione", probabilmente per aumentare la propria
autorità sul personale in questo periodo delicato, seguendo così l'esempio del PDG Lefaucheux che era anche diventato
presidente dell'associazione France-URSS.
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Un operaio spagnolo, che ha partecipato all'insurrezione delle Asturie nel 1934, che ha fatto la guerra di Spagna a Barcellona,
e che fa parte del comitato di sciopero, se la prende con lui :
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- $$oSignor direttore, ieri, era lei a comandare la fabbrica ; domani forse sarà la polizia. Ma oggi sono gli operai. Non ha
niente da fare qui.
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Interdetto, il capo del personale risponde:
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- $$oNon discuto con gli stranieri.
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Il che gli vale questa replica:
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- Signor direttore, c'è uno straniero qui, è lei. Qui ci sono gli operai, e se compare un borghese è lui lo straniero perché
non è della stessa classe. Per i lavoratori, non ci sono patrie, ci sono solo classi. Via! Su! Fuori!
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Bella lezione d'internazionalismo data al direttore "comunista".
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