الإتحاد الشيوعي الأممي

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Lutte Ouvrière - Testi del 34° congresso (2004)

5 dicembre 2004


Il 34° congresso di Lutte Ouvrière (da "Lutte de classe"#85 - dicembre 2004)

Questa uscita di Lutte de Classe è interamente dedicata ai testi d'orientamento e alle risoluzioni sottomessi alla discussione e al voto durante il 34 congresso di Lutte Ouvrière tenutosi i 4 e 5 dicembre 2004. Il congresso ha riunito parecchie centinaia di delegati eletti durante le assemblee locali preparatorie e un gran numero di militanti che hanno seguito tutti i dibattiti e voti.
Come ad ognuno dei congressi di Lutte Ouvrière, che si riuniscono ogni anno, dei testi sono stati dedicati alla situazione interna, alla situazione internazionale ed all'economia mondiale, facendo un bilancio delle evoluzioni intervenute in questi vari campi. I militanti di Lutte Ouvrière hanno il diritto e la possibilità di discutere ad ogni momento delle prese di posizione della loro organizzazione, ma il congresso costituisce l'occasione di fare il punto sulle posizioni politiche prese durante tutto l'anno.
Poiché il testo d'orientamento sulla situazione internazionale era stato messo in discussione prima del recente intervento dell'esercito francese contro la popolazione avoriana, una mozione è stata votata per protestare contro il dominio dell'imperialismo francese sulla Costa d'Avorio e per chiedere il ritiro dell'esercito francese dall'Africa, così come il rimpatrio dei francesi che pretende proteggere e la cui presenza è legata al saccheggio economico. La mozione afferma allo stesso tempo il rifiuto di ogni sostegno al regime dittatoriale di Gbagbo e alla politica etnista dei suoi dirigenti.
Un'altra discussione ha portato sul ricatto alle delocalizzazioni, presentate come una delle cause maggiori delle minacce di licenziamento che pesano sui lavoratori, mentre i casi di delocalizzazione vera e propria rappresentano solo una proporzione minima dei licenziamenti. La causa dei licenziamenti e della disoccupazione sta in realtà nella volontà del padronato di fare la stessa produzione, e spesso di più, con meno lavoratori o con lavoratori precari meno pagati per fruttare un profitto massimo. Al di là c'è anche il funzionamento irrazionale dell'economia capitalistica responsabile degli sbalzi della produzione.
Tornando sulle campagne elettorali del 2004, regionali ed europei, nonostante risultati elettorali in regressione, il congresso ha tratto un bilancio positivo sia dell'accordo elettorale con la Ligue Communiste Révolutionnaire che della natura della campagna che è stata fatta.
Per l'anno prossimo, il congresso ha deciso di prendere posizione a favore del no al referendum sulla costituzione europea, pur decidendo che la campagna di Lutte Ouvrière comincerà solo quando la data e le condizioni di questa consultazione saranno state fissate.
Pur affermando il suo rifiuto di questa costituzione europea, il congresso ha riaffermato la convinzione che il futuro appartiene all'unificazione completa dell'Europa ben al di là degli attuali limiti dell'Unione europea, ed alla soppressione di tutti i confini. Considera positivamente ciò che, nell'attuale costruzione europea fatta in funzione dei bisogni del capitalismo, nondimeno facilita la circolazione delle persone e contribuisce a stabilire legami più stretti tra i popoli.
D'altra parte il congresso ha riaffermato che non c'è nessuna ragione di scartare la Turchia dall'Unione europea, così come non c'è nessuna ragione di scartare qualunque paese che ci voglia aderire.
Facendo un bilancio delle attività dell'anno, il congresso ha constatato che gli effettivi dell'organizzazione sono molto stabili. E' stato deciso di andare avanti nello sforzo di reclutamento tra i lavoratori così come nella gioventù intellettuale.
Il congresso ha ascoltato i rappresentanti delle organizzazioni di vari paesi che militano su basi politiche vicine a quelle di Lutte Ouvrière, venuti dagli Stati-Uniti, dalla Martinica e dalla Guadalupa, dalla Costa d'Avorio, dalla Turchia, dalla Gran Bretagna, dalla Spagna, dal Belgio, dalla Germania e dall'Italia. Gli interventi hanno portato sulla situazione politica nei rispettivi paesi e sull'attività militante delle loro organizzazioni.
Dopo di aver effettuato i voti sui vari testi che pubblichiamo qui sotto, il congresso ha eletto il comitato centrale di Lutte Ouvrière di cui, ricordiamolo, la composizione viene sottomessa ogni anno al voto dei militanti. Il comitato centrale da parte sua ha scelto nel suo seno il comitato esecutivo.

I voti

I testi sulla situazione internazionale, la situazione economica modiale, la situazione interna e le elezioni 2002-2004 hanno raccolto più del 97% dei voti dei delegati.
Il testo sulle delocalizzazioni e la mozione sulla situazione in Costa d'Avorio hanno raccolto l'unanimità dei votanti.
La mozione "per il No al referendum sulla Costituzione europea" è stata adottata da più del 90% dei votanti.
La mozione "per l'astensione al referendum" è stata respinta dal 98% dei voti.
Il testo "I nostri orientamenti per 2005" è stato respinto da più del 97% dei voti.

La situazione internazionale (Testo maggioritario)

Le relazioni internazionali sono segnate dall'egemonia apertamente rivendicata dall'imperialismo americano. L'"unilateralismo americano", che deplorano uno Chirac o uno Schroeder assolutamente incapaci d'intaccarlo, è l'espressione di uno stato di fatto economico, diplomatico e militare. La prevalenza degli Stati-Uniti non è certo nuova poiché l'Urss era stata la sola grande potenza, prima della sua scomparsa, a fargli ombra.
Dalla fine della seconda guerra mondiale e la disfatta della Germania e del Giappone, l'imperialismo americano esercita una predominanza "unilaterale" sulle potenze imperialiste di secondo ordine. Questa prevalenza non ha eliminato le rivalità economiche e le dissonanze diplomatiche, ma nessuna potenza imperialista è tale da fare contrappeso agli Stati-Uniti.
Se Bush, come d'altronde ben altri presidenti che lo hanno preceduto, sente il bisogno di ammantare con un linguaggio mistico l'espressione dell'egemonia americana sul mondo, questa egemonia non riposa certo sulla parola biblica, ma sulla potenza economica e la forza militare degli Stati-Uniti. Ciononostante è significativo della nostra epoca che i dirigenti della potenza più moderna giustifichino il destino planetario che attribuiscono alla loro nazione con una fraseologia religiosa che non rinnegherebbero dei dittatori islamisti.
Tra gli argomenti evocati da alcuni dirigenti dell'Europa occidentale a favore dell'Unione Europea, c'è precisamente la pretesa di modificare collettivamente il rapporto di forze tra l'Europa e l'America. In realtà si tratta di discorsi demagogici o, al meglio, di dichiarazioni di intenti velleitarie.
Allargandosi a 25 paesi, l'Unione Europea non si è rafforzata come entità politica. Continua ad esistere solo come giustapposizione di paesi imperialisti europei con interessi divergenti, circondati dalle loro sfere di influenza europee. Le loro coalizioni di fronte alla potenza americana sono solo di circostanza e non sono composte sempre dagli stessi paesi. In particolare, non ci sono convergenze stabili in questo campo fra le tre principali potenze imperialiste europee: la Germania, la Francia e la Gran Bretagna, dato che quest'ultima tiene altrettanto ai suoi legami con gli Stati-Uniti che alla sua appartenenza all'Unione Europea. Non si tratta solo di una tradizione politica ma anche di solidi legami economici.
D'altra parte, i paesi recentemente integrati nell'Unione Europea, in particolare quelli provenienti dalla disintegrazione della vecchia sfera d'influenza sovietica, danno altrettanto o più importanza alle loro relazioni con gli Stati-Uniti che alla loro appartenenza all'Unione. Ne hanno dato una dimostrazione pubblica solidarizzandosi ostensibilmente con gli Stati-Uniti in occasione della guerra contro l'Iraq. E continuano a farlo. Il mantenimento di truppe polacche, insieme ad unità bulgare, rumene, ungheresi, lettoni e lituane in Iraq, è certo simbolico sul piano militare ma nondimeno significativo sul piano diplomatico.
La recente creazione di una specie di ministero delle affari esteri europeo non basta a permettere all'Unione Europea di, come dicono, "parlare con una sola voce". La Costituzione europea, anche ammesso che sia accettata dai 25 paesi dell'Europa allargata, non basterà in sé a fare sorgere un'atteggiamento politico solidale di fronte agli Stati-Uniti .
Il progetto di Costituzione europea è una Costituzione che si preoccupa della proprietà privata, della libera circolazione delle merci e dei capitali, ben più dei diritti delle persone. Non è né migliore, né peggiore di molte altre costituzioni borghesi. E, beninteso, non è certamente questa costituzione che "scolpirà nel marmo" il capitalismo o il liberalismo, i quali poggiano su fondamenta ben più solide del testo di una Costituzione, come non sarà certamente essa a rendere irreversibile la dittatura delle multinazionali e dei mercati finanziari.
Ma questa ufficializza giuridicamente il controllo delle grandi potenze imperialiste d'Europa sulle altre. Per alcune decisioni importanti infatti è richiesto di rappresentare una maggioranza qualificata dei tre quinti della popolazione europea . Le tre principali potenze imperialiste, la Francia, la Germania e la Gran Bretagna, non raggiungono i tre quinti. Per imporre i loro punti di vista dunque hanno bisogno del sostegno di due altri paesi tra i più popolosi dell'Europa occidentale: l'Italia e la Spagna; oppure del sostegno di uno dei due completato da un certo numero di paesi più piccoli. Al contrario, la coalizione di queste tre potenze imperialiste rappresenta più dei due quinti della popolazione europea. Di conseguenza, se sono daccordo tra di loro, possono impedire ogni decisione proposta dalla maggioranza, fosse anche degli altri 22 paesi dell'Unione Europea. E' una specie di diritto di veto sulla politica dell'Unione Europea che viene riconosciuto in questo modo alle potenze imperialiste dell'Europa occidentale.
La Romania e la Bulgaria devono essere integrate a loro volta nel 2007, aggiungendosi così ai dieci nuovi paesi integrati quest'anno. Il fatto di spingere più lontano le future frontiere dell'Unione Europea risolverà il problema di alcuni popoli tagliati in due ma ne creerà altri. La nuova frontiera europea taglia in particolare la Romania dalla popolazione della Moldavia vicina, romanofona per due terzi.
D'altra parte l'eventuale integrazione della Turchia solleva già dibattiti in cui la stupidità fa concorrenza alla demagogia. Per esempio, invocare il pericolo dell'integralismo musulmano per la futura Europa allargata, vuol dire far poca attenzione all'integralismo cattolico in Polonia, a Malta, tra i paesi di recente adesione, o in Irlanda e nel Portogallo tra i vecchi. Senza parlare del fatto che l'Europa "repubblicana e laica" si accomoda senza problema del carattere monarchico di numerosi regimi dell'Unione.
Benché l'Unione Europea sia una coalizione di borghesi di un certo numero di paesi europei e la sua laboriosa creazione corrisponda agli interessi del capitale più concentrato nella competizione internazionale, noi abbiamo sempre rifiutato di opporci all'Unione Europea in nome del ripiego razionale. La creazione di una vasta entità al posto dello spezzettamento nazionale anacronistico non è certo un arretramento. Inoltre, qualcuna delle sue conseguenze, in particolare la soppressione dei controlli alle frontiere, la libertà di circolazione - anche se limitata -, sono utili per le future lotte del proletariato d'Europa. Non è certo l'unificazione europea che i rivoluzionari devono combattere, ma i suoi limiti ed il suo carattere di classe.
E' sempre più manifesto che nella fraseologia americana, la "lotta contro il terrorismo" ha preso il posto della "lotta contro il comunismo", in particolare contro l'Urss.
In quanto comunisti rivoluzionari, siamo sempre stati contro il terrorismo individuale, anche quando era condotto con la pretesa di servire la causa degli oppressi.
Al tempo in cui il dibattito si svolgeva in seno o intorno al movimento operaio rivoluzionario, tale questione opponeva la corrente marxista a certe correnti anarchiche ; poi la corrente socialista russa nascente alle varianti del populismo che esaltava gli attentati individuali.
"L'emancipazione dei lavoratori sarà l'opera dei lavoratori stessi" evocava allora la convinzione profonda che la società non può essere cambiata fondamentalmente che con la partecipazione attiva e cosciente, dunque democratica, della classe lavoratrice, e al di là, di una grande parte delle classi popolari. Quelli che pretendono emanciparli tramite atti terroristici sono, nel migliore dei casi inefficaci e, al peggio, mettono in piedi apparati coercitivi, che lo facciano volontariamente o no.
I metodi terroristici e, più largamente, le azioni di guerriglia destinate a "svegliare le masse" sono stati utilizzati da molto tempo dalle organizzazioni nazionaliste. Inefficaci su questo piano, miravano piuttosto ad inquadrare dall'alto le masse in procinto di svegliarsi contro l'oppressione nazionale o una dittatura. Esse permettevano ugualmente ai dirigenti nazionalisti di dissimulare l'assenza di radicalismo sul terreno sociale dietro la violenza dell'azione armata. Da allora, all'indomani della seconda guerra mondiale si sono visti sorgere una moltitudine di azioni di questo tipo, dai gruppi terroristici ebrei che agivano in Palestina contro le autorità inglesi dell'epoca, alle azioni terroristiche palestinesi che agivano contro lo Stato di Israele; dall' FLN in Algeria a Fidel Castro a Cuba ; così come in un gran numero di paesi dell'America Latina o d'Africa. Alcuni di questi gruppi si rivendicavano del nazionalismo progressista, o addirittura del socialismo, la maggior parte si appoggiavano su aspirazioni nazionali o sociali legittime. Quelli che sono arrivati al potere hanno applicato solo raramente e in parte il loro programma sociale. Tutti hanno dato nascita a regimi di oppressione o di dittatura.
I movimenti integralisti non avvertono neanche il bisogno di nascondere il loro carattere reazionario. Questo si manifesta non solo nei loro metodi ma anche nel loro programma ufficiale. Sono movimenti violentemente ostili alla classe operaia e, più generalmente, a tutte le categorie oppresse, delle donne o di minoranze tra l'altro.
Nei paesi arabi e, più generalmente, nei paesi a popolazione totalmente o largamente islamizzata dell'Asia o dell'Africa, l'integralismo islamico non è che un mezzo per prendere il potere su una base reazionaria. L'Iran degli ayatollah ha fatto dei seguaci e ha fornito in qualche modo un modello per installare dittature politiche e sociali. Come a suo tempo la rivoluzione cinese di Mao era servita da esempio e da modello a tutte le rivoluzioni contadine, che si affermavano socialiste o no, ma erano dittature fin dall'origine ed escludevano fin dall'inizio le classi popolari, gli operai delle città, che avrebbero potuto esercitare un controllo democratico del potere.
Senza neanche arrivare al potere, gli islamisti esercitano una dittatura sociale, in particolare contro le donne, che si manifesta tra l'altro con la generalizzazione del porto del velo, anche nei paesi dove ciò non fa parte delle abitudini sociali, almeno nelle città - Algeria, Egitto - o ancora col ritorno della barbarie della lapidazione negli Stati del Nord della Nigeria.
Anche nei paesi in cui la popolazione musulmana è largamente minoritaria, l'islamismo resta ciononostante uno strumento per conquistare il potere, se non sull'insieme del paese, almeno su una comunità, eventualmente costituita artificialmente integrandovi con la forza della pressione coloro che non sono religiosi, o addirittura atei.
Ancora una volta lo scopo è di inquadrare una popolazione immigrata - nel caso della Francia, la popolazione di origine magrebina, oppure dell'Africa nera - intorno ad idee reazionarie e di spezzare ogni opposizione, che sia politica o che esprima semplicemente la dignità delle donne o il diritto di non praticare una religione. A causa delle idee che veicolano, delle pressioni che esercitano e delle forme di oppressione che incoraggiano, le correnti fondamentaliste islamiche rappresentano un grave pericolo, anche in paesi come la Francia, dove non possono sperare di accedere al potere. Sono avversari politici e per dei comunisti rivoluzionari non può essere questione di compromessi nei loro confronti, neanche nel nome del "rispetto della tradizione", del "diritto alla differenza" o della "libertà" di esercitare un particolarismo.
Il fatto che i dirigenti dell'imperialismo americano presentino la lotta contro il terrorismo come l'asse della loro politica internazionale e della loro politica interna è particolarmente cinico poiché bisogna ricordarsi che le correnti islamiche e le loro pratiche terroristiche sono state protette dagli Stati-Uniti, finanziate ed armate dai loro fanatici alleati regionali, l'Arabia Saudita ed il Pakistan, fin quando si trattava di servirsene come strumenti contro l'occupazione sovietica dell'Afghanistan. Da allora la creatura è sfuggita ai suoi creatori.
Ma molti episodi, compresi alcuni intorno all'attentato dell' 11 settembre 2001, ricordano i torbidi legami che esistono tra tale o tal'altra componente dell'apparato dello Stato americano e gli ambienti terroristici. Ciononostante è in nome della lotta al terrorismo che i dirigenti americani continuano una politica di corsa agli armamenti - come se la "guerra delle stelle" potesse permettere di trovare Ben Laden nelle montagne della zona tribale del Pakistan ! - e impongono all'interno stesso del paese una moltitudine di restrizioni di libertà e, su scala internazionale, guerre come quelle condotte in Afghanistan e in Iraq.
E' nel nome della lotta al terrorismo che gli Stati-Uniti continuano, in Iraq, una guerra iniziata contro "armi di distruzione massiccia" che non sono mai state trovate.
Ma tale guerra, invece di indebolire il terrorismo e le organizzazioni terroristiche, al contrario le rinforza. All'interno stesso dell'Iraq, gli elementi del vecchio potere baasista che sembrano inquadrare le organizzazioni che praticano gli attentati beneficiano di simpatia in una buona parte della popolazione, esasperata dalla presenza americana e dai bombardamenti ciechi di cui i civili sono le principali vittime, e dal disprezzo senza ogni limite di cui il comportamento dei soldati americani nella prigione di Abou Ghraïb è una prova. L'occupazione americana rafforza ugualmente, e per le stesse ragioni, l'influenza dei capi religiosi più radicali, sciiti come sunniti. D'altra parte, l'Iraq sembra offrire un terreno di addestramento per gruppi terroristi di altri paesi, legati o no ad Al Qaeda.
Le truppe americane sembrano controllare sempre meno la situazione in Iraq. Non solo un certo numero dei grandi città ma una parte della stessa capitale sfugge loro.
La guerriglia irachena non ha evidentemente la forza militare di buttar fuori le truppe americane. L'imperialismo americano può scegliere di restare, accettando di sacrificare migliaia di soldati americani, inglesi, o di ostaggi. Quanto ai civili iracheni, il cui numero di vittime è probabilmente senza comune misura con i 1000 morti dell'esercito americano, non entrano in linea di conto per i dirigenti di Washington.
Questa guerra dura da due anni. Ma bisogna ricordarsi che gli Stati-Uniti sono rimasti in Vietnam una decina d'anni. Ciò implica un numero crescente di americani inviati sul terreno. Anche se i dirigenti di Washington cercano di imbarcare truppe di altri paesi nella loro galera e di condurre la loro guerra con la pelle dei militari dei paesi poveri o dell'est europeo, dovranno aumentare la presenza delle loro proprie truppe. E non è detto che l'opinione pubblica americana accetti l'aumento incessante del numero di morti né l'accrescimento delle spese militari.
Questo testo è stato scritto prima delle elezioni americane e quindi i risultati non possono che essere ipotetici. Supponendo che Kerry sostituisca Bush, non è un cambiamento di presidente che provocherà in sè stesso un disimpegno eventuale dalI'Iraq. Al massimo potrà esserne l'occasione o il pretesto.
Ciononostante si può anche prevedere che, forte della sua reputazione di "uomo di sinistra", Kerry ne approfitti al contrario per intensificare la guerra. Ciò si è già visto, e un Guy Mollet che dopo essersi fatto eleggere per far la pace in Algeria, ha intensificato la guerra, non è una specialità francese. Di più, Kerry si guarda bene anche solo dal promettere il ritiro delle truppe americane.
Il disimpegno dalI'Iraq pone comunque all'imperialismo americano un grosso problema, data la situazione anarchica che vi regna. In tutta evidenza, un regime sancito da elezioni, se non un regime democratico, non potrà stabilizzarsi. Ma c'è soprattutto il rischio di spezzettamento del paese, almeno nelle sue tre componenti, curda, sciita e sunnita, seguita o preceduta da massacri inter-etnici o inter-religiosi, con conseguenze incalcolabili che si estendono a tutta la regione.
Anche se l'economia capitalistica mondiale puo' fare a meno del petrolio iracheno - bene o male è il caso oggigiorno -, non può fare a meno del petrolio del Medio Oriente. Ora, è l'insieme della regione che può essere destabilizzata dai contraccolpi della situazione irachena. L'Arabia Saudita, principale esportatore di petrolio del mondo, è già tormentata da correnti islamiche e ancor più dal miscuglio di modernismo materiale permesso dalle ricchezze stravaganti della sua minoranza dirigente e da barbarie medievale. Quanto alla costellazione di mini-stati disegnati intorno ai pozzi di petrolio, sono troppo artificiali per resistere a deflagrazioni che tocchino la regione, e d'altronde sono travagliati dalle stesse contraddizioni dell'Arabia Saudita.
La guerra continua ugualmente in Afghanistan, dove le truppe occidentali si aggiungono alle bande armate autoctoni dei signori della guerra. Anche se le elezioni dell'inizio ottobre 2004 non saranno respinte, il potere uscito da queste elezioni controllerà al massimo la capitale, Kabul, e la sua periferia immediata, come lo fa il governo attuale. Anche la parvenza di unità imposta a loro tempo dai talebani si è frantumata. La mezza dozzina di signori della guerra che si spartiscono il paese controllano le loro regioni rispettive, prelevando tasse e imposte, rendendo la giustizia e non obbediscono per niente al governo centrale.
A differenza dell'Iraq, l'esercito americano presente nel paese è affiancato da contingenti di altre potenze imperialiste, in particolare della Francia.
Israele e la Palestina continuano a costituire un altro punto caldo sul pianeta. La seconda Intifada, il conflitto armato che oppone lo Stato d'Israele e la popolazione palestinese, entra nel quinto anno. Il governo dell'uomo di estrema destra Sharon continua una politica di terrorismo statale contro la popolazione palestinese. E' incoraggiato a farlo dalla politica degli Stati-Uniti che permette ai dirigenti israeliani di assimilare la repressione contro ogni forma di resistenza palestinese alla lotta contro il terrorismo internazionale.
Bush, che aveva evocato l'anno scorso un "foglio di viaggio" per arrivare nel 2005 alla creazione di uno Stato palestinese, ne ha finanche abbandonato l'idea, lasciando così le mani libere a Sharon. Questi moltiplica le incursioni ed i bombardamenti, in particolare sulla banda di Gaza. L'insieme del territorio palestinese già strangolato dalla sua dipendenza economica totale nei confronti d'Israele, subisce le frequenti chiusure dei punti di passaggio, d'altronde sempre meno numerosi, che i suoi lavoratori devono attraversare per rendersi sui luoghi di lavoro. Per di più è letteralmente rovinato dai bombardamenti e dalle distruzioni sistematiche degli immobili. I territori palestinesi sono totalmente pauperizzati.
Rifiutando ogni discussione con le autorità palestinesi, minacciando periodicamente Arafat di espulsione nonostante sia ridotto all'impotenza, Sharon si è impegnato in una politica unilaterale che mira a separare completamente le due comunità israeliana e palestinese, nonostante tutto mescolate, per di più su un territorio esiguo. Una delle materializzazioni più barbare di questa politica è il muro eretto dallo Stato d'Israele sul territorio palestinese. Questo muro, che si aggiunge a quelli già esistenti che separano le città e i villaggi palestinesi dalle colonie israeliane, crea numerose enclavi all'interno del territorio palestinese che aggravano ancor più la sua frantumazione.
Incoraggiando gli insediamenti di coloni in Cisgiordania, Sharon completa ciononostante il suo "piano di pace" unilaterale col progetto di evacuare le colonie della banda di Gaza che richiedono troppe forze militari per essere protette.
Ma Sharon ha trovato dei politici più a destra di lui che sfruttano la collera di una parte della sua clientela elettorale, in particolare quella delle colonie create sotto il suo impulso, che rifiutano di accettare il minimo abbandono degli insediamenti già esistenti.
I danni della guerra che conduce lo Stato d'Israele contro il popolo palestinese non si misurano solo col numero di morti. Ancora più grave del muro di cemento armato intorno ai territori palestinesi è il muro eretto tra i due popoli che vivono sullo stesso territorio. Il terrorismo dello Stato d'Israele e il terrorismo delle organizzazioni palestinesi si coniugano, moltiplicando i morti da una parte e dall'altra - anche se non nelle stesse proporzioni - e trasformando la diffidenza in rottura morale profonda tra i due popoli.
La logica e la natura degli scontri spingono in primo piano i gruppi più violenti, in ognuno dei due campi : l'estrema destra in Israele e Hamas dal lato dei palestinesi. Prodotto dallo scontro, questo scivolamento verso le forze di estrema destra ne diventa un fattore aggravante.
Sul piano economico, di fronte al popolo palestinese ridotto alla miseria crescente, la popolazione israeliana conosce ugualmente il prezzo di spese militari importanti (malgrado l'aiuto americano) e una disoccupazione in crescita a causa dello Stato di guerra.
La militarizzazione dell'insieme della società israeliana intorno ad una politica di repressione rafforza il ruolo politico dell'esercito e del suo Stato-maggiore. Da qualche tempo, la stampa parla dell'eventualità che una parte dell'esercito rifiuti il ritiro delle colonie della banda di Gaza, pure proposto da un primo ministro di estrema destra.
La democrazia israeliana, presentata da molto tempo in Occidente come un'eccezione in un Medio Oriente dominato dalle dittature, non è mai stata tale per la popolazione palestinese. E non si può escludere la possibilità che tutta la popolazione israeliana, che paga già con l'insicurezza e con un aumento della disoccupazione la politica di oppressione condotta dai suoi dirigenti, finisca col pagare anche con la scomparsa degli aspetti democratici del regime a beneficio di un potere militare.
Nella lotta che oppone uno Stato d'Israele oppressore ad una popolazione palestinese spossessata e oppressa siamo solidali di quest'ultima. Ciononostante non siamo più vicini delle organizzazioni nazionaliste palestinesi e dei loro metodi che dei dirigenti israeliani. Con le loro politiche, tutti e due spingono i propri popoli diritti nel muro.
In quanto comunisti rivoluzionari, siamo per la coesistenza, con uguali diritti, dei popoli mescolati su questo stesso territorio, nella forma che i due popoli decideranno di comune accordo. Ma l'uguaglianza tra i due popoli suppone non solo il riconoscimento per ciascuno dello stesso diritto all'esistenza nazionale, ma anche l'uguaglianza sul piano materiale. La storia del mezzo secolo passato mostra che la lotta per la sola indipendenza nazionale, senza emancipazione sociale di tutta la regione, conduce in un vicolo cieco.
Ben altri punti di tensione esistono sul pianeta. Se su scala mondiale non ci sono più conflitti che al tempo dell'Urss, non c'è ne sono di meno. Certo, con la scomparsa dell'Urss, è venuto meno il sostegno diplomatico che questa assicurava a certi gruppi guerriglieri, come anche i rifornimenti di armi. Ma almeno su quest'ultimo punto non c'è bisogno dell'Urss: i trafficanti di armi sono felici di rifornire tutti gli antagonisti. Non per caso il traffico di armi oggigiorno costituisce il settore del commercio mondiale che realizza il miglior fatturato.
In Africa in particolare, innumerevoli conflitti proseguono. La situazione non si è veramente stabilizzata nel Liberia e per niente nel Congo ex-Zaire sottomesso alla legge dei signori della guerra locali. Quanto alla guerra terribile e omicida che si svolge nel sud del Sudan, nel Darfur, se comincia a produrre dichiarazioni lenitive da parte delle organizzazioni internazionali e qualche risoluzione, nessuna delle grandi potenze ha voglia di andare al di là, almeno fin quando non troverà un altro interesse che quello di proteggere una popolazione decimata.
In Costa d'Avorio, paese dell'Africa che ci riguarda da vicino in quanto vecchio terreno di caccia del nostro imperialismo, la frontiera che separa il Nord semi-secessionista dal Sud si è stabilizzata in ragione della presenza delle forze francesi così come delle forze africane.
Bene o male, il governo francese sostiene il governo Gbagbo tanto più che questo controlla la zona più provvista di ricchezze naturali, che produce in particolare il cacao, quella dove gli investimenti francesi sono i più importanti. Eppure Gbagbo non esita a completare la demagogia etnista della sua stampa e dei suoi complici con una demagogia contro il governo francese, ponendosi come vittima dell'"imperialismo francese" in quanto "patriota avoriano" e vittima del governo di destra in Francia in quanto "socialista". Ciononostante il governo francese lo sostiene in mancanza di meglio. In ogni caso, lo farà fino alla prossima elezione presidenziale da cui potrebbe uscire vincitore un Bedié, ex presidente e protetto del vecchio servitore dell'imperialismo francese Houphouët-Boigny o un Uattara, ex alto funzionario dell'FMI. Ma, eventualmente, Gbagbo continuerà ad andar bene, fintanto che le sue dichiarazioni demagogiche ad uso interno non saranno seguite da atti contro gli interessi francesi, il che non è il caso attualmente.
Stabilizzazione della linea di fronte non vuol dire stabilizzazione della situazione interna. Non solo dei sussulti etnisti si producono periodicamente, ma lo stato di guerra serve da pretesto ai militari dei due campi per darsi, su scala più ampia che nel passato, ad ogni sorta di racket, di violenze e di soprusi. E' in nome del "patriottismo" che i sicari del partito di Gbagbo - reclutati essenzialmente tra la piccola borghesia studentesca - si danno a linciaggi contro gli originari del Nord del paese o del Burkina-Faso. La situazione delle classi lavoeatrici, già difficile in tempo di pace, si trova aggravata. I grandi gruppi industriali francesi, che dominano i segmenti più redditizi dell'economia locale, continuano ciononostante a realizzare profitti consistenti.
L'ex Unione Sovietica è, dal lato suo, lacerata da una moltitudine di conflitti. I più virulenti si producono nel Caucaso, in Russia, ma anche nella vicina Georgia. Il potere russo non è riuscito, nonostante una repressione feroce, a consolidare la sua influenza sulla Cecenia. La presa di ostaggi di Beslan e la sua tragica conclusione hanno illustrato i metodi abietti dei clan indipendentisti ceceni così come quelli del potere russo.
Ma, bisogna ricordarlo, non solo la Russia conduce la sua guerra in Cecenia con l'approvazione, aperta o appena dissimulata, delle grandi potenze, ma queste grandi potenze hanno condotto esse stesse guerre simili. Per quanto sanguinosa sia la repressione in Cecenia coi bombardamenti di città e col terrore esercitato contro la popolazione civile, Putin è ancora lontano dall'aver fatto il numero di vittime di cui i governi francesi si sono resi colpevoli in Algeria o l'esercito turco tra i curdi.
Mentre conduce la guerra al "secessionismo" ceceno, il governo russo incoraggia i secessionismi abkazi e osseti in Georgia. Le manovre diplomatico-militari della Russia si urtano ciononostante alle manovre opposte degli Stati-Uniti, che restano relativamente discrete per il momento nel Caucaso come nell'Asia centrale, .
L'imperialismo americano può certo sostenere il nuovo regime installato in Russia dopo la dislocazione dell'Urss, ma non per questo dimentica i suoi propri interessi. Il Caucaso, situato tra la Russia ed il Medio Oriente, come anche l'Asia centrale, rappresentano interessi strategici. Gli Stati-Uniti riprendono con naturalezza la politica condotta una volta dall'impero britannico, rivale, all'epoca, della Russia zarista per il controllo della regione. Gli Stati-Uniti hanno approfittato dell'indipendenza degli Stati dell'Asia centrale per installare basi militari in quattro di questi cinque Stati. Hanno approfittato della disputa tra la Georgia e la Russia per stabilire legami privilegiati con il nuovo governo georgiano. La rivalità tra gli Stati-Uniti e la Russia fa il gioco dei signori della guerra locali e non può che attizzare le opposizioni nazionali ed etniche nel Caucaso.
Putin, ex alto ufficiale del KGB, ha costruito una buona parte della sua fortuna politica sulla repressione in Cecenia. Rieletto nel marzo 2004 con una maggioranza confortevole, con un Parlamento ai suoi ordini, sta cercando di instaurare, se non una dittatura, un regime fortemente autoritario. Sembra beneficiare del consenso rassegnato di una popolazione stanca della guerra tra burocrati mafiosi e impoverita dal saccheggio dei clan burocratici.
Dei mass media e una stampa controllata dalla presidenza, un Parlamento trasformato in camera di ratifica : non resta quasi niente delle promesse di democrazia tanto ripetute nel 1989 dagli aduatori dei cambiamenti intervenuti nel linguaggio della burocrazia. L'ascesa di Putin è nello stesso tempo quella degli "organi", degli apparati burocratici originari del KGB, di cui numerosi ufficiali riconvertiti si ritrovano a diversi livelli di responsabilità.
L'alta burocrazia sembra aver ritrovato le vecchie pratiche di lotta tra i suoi differenti apparati come metodo di selezione del dirigente supremo, anche se l'installazione al potere è consacrata da elezioni.
Ciononostante la consolidazione del potere di Putin non significa necessariamente la stabilizzazione dello Stato russo.
I dirigenti russi si vantano del miglioramento della situazione economica. Questa poggia essenzialmente sull'aumento dei prezzi del petrolio di cui la Russia è uno dei principali esportatori. Le ricette dello Stato sono certo aumentate, ma la Russia è sempre più integrata nel mercato mondiale come produttore di materie prime (petrolio, gas o metalli), vale a dire in posizione subalterna. Per il resto, le evasioni di capitali - dovute ad una burocrazia predatrice che preferisce depositare i proventi delle sue rapine nelle banche dei paesi imperialisti occidentali - sono ripresi su grande scala. Quanto agli investimenti occidentali, secondo una stima dell'OCSE, sono i più deboli che la Russia abbia conosciuto "dall'inizio degli Anni Novanta". Bisogna credere che il grande capitale occidentale considera che la situazione non è sufficientemente stabilizzata in Russia per rischiare dei capitali lì, al di fuori del petrolio e di certe materie prime.
1 ottobre 2004

Mozione sulla situazione in Costa d'Avorio

L'unica ragione della presenza dell'esercito francese in Costa d'Avorio è di proteggere gli interessi economici, politici e diplomatici dell'imperialismo francese in questo paese e, al di là, nelle vecchie colonie francesi d'Africa.
La posizione del governo francese che assicura che l'esercito francese interviene con lo scopo umanitario di proteggere la vita dei francesi presenti nel paese è una presentazione semplificatrice e menzognera. La presenza massiccia di Francesi in Costa d'Avorio è legata al dominio dell'imperialismo francese su questo paese, peraltro base economico-finanziaria della sua influenza nei paesi circostanti. Dirigenti di grandi aziende o padroni di imprese medie e piccole, una gran parte dei francesi nel paese sono proprio i rappresentanti dei capitali francesi. L'aspetto puramente umanitario della loro situazione attuale dev'essere risolto col loro ritorno immediato in Francia.
Un'altra propaganda, ancora più menzognera, del governo francese consiste nell'affermare che le truppe francesi sono là per evitare le violenze inter-etniche. Ma se le truppe francesi si sono interposte tra le due fazioni prodotte dalla scissione dell'esercito avoriano, tra quella che controlla il Nord e quella che controlla il sud, non si sono mai interposte al momento di conflitti inter-etnici e non hanno mai impedito la caccia agli immigrati burkini o maliani. Il governo francese non ha neanche utilizzato la sua autorità politica sui dirigenti avoriani successivi per fermare l'utilizzo della demagogia etnista nella loro lotta per il potere.
Con questo noi non affermiamo che l'esercito francese debba essere sostituito da truppe dell'Onu o da quelle dell'Unione africana.
La guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq non avrebbe cambiato di natura per il semplice fatto di aver ottenuto la legittimazione dell'Onu. Che l'imperialismo francese agisca con un mandato dell'Onu non cambia niente al fondo della questione, come non cambierebbe niente il fatto di far proteggere i suoi interessi da soldati africani inviati da capi di Stato compiacenti.
In alcun modo sosteniamo o approviamo la politica di Gbagbo, il cui regime è una dittatura appena camuffata che, come i suoi predecessori, non ha altro obiettivo che essere riconosciuto dall'imperialismo francese come servitore locale dei suoi interessi. La sua demagogia xenofoba ed etnista è totalmente contraria agli interessi dei popoli che vivono in Costa d'Avorio.
2 dicembre 2004

La situazione economica mondiale (Testo maggioritario)

A giudicare dalle dichiarazioni dei dirigenti politici e della maggior parte degli economisti, la ripresa economica avviata negli Stati Uniti a partire dal terzo trimestre 2003 si starebbe generalizzando e starebbe toccando, questa volta, anche i paesi europei ed il Giappone.
Ma questa stessa ripresa americana aveva segnato il passo la primavera scorsa e soprattutto, anche nel pieno della sua crescita, non aveva creato posti di lavoro supplementari. Ripresa o no, la disoccupazione ha continuato ad aumentare dappertutto, compreso negli Stati Uniti. L'andirivieni delle riprese e delle recessioni che si susseguono si inscrive in una tendenza globale dell'economia produttiva ad una crescita debole, segnata dalla disoccupazione di massa e dal debole livello degli investimenti produttivi netti.
Il petrolio : la nuova fiammata dei prezzi
Questa ripresa limitata rischia di arrestarsi a causa del nuovo aumento dei prezzi del petrolio. Questo aumento non è altrettanto brutale del primo "shock petrolifero" del 1973-1974 ed i prezzi non raggiungono ancora i livelli del secondo shock del 1979-1980. Nessuno può predire se l'aumento dei prezzi del petrolio avrà delle ripercussioni sull'economia mondiale come quelle del 1974 che rappresentarono il fattore scatenante -ma non la causa- di un importante calo della produzione.
Ciononostante nel caso in cui la "ripresa" svanisse o addirittura si invertisse, l'aumento dei prezzi del petrolio fornirebbe ai dirigenti politici una giustificazione per nuove misure di austerità ed ai commentatori una buona ragione per rinnegare, giustificandolo nello stesso tempo, il loro ottimismo odierno.
Anche supponendo che l'economia dei paesi imperialisti non sia seriamente toccata dall'aumento del petrolio, ci saranno conseguenze più gravi per la maggior parte dei paesi, sottosviluppati o no, che non dispongono di petrolio o di altre risorse energetiche. Come ci saranno gravi conseguenze anche nei paesi sviluppati, per le famiglie dal reddito modesto che si riscaldano con la nafta o col gas naturale i cui prezzi si allineano, senza ragione ma regolarmente, sul prezzo del petrolio.
La situazione nel Medioriente, l'interruzione dei rifornimenti di petrolio iracheno, così come l'agitazione politica nel Venezuela o la crescente instabilità in Nigeria, oppure la successione di cicloni sul Golfo del Messico, sono stati invocati per spiegare l'aumento brutale del prezzo del petrolio. Certo, ognuno di questi elementi ha potuto giocare un ruolo come fattore scatenante -o come pretesto. Ma la ragione fondamentale è senza dubbio che le compagnie petrolifere, che notoriamente non investono abbastanza nello sfruttamento e nei sondaggi, frenano l'offerta per far aumentare in modo durabile i prezzi, affinché lo sfruttamento di nuovi giacimenti divenga redditizio. Ciò sembra essere una ripetizione dell'operazione che, alla fine del 1973, fece quadruplicare in tre mesi i prezzi del petrolio, attribuendone la responsabilità all'OPEC come, già allora, alla situazione nel Medioriente. Malgrado la diversificazione delle risorse energetiche intervenuta nel frattempo, il consumo di petrolio continua ad aumentare negli Stati Uniti o in Giappone e si è accelerata in Cina o in India. Per farvi fronte, come nel 1973, i trust petroliferi preferiscono prelevare in anticipo, sull'economia mondiale, le somme necessarie allo sfruttamento dei giacimenti meno redditizi. Nel frattempo, e fin quando i prezzi non sono arrivati al punto di favorire altre fonti energetiche che non controllano ancora, i trust del petrolio preferiscono guadagnare di più senza aumentare la produzione. I trust che sono in situazione di monopolio sono maltusiani.
La crescita dei profitti che risulta dall'aumento dei prezzi favorisce la speculazione sul petrolio, il che contribuisce a sua volta a spingere i prezzi verso l'alto.
n questo modo, per utilizzare l'espressione della stampa, avida di sensazionale, la guerra per il petrolio si è accentuata. I dirigenti delle nazioni imperialiste, sulla scia dei loro trust, moltiplicano gli sforzi per diversificare le loro risorse petrolifere. La rivalità cresce in particolare intorno ai paesi africani che dispongono di riserve di petrolio come la Libia, il Gabon, la Nigeria, o ancora la Guinea equatoriale.
Anche le risorse petrolifere della Russia attizzano i desideri. L'aumento dei prezzi del petrolio permette a Putin di sostenere il bilancio statale ed alle statistiche economiche russe di registrare una crescita.
La finanziarizzazione dell'economia
Soggiacente all'insieme dell'evoluzione dell'economia capitalistica da una buona trentina di anni, troviamo lo sforzo prodigato per invertire il movimento di diminuzione del tasso di profitto che si è delineato a partire dalla metà degli anni sessanta come una delle manifestazioni della crisi dell'economia capitalistica. Questa riduzione del tasso di profitto è stata generale tanto nei grandi paesi imperialisti europei che negli Stati Uniti tra, diciamo, il 1965 e la fine degli anni 70.
Un intreccio di risposte, empiriche o coscienti, provenienti da gruppi industriali e finanziari così come da Stati e da banche centrali, ha delineato un'evoluzione generale che mirava a rilanciare il tasso di profitto nel contesto di un mercato stagnante o in debole aumento. Le conseguenze di questa evoluzione marcano profondamente la situazione delle classi popolari, ma anche alcuni aspetti del funzionamento dell'economia capitalistica stessa.
In un contesto in cui i rapporti di forza tra la classe capitalistica e la classe operaia erano dappertutto sfavorevoli a quest'ultima, questi sforzi congiunti sono stati coronati da successo dal punto di vista degli interessi della classe capitalistica. Si può inquadrare alla svolta degli Anni '70 e '80 il rovesciamento della tendenza, vale a dire un nuovo accrescimento del tasso di profitto mentre la produzione stagnava o aumentava di poco. Tra alti e bassi corrispondenti ai periodi di recessione, il tasso di profitto non ha cessato globalmente di aumentare, raggiungendo nei paesi imperialisti europei, in particolare alla fine degli anni '90, lo stesso livello di prima della crisi, all'inizio degli anni '70.
I redditi degli azionisti sono cresciuti ancora più rapidamente non solo grazie all'aumento della massa dei profitti, ma anche perché una parte sempre più grande dei profitti è distribuita sotto forma di dividenti anziché essere reinvestita nella produzione. L'aumento dei dividenti è all'origine dell'accrescimento dei prezzi delle azioni e poi, grazie alla speculazione, dello slancio dei corsi della Borsa.
Il ristabilimento del tasso di profitto, col conseguente nuovo periodo di arricchimento per la borghesia, era il risultato dell'offensiva contro la classe operaia. La massa salariale è diminuita dappertutto a favore della massa dei profitti. La parte della borghesia nel reddito nazionale è aumentata in modo importante relativamente alla parte dei salariati. Questo risultato globale è stato frutto di una moltitudine di attacchi contro la classe operaia: blocco o diminuzione del livello dei salari, aumento dell'intensità del lavoro, freno o diminuzione delle pensioni, diminuzione delle spese sociali (previdenza malattia, indennità di disoccupazione, ecc.). La privatizzazione dei servizi una volta più o meno pubblici o la corsa alla redditività anche di quelli che lo sono ancora giuridicamente, partecipano allo stesso movimento. Questa offensiva è generale al di là della varietà delle forme, secondo i contesti nazionali. Il colore politico dei governi incide, al massimo, solo nella forma e nella presentazione -ma non sempre.
Ma questa modifica dei rapporti di forza tra il grande capitale e la classe operaia si è tradotta ugualmente in modifiche del funzionamento stesso del grande capitale ed in particolare nella ripartizione tra capitale industriale e capitale finanziario. Tutte e due sono delle varianti dello stesso capitale ma le loro funzioni sono differenti. Le modificazioni nella ripartizione del capitale tra le sue due funzioni si ripercuotono sul funzionamento dell'insieme dell'economia.
La crisi presente, che è cominciata diciamo trent'anni fa, se non ha mai raggiunto la profondità e la brutalità della crisi del '29, si rivela come una delle più durature. E la sua durata ha comportato una serie di conseguenze. E' sempre più chiaro che le pozioni amministrate all'economia capitalistica per attenuare il suo accesso di febbre, sono diventate una delle principali cause della prolungazione della sua malattia. Sono gli interventi crescenti degli Stati nella prima fase della crisi, per sostituirsi al capitale privato negli investimenti produttivi, che hanno accresciuto i deficit dei bilanci di tutti gli Stati. In un primo tempo, ciò si è tradotto in un aumento dell'inflazione. Il fatto che questa inflazione si sia tradotta in una degradazione della condizione operaia non ha disturbato il grande capitale. Al contrario. Ma ciò minava nello stesso tempo il tasso reale d'interesse, quello che frutta il capitale investito una volta dedotto il tasso d'inflazione.
La grande trovata della seconda fase della crisi è stata la limitazione dell'emissione di carta-moneta e l'utilizzo dei prestiti di Stato, dando in questo modo interessanti possibilità d'investimento ai capitali eccedenti in quantità crescente che rifiutavano di trasformarsi in capitali produttivi per mancanza di sbocchi in crescita per i prodotti finiti.
L'indebitamento degli Stati, il debito pubblico, è vecchio quanto lo sono gli Stati moderni. L'imperialismo, con le spese militari, l'ha portato a livelli che nessun monarca dei tempi antichi avrebbe sognato. Questa tendenza congenita dell'' imperialismo ha raggiunto, nel corso degli ultimi trent'anni, in modo duraturo, vette senza precedenti.
Gli Stati vi hanno trovato il loro conto : emettere dei titoli del debito pubblico - Buoni del Tesoro, ecc.- gli permette di colmare il loro deficit.
Il grande capitale vi ha trovato doppiamente il suo conto: l'offerta dei titoli pubblici gli permette di investirsi in modo vantaggioso, al posto degli investimenti produttivi quando questi sono incerti. Di più, col permettere allo Stato di finanziare le sue spese, si assicura il finanziamento delle sovvenzioni e degli sgravi diversi alle imprese, più le riduzioni di tasse per i più ricchi.
Gli Stati, come il grande capitale, avevano interesse a frenare l'inflazione ed a garantire un tasso d'interesse elevato. Se l'inflazione è stata frenata solo parzialmente -per così dire esclusivamente pesando sui salari- il tasso d'interesse reale è raddoppiato tra la fine degli anni '60 e la fine degli anni '70.
Il ruolo delle banche e del sistema di credito è indispensabile al funzionamento dell'' economia capitalistica perché mette i capitali disponibili a disposizione delle imprese che ne hanno bisogno. In questo modo, permettono ai capitali disponibili di trasformarsi in capitali produttivi. L'interesse, prelevato sul plusvalore, è la remunerazione di questa funzione finanziaria. Ma l'ipertrofia di tale funzione produce l' effetto contrario. Si mette in moto una spirale ascendente che favorisce il capitale finanziario a scapito del capitale produttivo. A partire da un certo livello di indebitamento, il debito si alimenta se stesso. Poiché il servizio del debito assorbe una parte crescente delle entrate degli Stati, questi ultimi sono costretti ad indebitarsi di nuovo per far fronte alle scadenze. I diversi titoli ed effetti che rappresentano i debiti pubblici nutrono continuamente i mercati finanziari ai quali, grazie alla deregolamentazione ed alla soppressione delle barriere, tutti i capitali possono accedere ormai liberamente. Sulla scia dell'indebitamento degli Stati -in primo luogo dei paesi imperialisti e soprattutto gli Stati Uniti- si è sviluppata tutta un'economia di credito e di indebitamento, alimentando le speculazioni monetarie, borsistiche, immobiliari ed altre, mercati d'arte o di grandi marchi di vini, della moda, a seconda del periodo.
Il dominio finanziario sull'insieme dell'economia non è un fatto nuovo, bensì è una delle caratteristiche dell'imperialismo descritte al loro tempo da Hilferding e da Lenin. Parlando della necessità dell'' "espropriazione delle banche private e (della) statalizzazione del sistema di credito", Trotsky, da parte sua, scriveva nel Programma di transizione : "l'imperialismo è la dominazione del capitale finanziario. Accanto ai cartelli e ai trust, e spesso al di sopra di essi, le banche concentrano nelle loro mani il comando reale dell'economia. Nelle loro strutture, le banche riflettono, in una forma concentrata, tutta la struttura del capitalismo contemporaneo : combinano le tendenze al monopolio con le tendenze all'anarchia. Organizzano miracoli di tecnica, imprese gigantesche, trust poderosi, e organizzano ugualmente il carovita, le crisi e la disoccupazione".
In fondo non c'è niente da cambiare a questa descrizione. Fatto salvo che la funzione una volta adempita dal sistema bancario si è allargata poiché, ormai, tutti i gruppi industriali e finanziari che hanno capitali disponibili possono dedicarsi alle attività di prestito, in particolare di prestiti agli Stati, di compra e vendita dei buoni del Tesoro, senza passare per il sistema bancario.
Di più, l'allargamento della funzione finanziaria ha prodotto nuovi organi: fondi speculativi, fondi pensione, ecc., la cui unica attività è di realizzare profitti finanziari.
Il tasso d'interesse, che rappresenta la remunerazione dei servizi resi dalle banche al capitale industriale, prelevato sul plusvalore globale, resta ad un livello elevato, espressione dei prelievi del capitale finanziario sull'attività economica.
La Borsa, da parte sua, da lunga data gioca un ruolo indispensabile nel funzionamento dell'economia capitalistica. La sua funzione è la concentrazione dei capitali, la loro mobilitazione verso le grandi imprese e la formazione del tasso medio di profitto.
Le azioni e le obbligazioni, da quando sono state inventate, sono sempre state oggetto di speculazioni. "La speculazione è una funzione necessaria del capitalismo" scriveva Kautsky nel Programma socialista.
Fin dalla loro generalizzazione in quanto forma d'organizzazione dominante dell'economia capitalistica sotto l'imperialismo, le "società per azioni", avevano introdotto una differenziazione tra il processo della produzione capitalistica ed il movimento della proprietà capitalistica. Le azioni in Borsa che rappresentano, in principio, dei titoli di proprietà sono da sempre, e nello stesso tempo, dei titoli di reddito che permettono ai loro proprietari di intascare dividenti -e, eventualmente, di intascare un reddito speculativo vendendo i loro pacchetti di azioni più cari di quanto li hanno comperati.
Le transazioni di azioni obbediscono ben più alle attese di dividenti che queste azioni fruttano o di guadagni realizzabili tramite la loro vendita, che alla natura o alle variazioni della produzione dell'impresa in causa (le obbligazioni che rappresentano giuridicamente un credito, e non un titolo di proprietà, fruttano solo l'interesse convenuto, ma possono ugualmente offrire guadagni speculativi). La proprietà del capitale si allontana, in qualche modo, dall'uso che ne è fatto nella produzione. La Borsa vive per conto suo. Il denaro sembra produrre denaro, "così naturalmente che il pero porta le pere", per parafrasare Marx. Eppure i dividenti come i guadagni borsistici provengono in ultima istanza dal plusvalore il quale non può essere creato che nella produzione.
Gli "investimenti" realizzati dai gruppi finanziari, come i fondi pensione, i fondi delle società di assicurazioni o delle mutue ed i fondi speculativi vari, somigliano sempre più a dei puri investimenti finanziari. In effetti, il denaro non è "investito" da questi gruppi finanziari per essere immobilizzato per un periodo più o meno lungo in quanto investimento produttivo. E' destinato a fruttare a breve scadenza. In gergo economico si chiamano "investitori istituzionali" quando in realtà non investono ma investono i loro fondi e d'altronde non sono affatto istituzioni statali, perseguono soltanto gli interessi dei loro mandanti privati. La loro parte fra i detentori di azioni è diventata dominante in alcuni settori. Un recente rapporto del Senato stima che tali "investitori istituzionali" rappresentano circa l'80% delle transazioni borsistiche ! L'accrescimento incessante di questo tipo di finanziamento nei capitali di imprese industriali si ripercuote sulla loro gestione. La ricerca del massimo profitto a breve scadenza si oppone agli investimenti a più lungo termine, all'immobilizzazione di capitali nella costruzione di una nuova fabbrica, all'acquisto di nuove macchine, ecc. Così, è proprio il capitale più concentrato, quello che controlla i mezzi di produzione più potenti della società, che gioca sempre meno il suo supposto ruolo nell'organizzazione della produzione sulla base capitalistica.
La produzione imbrigliata dalla finanza
Delle voci si fanno sentire anche tra gli economisti della borghesia per frenare un'evoluzione che sega il ramo al quale è sospesa l'economia capitalistica.
Sono preoccupati dal fatto che la parte del capitale dedicata all'accumulazione dell'ammontare di capitali fissi -fabbriche, macchine, mezzi di produzione, ecc.-, così come la parte dedicata alla ricerca, condizione dello sviluppo futuro, diminuisce rispetto all'accumulazione puramente finanziaria.
I due tratti persistenti dell'economia da trent'anni a questa parte, al di là del gioco delle recessioni e delle riprese, sono il basso tasso degli investimenti produttivi ed il livello elevato della disoccupazione. Il primo si oppone all'allargamento conseguente del mercato dei mezzi di produzione. Il secondo limita l'allargamento del mercato dei beni di consumo. O più esattamente, l'allargamento di quest'ultimo è limitato al consumo della borghesia grande e piccola, così come al consumo a credito. Quest'ultimo, in espansione, in particolare nel principale paese consumatore, gli Stati-Uniti, costituisce ciononostante un'ipoteca sul futuro.
La stagnazione della produzione è mascherata dalle statistiche del PIL (prodotto interno lordo), poiché queste statistiche non tengono conto della sola produzione di beni materiali o di servizi utili.
Ciononostante anche le statistiche del PIL indicano una minor crescita dall'inizio della crisi rispetto al periodo precedente ed una netta diminuzione nei grandi paesi imperialisti durante le recessioni del 1975, del 1982 o del 1991. Le statistiche della disoccupazione, nonostante il fatto che siano anch'esse falsate, costituiscono ciononostante un'indicazione più affidabile dello stato reale dell'' economia.
La finanziarizzazione dell'economia ha giovato logicamente e soprattutto alla principale potenza finanziaria del mondo, gli Stati Uniti. I profitti attirati verso gli Stati Uniti, a partire dai loro investimenti o dai loro investimenti dappertutto nel mondo, si sono accresciuti senza sosta dall'inizio della crisi. Intorno all'anno 2001 una tappa è stata varcata. Per la prima volta, i redditi finanziari che gli Stati Uniti attirano dal resto del mondo sotto forma di dividenti o di interessi sono stati superiori all'insieme dei profitti accumulati negli Stati Uniti stessi. Per di più, gli Stati Uniti attirano verso le loro banche gli investimenti della borghesia dell'America Latina così come quelli degli emiri del petrolio del Medio Oriente.
Se gli Stati-Uniti accumulano non solo il plusvalore prodotto sul loro proprio solo ma anche una parte di quello prodotto su scala planetaria, questa accumulazione è anche e soprattutto finanziaria. Anche nella principale potenza imperialista mondiale, la situazione della classe lavoratrice si degrada, tanto per i salari reali che per la disoccupazione. Così come si degradano la previdenza malattia, le pensioni, le protezioni sociali. Questo dà argomenti a Kerry nella sua campagna contro Bush -ma la tendenza non sarebbe invertita in caso di vittoria democratica, come d'altronde non lo era stata per niente all'epoca di Clinton.
Ancora più significativo, la formidabile accumulazione finanziaria nelle mani di grandi gruppi americani non si traduce in un aumento parallelo del capitale fisso.
Certo, gli investimenti lordi sul suolo degli Stati Uniti sono relativamente elevati da una decina di anni. Sembrano essere trainati dalle attrezzature informatiche e dalle telecomunicazioni. Ma data la rapidità con cui questo tipo di investimento diventa obsoleto e perde il suo valore, l'investimento netto -che tiene conto dell'usura e del deprezzamento del capitale- resta modesto.
E soprattutto, gli investimenti che riguardano le capacità di produzione reali restano bassi. Il capitalismo americano stesso si trasforma sempre più in un capitalismo redditiere.
Il ruolo accresciuto della finanza è stato, in un primo tempo, un effetto della crisi: i capitali inutilizzati negli investimenti produttivi sono stati riportati verso gli investimenti remunerativi (a seconda del periodo : acquisto di buoni del Tesoro dei paesi imperialisti, a cominciare da quelli degli Stati Uniti ; prestito agli Stati dei paesi poveri ; acquisto di azioni e di obbligazioni ; speculazione monetaria ; finanziamento di operazioni di fusione-acquisizione di grandi imprese, ecc.). Adesso ne è diventato una delle cause. Il funzionamento che si è installato privilegia il profitto finanziario a breve scadenza rispetto agli investimenti produttivi a lungo termine.
In effetti sembra che, con l'impedire alla crisi di produzione di andare fino in fondo alla propria logica, il suo ruolo regolatore sia perturbato. Infatti bisogna ricordare che le crisi non sono epifenomeni dell'economia capitalistica, dei sottoprodotti casuali. Costituiscono fasi essenziali della riproduzione capitalistica. E' precisamente tramite le crisi che l'economia di mercato, mossa dalla concorrenza cieca, anarchica, ristabilisce gli equilibri tra la produzione e la domanda solvibile, tra i differenti settori dell'economia, in particolare tra quello dei mezzi di produzione e quello dei beni di consumo, così come tra le differenti funzioni economiche. Sono le crisi che, distruggendo una parte del capitale produttivo, rovinando una frazione della classe capitalistica stessa, fanno piazza pulita creando le condizioni del rilancio degli investimenti produttivi.
La lunga crisi in corso non ho mai raggiunto un carattere acuto al punto di spingere banchieri e industriali a saltare dalle finestre. Ma né i governi, né le banche centrali, né i grandi trust, possono impedire che le necessità profonde del funzionamento capitalistico dell'economia si ripresentino continuamente.
Alcuni economisti della tendenza altermondialista che affermano rifarsi al marxismo descrivono con giustezza e denunciano questa evoluzione. Parlano di una nuova era dell'imperialismo, un' "era neoliberale", di cui vedono l'emergenza durante gli anni '80. Ciò potrebbe essere solo un'innovazione semantica. Ma quest'innovazione presenta l'inconveniente di insistere sulla differenza a scapito dell'identità, sulla rottura a scapito della continuità dell'economia capitalistica sotto l' imperialismo. Quelli tra loro che, in più, privilegiano nella spiegazione di questa evoluzione le scelte politiche, attribuendone la paternità a Reagan ed alla Thatcher, nascondono in questo modo la responsabilità della socialdemocrazia che, ogni volta che ha avuto le redini del potere, ha partecipato a questo movimento.
Regno della finanza e paesi poveri
Lenin diceva che l'imperialismo era "la fase senile del capitalismo". L'imperialismo contemporaneo ha spinto ancora più lontano che ai tempi di Lenin gli aspetti usurai dell'economia, e redditieri della borghesia capitalistica.
L'imperialismo della fine del XIX secolo, alla ricerca di investimenti redditizi, esportava capitali. Questa esportazione consisteva già all'epoca, ben spesso, in prestiti agli Stati, oppure a questo o quell'impero declinante. Ma una larga parte di questi capitali erano comunque investiti in modo produttivo.
Questi investimenti rispondevano ai bisogni della metropoli imperialista, non a quelli del paese dominato. Ciononostante, la costruzione di ferrovie, di porti, le mine atte ad essere sfruttate, rappresentavano delle creazioni di ricchezze materiali. A maggior ragione, ciò era vero quando questi capitali erano investiti per creare delle fabbriche in America Latina o in Russia.
La tendenza attuale del grande capitale ad allontanarsi dagli investimenti produttivi a favore di investimenti finanziari comporta conseguenze particolarmente drammatiche per i paesi poveri. Tra questi, solo una dozzina -il Brasile, il Messico e la Cina principalmente accomunati dal fatto di possedere mercati abbastanza vasti- sono considerati come suscettibili di produrre abbastanza profitto per attirare gli investimenti produttivi. Altri, in America Latina o nel sud-est asiatico, dopo aver attirato capitali, investiti con obiettivi speculativi, ne hanno pagato il prezzo con dei krach finanziari che hanno prodotto un abbassamento brutale della loro produzione. La stragrande maggioranza dei paesi sottosviluppati sono integrati nei circuiti dei capitali solo tramite il debito oppure tramite questo tipo di "investimento" che consiste a ricomprare i rari mezzi di produzione o di trasporto già esistenti (linee ferroviarie, porti o aeroporti) per tirarne profitto utilizzandoli fino all'osso. L'imperialismo francese, in particolare, è diventato uno specialista di questo tipo di investimenti in Africa.
Gli economisti non sanno più che termine inventare per distinguere i più poveri tra i paesi poveri, quelli a cui i termini alla moda, del tipo "nuovi paesi industriali" oppure "paesi emergenti", non possono veramente applicarsi. Quarantanove paesi sono classificati nella categoria dei "paesi meno avanzati" - Così si trova il modo di utilizzare la parola "avanzato" per indicare l'infinita povertà !-, la cui popolazione conta nientemeno che 630 milioni di persone ed il cui reddito medio individuale annuo è inferiore a novecento dollari, vale a dire circa ottocento euro.
Nell'epoca in cui la crisi nel 1929 faceva sprofondare l'economia capitalistica nell'abisso, trascinando l'umanità verso le dittature, il nazismo e la guerra mondiale, Trotsky aveva scritto che le "forze produttive hanno smesso di crescere".
L'economia capitalistica dei giorni nostri mostra, in un altro modo, in modo meno drammatico per il momento, nei paesi imperialisti, fino a che punto le forze produttive sono imbrigliate dall'organizzazione economica basata sulla proprietà privata e la ricerca del profitto. Non si tratta di una deviazione del capitalismo, ma del suo stesso sviluppo. Questo solo fatto mantiene e attualizza continuamente la necessità di "espropriare gli espropriatori" e di riorganizzare l'economia liberandola dalla proprietà privata dei mezzi di produzione. Una comprensione del funzionamento dell'economia capitalistica che non arriva a questa conclusione, vale a dire alla necessità della rivoluzione sociale e del comunismo, anche se ne percepisce le ingiustizie e l'irrazionalità, rimane una comprensione sterile.
Cina : il ritorno dei capitali privati
La Cina ha la reputazione di essere uno dei paesi il cui slancio economico sia particolarmente rapido da diversi anni. Ciò porta alcuni a parlare di "miracolo cinese". Vero è che da decenni ci sono stati ben altri miracoli: miracolo tedesco, miracolo giapponese, miracolo italiano, miracolo dei cosiddetti "dragoni asiatici", ecc.. Oggigiorno si sa cosa sono diventati. Da un miracolo all'altro, l'economia capitalistica si impantana nella stagnazione.
La Cina serve in ogni caso d'esempio per sostenere l'idea che un paese povero può svilupparsi su una base capitalistica. I più ottimisti descrivono già la Cina come la grande rivale economica degli Stati Uniti.
Anche sul piano globale, si tratta di una presentazione tendenziosa della realtà. Se il tasso di crescita del prodotto interno della Cina è dell'ordine del 9%, ciò non significa niente se non si tiene conto del livello di partenza.
Ancora oggi, dopo decenni di crescita considerata come frenetica, il PIL pro capite sarebbe "l'equivalente di quello dei giapponesi nel 1960 (o quello dei francesi o dei canadesi nel 1923)" (l'Etat du monde 2005).
D'altro canto, questo sviluppo ha un carattere ineguale. Ricordiamo che, quando Trotsky sviluppava l'idea della "rivoluzione permanente", non riduceva la nozione di sottosviluppo alla povertà generale. Al contrario, sottolineava gli scarti considerabili e la contraddizione tra aspetti di sviluppo avanzato e aspetti di arretramento, tra le isole di modernità e l'arretramento che le circonda. Parlando della Russia di prima della rivoluzione del 1917, constatava non solo che la penetrazione imperialista aveva creato le imprese più moderne della loro epoca ma anche che il numero delle grandi imprese in rapporto alle piccole era più elevato nella Russia zarista che in tutti i paesi industriali dell'epoca, compresi gli Stati-Uniti. "L'industria più concentrata d'Europa -scriveva nella sua opera 1905- sulla base dell'agricoltura più primitiva". "Questa originalità può avere un'importanza decisiva per la strategia rivoluzionaria" sviluppava d'altro canto. "Basta ricordarsi che il proletariato di un paese arretrato è venuto al potere molti anni prima del proletariato dei paesi avanzati" (prefazione a La rivoluzione permanente).
La situazione odierna è la stessa. Nei grandi paesi capitalistici sottosviluppati, in Brasile per esempio, a gigantesche concentrazioni industriali si accompagna l'arretratezza di una grande parte del paese.
Il sottosviluppo della Cina è il prodotto di una lunga e dolorosa integrazione nell'economia capitalistica. Cominciò con la guerra dell'oppio (1839-1842) con la quale la Gran Bretagna forzò l'imperatore cinese ad accettare sul suolo del suo impero il consumo dell'oppio prodotto in India, paese colonizzato dalla Gran Bretagna. Questa integrazione proseguì con la penetrazione delle merci dei paesi industrializzati dell'epoca, preceduta o seguita dalle cannoniere, accelerando la decomposizione dello Stato cinese a vantaggio del regno dei signori della guerra che si vendevano al miglior offerente delle grandi potenze. Fu segnata dal dominio diretto delle potenze imperialiste (Gran Bretagna, Francia, Germania, Stati Uniti, Giappone), rivali tra di loro per spartirsi la Cina in zone di influenza, sulle grandi città costiere.
L'integrazione fu accompagnata dai sobbalzi rivoluzionari tra il 1911 ed il 1925, quando il proletariato cinese apparve per la prima volta sulla scena storica e fu tradito dallo stalinismo nascente.
L'imperialismo giapponese cercò con la forza delle armi di escludere i suoi rivali imperialisti e di imporre la trasformazione della Cina, semi colonia contesa, in una colonia totalmente giapponese. Conosciamo gli esiti di questa ambizione, in seguito alla disfatta del campo tedesco e giapponese nella seconda guerra mondiale.
Ed è proprio dalla resistenza contro il Giappone che emerse l'esercito di Mao che diventò l'ossatura della macchina statale cinese. Benché la rottura politica ed economica tra la Cina ed il mondo imperialista sia venuta dagli Stati Uniti, il regime prodotto dalla presa del potere da parte di Mao aveva non solo una base sociale sufficientemente solida per tentare di sopravvivere al blocco economico, ma anche un certo consenso sociale per tentare di costruire, al riparo dei prelievi dell'' l'imperialismo e della pressione del mercato mondiale, un'economia nazionale capace di sopravvivere. Date le sue dimensioni, la sua popolazione, la varietà delle sue risorse, la Cina era senz'altro uno dei rari paesi poveri del mondo che aveva i mezzi per far fronte all'isolamento. Di fronte al blocco imposto dagli americani, la scelta di intraprendere questa strada portò il regime a nazionalizzare totalmente l'industria, a prendere il controllo della produzione agricola, ad assicurarsi il monopolio del commercio estero.
Bisogna comunque constatare che, se la Cina è riuscita a sfuggire al dominio economico diretto dell'imperialismo, non ha potuto superare le conseguenze della rottura con la divisione internazionale del lavoro. Le Cina è ancora ben lungi dall'aver raggiunto lo sviluppo economico dei paesi occidentali.
La dimostrazione che era impossibile raggiungere, con l'autarchia, i paesi imperialisti che usufruiscono non solo della divisione internazionale del lavoro ma anche del saccheggio dell'intero pianeta, era già stata fornita dall'URSS. Ciononostante, grazie alla rivoluzione proletaria, i proprietari agrari e la borghesia erano stati espropriati radicalmente in Russia, ma non in Cina. L'URSS isolata e sottomessa al potere della burocrazia non ha costruito "il socialismo in un solo paese", benché si sia sviluppata più rapidamente e in modo meno ineguale e più completo di altri paesi arretrati paragonabili.
Nella Cina di Mao, la borghesia fu espropriata tardivamente, dall'alto da parte dello Stato ed in modo meno radicale. I capitali accumulati in Cina dalla borghesia locale prima di Mao poterono spostarsi e soprattutto giovare ai "frammenti dell'impero", come Taiwan, alle filiali sparse, come Hong-Kong e Singapore, ed alla diaspora borghese originaria della Cina, una delle componenti più o meno importanti della classe privilegiata in diversi paesi del sud-est asiatico. Privo di questa fonte di "accumulazione primitiva", il regime maoista cercò di compensarla sfruttando le classi popolari. Lo statalismo economico del maoismo centralizzava in particolare i prelievi sulle immense masse contadine.
Grazie allo statalismo ereditato dell'epoca maoista, la Cina dispone oggigiorno di un'economia sviluppata in modo più equilibrato rispetto ad altri paesi sottosviluppati paragonabili. Lo statalismo ha permesso alcuni grandi lavori, come la regolazione dei grandi fiumi, la costruzione di dighe oppure la creazione di imprese industriali non solo nelle grandi città costiere. D'altronde è probabile che la differenza tra i tassi di crescita ufficiali della Cina e dell'India, di cui quello cinese è il doppio dell'altro, risiede in questa eredità, nonostante i due paesi siano paragonabili dal punto di vista della popolazione, della dimensione, ed entrambi abbiano cercato di attirare i capitali più o meno a partire dalla stessa epoca.
L'"arricchitevi !", lanciato verso la metà degli anni settanta da Deng Xiao Ping ad una borghesia cinese ancora embrionaria ha spinto la classe ricca verso un'attività febbrile. Lo slancio economico tanto vantato mostra tutti i segni di uno "sviluppo del sottosviluppo". Se le grandi città costiere della capitale oppure le vaste zone franche della regione dello Shenzen conoscono uno sviluppo rapido, la maggior parte del paese ne subisce i contraccolpi negativi. Mentre Shangaï dà l'immagine di una città ultramoderna, specchio di un capitalismo trionfante, le campagne marciscono nella miseria. E sono proprio le campagne, da dove i contadini sono scacciati dalla povertà ma anche da una pressione fiscale crescente, che forniscono un "esercito industriali di riserva", fornendo una manodopera a bassissimo costo alla nuova borghesia ed ai gruppi capitalistici venuti dall'estero.
Questi migranti sono trasformati in senza-diritti nelle città e sono esclusi dall'accesso all'educazione e dai servizi sanitari statali. Tale emigrazione, benché interna, evoca le migrazioni provenienti dai paesi poveri verso le metropoli imperialiste. Questa componente del proletariato cinese, stimata a più di cento milioni di persone, è completata da quelli che, prima, lavoravano nel settore dello Stato e che le "riforme economiche" hanno trasformato in disoccupati o precari.
Le "riforme" avviate nel 1980 e accelerate nel decennio successivo, consistevano nel chiudere le imprese giudicate poco redditizie per un'integrazione rapida nell'economia capitalistica mondiale e, nello stesso tempo, a "liberare" i loro lavoratori, che prima avevano la sicurezza del posto di lavoro, per renderli disponibili per i capitalisti privati. Ciononostante, le pubblicazioni specializzate rilevano che malgrado l'afflusso di capitali privati dall'estero e l'apparizione di miliardari autoctoni, il settore pubblico è (sempre) all'origine del "72% della formazione del capitale fisso".
La Cina interessa il capitale occidentale attirato dalle prospettive di profitto realizzabili su questo mercato che, benché ridotto ad un decimo della popolazione cinese capace di accedere ad un livello di vita occidentale, rappresenta comunque un centinaio di milioni di persone, l'equivalente di due dei maggiori paesi europei.
I vantaggi procurati agli investitori dai salari bassi, per di più sono garantiti da un regime autoritario che fino ad ora si è mostrato capace di mantenere fermamente l'ordine sociale.
Con un flusso di 53 miliardi di dollari nel 2003 ed un ammontare di 473 miliardi di capitali stranieri già investiti, la Cina è uno dei paesi del mondo che attira maggiormente i capitali esteri. Per fare un esempio, la Russia nello stesso anno 2003 ha attirato solo un miliardo di dollari di capitali esteri, cioè 53 volte meno. Secondo certe stime, più della metà delle esportazioni della Cina sarebbero già prodotte da imprese controllate da capitali esteri.
Si constata ciononostante che il "paese" in testa tra i fornitori di capitali alla Cina è... Hong-Kong, considerato sul piano economico come esteriore alla Cina, e che anche Taiwan fa parte del gruppo di testa ! In altre parole ciò vuol dire che sono i capitali che hanno abbandonato la Cina all'epoca dell'arrivo di Mao al potere che tornano nel paese, ridando il suo posto alla vecchia borghesia cinese che si è ancora più arricchita nel frattempo.
Lo statalismo cinese, che, per molto tempo è stato l'ostacolo che si opponeva alla penetrazione dei capitali stranieri, ne è diventato il primo veicolo. I mezzi concentrati dallo Stato hanno trasformato la Cina in un interlocutore commerciale interessante per il mondo capitalista, non appena le condizioni politiche sono state riunite. Già prima che la classe privilegiata cinese compri sul mercato mondiale automobili, computer o altri beni di consumo, lo Stato cinese comperava turbine per la sua produzione d'elettricità o attrezzature per le sue centrali nucleari. È tramite lo Stato che la Cina è rientrata nel mercato capitalista mondiale.
Lo sviluppo economico, nella misura in cui proseguirà, continuerà ad accentuare le ineguaglianze tra le classi sociali. Il divario tra il reddito medio in città e nelle campagne sembra essere già uno dei più importanti del mondo. Lo sviluppo industriale, sbarazzato progressivamente dalla centralizzazione statale e lasciato alle scelte degli interessi privati, locali o internazionali, ritrova la tendenza naturale di tutti i paesi sottosviluppati. Mentre le città costiere conoscono uno sviluppo febbrile, le agglomerazioni industriali dell'interno declinano.
Il ritorno strepitoso della corsa al profitto privato sconvolge già la Cina, direttamente nelle grandi città interessate dallo sviluppo economico ed indirettamente nelle campagne integrate in un modo o nell'altro nell'economia monetaria. Tutto ciò rafforza numericamente la classe operaia cinese, benché nel dolore e nelle sofferenze ? Il futuro lo dirà, poiché la costituzione di un proletariato originario delle campagne, giovane di età, mal pagato, concentrato nelle imprese moderne, forse è compensato dall'esclusione dall'attività produttiva di una gran parte di quelli che lavoravano nelle imprese di Stato che chiudono. Il rafforzamento numerico della classe operaia, se si producesse, sarebbe in ogni caso l'aspetto più importante della "crescita cinese", poiché in un paese in pieno sconvolgimento, il proletariato cinese può ritrovare un ruolo politico, soffocato dallo stalinismo, schiacciato prima dalla repressione sotto Ciang Kai Shek e dopo sotto Mao.
15 ottobre 2004

Le delocalizzazioni (Testo maggioritario)

La minaccia di delocalizzazione della loro impresa preoccupa i lavoratori tanto più che questo rischio é amplificato dai mass-media ed utilizzato dai padroni che se ne servono come strumento di ricatto anche quando non hanno alcuna intenzione di delocalizzare.
Nella mente dei lavoratori, la paura delle delocalizzazioni si confonde con quella dei licenziamenti. Invece per i politici, invocare le delocalizzazioni è un mezzo per non parlare delle vere ragioni dei licenziamenti e sviare le aspirazioni dei lavoratori verso strade senza uscita.
Da sinistra a destra, da Fabius a Sarkozy, le delocalizzazioni sono utilizzate nello stesso spirito demagogico e per propagare le stesse menzogne. Per gli uni come per gli altri, parlare di delocalizzazioni è nello stesso tempo un modo per cercare di captare i timori diffusi delle classi popolari ed un pretesto per presentare come necessario, corrispondente agli interessi di tutti, il fatto di concedere agevolazioni fiscali supplementari ai padroni per incitarli a rimanere qui.
Questa demagogia prende a tratti un aspetto nazionalista di bassa lega quando Sarkozy spiega le delocalizzazioni verso i paesi dell'est europeo con una fiscalità troppo debole praticata da questi Stati e chiede alle istituzioni europee di tagliargli ogni credito di solidarietà. Per lui non è neanche concepibile di prendersela con i gruppi capitalisti francesi che partono con tale motivazione !
Il partito comunista, dal canto suo, riprende gli stessi argomenti e avanza delle "proposizioni che mirano a vietare in tutta l'Europa questa pratica insopportabile delle delocalizzazioni". Stessa cosa per la CGT, che propone ai suoi militanti di utilizzare come argomento di discussione la richiesta "di organizzare al più presto una riunione tripartita - governo, padronato, sindacati - per preparare un vero piano anti-delocalizzazioni".
Ciò vuol dire non solo sviare i lavoratori dal vero problema che é quello di opporsi ai licenziamenti, qualunque ne sia la causa o il pretesto, ma per di più lascia credere ai lavoratori che i loro interessi possono essere difesi dal governo e dal padronato.
Non esistono statistiche precise sulle delocalizzazioni per il semplice motivo che, dietro questa parola, si nasconde una grande varietà di situazioni.
In senso stretto, delocalizzare vuol dire che un padrone chiude la sua impresa situata in Francia per aprirne una in un altro paese, laddove è più vantaggioso per lui, producendo la stessa cosa per gli stessi mercati (in generale per il mercato interno francese : una importazione si sostituisce alla produzione interna). Su scala europea occidentale, al massimo il 4,8% delle soppressioni di posti di lavoro potrebbe essere legato a questo tipo di delocalizzazione. E ancor meno per la Francia, dove la tendenza è soprattutto ad investire nel commercio - apertura di ipermercati o supermercati in Polonia o altrove - dove, per definizione, l'attività di un negozio in un paese dell'est non può essere destinata a sostituire quella di un negozio in Francia. In rapporto all'insieme della produzione manifatturiera in Francia, la produzione di queste imprese delocalizzate rappresenterebbe il 2,5%.
In senso più largo, l'opposizione alle delocalizzazioni può significare l'opposizione ad ogni investimento di capitali che comporti creazioni di posti di lavoro altrove che in Francia, con l'argomento che questi capitali farebbero meglio a creare posti di lavoro qui piuttosto che altrove.
Attribuire esplicitamente o implicitamente l'essenziale dei licenziamenti alle delocalizzazioni è dunque una menzogna grossolana. Rivendicare l'arresto delle delocalizzazioni col pretesto di frenare i licenziamenti è altrettanto utopistico che stupido e reazionario. Le delocalizzazioni sono vecchie quanto il capitalismo. La divisione internazionale del lavoro è emersa non solo come risultante della diversità delle risorse naturali ma anche come conseguenza dell'introduzione del capitalismo dappertutto nel mondo e della costruzione di un'economia mondiale come un tutto. Quanto all'imperialismo, che ha più di un secolo, è caratterizzato precisamente dall'esportazione di capitali a partire da un paese imperialista verso paesi meno sviluppati dove la redditività del capitale è più elevata.
Pretendere di fermare questo movimento è altrettanto utopistico di quanto lo sarebbe pretendere di operare per un capitalismo senza sfruttamento. Per di più è un'utopia reazionaria.
Rivendicare che l'imperialismo francese cessi di esportare capitali, che crei posti di lavoro produttivi qui invece di crearne altrove, è per di più stupido. La Francia oggigiorno è il paese che attira maggiormente i capitali esteri, appena dopo la Cina. Con 47 miliardi di dollari di investimenti diretti stranieri, la Francia ha ricevuto quasi tre volte più "capitali delocalizzati" venuti da altrove di quanti ne abbia ricevuto l'insieme dei paesi dell'Europa centrale ed orientale (18,5 miliardi di dollari), di cui si agita la minaccia. La pretesa "lotta contro le delocalizzazioni" si unisce al "produrre francese" nell'arsenale delle proposte riformiste, tanto irrisorie che nocive dal punto di vista della presa di coscienza di classe dei lavoratori.
Di più, è una rivendicazione reazionaria ancora per un'altra ragione: suggerisce che, per conservare i posti di lavoro qui, bisogna privarne i lavoratori altrove.
Invece di opporre i lavoratori alla classe capitalista che monopolizza i capitali suscettibili di essere investiti nella produzione e di creare posti di lavoro, quelli che se la prendono con le delocalizzazioni oppongono i lavoratori dei differenti paesi gli uni agli altri.
E' lo stesso tipo di demagogia di quello che consiste ad accusare i lavoratori stranieri di prendere il lavoro di quelli di qui e di essere responsabili della disoccupazione.
Nella sua formulazione concreta, la pretesa "lotta contro le delocalizzazioni" propone implicitamente di rendere i lavoratori francesi complici del loro imperialismo. Sono sempre le delocalizzazioni verso i paesi poveri dell'est europeo, verso la Cina o verso il Maghreb che sono presentate come una minaccia, e non quelle verso gli Stati Uniti o la Gran Bretagna. Ora, più dei tre quarti degli investimenti dei paesi sviluppati vanno verso altri paesi sviluppati e non verso i paesi poveri. E, tra i paesi sottosviluppati, solo una mezza dozzina, che dispone sia di un mercato interno potenziale, sia di una situazione geografica favorevole - Cina, Brasile, Messico, in particolare -, attirano una quantità significativa di capitali.
Per quanto riguarda la Francia, la parte degli investimenti esterni investita nei paesi sottosviluppati rappresenta solo il 4%.
Gli Stati-Uniti attirano molti più capitali - che si tratti di impianti o di delocalizzazioni -a causa dell'estensione del loro mercato, delle infrastrutture, del carattere della loro fiscalità e della loro manodopera, altamente qualificata in un gran numero di settori - senza parlare della sicurezza degli investimenti.
Pretendere che i capitali venuti dalla Francia svilupperanno la competitività dei paesi poveri e che ciò rappresenti una minaccia grave per l'occupazione qui è una stupidanigge. Dopo decenni di delocalizzazioni dei trust americani in Messico, quest'ultimo rimane un paese povero, e gli investimenti non l'hanno arricchito nei confronti degli Stati Uniti, al contrario l'hanno impoverito.
Non sono i lavoratori che dirigono l'economia. Non hanno nessuna responsabilità da assumere rispetto al sottosviluppo, ai salari bassi ed alla miseria delle classi popolari dei paesi più poveri.
L'interesse dei lavoratori non è certo di condurre una vana agitazione contro gli investimenti dei "nostri" capitalisti nei paesi dell'est europeo, in Africa o in Cina. Il loro interesse è, al contrario, che il proletariato di questi paesi si rafforzi e, ciò facendo, acquisti la combattività che lo porti a lottare per le sue condizioni di esistenza e ad imporre salari corretti.
Opporre i lavoratori gli uni agli altri all'interno di un paese, come tra differenti paesi, è vecchio quanto il capitalismo. Engels si alzava già contro tutto ciò nel La situazione della classe operaia in Inghilterra, scritto nel 1844. Il Manifesto comunista, dal canto suo, afferma che "i comunisti non si differenziano dagli altri partiti proletari che su due punti". Il primo è che "nelle diverse lotte nazionali dei proletari, portano avanti e fanno valere gli interessi comuni a tutto il proletariato ed indipendenti dalla nazionalità".
Ai tempi in cui il movimento operaio era rivoluzionario ed internazionalista, non sarebbe sorta l'idea di pretendere di difendere i lavoratori in Francia con l'opporsi agli investimenti della loro classe capitalista in America Latina, in Turchia o in Russia. Nessuno, nel movimento operaio, invocava argomenti del genere "se i nostri capitalisti delocalizzano verso questi paesi, ciò farà concorrenza alla nostra industria e si tradurrà in disoccupazione qui, in Francia".
Il movimento operaio dell'Occidente industrializzato era solidale delle lotte dei lavoratori nei paesi dall'industria nascente quando questi lottavano per aumenti di salario, per il diritto di organizzarsi, ecc., per la semplice ragione che consideravano i lavoratori di tutti i paesi come parte dello stesso proletariato mondiale. E le rivendicazioni delle "tre- otto" - otto ore di lavoro, otto ore di tempo libero, otto ore di sonno - non erano destinate solo ad una frazione privilegiata del mondo del lavoro, ma a tutti.
La storia ha fatto un brutto scherzo ai capitalisti : è grazie ai capitali francesi ed inglesi che la Russia arretrata si è dotata di un'industria concentrata nelle grandi imprese. Il proletariato russo è stato all'avanguardia della rivoluzione operaia, il primo - e fino ad ora il solo - a conquistare ed a mantenere per un certo tempo il potere. Contrariamente ai calcoli degli " investitori capitalisti", la giovane industria russa non ha avuto l'occasione di inondare il mercato occidentale di prodotti a buon mercato. Sono le idee del comunismo rivoluzionario che la Russia "esportò" - almeno finché la burocrazia non soffocò la rivoluzione.
Partendo dalle preoccupazioni concrete dei lavoratori, il che vuol dire tener conto del timore delle delocalizzazioni e, eventualmente, della volontà di opporcisi nelle imprese dove appaiono come la causa dei licenziamenti, i militanti rivoluzionari devono difendere una politica che alzi la coscienza dei lavoratori. Una politica che opponga i lavoratori ai loro padroni e, al di là, alla borghesia e che nello stesso tempo sottolinei che i lavoratori di tutti i paesi e di tutte le nazionalità hanno gli stessi interessi fondamentali.
Il fatto che un gruppo capitalista compri un'impresa in un altro paese vuol dire che possiede abbastanza soldi per farlo. Il sistema capitalista gli dà il diritto e la possibilità di utilizzare i suoi capitali dove vuole. I lavoratori devono, al contrario, tramite la lotta collettiva, imporgli di prendere una parte del profitto realizzato sulle loro spalle per mantenere i posti di lavoro qui, eventualmente con la ripartizione del lavoro tra tutti. Sostituire la pretesa "lotta contro le delocalizzazioni" alla lotta contro i licenziamenti, vuol dire sviare i lavoratori dalla lotta contro il padronato ed impedirgli di condurla sul terreno dove questa lotta può essere efficace.
I riformisti pretendono opporre alla mondializzazione del capitale i loro vano augurio che si limiti a rimanere nazionale. La prospettiva dei comunisti è di togliere il potere al capitale.
Allo stesso modo bisogna intervenire da comunisti su quest'altra idea, veicolata tanto dai politici borghesi che dai dirigenti del movimento operaio, della "disindustrializzazione", legata o meno alle delocalizzazioni. Secondo questa idea la Francia - o gli Stati-Uniti oppure gli altri paesi imperialisti - si disindustrializza, perde le sue fabbriche, a vantaggio dei paesi più poveri, e i licenziamenti sono inevitabili poiché l'evoluzione economica li rende inevitabili.
Dal punto di vista dei fatti, si tratta di un'affermazione in larga misura falsa. Anche se delle imprese chiudono, e soprattutto se una parte più o meno grande dei posti di lavoro sono soppressi, la produzione industriale della Francia, come anche quella degli Stati Uniti, è in crescita. In Francia, l'industria ha perduto più di un milione e mezzo di posti di lavoro tra il 1978 ed il 2002 ed ha registrato una diminuzione del 30% del suo organico. Ciononostante una parte di questi posti di lavoro non è scomparsa : i lavoratori interinali così come un certo numero di funzioni esternalizzate sono stati tolti dal calcolo della produzione industriale per essere contabilizzati come servizi. Ma la produzione industriale ha continuato ad aumentare in volume, del 2,5% circa in media annua. La parte dell'industria nel prodotto interno lordo non è praticamente diminuita tra il 1978 ed il 2002 (rispettivamente il 20,1% ed il 19,5%).
Ciò rappresenta un aumento della produttività nei settori considerati. Questo aumento è dovuto in parte ad un accrescimento dello sfruttamento dei lavoratori: allungamento della durata ed intensificazione del lavoro, ecc. E da questo punto di vista dev'essere combattuto. E' dovuta anche ai progressi tecnologici. Da quest'altro punto di vista, l'atteggiamento dei comunisti deve essere di non opporcisi. Come più in generale è di non opporsi al progresso scientifico e tecnico suscettibile di facilitare il lavoro umano, anche se questo progresso si traduce in una disparizione di intere professioni. I comunisti non devono reclamare la riapertura delle mine di carbone, per esempio, "per creare posti di lavoro".
Al contrario, devono mostrare come, nell'economia capitalista, un aumento della produttività del lavoro umano, invece di giovare all'insieme della collettività, si traduce in una crescita della disoccupazione, redditi che stagnano, o addirittura diminuiscono, per i lavoratori, e al contrario in un aumento del profitto per i padroni. Non è il progresso tecnologico che bisogna rimettere in discussione bensì l'uso che ne viene fatto nell'economia basata sul profitto privato.
L'avvenire comunista verrà sicuramente la scomparsa di una gran parte dei lavori faticosi e sporchi, grazie all'automatizzazione di alcune attività e, di conseguenza, una diminuzione della quantità di lavoro necessario, a vantaggio di attività umane scelte liberamente.
E' necessario che, partecipando alla lotta concreta condotta dai lavoratori, spesso con le spalle al muro, non cessiamo di intervenire su tali questioni, e non come sindacalisti, ma come militanti comunisti. Per una moltitudine di problemi prodotti dall'economia capitalista non c'è soluzione nell'ambito di questa organizzazione sociale. Non è compito nostro cercare pseudo-soluzioni piacevoli. I riformisti lo fanno già, con la scarsa efficacia che conosciamo.
25 ottobre 2004

La situazione interna (Testo maggioritario)

Per quanto riguarda la situazione sociale, il 2004 si è iscritto nel prolungamento del 2003. "L'offensiva generale contro il mondo del lavoro, che cerca di ridurre la parte salariale del reddito nazionale, a vantaggio delle classi possidenti" di cui parlavamo l'anno scorso, è continuata senza soluzione di continuità.
Anche per i lavoratori che hanno la fortuna di aver mantenuto il loro posto di lavoro, il tenore di vita ha continuato a degradarsi. Nella grande maggioranza delle imprese, gli aumenti salariali concessi al personale sono ben inferiori al tasso d'inflazione, mentre sono cresciute le spese che gravano sui lavoratori a causa dell'aumento delle imposte locali, della diminuzione dei rimborsi della previdenza sociale, dell'aumento dei contributi delle assicurazioni integrative (per coloro che hanno la fortuna di averne una). Il risultato complessivo è un ribasso del potere d'acquisto dei lavoratori, tanto più che, da parte sua, l'inflazione non si è fermata.
I licenziamenti massicci, le soppressioni di posti di lavoro, continuano a moltiplicarsi, e la disoccupazione ad aumentare. Il governo, la sinistra, i mass media, le confederazioni sindacali, fanno pesare sulle delocalizzazioni la responsabilità dei licenziamenti.
Certo, le delocalizzazioni esistono, sono nate con l'industria capitalistica stessa, dapprima da una regione all'altra, poi da un paese all'altro, poiché i capitalisti, che parlano tanto di interesse nazionale quando si tratta di incitare i lavoratori ad accettare i sacrifici, sono pronti a delocalizzare per aumentare i loro profitti se trovano una manodopera meno cara altrove. Ma ciò necessita che la differenza dei costi salariali sia sufficiente per compensare le spese che una tale operazione comporta necessariamente, che la manodopera sia abbastanza qualificata per compiere i lavori che le si offrirà, che la regione o i paesi che li accolgono abbiano infrastrutture sufficienti in materia di trasporti, rifornimenti di materie prime, forniture di energia, altrettante condizioni che limitano necessariamente le possibilità di delocalizzazione. Queste ultime esistevano ben prima del Mercato comune, ben prima dell'Unione Europea, e quelle avvenute in questi ultimi anni non si sono fatte solo in direzione dei nuovi aderenti all'UE. Queste d'altronde riguardano solo una piccola percentuale di tutte le riduzioni di posti di lavoro, il 5% circa.
In realtà, l'accento messo su questo problema dagli uomini politici della borghesia è solo un modo per non parlare delle conseguenze della gestione capitalistica della società nel suo insieme, e per rigettare le responsabilità della disoccupazione sui "tecnocrati di Bruxelles", come se d'altra parte le decisioni prese dalle istanze europee non lo fossero con l'accordo dei governi degli Stati membri dell'Unione Europea, in particolare dei più forti.
Invece, il padronato se ne serve come di uno strumento di ricatto per cercare, e purtroppo spesso con successo, di far accettare ai lavoratori aumenti del tempo di lavoro senza aumenti di salario, o addirittura con una diminuzione, come si è visto in un certo numero di esempi nel corso di quest'anno, di cui il più conosciuto è quello della Bosch di Vénissieux.
Di fronte a questi ricatti che finge di deplorare, il governo, anziché prendersela con i padroni che praticano questi metodi definiti un giorno da Raffarin come un "abuso di posizione di forza", prospetta come soluzione la creazione di "poli di attività" dove le imprese goderebbero di nuovi sgravi degli oneri sociali, col pretesto di incitarli a non delocalizzare. In altre parole il governo si prepara a fare nuovi regali, evidentemente anche alle imprese che non avevano nessuna intenzione di delocalizzare, ma che non esiteranno ad approfittarne. Decisamente, l'unica cosa che cambia nella politica governativa è il modo di giustificare i regali fatti al padronato.
Questo governo non è certo avaro con la frazione più ricca della popolazione. Coloro che impiegano personale di servizio a domicilio si vedono offrire a questo titolo una nuova diminuzione d'imposte, al punto che alcuni di loro potranno non pagarne più mentre i loro domestici col salario minimo lo dovranno fare.
Viceversa, per le classi lavoratrici non è certo questione di regali, al contrario. La riduzione importante del numero di mesi di sussidio di disoccupazione - che finalmente ha risparmiato i cosiddetti disoccupati "ricalcolati" (a cui era stato soppresso questo sussidio, ndt) -, la riduzione della durata e dell'ammontare del versamento del "sussidio specifico di solidarietà", ridurranno certamente in modo drammatico i redditi di migliaia di lavoratori privati del posto di lavoro e taglieranno più tardi le pensioni di tutti quelli che si saranno ritrovati più rapidamente nel dispositivo RMI (reddito minimo d'inserzione, cioè il sussidio minimo pagato a chi non ha altre fonti di reddito), poiché gli anni di RMI non contano nel calcolo delle pensioni. Ed il tentativo di diminuire brutalmente l'ammontare delle pensioni spettante alle vedove e vedovi, provvisoriamente sospeso di fronte alle proteste, dimostra quanto valgano le dichiarazioni dei ministri che dopo il dramma della canicola del 2003 si perdevano in discorsi sulla solidarietà di cui la società doveva dar prova nei confronti degli anziani.
Di fronte a quest'offensiva contro il mondo del lavoro, una risposta collettiva della classe operaia sarebbe necessaria. Ma la maggior parte dei lavoratori non crede più alla possibilità di cambiare la loro sorte con la lotta, demoralizzati dalla disoccupazione e dagli anni in cui governi che si dicevano di sinistra hanno condotto (a volte con la partecipazione dello stesso partito comunista) una politica che prefigurava quella di Chirac e Raffarin. La grande maggioranza delle lotte alle quali abbiamo assistito in questi ultimi anni sono state lotte difensive, contro licenziamenti massicci o chiusure di imprese, condotte da lavoratori con le spalle al muro, cioè proprio nelle condizioni in cui è più difficile vincere.
A questa demoralizzazione si aggiungono le conseguenze della politica delle grandi confederazioni sindacali poiché, se non basta di certo premere un bottone per scatenare uno sciopero generale, il ruolo di organizzazioni sindacali realmente preoccupate di difendere gli interessi dei lavoratori sarebbe di preparare la risposta unitaria necessaria, con delle azioni, delle mobilitazioni che permettano alla classe operaia di prendere coscienza della sua forza collettiva e dei suoi interessi comuni. Invece, le confederazioni sindacali, compresa la CGT che raggruppa i lavoratori più combattivi, si contentano di giornate organizzate nel disordine, spesso per categorie, senza convinzione, al solo scopo di essere ammessi dal padronato o dal governo a discutere intorno al tavolo. Numerosi militanti della CGT sono d'altronde coscienti dell'assenza di prospettive che gli offre la loro direzione, ma non vedono come uscire da questa situazione.
Le direzioni sindacali non sono più capaci neanche di mettere in primo piano rivendicazioni positive : si ritengono soddisfatte quando i sacrifici imposti alla classe operaia sono inferiori a quanto il governo o il padronato avevano annunciato in un primo tempo. Se oggigiorno una corrente di idee in seno al movimento operaio è manifestamente fallita, si tratta del riformismo !
E' in questo contesto che bisogna analizzare i risultati delle elezioni regionali ed europee della primavera del 2004. Non siamo stati sorpresi. Il testo che avevamo adottato a proposito di queste elezioni all'ultimo congresso, quando avevamo deciso di presentare delle liste comuni LO-LCR, diceva esplicitamente "il ragionamento politico ci porta a pensare che c'è una forte probabilità che l'estrema sinistra non ottenga che un numero di suffragi ben inferiore al totale dei voti LO-LCR delle presidenziali e che potrebbe finanche essere dell'ordine del 3% dei voti per le nostre liste comuni (il nostro risultato alle legislative del 2002)".
Come notavamo in questo testo, è la destra che ha fatto campagna per il partito socialista, conducendo una politica che non solo se la prende sistematicamente con gli interessi dei lavoratori (ma questo anche la "sinistra plurale" l'aveva fatto a suo tempo), ma lo fa con un cinismo ed un disprezzo destinati a lusingare la parte più reazionaria della sua propria clientela politica. Lo scrutinio che ha portato l'insieme delle regioni francesi (eccezione fatta per l'Alsazia) a passare a sinistra era meno il risultato di un ritorno della fiducia nei confronti del partito socialista, che del rigetto della destra. Alla maggioranza degli elettori che si sono resi alle urne, il voto socialista è apparso come il mezzo più efficace per punire la destra, ben più di un voto a favore di correnti di estrema sinistra che mancano di credibilità ai loro occhi.
Ci siamo dunque ritrovati alle elezioni regionali con un risultato più o meno equivalente in percentuale al risultato ottenuto dalle liste LO e LCR nel 1998, ma la modifica della legge elettorale ci ha privati di ogni possibilità di avere degli eletti. Quanto al risultato delle elezioni europee, è stato dell'ordine del 3% che noi ritenevamo possibile.
Ciononostante abbiamo potuto verificare, tramite le carovane militanti di quest'estate, che questi arretramenti elettorali non hanno lasciato tracce profonde nei ceti popolari, precisamente quelli che vogliamo raggiungere.
Abbiamo sempre pensato che i nostri relativi successi alle elezioni presidenziali del 1995 e del 2002, come alle regionali del 1998, oltrepassavano di molto la nostra propria influenza. I risultati del 2004 non rappresentano per niente incidenti di percorso e riflettono, ben più dei precedenti, la realtà della nostra propria influenza. Noi restiamo un piccolo gruppo che ha assolutamente bisogno di svilupparsi, di reclutare, per avere reali capacità di giocare un ruolo nelle lotte sociali. Abbiamo davanti a noi due anni senza elezioni (al di fuori del referendum sulla Costruzione europea che dovrebbe aver luogo nell'autunno 2005) e dobbiamo approfittarne per imperniare l'attività dei nostri compagni più giovani, i soli che siano veramente in grado di poter farlo, sui compiti di reclutamento e di formazione.
Formare dei militanti comunisti è tanto più importante che viviamo in un periodo di arretramento delle idee comuniste, parallelamente ad una progressione delle idee di destra.
Qualunque sia l'importanza delle crisi, o delle mini-crisi, che scuotono la direzione del Fronte Nazionale, e di cui i media parlano ben volentieri, la sua influenza non è per niente in diminuzione, come lo hanno mostrato i suoi ultimi risultati elettorali. Ed anche se recluta il suo personale politico, e raccoglie una buona parte dei voti, nella frazione più reazionaria della destra classica, una frazione importante dell'elettorato popolare vota per lui per disperazione, in particolare negli strati più colpiti dalla progressione della povertà, quelli che non si aspettano più niente dalla sinistra.
Parallelamente, l'integralismo islamico, come lo sottolineavamo già l'anno scorso, continua le sue attività per radicarsi tra la popolazione immigrata. La vicenda del velo islamico negli stabilimenti scolastici ha mostrato inoltre che beneficia della vile compiacenza di tutti quelli che, anche a sinistra ed in una frazione dell'estrema sinistra, sono pronti a tollerare tutto, col pretesto di un'astratta libertà di coscienza o di religione, oppure per paternalismo nei confronti degli immigrati.
Quanto a noi, non potevamo che essere solidali con tutti quelli che combattono il porto del velo, considerato a giusto titolo come un segno dell'oppressione della donna, e che lottano per resistere a tutte le pressioni comprese le pressioni fisiche che subiscono, poiché da parte dei militanti islamisti non si tratta solo di una lotta di idee, ma di violenze tanto fisiche che morali.
Ma, anche in questo caso, non dobbiamo perdere di vista il fatto che per vincere nella lotta contro tutto questo sudiciume di idee reazionarie, la cosa più importante è di ridare fiducia alla classe operaia nelle sue forze, nella sua capacità a pesare sugli eventi. Nessuno può prevedere quando questa, dopo tanti colpi ricevuti, entrerà in lotta. Ma affinché le lotte future non finiscano in una nuova demoralizzazione, è vitale che la classe operaia trovi nel suo seno militanti devoti, competenti, che sappiano darle i mezzi per andare fino in fondo alle sue possibilità.
Sarà il reclutamento e la formazione di tali militanti che rimarrà, per tutto un periodo, l'essenziale dei nostri compiti.
4 ottobre 2004

Le elezioni 2002-2004 (Testo maggioritario)

Nel corso di questo anno, abbiamo vissuto due consultazioni elettorali nazionali, le regionali del 21 marzo (il secondo turno non ci ha interessati) e le europee del 13 giugno.
Queste due campagne sono state fatte in comune con la LCR.
Evidentemente, ci hanno preso molto tempo ed energia poiché queste campagne e le nostre preoccupazioni hanno perdurato tutto il primo semestre ed anche una parte del 2003.
Queste elezioni ed il nostro accordo con la LCR non possono interpretarsi che risalendo in parte alla presidenziale ed alle legislative del 2002.
Cominceremo questo testo con delle considerazioni più generali sull'elettorato.
Le componenti dell'elettorato
In una campagna elettorale, noi cerchiamo di toccare la frazione della popolazione, e dell'elettorato, che rappresenta quelli di cui vogliamo essere i rappresentanti politici. Tranne in caso di accordo elettorale, non ci rivolgiamo nello stesso modo a quello che noi pensiamo essere, oppure che speriamo essere, il centro di gravità dei nostri elettori, e la LCR fa la stessa cosa dal canto suo. E' per questo che noi diciamo spesso che il nostro elettorato è differente da quello della LCR o, più precisamente, che non sono esattamente sovrapponibili.
Una tale distinzione che può sembrare arbitraria è evidente quando paragoniamo l'elettorato del partito socialista e quello del partito comunista, anche se quest'ultimo è in diminuzione a vantaggio del PS. Una parte dei loro elettorati rispettivi coincide, e dal punto di vista sociale è costituita più o meno dagli stessi. Ma c'è anche una gran parte, si può dire da ogni lato, che non è la stessa, politicamente e socialmente. Gli insegnanti, per esempio, formano una categoria sociale di cui la frazione diciamo "di sinistra" vota piuttosto PS che PC. E si può fare la stessa constatazione, ma in senso inverso, degli operai e delle categorie più sfruttate del mondo del lavoro. Benché il PC stia indietreggiando, ne rimane ancora il principale rappresentante in seno all'elettorato di sinistra.
Certo, si può dire che dappertutto, in tutte le categorie sociali ci sono elettori di destra, addirittura del FN, ma non parliamo di valori assoluti, bensì della proporzione di elettori del PC e del PS che appartengono a queste categorie sociali.
E' difficile dire precisamente perché, da circa trenta anni, un trasferimento di voti è avvenuto dal PC verso il PS. Crollo dell'Urss, dopo quello del muro di Berlino, costituzione e poi rottura dell'unione della sinistra, andirivieni dal 1981 tra la partecipazione al governo, il sostegno critico e la rottura, poi nuova alleanza con nuove partecipazioni governative. Tutti questi destreggiamenti hanno accompagnato, e provocato, la crescita del PS. L'oscillazione della bilancia verso la destra e il riformismo hanno contribuito all'arretramento del PCF. E' certo che ciò che resta al PC è in gran parte la frazione più proletaria del suo vecchio elettorato. Ultimamente ha ripreso qualcosa ma è difficile sapere se ha conquistato un nuovo elettorato, giovane per esempio, o se ha raggruppato vecchi elettori perduti.
Quando questo elettorato contava ancora molto, il PC serviva a portare tale elettorato specifico al PS e gli faceva da battitore sulla sinistra. E' ancora così ma in modo sempre più simbolico.
Ma, al primo turno della presidenziale del 2002, c'è stata una falsa manovra, o piuttosto un errore di valutazione. Convinte della vittoria di Jospin, le differenti componenti della sinistra governativa, PS, PC e Verdi, hanno creduto di aver un capitale di voti sufficiente per permettere nello stesso tempo, a Jospin di essere presente naturalmente al secondo turno e al PC e ai Verdi di fare delle primarie tra di loro. Queste primarie gli avrebbero permesso di ripartirsi, in proporzione dei loro risultati rispettivi alla presidenziale, i colleggi eleggibili che il PS avrebbe lasciato loro alle legislative. In teoria era meglio che lasciare questa ripartizione al solo piacimento dei dirigenti del PS.
Il calcolo sarebbe stato giudizioso se Jospin non avesse fallito il secondo turno per duecentomila voti, in mancanza di troppi suffragi andati ai Verdi ed al PC. Si può dire la stessa cosa di quelli che sono andati all'estrema sinistra, ma l'estrema sinistra non era stata associata al governo Jospin. Gli altri sì ! Ne erano stati solidali per governare ma si sono presentati contro di lui. I traditori sono loro, non noi !
Ma nonostante ciò, i nostri elettori hanno nondimeno pensato che i loro voti sarebbero stati più utili se fossero stati a favore di Jospin.
Per allargare il discorso, parliamo, per esempio, dopo l'elettorato che si considera di sinistra, di quello della destra.
Le differenze tra gli elettori di sinistra e di destra non sono solo differenze di opinioni. Queste opinioni ricoprono anche differenze sociali. Frazioni di questi due elettorati possono scivolare dall'uno all'altro, con conseguenti cambiamenti di maggioranza, ma da ogni lato c'è un cuore stabile. Per di più questi due grandi gruppi di elettori sono bipolarizzati dalle leggi elettorali.
Di solito diciamo che un governo borghese, qualunque sia, di destra o di sinistra, difende gli interessi della borghesia e, più precisamente, gli interessi generali del grande capitale. Ma ciò non è sempre così definito poiché, di più, può difendere, democraticamente tramite il parlamento, o meno democraticamente tramite "gruppi di pressione", interessi borghesi particolari.
In effetti, in una democrazia parlamentare, i dirigenti politici devono essere eletti e, per esserlo, devono anche soddisfare in priorità quelli che votano o voteranno per loro. Il "clientelismo" esiste presso tutti gli eletti, dal consigliere comunale al ministro. Al potere, cercano di favorire la loro clientela elettorale con misure specifiche, senza compromettere, ciononostante, gli interessi generali della borghesia... oppure involontariamente.
A volte, in alcuni paesi come la Francia, esiste una tale baruffa tra correnti di opinioni, o di interessi, della borghesia che c'è la necessità di ridurre i poteri del parlamento rispetto all'esecutivo. Ciò è particolarmente necessario in periodi politicamente turbolenti. Fu questo il ruolo della Costituzione della quinta Repubblica ed il ruolo di De Gaulle stesso per dieci anni. Recentemente, abbiamo potuto vedere l'illustrazione di un "clientelismo" svergognato quando i deputati delle zone viticole hanno votato deroghe alla legge Evin (che regolamenta la pubblicità ed il consumo di prodotti alcolici in Francia, n.d.t.) col pretesto che i viticoltori si lamentano della diminuzione del consumo di vino in Francia. Molti dei deputati socialisti delle stesse regioni, anche se non l'hanno fatto, hanno sicuramente avuto voglia di farlo. Il governo Raffarin non l'ha rifiutato visto che in materia di clientelismo lui è un grande campione, come si è visto da due anni : abbassamento dell'Iva per i ristoratori, legge Evin sacrificata al vino, diminuzione dell'imposta sulle successioni e delle imposte sulle fortune, una giornata di lavoro non pagata imposta a tutti i salariati a vantaggio del padronato, e non si tratta certo di una lista esaustiva.
Il governo Raffarin si serve del potere dello Stato per prendere misure economiche e sociali, oppure misure "pubblicitarie", che possono soddisfare moralmente e materialmente la piccola borghesia che fornisce il grosso dei battaglioni dell'elettorato di destra. Ciononostante da questo punto di vista, è sorpassato da destra da Nicolas Sarkozy che occupava fino ad ora il posto strategico di ministro delle finanze, il quale non nasconde le sue ambizioni presidenziali.
E' difficile dire quale altra clientela potrebbe mirare l'UDF - l'altra componente della destra - se non la stessa dell'UMP, poiché i suoi dirigenti non hanno accesso alle decisioni e sono costretti ad accontentarsi di proclami propagandistici. In questo momento si agitano contro la Costituzione europea senza andare fino al "no" e contro l'integrazione della Turchia all'UE, per cercare di speculare sul vecchio fondo nazionalista francese. Ma sfortunatamente per l'UDF, l'estrema destra in questo campo è più credibile.
Il futuro ci dirà chi dei due, l'UMP o l'UDF, rappresenta meglio la destra (con la l'aprossimarsi delle elezioni del 2007 l'agglomerato UMP può disgregarsi).
Ma questa è un'altra storia.
L'accordo con la LCR
A giugno dell'anno scorso, 2003, abbiamo proposto alla LCR di presentarci insieme, proposizione alla quale questa non ha risposto che nel terzo trimestre 2003.
In effetti, avevamo considerato che diversi fattori che avevano già operato nelle elezioni del 2002 avrebbero contribuito a laminare l'estrema sinistra.
E' il governo stesso che, per due anni, ha fatto la campagna elettorale del PS. Tutte le sue misure miravano a soddisfare la sua clientela borghese, tranne quelli che pensavano che non ne faceva abbastanza. Al contrario, ciò non faceva che aumentare l'ostilità delle classi popolari. Il partito socialista non aveva bisogno di far campagna. Non aveva bisogno di far promesse nel caso in cui ritorni al potere; neanche di annullare tutte le misure prese dal governo Raffarin : pensioni tagliate, sussidi di disoccupazione ridotti, legislazione del lavoro modificata a scapito dei salariati.
L'interesse dell'accordo LO-LCR era di evitare di far attribuire i deboli risultati elettorali prevedibili alle nostre divisioni. I nostri risultati sono stati in gran parte concordi con quanto avevamo previsto, vale a dire deboli.
Per concludere, siamo convinti di aver avuto ragione nel presentare liste comuni LO-LCR e non abbiamo alcuna ragione di rimpiangerlo.
Oggigiorno (recente comitato centrale della LCR) un certo numero di dirigenti della LCR e, sicuramente, una più grande proporzione di militanti, anche tra quelli che si sono dichiarati favorevoli all'accordo, attribuisce a questo accordo gli scarsi risultati, che definiscono come lo smacco delle nostre liste comuni. Questo accordo avrebbe, secondo loro, fatto troppo posto al programma di LUtte Ouvrière. Ritengono probabilmente che, se la LCR si fosse presentata da sola, avrebbe ottenuto più voti delle nostre due organizzazioni riunite.
Tuttavia ciò è poco verosimile. Secondo quelli che pensano e dicono ciò, LO trascinerebbe un'immagine settaria, illustrata secondo loro, dal nostro rifiuto di integrarci, come la LCR, agli altermondialisti o di rifiutarci ad infiltrarli. Avremmo in questo mondo tirato la campagna comune verso le nostre posizioni, cosa che avrebbe fatto perdere numerosi voti alla LCR, vale a dire tutto il beneficio della sua apertura precedente e della sua ideologia amebica che aveva spinto Olivier Besancenot al 4,25% dei voti.
Questo è un problema della LCR e non il nostro.
Di tutta evidenza non è l'accordo che ci ha portato i magri risultati di queste due consultazioni.
Avevamo già perduto, come anche la LCR, una gran parte del nostro elettorato alle legislative del 2002.
Nel 2004 era perfettamente prevedibile che le cose si sarebbero riprodotte. Da due anni, la politica del governo Raffarin si incaricava di far la campagna elettorale della sinistra, in particolare del partito socialista. La sinistra "era comunque meno peggio" dicevano, con una parvenza di verità, quanti si rammaricavano che fosse stata allontanata dal potere.
Da qui il rimpianto di non aver votato per Jospin fin dal primo turno, cosa che l'ha fatto eliminare a vantaggio di Le Pen. Per molti, la dispersione dei voti al primo turno era irresponsabile e questo sentimento era chiaro soprattutto nell'elettorato dell'estrema sinistra.
Se si considera la situazione del 10% degli elettori che avevano votato per l'estrema sinistra, sono certamente loro che si sono sentiti più responsabili di aver contribuito all'esclusione di Jospin ed alla presenza di Le Pen al secondo turno. Si sentono colpevoli di aver votato per candidati "inutili" solo per criticare Jospin, mentre avevano la volontà, in maggioranza, di ristabilire la situazione al secondo turno.
Certo anche le candidature del PCF e dei Verdi hanno preso voti a Jospin. Ma, paradossalmente, la loro presenza al primo turno sembrava più giustificata della nostra.
Dopo il primo turno, il PS, il PC ed i Verdi hanno giocato sulla paura dell'elezione di Le Pen. L'hanno brandita come uno spauracchio facendo credere implicitamente ad un aumento importante del suo elettorato, il che era falso. Agitando un tale pericolo inesistente hanno evitato di dover spiegare la perdita di una gran parte dei loro elettori, e di dover analizzare le ragioni della sanzione elettorale per la loro politica dopo cinque anni di governo. Una spiegazione difficile, che non hanno avuto bisogno di dare. La sola responsabilità dello smacco di Jospin ricadeva così sugli elettori irresponsabili che avevano giocato col fuoco e con la loro scheda elettorale.
La LCR ha seguito le orme della sinistra. Per rimanere nella corrente, ha contribuito anche se modestamente, alla sua sventura poiché ha rafforzato l'idea, in primo luogo nel proprio elettorato, che il fatto di aver voluto punire la sinistra avrebbe fatto sorgere Le Pen come una minaccia reale. Minaccia catastrofica, poiché, per non farlo eleggere, bisognava votare Chirac anche se la formula alambiccata della LCR "bisogna battere Le Pen in piazza e nelle urne" tentava di mascherare l'invito a votare Chirac. La conclusione normale per gli elettori era : bisognava salvare la Repubblica messa in pericolo del'irresponsabilità degli elettori che hanno voluto flirtare con l'estrema sinistra.
Fatto sta che oggigiorno, la LCR paga ancora il prezzo per aver voluto "essere con i giovani" come diceva. E noi paghiamo lo stesso prezzo, ma non per colpa nostra !
La LCR ha, come anche la sinistra esclusa dal potere, gonfiato il pericolo di Le Pen, rifiutato di rimetterlo alla sua giusta importanza e rifiutato di spiegare che non c'era nessun rischio nel continuare a denunciare la sinistra che non voleva accettare le sue responsabilità; rifiutato di dire che l'elettorato di destra e una parte degli elettori trascinati dal PC, dai Verdi e dal PS avrebbe impedito largamente Le Pen di vincere e che era irreale credere che quest'ultimo avesse potuto aumentare il numero dei suoi voti fino a questo punto tra i due turni.
Facendo ciò, la LCR ha confortato presso il suo proprio elettorato, se ancora ce n'era bisogno, l'idea che la disfatta della sinistra era una catastrofe. In altre parole che sarebbe stato e che era necessario votare utile, e se ne ha convinto qualcuno è in primo luogo nel suo proprio elettorato del primo turno.
L'elettorato che alla presidenziale ha contribuito a dare un totale di quasi il 10% ad Arlette Laguiller ed Olivier Besancenot era in gran parte, grosso modo la metà, un elettorato recente, vale a dire un elettorato per il quale è ancora più facile pentirsi del proprio gesto. E gli elettori di Besancenot erano, senz'altro, in maggioranza i più recenti.
Noi abbiamo subito la pressione della sinistra governativa. Oggettivamente è la paura dell'elettorato di sinistra nei confronti di Le Pen che ci ha laminati. Ma questo è un dato oggettivo! La LCR ha subito, in più, come se questo non bastasse, la sua paura vera o simulata e la sua propria pressione.
La LCR non è interamente responsabile del movimento di opinione che ci ha laminati entrambi alle elezioni europee. Ma l'influenza della LCR sul suo proprio elettorato ha pesato, non fosse altro che confortandolo nella sua scelta del "voto utile" e per questo non può prendersela che con sè stessa.
Coloro che nel suo seno accusano l'accordo LO-LCR, forse potrebbero esaminare, tra le cause del nostro arretramento, la situazione creata da una parte dalla presenza imprevista di Le Pen al secondo turno e, d'altra parte, dalla campagna della LCR in questo secondo turno.
La sola politica giusta ed efficace che avrebbe potuto seguire era di tentare di sgonfiare oggettivamente il pericolo di Le Pen.
Forse, come noi, non avrebbe potuto cambiare niente, ma non avrebbe nulla da rimpiangere e non dovrebbe cercare altre cause alla nostra sconfitta relativa, al di fuori della situazione generale, che la sua attitudine tra i due turni della presidenziale la quale rafforzava l'idea che lo smacco di Jospin dovuto, in parte al voto per l'estrema sinistra, metteva Chirac in posizione di essere il solo salvatore possibile contro Le Pen. La LCR non ha realmente contribuito a plebiscitare Chirac ma ha portato, in modo solidale e senza critiche, il suo proprio elettorato ad allinearsi alla sinistra che consegnava le classi popolari a Chirac. E tutto ciò lo pagheremo forse ancora per molto tempo, addirittura definitivamente. A meno che la sinistra torni al potere e possa essere giudicata sui suoi atti.
In effetti, non bisogna credere che l'invito della sinistra a votare Chirac sia rimasto senza conseguenze disastrose per le classi lavoratrici.
Quasi plebiscitato dall' 82% dei voti, Chirac si è sentito assicurato di un sostegno popolare e se, oggigiorno, il governo che ha scelto è il governo più reazionario che abbiamo visto da anni, ciò non è estraneo a questo voto.
In modo ipocrito, il PC ed il PS hanno dichiarato che Chirac non rispettava gli elettori di sinistra che avevano contribuito ad eleggerlo o il "patto repubblicano" che secondo loro ne derivava.
Ma Chirac lui, non aveva chiesto né firmato niente, si è solo servito cinicamente come ci si poteva aspettare, della bazza e della legittimità che gli portavano, su un vassoio, il PS, il PC ed i Verdi e, su un piattino, la LCR.
15 novembre 2004

Orientamenti per il 2005 (Testo della minoranza)

Nel 2003 il governo aveva largamente sviluppato la sua offensiva contro i salariati con la riforma delle pensioni, poi con quella dei sussidi ai disoccupati. Questa offensiva è proseguita in modo altrettanto violento nel 2004 : la riforma della previdenza sociale e la privatizzazione di EDF e GDF (Elettricità di Francia e Gas di Francia) sono state le due misure emblematiche di questa politica al servizio di una borghesia che afferma in modo sempre più deciso la sua volontà di "abbassare il costo del lavoro", vale a dire di aumentare sempre più lo sfruttamento.
Nello stesso tempo, i piani di licenziamenti, un altro registro della stessa politica padronale, si sono succeduti durante tutto l'anno.
Di conseguenza la disoccupazione è aumentata del 4% tra l'agosto 2003 e l'agosto 2004, il numero di aventi diritto del dispositivo RMI (Reddito Minimo) ha raggiunto 1,2 milioni, in aumento del 10,5% in un anno, solo sei disoccupati su dieci ricevono un'indennità. E per l'insieme del mondo del lavoro, disoccupati, precari o salariati che hanno conservato un loro posto di lavoro, la diminuzione del potere d'acquisto è sempre più sensibile.
Spinti dal Medef, che gli intima esplicitamente di approfittare dei prossimi tre anni senza elezioni per far passare le misure più impopolari, il governo non ha nemmeno portato a termine una riforma che già incomincia quella successiva. Così, le prime misure a proposito della previdenza sociale sono state appena adottate a luglio (annullamento di rimborsi, ticket sulle visite dal medico, aumento dei contributi della previdenza sociale e delle assicurazioni private), che il Ministro della sanità già evoca a settembre la possibilità di instaurare nuovi ticket e le casse di previdenza sociale ricevono ordine di dar la caccia ai congedi per malattia troppo frequenti. Il grosso della fattura deve ancora venire, ma verrà sicuramente. E per facilitare la sua presentazione saranno associati, nel quadro di nuove strutture di gestione, i rappresentanti del padronato, dei sindacati e delle assicurazioni private.
Il governo ha già preparato i prossimi dossier : durata del tempo di lavoro, licenziamenti collettivi, diritto di sciopero nei servizi pubblici, diritto del lavoro, il tutto mirante ad aggravare le condizioni di vita e di lavoro e ad ostacolare le risposte. L'orientamento è quello di accrescere in tutti i modi la precarietà della condizione operaia. Il rapporto Camdessus, redatto su ordinazione del governo, l'ha ricordato senza complimenti raccomandando di fondere in un solo tipo di contratto i contratti a durata indeterminata ed i contrati a durata determinata.
Gli attacchi contro i servizi pubblici si inseriscono in questa offensiva generale. Negli ospedali i tagli supplementari di crediti, la chiusura di stabilimenti, le soppressioni di posti letto o di servizi. Alla Posta, chiusura di migliaia di uffici e soppressione di decine di migliaia di posti di lavoro. Dappertutto, riduzione del numero dei lavoratori ed indebolimento dei servizi resi al grande pubblico, risparmiando in generale quelli resi alle grandi imprese.
Stessa cosa nell'educazione in cui il rapporto Thelot, sempre su ordinazione del governo, serve ad annunciare il suo programma : aumento degli orari e dei carichi di lavoro degli insegnanti.
In diverse imprese, il padronato ha preso l'iniziativa, utilizzando il ricatto contro i posti di lavoro, le minacce di chiusura o la delocalizzazione dell'impresa, per ottenere un aumento degli orari senza aumento di salario oppure per imporre una riduzione dell'organico con l'accordo dei sindacati o in ogni caso con la loro collaborazione rassegnata.
Il governo si incarica di trasformare queste pratiche in legge. La legge delle 35 ore, varata dal precedente governo di sinistra, ha instaurato la flessibilità degli orari. Il Medef dunque non chiede di abolirla ma di renderla più elastica. Dietro questi termini ipocriti, si tratta di permettere alle imprese di continuare ad usufruire della flessibilità beneficiando nello stesso tempo della possibilità di ricorrere più largamente agli straordinari, il cui costo per di più potrebbe essere abbassato.
Con la legge sui licenziamenti, che vuol far adottare entro la fine del 2004, il governo vuol ricorrere allo stesso metodo che ha funzionato a proposito delle pensioni e della previdenza sociale per ottenere un accordo delle direzioni sindacali. Dopo aver presentato un progetto esagerato, fa finta di indietreggiare su qualche punto per ottenere un'accettazione degli altri. Il Medef strilla un po' di fronte agli arretramenti del governo. E le confederazioni sindacali possono pretendere di trovare aspetti positivi alla nuova versione del progetto.
Allo stesso modo, la CGT ha appena accettato nei fatti un nuovo ostacolo al diritto di sciopero nelle ferrovie col pretesto che un accordo tra la direzione ed i sindacati rende inutile l'adozione di una legge. Per non farsi impiccare dai padroni, i lavoratori sono invitati ad impiccarsi da soli. Negli ultimi tempi, la CFDT si era mostrata all'avanguardia nell'estrema collaborazione col padronato e col governo. La CGT intende fargli concorrenza.
Far campagna... senza aspettare le prossime elezioni
Grandi sono le responsabilità delle direzioni sindacali come dei partiti di sinistra nella demoralizzazione della classe operaia e nella perdita di fiducia nelle sue capacità di difendersi. Dopo anni di una politica antioperaia condotta sotto l'egida del governo Jospin, l'insuccesso del movimento contro la riforma delle pensioni del 2003 di fronte al governo Raffarin, insuccesso di cui è largamente responsabile la politica delle confederazioni (approvazione della riforma da parte della CFDT, rifiuto di operare per l'estensione del movimento iniziato dagli insegnanti e freno allo sciopero, in ogni caso alla SNCF, da parte della CGT), ha confortato l'idea che la lotta non era possibile oppure non serviva a niente.
Poi la primavera scorsa, le stesse confederazioni sindacali riprendevano gli argomenti menzogneri sul disavanzo della previdenza sociale e la necessità di una riforma. Così si sono accontentate di qualche giornata d'azione simbolica, scandendo i round della negoziazione di questa riforma, preoccupati com'erano soprattutto di parteciparvi.
In modo sempre più passivo, a settembre 2004, hanno evitato con cura anche la minima azione simbolica che generalmente segnava l'autunno. In cambio, si sono precipitate nei negoziati sulla legge sui licenziamenti e la limitazione del diritto di sciopero nelle ferrovie. E' stato Bernard Thibault stesso a negoziare con Nicolas Sarkozy il ritiro del rifiuto opposto da luglio al piano di licenziamenti alla Perrier dalla CGT locale.
Così i dirigenti sindacali sono gli interlocutori ideali per questo governo di destra la cui politica, al contrario di quella del suo predecessore Juppé nel 1995, mira ad imporre gli arretramenti sociali non con lo sconto ma tramite negoziati con le confederazioni.
Certo i lavoratori non sono pronti a rispondere ad un invito all'azione in qualsiasi momento, ed a maggior ragione ad un'azione unitaria. Soprattutto in questo momento, soprattutto dopo anni di questa politica delle confederazioni sindacali. Ma il fatto che non si possa scatenare uno sciopero premendo un bottone giustifica forse di non definire, proporsi e proporre obiettivi ai lavoratori ? In particolare di un movimento unitario che permetterebbe di invertire la marcia, riconquistare potere d'acquisto e arrestare i licenziamenti e la precarietà ?
In questa situazione, bisogna auspicare, come lo fa regolarmente la nostra stampa, la collera e l'esplosione sociale dalla base, senza preavviso, in occasione della misura antioperaia di troppo, prendendo di sorpresa governo e direzioni sindacali. Ma la nostra organizzazione non può accontentarsi di questi auspici né di aspettare questa eventuale collera.
Certo LO è ben lungi dall'essere presente in tutte le imprese. Quindi è lontana dall'avere la capacità di intervenire dovunque una lotta può nascere. Il nostro compito rimane sicuramente, insieme all'intervento sistematico nelle lotte locali laddove siamo presenti, di reclutare e di radicarci nella classe operaia.
Certo LO non ha il peso per modificare con la semplice propaganda il morale e la volontà di lotta della classe operaia, non più di quanto ce l'abbia l' estrema sinistra nel suo insieme, e neanche la sinistra o le confederazioni sindacali.
Ciononostante ha il dovere di contribuire a questi cambiamenti, fin da adesso e nella misura delle sue possibilità. A questo fine bisogna affermare e far sapere il più largamente possibile che tali obiettivi ai quali le organizzazioni sindacali e la sinistra volta le spalle, rimangono i nostri, quelli di una frazione del movimento operaio, quelli dei comunisti rivoluzionari. E per far ciò bisogna ripetere instancabilmente la necessità della lotta unitaria e popolarizzare le rivendicazioni e gli obiettivi messi in primo piano nelle campagne elettorali dell'anno scorso : divieto dei licenziamenti, soppressione delle sovvenzioni al padronato, assunzioni nei servizi pubblici, aumento dei salari e delle pensioni.
Per diffondere questa propaganda il più largamente possibile, dobbiamo utilizzare tutti i mezzi e tutte le forze di cui possiamo disporre : la nostra stampa, in particolare quella delle imprese, la nostra presenza nei sindacati, ma anche le nostre possibilità di intervento e le apparizioni pubbliche specifiche ma più larghe che nelle sole imprese dove siamo presenti.
E' con tali azioni, il cui tema deve essere evidentemente scelto accuratamente in funzione dell'attualità sociale e politica, che possiamo dare alla nostra propaganda, quando siamo ridotti a fare solo propaganda, la più larga ampiezza ; che potremo forse avere l'ascolto dei militanti operai dispersi, che non condividono necessariamente il nostro programma ma sono irritati dall'apatia delle loro direzioni sindacali o politiche, e così tessere legami militanti con loro ; che potremo, per esempio, denunciando la soppressione dei posti di lavoro e il degrado dei servizi pubblici, trovare punti di appoggio tanto tra i lavoratori di questi settori che nella popolazione interessata.
Utilizzare l'Europa ed il referendum
I risultati delle elezioni dell'anno scorso hanno sconfessato in modo sferzante la politica del governo, ben più che segnato la riconquista di popolarità della sinistra. Ciò basta al partito socialista, che non intende utilizzare altrimenti la sua vittoria se non per impadronirsi delle presidenze di regione. Non intende far niente in ogni caso che possa mettere Raffarin in difficoltà nella sua offensiva contro il mondo del lavoro, ma solo aspettare che questa contribuisca nel 2007 a far raccogliere voti al PS.
Dando alla sua campagna un tono più di sinistra, il partito comunista è riuscito ad aumentare un po' il suo risultato elettorale. Ma anche quando si smarca dal PS, lo tratta con riguardo, tanto per salvare nell'immediato i suoi posti nei consigli regionali che per preservare nel futuro la possibilità di una nuova alleanza governativa.
La sinistra non farà un solo gesto per favorire una mobilitazione che non vuole.
In queste elezioni regionali ed europee, abbiamo condotto in comune con la LCR una campagna sul terreno della difesa degli interessi generali della classe operaia. Possiamo felicitarci del fatto che le due organizzazioni abbiano coniugato le loro forze in questo senso.
I risultati delle liste comuni sono stati ben inferiori alla somma di quelli di Arlette Laguiller e di Olivier Besancenot alle elezioni presidenziali nel 2002, quando l'estrema sinistra aveva beneficiato della volontà di molti elettori tradizionali del PC o del PS di sanzionare la politica del governo Jospin. Ma i nostri risultati non hanno rappresentato "lo smacco" che i mass media si sono sforzati di presentare. Alle regionali, il nostro risultato è stato simile a quello di Lutte Ouvrière nelle elezioni regionali del 1998 e vicino a quello delle liste LO-LCR delle europee del 1999. La sola differenza è che il cambiamento delle regole elettorali ci ha tolto i nostri eletti.
Il risultato nettamente più debole registrato due mesi e mezzo dopo, alle elezioni europee (2,58% in media contro 4,58% alle regionali) non può dunque spiegarsi con una diffidenza (creata in due mesi e mezzo ?) verso le nostre idee, il nostro programma o i nostri candidati, ma piuttosto col disinteresse generale verso un voto senza posta in gioco, con la volontà di confermare lo schiaffo elettorale che avevano già subito alle regionali Chirac e Raffarin, scegliendo un voto che sembrava più efficace del voto per noi.
Il più importante è che abbiamo colto l'opportunità di far campagna per questo programma e dunque di farci ascoltare più largamente che in tempi normali, quando siamo ridotti ai soli nostri mezzi di espressione abituali e ai soli settori in cui militiamo.
Mentre potevamo sperare che l'assenza di elezioni fino al 2007 avrebbe sbarazzato la vita politica, in ogni caso nel movimento operaio, dalla preoccupazione ossessiva e inquinante delle urne, il referendum deciso da Chirac l' ha rimessa all'ordine del giorno. I calcoli del capo dello Stato rilevavano forse della meschineria politica : per farsi plebiscitare col concorso della sinistra oppure dividerla, per esempio. L'entusiasmo col quale politici e partiti si sono precipitati sull'occasione, ciascuno per i propri motivi, trasforma l'operazione in una trappola a vari livelli per la classe operaia.
Col pretesto di pronunciarsi sulla futura Costituzione europea, da ogni parte si tenta di smuovere i pregiudizi xenofobi e qualche volta razzisti degli strati popolari. Lo fa la destra estrema, i De Villiers ed i Le Pen certo, ma anche una parte della sinistra, benché in modo più ipocrita e professando opinioni filoeuropei. Il Fronte Nazionale non è il solo a parlare dei posti di lavoro rubati dagli stranieri, Fabius ed il PCF invitano ad opporsi a questa Costituzione europea perché favorirebbe le delocalizzazioni. De Villiers non è il solo a brandire la pretesa minaccia dell'entrata della Turchia musulmana nell'Europa cristiana, anche il PS storce il naso col pretesto di chiedere garanzie democratiche.
Per mesi, forse un anno se il referendum si farà nell'autunno 2005, l'attualità politica può essere polarizzata dal falso dibattito sulle "avanzate" o gli "arretramenti" che costituirebbe la Costituzione europea e imbrattata dalle demagogie nazionaliste, aperte o ipocrite, mentre il governo, 100% francese, continuerà i suoi attacchi contro i lavoratori a favore dei Peugeot, Dassault o Bettencourt. Per circa un anno, invece di sforzarsi di mobilitare i lavoratori contro questi attacchi, i partiti di sinistra, come anche i dirigenti sindacali, faranno credere che il loro destino dipenderà da un Si o un No ad una Costituzione europea, né più né meno borghese della costituzione francese o tedesca, e non dalle loro lotte.
Il compito dei militanti comunisti rivoluzionari, come di ogni militante operaio combattivo, è in primo luogo di non sviare la classe operaia verso vane lotte oppure falsi dibattiti. E' di non lasciare l'operazione politica in corso occultare i veri problemi oppure lasciar credere che la soluzione a questi problemi dipende, anche solo in parte, dall'adozione o dalla rigetto della Costituzione europea.
Bisogna rammaricarsi del fatto che la Ligue Communiste o il Parti des Travailleurs sembrino cadere nella trappola e stiano facendo della campagna per il No un'asse essenziale della loro attività e del loro intervento.
Il padronato ha una politica europea, certo. Ma questo è tanto vero col funzionamento attuale delle istituzioni europee che con l'eventuale nuova Costituzione. Non è con un Si, certo, ma neanche con un No che la si combatterà. E se, al momento del referendum, i lavoratori malcontenti della politica del governo possono astenersi o al contrario approfittare di questo voto per punire Chirac e Raffarin, il nostro compito odierno non è mettere l'accento su quello che sarà solo un episodio effimero e senza importanza, senza più conseguenze della sconfessione elettorale della politica del governo espressa già due volte nel 2004.
Se l'Europa o il referendum preoccupassero veramente i lavoratori fino al punto che dovremmo fare campagna da subito, non sarebbe certo sul tema dell'astensione né del No ad una Costituzione (che disapproviamo come tutte le altre costituzioni borghesi ma di cui rifiutiamo di esagerare l'importanza) ma sulla necessità dell'abolizione delle frontiere, dell'apertura dell'Europa alla Turchia, dell'attribuzione della cittadinanza francese ed europea a tutti i lavoratori turchi, tunisini, algerini, avoriani o pakistani che lavorano nelle fabbriche di Francia, di Germania o di Gran Bretagna, della necessità di darsi per scopo l'unità nelle lotte con tutti i lavoratori europei. E se si constatasse che siamo controcorrente rispetto all'opinione di una maggioranza dei lavoratori di questo paese, cosa che non è stata provata, ciò sarebbe una ragione supplementare per condurla, senza temere di essere la sola falsa nota nell'assordante concerto dei Si e dei No.
Sviluppare una politica verso la LCR
Possiamo felicitarci di aver fatto quest'anno due campagne elettorali con la LCR. Al contrario non potremmo che rammaricarci se, mentre i temi della campagna comune LO-LCR sull'Europa o sull'attualità sociale sono sempre più all'ordine del giorno, ormai fosse impossibile intervenire in comune con la LCR, col pretesto che quest'anno non ci saranno elezioni.
Certo la Ligue, in parte delusa dai risultati delle regionali e delle europee, guarda di nuovo sulla sua destra, rimette in voga "la sinistra della sinistra" o il partito anticapitalista, non pretende più far dell'alleanza con LO la sua priorità. Certo si è lanciata fin da settembre in una campagna per il No al referendum, in collegamento con la sinistra della sinistra, PCF, alternativi di ogni sorta ed alcune tendenze del PS, tutti raggruppati intorno ai riformisti di "Copernic", campagna alla quale di certo noi non possiamo partecipare.
Ma queste derive, criticate da una parte stessa della LCR, sono una ragione supplementare per raddoppiare gli sforzi per tirarla o mantenerla nel campo dei rivoluzionari. Una ragione per noi di non cambiare rotta e di proseguire la politica abbozzata l'anno scorso con le elezioni, di continuare a proporre sistematicamente interventi comuni sul terreno di classe.
Qualche successo in questo senso non presenterebbe solo il vantaggio di ostacolare alcune derive del movimento troskista. Darebbe a questo, e dunque anche a LO, più mezzi per pesare sul movimento operaio. Più mezzi, per esempio per rivolgerci ai militanti contestatari o inquieti delle organizzazioni sindacali. Più mezzi nella CGT in particolare per farci ascoltare da quelli che rimproverano alla direzione confederale il suo "sindacalismo di proposizione", vale a dire la politica di collaborazione col governo o i padroni, ma che oggi, in mancanza di vedersi offrire un'altra prospettiva ed un'altra politica, possono facilmente cadere nella trappola e fare della battaglia per il No l'obiettivo principale dell'anno prossimo.
30 ottobre 2004

Mozioni per il referendum sulla Costituzione europea

Due mozioni sono state sottomesse al Congresso :
1) Per il "no" :Il congresso di Lutte Ouvrière del 4-5 dicembre 2004 decide che Lutte ouvrière chiamerà a votare No al referendum sulla Costituzione europea.
(15 novembre 2004)
2) Per l'astensione : Lutte Ouvrière chiamerà all'astensione in occasione del referendum sulla Costituzione europea.
(5 dicembre 2004)
La mozione "per il No al referendum sulla Costituzione europea" è stata adottata da più del 90% dei voti.
La mozione "per l'astensione al referendum" è stata respinta dal 98% dei voti.