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Nel 2003 il governo aveva largamente sviluppato la sua offensiva contro i salariati con la riforma delle pensioni, poi con
quella dei sussidi ai disoccupati. Questa offensiva è proseguita in modo altrettanto violento nel 2004 : la riforma della
previdenza sociale e la privatizzazione di EDF e GDF (Elettricità di Francia e Gas di Francia) sono state le due misure
emblematiche di questa politica al servizio di una borghesia che afferma in modo sempre più deciso la sua volontà di
"abbassare il costo del lavoro", vale a dire di aumentare sempre più lo sfruttamento.
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Nello stesso tempo, i piani di licenziamenti, un altro registro della stessa politica padronale, si sono succeduti durante tutto
l'anno.
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Di conseguenza la disoccupazione è aumentata del 4% tra l'agosto 2003 e l'agosto 2004, il numero di aventi diritto del
dispositivo RMI (Reddito Minimo) ha raggiunto 1,2 milioni, in aumento del 10,5% in un anno, solo sei disoccupati su dieci
ricevono un'indennità. E per l'insieme del mondo del lavoro, disoccupati, precari o salariati che hanno conservato un loro
posto di lavoro, la diminuzione del potere d'acquisto è sempre più sensibile.
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Spinti dal Medef, che gli intima esplicitamente di approfittare dei prossimi tre anni senza elezioni per far passare le misure
più impopolari, il governo non ha nemmeno portato a termine una riforma che già incomincia quella successiva. Così, le prime
misure a proposito della previdenza sociale sono state appena adottate a luglio (annullamento di rimborsi, ticket sulle visite
dal medico, aumento dei contributi della previdenza sociale e delle assicurazioni private), che il Ministro della sanità già
evoca a settembre la possibilità di instaurare nuovi ticket e le casse di previdenza sociale ricevono ordine di dar la caccia
ai congedi per malattia troppo frequenti. Il grosso della fattura deve ancora venire, ma verrà sicuramente. E per facilitare la
sua presentazione saranno associati, nel quadro di nuove strutture di gestione, i rappresentanti del padronato, dei sindacati e
delle assicurazioni private.
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Il governo ha già preparato i prossimi dossier : durata del tempo di lavoro, licenziamenti collettivi, diritto di sciopero nei
servizi pubblici, diritto del lavoro, il tutto mirante ad aggravare le condizioni di vita e di lavoro e ad ostacolare le
risposte. L'orientamento è quello di accrescere in tutti i modi la precarietà della condizione operaia. Il rapporto Camdessus,
redatto su ordinazione del governo, l'ha ricordato senza complimenti raccomandando di fondere in un solo tipo di contratto i
contratti a durata indeterminata ed i contrati a durata determinata.
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Gli attacchi contro i servizi pubblici si inseriscono in questa offensiva generale. Negli ospedali i tagli supplementari di
crediti, la chiusura di stabilimenti, le soppressioni di posti letto o di servizi. Alla Posta, chiusura di migliaia di uffici e
soppressione di decine di migliaia di posti di lavoro. Dappertutto, riduzione del numero dei lavoratori ed indebolimento dei
servizi resi al grande pubblico, risparmiando in generale quelli resi alle grandi imprese.
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Stessa cosa nell'educazione in cui il rapporto Thelot, sempre su ordinazione del governo, serve ad annunciare il suo programma :
aumento degli orari e dei carichi di lavoro degli insegnanti.
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In diverse imprese, il padronato ha preso l'iniziativa, utilizzando il ricatto contro i posti di lavoro, le minacce di chiusura
o la delocalizzazione dell'impresa, per ottenere un aumento degli orari senza aumento di salario oppure per imporre una
riduzione dell'organico con l'accordo dei sindacati o in ogni caso con la loro collaborazione rassegnata.
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Il governo si incarica di trasformare queste pratiche in legge. La legge delle 35 ore, varata dal precedente governo di
sinistra, ha instaurato la flessibilità degli orari. Il Medef dunque non chiede di abolirla ma di renderla più elastica.
Dietro questi termini ipocriti, si tratta di permettere alle imprese di continuare ad usufruire della flessibilità beneficiando
nello stesso tempo della possibilità di ricorrere più largamente agli straordinari, il cui costo per di più potrebbe essere
abbassato.
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Con la legge sui licenziamenti, che vuol far adottare entro la fine del 2004, il governo vuol ricorrere allo stesso metodo che
ha funzionato a proposito delle pensioni e della previdenza sociale per ottenere un accordo delle direzioni sindacali. Dopo aver
presentato un progetto esagerato, fa finta di indietreggiare su qualche punto per ottenere un'accettazione degli altri. Il Medef
strilla un po' di fronte agli arretramenti del governo. E le confederazioni sindacali possono pretendere di trovare aspetti
positivi alla nuova versione del progetto.
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Allo stesso modo, la CGT ha appena accettato nei fatti un nuovo ostacolo al diritto di sciopero nelle ferrovie col pretesto che
un accordo tra la direzione ed i sindacati rende inutile l'adozione di una legge. Per non farsi impiccare dai padroni, i
lavoratori sono invitati ad impiccarsi da soli. Negli ultimi tempi, la CFDT si era mostrata all'avanguardia nell'estrema
collaborazione col padronato e col governo. La CGT intende fargli concorrenza.
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Far campagna... senza aspettare le prossime elezioni
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Grandi sono le responsabilità delle direzioni sindacali come dei partiti di sinistra nella demoralizzazione della classe
operaia e nella perdita di fiducia nelle sue capacità di difendersi. Dopo anni di una politica antioperaia condotta sotto
l'egida del governo Jospin, l'insuccesso del movimento contro la riforma delle pensioni del 2003 di fronte al governo Raffarin,
insuccesso di cui è largamente responsabile la politica delle confederazioni (approvazione della riforma da parte della CFDT,
rifiuto di operare per l'estensione del movimento iniziato dagli insegnanti e freno allo sciopero, in ogni caso alla SNCF, da
parte della CGT), ha confortato l'idea che la lotta non era possibile oppure non serviva a niente.
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Poi la primavera scorsa, le stesse confederazioni sindacali riprendevano gli argomenti menzogneri sul disavanzo della previdenza
sociale e la necessità di una riforma. Così si sono accontentate di qualche giornata d'azione simbolica, scandendo i round
della negoziazione di questa riforma, preoccupati com'erano soprattutto di parteciparvi.
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In modo sempre più passivo, a settembre 2004, hanno evitato con cura anche la minima azione simbolica che generalmente segnava
l'autunno. In cambio, si sono precipitate nei negoziati sulla legge sui licenziamenti e la limitazione del diritto di sciopero
nelle ferrovie. E' stato Bernard Thibault stesso a negoziare con Nicolas Sarkozy il ritiro del rifiuto opposto da luglio al
piano di licenziamenti alla Perrier dalla CGT locale.
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Così i dirigenti sindacali sono gli interlocutori ideali per questo governo di destra la cui politica, al contrario di quella
del suo predecessore Juppé nel 1995, mira ad imporre gli arretramenti sociali non con lo sconto ma tramite negoziati con le
confederazioni.
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Certo i lavoratori non sono pronti a rispondere ad un invito all'azione in qualsiasi momento, ed a maggior ragione ad un'azione
unitaria. Soprattutto in questo momento, soprattutto dopo anni di questa politica delle confederazioni sindacali. Ma il fatto
che non si possa scatenare uno sciopero premendo un bottone giustifica forse di non definire, proporsi e proporre obiettivi ai
lavoratori ? In particolare di un movimento unitario che permetterebbe di invertire la marcia, riconquistare potere d'acquisto e
arrestare i licenziamenti e la precarietà ?
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In questa situazione, bisogna auspicare, come lo fa regolarmente la nostra stampa, la collera e l'esplosione sociale dalla base,
senza preavviso, in occasione della misura antioperaia di troppo, prendendo di sorpresa governo e direzioni sindacali. Ma la
nostra organizzazione non può accontentarsi di questi auspici né di aspettare questa eventuale collera.
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Certo LO è ben lungi dall'essere presente in tutte le imprese. Quindi è lontana dall'avere la capacità di intervenire
dovunque una lotta può nascere. Il nostro compito rimane sicuramente, insieme all'intervento sistematico nelle lotte locali
laddove siamo presenti, di reclutare e di radicarci nella classe operaia.
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Certo LO non ha il peso per modificare con la semplice propaganda il morale e la volontà di lotta della classe operaia, non
più di quanto ce l'abbia l' estrema sinistra nel suo insieme, e neanche la sinistra o le confederazioni sindacali.
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Ciononostante ha il dovere di contribuire a questi cambiamenti, fin da adesso e nella misura delle sue possibilità. A questo
fine bisogna affermare e far sapere il più largamente possibile che tali obiettivi ai quali le organizzazioni sindacali e la
sinistra volta le spalle, rimangono i nostri, quelli di una frazione del movimento operaio, quelli dei comunisti rivoluzionari.
E per far ciò bisogna ripetere instancabilmente la necessità della lotta unitaria e popolarizzare le rivendicazioni e gli
obiettivi messi in primo piano nelle campagne elettorali dell'anno scorso : divieto dei licenziamenti, soppressione delle
sovvenzioni al padronato, assunzioni nei servizi pubblici, aumento dei salari e delle pensioni.
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Per diffondere questa propaganda il più largamente possibile, dobbiamo utilizzare tutti i mezzi e tutte le forze di cui
possiamo disporre : la nostra stampa, in particolare quella delle imprese, la nostra presenza nei sindacati, ma anche le nostre
possibilità di intervento e le apparizioni pubbliche specifiche ma più larghe che nelle sole imprese dove siamo presenti.
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E' con tali azioni, il cui tema deve essere evidentemente scelto accuratamente in funzione dell'attualità sociale e politica,
che possiamo dare alla nostra propaganda, quando siamo ridotti a fare solo propaganda, la più larga ampiezza ; che potremo
forse avere l'ascolto dei militanti operai dispersi, che non condividono necessariamente il nostro programma ma sono irritati
dall'apatia delle loro direzioni sindacali o politiche, e così tessere legami militanti con loro ; che potremo, per esempio,
denunciando la soppressione dei posti di lavoro e il degrado dei servizi pubblici, trovare punti di appoggio tanto tra i
lavoratori di questi settori che nella popolazione interessata.
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Utilizzare l'Europa ed il referendum
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I risultati delle elezioni dell'anno scorso hanno sconfessato in modo sferzante la politica del governo, ben più che segnato la
riconquista di popolarità della sinistra. Ciò basta al partito socialista, che non intende utilizzare altrimenti la sua
vittoria se non per impadronirsi delle presidenze di regione. Non intende far niente in ogni caso che possa mettere Raffarin in
difficoltà nella sua offensiva contro il mondo del lavoro, ma solo aspettare che questa contribuisca nel 2007 a far raccogliere
voti al PS.
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Dando alla sua campagna un tono più di sinistra, il partito comunista è riuscito ad aumentare un po' il suo risultato
elettorale. Ma anche quando si smarca dal PS, lo tratta con riguardo, tanto per salvare nell'immediato i suoi posti nei consigli
regionali che per preservare nel futuro la possibilità di una nuova alleanza governativa.
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La sinistra non farà un solo gesto per favorire una mobilitazione che non vuole.
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In queste elezioni regionali ed europee, abbiamo condotto in comune con la LCR una campagna sul terreno della difesa degli
interessi generali della classe operaia. Possiamo felicitarci del fatto che le due organizzazioni abbiano coniugato le loro
forze in questo senso.
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I risultati delle liste comuni sono stati ben inferiori alla somma di quelli di Arlette Laguiller e di Olivier Besancenot alle
elezioni presidenziali nel 2002, quando l'estrema sinistra aveva beneficiato della volontà di molti elettori tradizionali del
PC o del PS di sanzionare la politica del governo Jospin. Ma i nostri risultati non hanno rappresentato "lo smacco" che i mass
media si sono sforzati di presentare. Alle regionali, il nostro risultato è stato simile a quello di Lutte Ouvrière nelle
elezioni regionali del 1998 e vicino a quello delle liste LO-LCR delle europee del 1999. La sola differenza è che il
cambiamento delle regole elettorali ci ha tolto i nostri eletti.
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Il risultato nettamente più debole registrato due mesi e mezzo dopo, alle elezioni europee (2,58% in media contro 4,58% alle
regionali) non può dunque spiegarsi con una diffidenza (creata in due mesi e mezzo ?) verso le nostre idee, il nostro programma
o i nostri candidati, ma piuttosto col disinteresse generale verso un voto senza posta in gioco, con la volontà di confermare
lo schiaffo elettorale che avevano già subito alle regionali Chirac e Raffarin, scegliendo un voto che sembrava più efficace
del voto per noi.
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Il più importante è che abbiamo colto l'opportunità di far campagna per questo programma e dunque di farci ascoltare più
largamente che in tempi normali, quando siamo ridotti ai soli nostri mezzi di espressione abituali e ai soli settori in cui
militiamo.
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Mentre potevamo sperare che l'assenza di elezioni fino al 2007 avrebbe sbarazzato la vita politica, in ogni caso nel movimento
operaio, dalla preoccupazione ossessiva e inquinante delle urne, il referendum deciso da Chirac l' ha rimessa all'ordine del
giorno. I calcoli del capo dello Stato rilevavano forse della meschineria politica : per farsi plebiscitare col concorso della
sinistra oppure dividerla, per esempio. L'entusiasmo col quale politici e partiti si sono precipitati sull'occasione, ciascuno
per i propri motivi, trasforma l'operazione in una trappola a vari livelli per la classe operaia.
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Col pretesto di pronunciarsi sulla futura Costituzione europea, da ogni parte si tenta di smuovere i pregiudizi xenofobi e
qualche volta razzisti degli strati popolari. Lo fa la destra estrema, i De Villiers ed i Le Pen certo, ma anche una parte della
sinistra, benché in modo più ipocrita e professando opinioni filoeuropei. Il Fronte Nazionale non è il solo a parlare dei
posti di lavoro rubati dagli stranieri, Fabius ed il PCF invitano ad opporsi a questa Costituzione europea perché favorirebbe
le delocalizzazioni. De Villiers non è il solo a brandire la pretesa minaccia dell'entrata della Turchia musulmana nell'Europa
cristiana, anche il PS storce il naso col pretesto di chiedere garanzie democratiche.
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Per mesi, forse un anno se il referendum si farà nell'autunno 2005, l'attualità politica può essere polarizzata dal falso
dibattito sulle "avanzate" o gli "arretramenti" che costituirebbe la Costituzione europea e imbrattata dalle demagogie
nazionaliste, aperte o ipocrite, mentre il governo, 100% francese, continuerà i suoi attacchi contro i lavoratori a favore dei
Peugeot, Dassault o Bettencourt. Per circa un anno, invece di sforzarsi di mobilitare i lavoratori contro questi attacchi, i
partiti di sinistra, come anche i dirigenti sindacali, faranno credere che il loro destino dipenderà da un Si o un No ad una
Costituzione europea, né più né meno borghese della costituzione francese o tedesca, e non dalle loro lotte.
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Il compito dei militanti comunisti rivoluzionari, come di ogni militante operaio combattivo, è in primo luogo di non sviare la
classe operaia verso vane lotte oppure falsi dibattiti. E' di non lasciare l'operazione politica in corso occultare i veri
problemi oppure lasciar credere che la soluzione a questi problemi dipende, anche solo in parte, dall'adozione o dalla rigetto
della Costituzione europea.
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Bisogna rammaricarsi del fatto che la Ligue Communiste o il Parti des Travailleurs sembrino cadere nella trappola e stiano
facendo della campagna per il No un'asse essenziale della loro attività e del loro intervento.
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Il padronato ha una politica europea, certo. Ma questo è tanto vero col funzionamento attuale delle istituzioni europee che con
l'eventuale nuova Costituzione. Non è con un Si, certo, ma neanche con un No che la si combatterà. E se, al momento del
referendum, i lavoratori malcontenti della politica del governo possono astenersi o al contrario approfittare di questo voto per
punire Chirac e Raffarin, il nostro compito odierno non è mettere l'accento su quello che sarà solo un episodio effimero e
senza importanza, senza più conseguenze della sconfessione elettorale della politica del governo espressa già due volte nel
2004.
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Se l'Europa o il referendum preoccupassero veramente i lavoratori fino al punto che dovremmo fare campagna da subito, non
sarebbe certo sul tema dell'astensione né del No ad una Costituzione (che disapproviamo come tutte le altre costituzioni
borghesi ma di cui rifiutiamo di esagerare l'importanza) ma sulla necessità dell'abolizione delle frontiere, dell'apertura
dell'Europa alla Turchia, dell'attribuzione della cittadinanza francese ed europea a tutti i lavoratori turchi, tunisini,
algerini, avoriani o pakistani che lavorano nelle fabbriche di Francia, di Germania o di Gran Bretagna, della necessità di
darsi per scopo l'unità nelle lotte con tutti i lavoratori europei. E se si constatasse che siamo controcorrente rispetto
all'opinione di una maggioranza dei lavoratori di questo paese, cosa che non è stata provata, ciò sarebbe una ragione
supplementare per condurla, senza temere di essere la sola falsa nota nell'assordante concerto dei Si e dei No.
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Sviluppare una politica verso la LCR
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Possiamo felicitarci di aver fatto quest'anno due campagne elettorali con la LCR. Al contrario non potremmo che rammaricarci se,
mentre i temi della campagna comune LO-LCR sull'Europa o sull'attualità sociale sono sempre più all'ordine del giorno, ormai
fosse impossibile intervenire in comune con la LCR, col pretesto che quest'anno non ci saranno elezioni.
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Certo la Ligue, in parte delusa dai risultati delle regionali e delle europee, guarda di nuovo sulla sua destra, rimette in voga
"la sinistra della sinistra" o il partito anticapitalista, non pretende più far dell'alleanza con LO la sua priorità. Certo si
è lanciata fin da settembre in una campagna per il No al referendum, in collegamento con la sinistra della sinistra, PCF,
alternativi di ogni sorta ed alcune tendenze del PS, tutti raggruppati intorno ai riformisti di "Copernic", campagna alla quale
di certo noi non possiamo partecipare.
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Ma queste derive, criticate da una parte stessa della LCR, sono una ragione supplementare per raddoppiare gli sforzi per tirarla
o mantenerla nel campo dei rivoluzionari. Una ragione per noi di non cambiare rotta e di proseguire la politica abbozzata l'anno
scorso con le elezioni, di continuare a proporre sistematicamente interventi comuni sul terreno di classe.
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Qualche successo in questo senso non presenterebbe solo il vantaggio di ostacolare alcune derive del movimento troskista.
Darebbe a questo, e dunque anche a LO, più mezzi per pesare sul movimento operaio. Più mezzi, per esempio per rivolgerci ai
militanti contestatari o inquieti delle organizzazioni sindacali. Più mezzi nella CGT in particolare per farci ascoltare da
quelli che rimproverano alla direzione confederale il suo "sindacalismo di proposizione", vale a dire la politica di
collaborazione col governo o i padroni, ma che oggi, in mancanza di vedersi offrire un'altra prospettiva ed un'altra politica,
possono facilmente cadere nella trappola e fare della battaglia per il No l'obiettivo principale dell'anno prossimo.
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30 ottobre 2004
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