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Una escalation assassina: solo in questo modo si può descrivere la politica dei dirigenti israeliani di fronte alla rivolta del
popolo palestinese. La loro sola riposta agli attacchi suicidi e alle manifestazioni è stata una crescente repressione. Dopo
aver fatto esplodere le loro case, spianato interi quartieri, assassinato i leaders palestinesi e messo sotto assedio i
territori palestinesi, sono state introdotte delle misure contro l'Autorità Palestinese stessa. Prima si è bombardato gli
edifici in cui risedeva l'Autorità, poi si è distrutto l'aeroporto di Gaza e gli elicotteri personali di Yasser Arafat,
bloccandolo nella città di Ramallah, mentre a poche centinaia di metri stazionavano i carri armati israeliani, e non dandogli
più la possibilità di viaggiare. Alla metà di gennaio, l'esercito israeliano ha mandato le truppe e due bulldozer corazzati
nei quartieri dove ci sono i rifugiati palestinesi della striscia di Gaza. Secondo un gruppo israeliano che difende i diritti
umani sono state rase al suolo 60 case in cui abitavano 112 famiglie, 614 persone.
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Allo stesso tempo il Primo Ministro Sharon e il suo governo continuano a considerare Yasser Arafat responsabile per il
terrorismo delle organizzazioni islamiche, chiedendo che si metta fine agli attacchi terroristici. Sanno molto bene che è la
politica del loro governo a portare il popolo palestinese sempre di più alla disperazione, fornendo così a quelle
organizzazioni terroristiche un continuo afflusso di nuove reclute pronte a morire in attacchi suicidi volte a provocare quante
più vittime possibili tra la popolazione israeliana.
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Sanno anche che la loro politica discredita Arafat agli occhi del popolo palestinese e che ogni giorno si approfondisce sempre
di più l'abisso che divide i palestinesi dagli israeliani, rendendo ogni prospettiva di soluzione del conflitto sempre più
remota.
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Di fronte a questa situazione di stallo molti commentatori ora si meravigliano del fatto che lo scopo del governo di Israele sia
semplicemente quello di eliminare l'Autorità palestinese, Yasser Arafat e anche il cosiddetto "processo di pace". E' del tutto
possibile. Tuttavia la politica di Sharon non è sostanzialmente diversa da quella dei suoi predecessori del Partito Laburista.
Dal punto di vista della leadership israeliana il "processo di pace" non ha mai rappresentato nulla più che l'uso dei leaders
palestinesi per far accettare al suo popolo i $$odiktat di Israele anche se ciò discreditava completamente Arafat.
Rispetto a i suoi predecessori Sharon ha solo fatto il passo successivo, benché con una brutalità ben più aperta e cinica.
Oltre a usare la forza contro i palestinesi, Sharon sta dimostrando anche qualcos'altro: la sua volontà di agire come l'uomo
forte al servizio degli interessi dell'imperialismo contro i popoli della regione.
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L'interludio degli accordi di Oslo
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Giudicandoli retrospettivamente, gli accordi di Oslo del 1993 appaiono come una concessione molto provvisoria, un interludio nel
lungo corso della repressione israeliana contro il popolo palestinese. Gli accordi erano una risposta alla prima Intifada, la
sollevazione del popolo palestinese e in particolare della sua gioventù che proseguì per sei anni, malgrado la dura
repressione militare. L'Intifada ebbe un riflesso sulla popolazione israeliana. Gli israeliani erano stanchi che i loro figli e
figlie fossero reclutati per molti anni di servizio militare con compiti di polizia a Gaza e nella West Bank. Anche gli
ufficiali di alto rango cominciarono a mettere in discussione l'utilità di dedicare così tante risorse militari a questi
compiti. Così i politici del Partito Laburista israeliano aprirono un dialogo con i leaders palestinesi, aprendo la strada a
quello che divenne il processo di Oslo.
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Con gli accordi Oslo, il governo israeliano riconobbe la possibilità che i palestinesi potessero autogovernare nel territorio
occupato dagli israeliani. Questa fu una importante concessione d'Israele. Certamente gli israeliani concordarono un ritiro
programmato da quelle aree in un qualche futuro, dopo un lungo e tortuoso processo di verifica. Inoltre i leaders israeliani
continuarono a chiedere che l'autorità palestinese, sotto la leadership di Yasser Arafat, mettesse fine immediatamente
all'Intifada come anche a qualsiasi azione dei palestinesi contro l'occupazione israeliana, mentre i leaders israeliani non si
impegnarono a fermare i crescenti insediamenti di coloni ebrei nei territori occupati.
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Ancora una volta i leaders israeliani presero tempo. In cambio della promessa di uno Stato palestinese che non si realizzò mai,
Arafat e i dirigenti palestinesi credevano di poter mettere un coperchio sulla impazienza del loro popolo. Nel frattempo da
parte israeliana si continuava a portare avanti tutte le loro vecchie politiche. I nazionalisti israeliani d'estrema destra e
gli estremisti religiosi continuavano a costruire insediamenti, nell'area che era stata assegnate ai palestinesi. Dietro il
pretesto di "proteggere" i coloni, l'esercito israeliano si mosse per difendere queste colonie e le strade che ci portavano. In
altre parole i capi israeliani proseguirono la politica che i leaders di destra o di sinistra di quel paese avevano sempre
fatta: cambiare la situazione sul terreno e poi presentare ai loro avversari un "fait accompli" legittimando nuove
colonizzazioni dopo che le cose avevano fatto il loro corso.
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Nel 1995, un estremista di estrema destra uccise il primo ministro d'Israele, Yitzhak Rabin. Da allora in poi ci sono stati tre
governi: due di destra, Netanyahu e Sharon, e uno del Partito Laburista, con alla testa Ehud Barak. Fu durante il governo
laburista di Barak che vennero permessi il maggior numero di nuove colonizzazioni israeliane nelle aree palestinesi.
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In queste circostanze, non è difficile comprendere perché Arafat ha perso così tanta credibilità tra la popolazione
palestinese per difendere il "processo di pace", mentre i gruppi integralisti islamici, come Hamas e la Jihad, che rispondevano
alle incursioni israeliane effettuando attacchi suicidi, vedevano improvvisamente crescere la loro popolarità.
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I capi d'Israele sono pronti di giungere fino al punto di eliminare Arafat ? In ogni caso sembrano preparati a rischiare che
Arafat perda anche quel poco di autorità che gli è rimasta nel campo palestinese. Sembra chiaro che, per loro, il leader
palestinese è prezioso solo fino a quando è pronto a cedere a Israele qualsiasi cosa che questo chiedesse senza ricevere
niente di concreto in cambio.
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Cosa succederà, se come risultato del piegarsi ai diktat d'Israele, Arafat sarà completamente discreditato di fronte al suo
popolo ? Solo forse su questo punto l'estrema destra di Sharon e i dirigenti del partito laburista, e in primo luogo Shimon
Peres, probabilmente hanno valutazioni diverse. Shimon Peres sembra pronto a continuare a trattare con Arafat ancora un certo
lasso di tempo, evitando che emerga un leader più radicale. Sharon, d'altro canto, ovviamente crede che quando il leader
palestinese sarà troppo logorato e discreditato, allora basterà che Israele cerchi un altro leader palestinese come "partner".
Secondo i calcoli di Sharon, se e quando sarà necessario, dovrebbe essere possibile trovare un altro leader palestinese,
fondamentalista islamico o altro, che voglia impegnarsi nello stesso gioco che ha giocato Arafat.
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Certamente sono solo disaccordi tattici quelli che dividono Shimon Peres e il Partito Laburista con il governo di Sharon, come
lo dimostra la prosecuzione della loro partecipazione nel governo Sharon. In ogni caso i risultati sono sotto gli occhi di
tutti. I governi di Israele fanno una concessione dietro l'altra ai colonizzatori estremisti e all'estrema destra, mentre i
leaders d'Israele allungano indefinitivamente il cosiddetto "processo di pace", rischiando così di discreditare i leaders
palestinesi, in un gioco in cui questi ultimi possono essere messi da parte quando non sono più utilizzabili.
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La popolazione israeliana: ostaggio dei suoi leaders
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La leadership d'Israele afferma che il suo obiettivo politico sia quello di mantenere la sicurezza d'Israele al di sopra di
qualsiasi cosa. Ma la loro politica non ha prodotto una riduzione degli attacchi suicidi. Al contrario i rischi sono aumentati
tremendamente, e sempre più ci sono dei giovani palestinesi, disperati dalla situazione in cui sono trovano, che
volontariamente attuano tali attacchi. Non esistono misure di sicurezza per quanto draconiane che possano impedire completamente
degli attacchi da parte di attentatori che sono pronti a farsi esplodere.
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La politica dei leaders d'Israele condanna la popolazione del loro paese a vivere in un clima di paura perpetua, sotto la
costante minaccia del terrorismo. La sola prospettiva realistica per la popolazione d'Israele è quella di trovare il modo per
convivere con il popolo palestinese e quelli arabi più in generale. Invece i leaders israeliani stanno condannando la propria
popolazione a una guerra permanente con i palestinesi nella West Bank o a Gaza. E questa è precisamente la scelta che ha fatto
la leadership d'Israele e in particolare Sharon.
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Certamente Sharon sta facendo le stesse scelte che avevano fatto i leaders israeliani che erano venuti prima di lui, inclusi i
primi dirigenti del movimento sionista che fondarono lo Stato d'Israele.
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Quando un gran numero di ebrei cominciarono a emigrare in Palestina, avrebbero potuto tenere conto degli interessi della
popolazione araba. Dopo tutto anche i popoli arabi erano vittime dell'oppressione : fino alla Prima Guerra Mondiale, la
Palestina fu sotto il dominio dell'Impero Ottomano, poi con la caduta degli ottomani, i britannici occuparono quella striscia di
terra. Ma i leaders sionisti decisero di ignorare completamente gli interessi della popolazione palestinese. Al contrario i
sionisti decisero di imporre il loro dominio con la forza, e per questo di ottenere il sostegno dell'imperialismo britannico.
Ciò fu illustrato per la prima volta nel 1917 nella famosa dichiarazione del ministro britannico Balfour, in cui si dichiarava
favorevole alla creazione di una "patria nazionale ebrea".
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Sin dall'inizio, tale scelta provocò un violento scontro con la popolazione araba. Per assicurare la sicurezza delle prime
colonie ebraiche, i leaders sionisti ricorsero alla violenza e crearono delle milizie, in primo luogo L'Haganah (che in ebraico
significa "difesa"), che gradualmente si trasformò nell'odierno esercito israeliano.
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Effettivamente in ogni stadio di tale processo, i leaders sionisti, e israeliani poi, hanno imposto la loro politica sui
palestinesi e sui loro vicini arabi con la forza.
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E oggi quando i leaders d'Israele protestano indignati contro i metodi terroristici delle organizzazioni palestinesi, non
dobbiamo dimenticare che nella lotta per creare lo Stato d'Israele, i leaders sionisti fecero ricorso anche al terrorismo:
qualche volta contro i colonizzatori britannici, ma più spesso contro la popolazione palestinese.
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Per i leaders israeliani, a breve termine questa politica della forza e della violenza produceva dei vantaggi. Prima di tutto
cementava il loro dominio sulla popolazione d'Israele e creava l'impressione che il popolo israeliano vivesse sotto uno Stato
d'assedio, circondato da nemici e senza altra scelta che quella di combattere. Ciò permetteva ai dirigenti d'Israele di creare
un clima di unità nazionale nella popolazione israeliana, mettendo a tacere tutte le critiche.
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Allo stesso tempo questa politica aveva lo scopo di guadagnare il sostegno delle potenze imperialiste. Lo sforzo di creare una
colonia ebrea in Palestina contro la volontà degli abitanti palestinesi non avrebbe potuto avere successo senza il sostegno di
queste potenze esterne. Ma questo progetto poteva coincidere con gli interessi delle potenze imperialiste. La dichiarazione di
Balfour, scritta nel 1917, quando si preparava l'occupazione britannica della Palestina, illustrava come i leaders britannici
stessero progettando di seguire la loro vecchia politica coloniale del "dividi et impera". La dichiarazione di Balfour mostrava
come i gli imperialisti avevano compreso che era nei loro interessi poter contare sui coloni ebrei per dominare la popolazione
araba. Quando l'occupazione britannica giunse al termine e i britannici fecero le valigie, questa convergenza d'interessi tra
Israele e le potenze imperialiste esterne continuò, questa volta con gli USA.
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Così la politica della leadership d'Israele rifletteva anche una scelta a più lungo termine : quella di assicurare l'esistenza
d'Israele facendola diventare l'alleato dell'imperialismo più fidato della regione.
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Israele e l'imperialismo
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Per i leaders imperialisti il Medio Oriente ha una importanza strategica, fosse solo per le sue immense risorse di petrolio, che
sono vitali per le economie occidentali. Perciò gli imperialismi britannici e francesi, e l'imperialismo americano che
conquistò poi il controllo di questa regione negli anni '50, hanno fatto tutto il possibile per mantenere il loro dominio sul
Medio Oriente.
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Nel periodo che seguì alla Prima Guerra Mondiale, l'imperialismo francese e quello britannico divisero coscientemente il mondo
arabo in tante parti. La Francia separò il Libano dalla Siria, mentre la Gran Bretagna separò l'Iraq dagli Emirati, e la
Giordania (che allora si chiamava Transgiordania) dalla Palestina. Ciò fu fatto in modo tale da opporre dei popoli dello stesso
paese gli uni contro gli altri, e, cosa più importante, il popolo ebreo fu scagliato contro gli arabi palestinesi.
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Indebolite dalla IIa guerra Mondiale, la Gran Bretagna e la Francia furono costrette ad abbandonare il dominio diretto delle
loro colonie. Questo dominio fu assunto abbastanza naturalmente dall'imperialismo USA che riprese a tessere quella tela che
queste potenze imperiali avevano abbandonato, in una regione divisa in piccoli stati, formalmente indipendenti. Per assicurarsi
il suo dominio contrapposero i singoli stati, con i loro interessi particolari, gli uni agli altri.
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Oggi l'imperialismo ha molti sostegni politici nella regione, tra gli altri gli Emirati del Golfo, la Turchia, l'Egitto e
l'Arabia Saudita. Ma se alla fine i diversi Stati della regione finirono per sottomettersi agli interessi dell'imperialismo,
tutto ciò non avvenne senza una serie di crisi e di tentativi di contestare il suo dominio.
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Infatti tutti i grandi paesi della regione l'Egitto, la Turchia, l'Arabia Saudita, l'Iraq, la Siria e l'Iran sono paesi
sottosviluppati, dominati dall'imperialismo. Anche quando i loro regimi mostrano obbedienza agli USA, questi sanno che ciò non
può essere considerato un riflesso reale dei sentimenti delle loro popolazioni. L'imperialismo è ben conscio che tutti questi
instabili regimi, continuamente sottoposti al rischio di un colpo di Stato o di altri cambiamenti politici, potrebbero far
giungere al potere nuovi leaders che potrebbero mostrare qualche grado di opposizione all'ordine imperialista. Ciò avvenne in
diversi periodi e in varie forme, in Egitto e in Iran, in Iraq e in Siria, e anche se molto tempo fa, anche in Turchia sotto
Mustafa Kemal.
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La situazione di Israele però è alquanto differente. Per un lungo periodo di tempo ci fu una reale convergenza tra gli
interessi dell'imperialismo e quelli dei leaders sionisti. I leaders sionisti desideravano creare uno Stato e imporlo alle
popolazioni arabe. L'imperialismo ha necessità di un sostegno stabile per dominare la regione. I leaders d'Israele hanno fatto
dello Stato d'Israele una sorta di mini potenza imperialista nel cuore del Medio Oriente, una specie di estensione
dell'Occidente sviluppato, che beneficia di ogni genere di sussidio americano che garantisce alla sua popolazione uno standard
di vita relativamente alto all'interno di una regione sottosviluppata. Considerando la storia del paese e la politica dei
leaders sionisti, questo alto livello di vita ha aiutato a creare un tipo di consenso che mescola la mentalità di un popolo
sotto assedio con la volontà di difendere i privilegi all'interno di una regione dove i popoli vivono nella miseria.
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Israele è l'unico Stato della regione nel quale i leaders imperialisti possono essere sicuri che una politica filoamericana
trovi profondo sostegno tra la popolazione, giacché questa popolazione è convinta che la sola garanzia di sopravvivenza sta
nella sua alleanza con Washington e nella sua sollecitudine a combattere i suoi vicini : a lungo se necessario.
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Certamente come risultato della politica sionista, lo Stato d'Israele è completamente dipendente dal sostegno USA. Ma per gli
Stati Uniti, Israele è un indispensabile alleato. E ciò rende i leaders israeliani abbastanza fiduciosi della possibilità di
imporre la loro politica sugli USA, anche quando ciò rischia di causare alcune tensioni tra gli USA e I suoi alleati arabi.
Fondamentalmente le politiche degli USA e d'Israele convergono.
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Sharon aumenta il suo vantaggio
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Oggi, da quando la situazione internazionale lo ha posto in una posizione più forte, Sharon e gli altri leaders israeliani
sentono di avere più spazio all'interno di cui operare.
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Quando gli USA hanno messo in piedi la loro coalizione per combattere contro l'Afghanistan, le provocazioni di Sharon nei
territori occupati rischiavano di danneggiare le relazioni degli USA con i leaders arabi. Così, temporaneamente, Bush ha preso
le distanze dalla politica di Sharon, ma ovviamente solo a parole. Ma non è passato molto tempo prima che gli americani ancora
una volta venissero in sostegno della politica di Sharon, come del resto gli europei, malgrado le dichiarazioni un po' più
ipocritamente critiche nei confronti di Sharon.
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Sharon sapeva che una volta che l'offensiva contro Bin Laden e il bombardamento dell' Afghanistan fossero finite, Washington
avrebbe potuto decidere di lanciare nuove campagne militari. In questo caso un alleato come Israele sarebbe indispensabile
all'imperialismo USA. Sharon ovviamente non ha mai creduto alle sue stesse parole quando paragonava Arafat a Bin Laden. Ma
questo tipo di discorsi rivelano un calcolo preciso. Sharon mentre spinge sempre più indietro Arafat, rigettando ogni
prospettiva di negoziati con i palestinesi, rende incandescenti allo stesso tempo le tensioni israelo-palestinesi. Così, non
solo Sharon sta rinforzando la sua posizione politica, sta anche preparando la popolazione d'Israele a una guerra negli
interessi dell'imperialismo americano, se necessario.
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La politica dei leaders d'Israele è sempre stata volta a convincere la sua popolazione che il solo modo per garantirsi la
sicurezza nei confronti dei loro vicini era quello di vivere con le armi in mano. Ciò gli ha dato la possibilità di usare la
popolazione israeliana come carne da cannone in guerre per la difesa degli interessi dell'imperialismo. Con la sua leggendaria
fama di avventurismo imperialista, Sharon rappresenta questa politica nella sua forma più provocatoria che include anche la
possibilità di seppellire il "processo di pace", già oggi più virtuale che reale, a dispetto dei costi che questo produce per
i palestinesi come per gli israeliani.
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Ma l'oppressione nazionale può solo generare cronicamente più rivolte, alimentate da un alto livello di oppressione sociale
permanente. La miseria di cui soffre la gran parte della popolazione palestinese, l'alto livello di disoccupazione, il fatto che
il governo d'Israele regolarmente chiuda i check-point che separano lo Stato d'Israele dai territori occupati, e che a causa di
ciò una parte della popolazione palestinese sia privata dalla possibilità di lavorare nelle fabbriche d'Israele, tutto ciò
naturalmente si trasforma in rabbia della popolazione palestinese contro lo Stato d'Israele che li opprime.
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Ma come dimostra l'esperienza, e in particolare quella della Guerra del Libano del 1982, Sharon potrebbe aver sopravalutato le
sue possibilità. Né lo Stato che egli comanda, né l'imperialismo, possono assoggettare delle popolazioni allo stato di
terrore. In ogni caso è ciò che si spera.
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La sola prospettiva reale per il popolo palestinese, come per tutti i popoli arabi e per la popolazione d'Israele, è la
coesistenza, una fraterna cooperazione tra popoli. Ma ciò potrà essere realizzato solo a condizione che si metta fine alla
presenza imperialista nella regione, così come all'oppressione esercitata non solo dallo Stato d'Israele ma da tutti gli Stati
della regione e dalle loro classi possidenti, che in un modo o in un altro , svolgono il lavoro sporco dell'imperialismo.
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